La profezia dell’armadillo di Zerocalcare

Ci sono dei momenti mentre leggi in cui pensi “ma sta parlando di me”. A me accade spesso con Zerocalcare: le sue ansie, dubbi amletici ed esistenziali, sono anche le mie ansie, i miei dubbi, come lo strano pensiero sul carciofo come strumento del maligno.

Oggi vi parlo del primo libro a fumetti realizzato dal fumettista: La profezia dell’armadillo, libro che ha vinto il premio Gran Guinigi nel 2012, nella categoria “miglior storia breve”

Che cosa sarebbe? Cito testualmente: «Si chiama “profezia dell’armadillo” qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli. Amen».

Di cosa parla questa graphic novel[1]? È la storia di Zero, un ventisettenne che vive nel quartiere romano di Rebibbia accompagnato dal suo amico armadillo, che per lui è un po’ come il grillo parlante, ma a volte anche un po’ politicamente scorretto, mentre si destreggia fra un lavoro stancante e ripetizioni di francese.

La sua vita subisce un colpo quando riceve la notizia che Camille, sua vecchia amica e primo grande amore, è morta a causa di un brutto male che non viene specificato, ma lasciato intuire. L’opera è disegnata come un susseguirsi di varie tavole autoconclusive per poi nel complesso portare a una più grande riflessione.

Così la storia si sviluppa con flashback adolescenziali che descrivono la storia della sua amicizia con Camille e insieme ai racconti della sua vita quotidiana e l’avvicinarsi dei trent’anni.

L’armadillo sempre presente è l’incarnazione delle sue paure, incertezze e insicurezze; si alternano nella storia anche personaggi ricorrenti fra cui gli amici Secco e Greta e i propri genitori la madre rappresentata con le fattezze di Lady Cocca (adoro) e il padre con l’aspetto del Signor Ping. Inoltre, il “brutto male” che assale Camille è rappresentato come un enorme mostro nero che la segue.

Il fumetto nella sua interezza è una satira amara che apre a riflessioni profonde; un modo assolutamente personale di immortalare una persona cara attraverso la propria arte.

E poi come si può non amare uno che ha come amico immaginario un armadillo gigante?

 

N.B. Di questa graphic novel esistono due edizioni:
la prima del 2012 – La profezia dell’armadillo – Colore 8 bit, BAO Publishing
la seconda del 2017 – La profezia dell’armadillo. Artist edition, BAO Publishing (che è quella che ho io).

[1] Ci sono diverse discussioni riguardo il genere da dare a “graphic novel”, a me piace al femminile.

@Noemi Spasari, 2021

Il mito nelle opere scultoree di Antonio Canova

Antonio Canova (1757 – 1822) è uno dei nomi più noti della scultura italiana, il massimo esponente del Neoclassicismo e per questo gli venne dato il soprannome “il nuovo Fidia” (scultore e architetto ateniese del V secolo a.C.).

Scrivo questo articolo perché mi è stato richiesto da più persone, quindi spero di farvi piacere!

Qualche informazione biografica
Canova nacque a Possagno (comune veneto) nel 1757, svolse il suo apprendistato a Venezia e successivamente si trasferì a Roma, città in cui visse per il resto della sua vita sebbene si concedesse molti viaggi.

Si avvicinò alle teorie neoclassiche di Winckelmann (uno dei miei nemici mortali) e Mengs.

Inoltre, il caro Canova ebbe committenti prestigiosi come gli Asburgo oppure i Borbone, ma anche la corte pontificia o lo stesso Napoleone e anche vari esponenti della nobiltà veneta, romana e russa, diciamo che non se la passava male.

In questo articolo vi mostrerò alcune delle più importanti opere che Antonio Canova dedicò a tematiche mitologiche (il criterio di scelta è totalmente a mia discrezione, quindi non su una base scientifica-logica, ma a gusto personale).

  • Teseo sul Minotauro

Questo gruppo scultoreo (non voglio dare termini fighetti a caso, si dice così quando ci sono più soggetti) di marmo bianco è stato realizzato dal nostro artista tra il 1781 e il 1783 ed è esposto nel Victoria and Albert Museum di Londra.

da Wikipedia

Il soggetto è ispirato a una leggenda che troviamo nelle Metamorfosi del poeta latino Ovidio e narra la storia del prode eroe greco Teseo che, con l’aiuto di Arianna (il filo di Arianna, avete presente?), riuscì a penetrare nel labirinto di Cnosso e uccidere il Minotauro, la leggendaria mostruosa creatura con la testa di toro e il corpo di uomo.

In particolare, il momento che Canova sceglie di immortalare è quello immediatamente successivo alla conclusione del conflitto, proprio seguendo la poetica neoclassica.

Nell’opera vediamo infatti l’eroe greco seduto sul mostro appena ucciso, provando quasi pena per la sua preda; il Minotauro è rappresentato esanime su una roccia. Una scultura che rappresenta la quiete dopo la tempesta, Teseo difatti è mostrato pervaso da un senso di pace e tranquillità, perfino di stanchezza.

Quest’opera ha anche una forte valenza allegorica, alludendo alla vittoria della ragione sull’irrazionalità, rispecchiando le ideologie illuministe.

  • Ercole e Lica

Un po’ meno famoso è il gruppo scultoreo in marmo dedicato a Ercole e Lica, eseguito tra il 1795 e il 1815 e conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. L’opera è frutto di una di quelle commissioni di cui parlavamo prima, questa da parte di da Onorato Gaetani dei principi d’Aragona. In occasione della prima esposizione questo gruppo scultoreo riscosse molto successo, ma in seguito fu mal visto dalla critica.

da Wikipedia

Ercole e Lica prende ispirazione da un racconto mitologico che vede Ercole impazzito dal dolore procuratogli dalla tunica intrisa dal sangue avvelenato del centauro Nesso, che scaglia in aria il giovanissimo Lica, ignaro di tutto, colpevole soltanto di avergliela consegnata su ordine di Deianira.

Quest’opera è il risultato di un attento studio che il nostro Canova fece su celebri marmi dell’antichità, il più noto fra tutti lo stupendo gruppo del Laocoonte.

  • Orfeo ed Euridice

Questo gruppo scultoreo è stato realizzato in pietra di Vicenza intorno al 1775/76 ed è custodito nel Salone da ballo del Museo Correr a Venezia ed è una delle principali opere giovanili dell’artista. Anche in questo caso l’ispirazione viene dalle Metamorfosi di Ovidio, ma anche dalle Georgiche di Virgilio, infatti sul basamento troviamo un’iscrizione che riporta alcuni versi dei due poeti latini.

da museocanova.it

Pensate che queste opere erano destinate a decorare il giardino della casa di campagna della famiglia Falier di Venezia (poracci proprio).

Qui la storia dei due amanti

Dedalo e Icaro
Torniamo al marmo con quest’opera del 1779 e conservata al Museo Correr di Venezia, anche questa è un’opera del periodo giovanile dell’artista.

da Wikipedia

Chi non conosce la storia di Dedalo, l’architetto che progettò il labirinto di Cnosso che conteneva il Minotauro, che per poter fuggire da Creta creò delle ali di cera per se stesso e per il figlio Icaro? E chi non conosce poi il resto della storia che vede Icaro volare troppo vicino al sole e poi cadere in mare perché la cera si era sciolta?

In questa composizione scultorea notiamo una contrapposizione fra le due figure poste simmetricamente: da una parte Dedalo anziano, molto realistico, dall’altra Icaro, giovane e con una bellezza irreale. Le due figure sono poste su un’asse simmetrica che forma una sorta di X. Inoltre, la scultura è caratterizzata dal contrasto luce-ombra creata dai due corpi.

  • Adone e Venere

Si tratta di un’opera composta fra il 1789 e il 1794, in marmo bianco ed esposta al Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra. Questa scultura è stata realizzata dal Canova senza commissioni, ma successivamente acquistata dal patrizio genovese Giovan Domenico Berio di Salza che lo collocò nei pressi di un tempietto nel giardino del Palazzo Berio di Napoli.

da analisidellopera.it

In quest’opera viene raffigurato il momento dell’ultimo saluto fra la dea Venere/Afrodite e il giovane Adone dalla bellezza straordinaria, che verrà poi ucciso da un cinghiale inviato da Marte/Ares in preda alla gelosia.

I due amanti vengono raffigurato dal Canova immersi in un momento di intimità profonda, sembrano quasi aver perso il contatto con la realtà, labbra socchiuse e i volti reclinati e si guardano dolcemente negli occhi, Venere sta accarezzando il viso di Adone ingredienti con i quali lo scultore intende mettere in risalto il loro rapporto d’amore.

Venere è rappresentata mentre si appoggia su di lui come se fosse una colonna con la testa abbandonata sulle sue spalle; Adone è caratterizzato da una bellezza efebica.

Sul retro del gruppo si cela un terzo personaggio: nascosto dalle figure intrecciate si trova il fedele cane da caccia di lui che osserva il padrone. Il pelo ruvido di questo personaggio è messo in contrasto con la pelle liscia delle due figure umane-divine.

  • Ebe

Questo nome è stato dato a una serie di sculture realizzate dal Canova dal 1796 al 1817, ne esistono quattro versioni, oltre l’originale modello in gesso: nella mitologia greca Ebe è la divinità della gioventù, figlia di Zeus e di Era, figura che appare più volte nei poemi omerici e viene citata anche da Esiodo.

La prima versione fu eseguita nel 1796 su commissione del conte Albrizzi e oggi si trova presso l‘Alte Nationalgalerie a Berlino.

da Wikipedia

La seconda versione dell’Ebe è stata scolpita su commissione niente di meno che di Giuseppina Beauharnais, prima moglie di Napoleone, dopo il 1815 (anno funesto per Napoleone) l’opera entrò a far parte delle collezioni imperiali russe; oggi è esposta al Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo.

da Wikipedia

Queste due prime versioni riscossero aspre critiche a causa dell’impiego del bronzo o della mancata espressione nel viso di Ebe che si trova sostenuta da una nuvola.

Successivamente Canova eseguì altre due versioni di questo soggetto: una datata 1814 su richiesta di Lord Cawdor e oggi si trova a Chatsworth, nel Regno Unito.

da Wikipedia

La quarta e ultima versione fu eseguita nel 1817 su commissione della contessa Veronica Zauli Naldi Guarini, e oggi l’opera è esposta all’interno della Pinacoteca Civica di Forlì.

da Wikipedia

Per quanto riguarda il modello in gesso, oggi lo troviamo esposto alla Galleria d’arte moderna di Milano.

 

In ultimo ho lasciato due delle opere più famose di Canova, Le Tre Grazie e Amore e Psiche, che tratterò brevemente e non quanto meriterebbero.

  • Le Tre Grazie

Questo gruppo rappresenta le tre famose dee della mitologia greca ed è stato realizzato tra il 1812 e il 1817. In realtà ne esistono due versioni: la prima è conservata al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, mentre una sua replica successiva è esposta al Victoria and Albert Museum di Londra.

La realizzazione di queste figure fu esortata da Giuseppina di Beauharnais, la prima moglie di Napoleone Bonaparte. Il soggetto che Canova rappresenta è quello mitologico delle tre Grazie, figlie di Zeus, Aglaia, Eufrosine, e Talia, le tre divinità benefiche che diffondevano splendore, gioia e prosperità nel mondo umano e naturale.

Come in alcuni dei casi precedenti, il soggetto mitologico si adatta alla volontà di Canova di rappresentare con la sua scultura l’ideale di una bellezza serenatrice femminile riprendendo l’esempio della statuaria classica, in perfetta linea con le teorie neoclassiche promosse da Winckelmann (sempre lui, uno dei miei acerrimi nemici).

da Wikipedia

Le tre Grazie sono raffigurate nella posizione più canonica, cioè dritte in piedi, abbracciate l’un l’altra.

Parlo qui della versione conservata all’Ermitage, anche se le due versioni differiscono di poco: le tre sorelle unite dall’abbraccio di quella che si trova nella posizione centrale. Sono spoglie, un unico panneggio presente è avvolto intorno al braccio di una delle sorelle, toccando tutte e tre le figure.

Come le altre opere di Canova, anche questa è rappresentazione della perfezione scultorea, l’abilità tecnica unita al marmo liscio. Inoltre, lo scultore ricopri il marmo con una patina di colore rosa al fine di dare un aspetto più realistico.

  • Amore e Psiche

Quanto si potrebbe parlare di questo attimo prima del bacio? All’infinito. Questo gruppo scultoreo è stato realizzato tra il 1787 e il 1793 e oggi è conservato al Museo del Louvre di Parigi. Inoltre, una seconda copia sempre di Canova si trova esposta al Museo Ermitage di San Pietroburgo.

da vivaparigi.com

«Amore e Psiche che si abbracciano: momento di azione cavato dalla favola dell’Asino d’oro di Apuleio», queste sono le parole con cui nel 1788 il colonnello John Campbell commissionò l’opera a Canova.

Quest’articolo è già molto lungo, altrimenti vi narrerei per bene la storia di Amore e Psiche, ma ve la riassumo. Psiche era una fanciulla molto seducente e questo fece scatenare l’ira di Afrodite che doveva essere bella solo lei. Così decide di vendicarsi e chiese al figlio Amore/Cupido di farla innamorare di un uomo rozzo, ma quello che Afrodite non si aspettava era che Amore si innamorasse di Psiche.

Passarono insieme notti d’amore, senza che Psiche potesse mai vedere il volto del proprio amante così da evitare l’ira della madre di lui, accordo pattuito fra i due amanti. Ma giustamente Psiche volle vedere il viso di quest’uomo alla fine e così lui l’abbandonò. Psiche, che poverina era pure innamorata, decise di sottoporsi a delle prove per riconquistare il suo Amore, ma venne tradita e cadde in un sonno infernale. Amore venuto a conoscenza del tragico destino dell’amante, si recherà presso Psiche e la risveglierà con un bacio: l’attimo prima di questo bacio è stato impresso per sempre da Canova.

L’opera è una perfetta rappresentazione dell’emozione prima dell’azione.

Sempre seguendo i canoni neoclassici, le opere di Canova sono assolutamente perfette. Che sia un bene o un male non sta a me giudicare.

@Noemi Spasari, 2021

Orgoglio e Pregiudizio, il classico immortale di Jane Austen

Ci sono dei libri che almeno una volta nella vita vanno letti e fra questi senza dubbio c’è l’intramontabile Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen.

Di cosa parla?
Chi non conosce la storia delle sorelle Bennet e del misterioso Mr. Darcy? Al solito, la trama non ve la dovrei raccontare, ma lo faccio lo stesso.

Siamo in Inghilterra e precisamente a Longbourn nell’Hertfordshire, qui vive la famiglia Bennet composta dal Signore e la Signora Bennet e le cinque figlie: Jane, Elizabeth, Mary, Kitty e Lydia. La signora Bennet, vista la mancanza di un figlio maschio a cui lasciare in eredità la propria tenuta di Longbourn vorrebbe vedere sposate le sue figlie.

Nel momento in cui il ricco e soprattutto celibe signor Bingley si trasferisce nelle vicinanze, la signora Bennet pensa bene di riuscire a sistemare una delle figlie. Viene dato un ballo (fra le cose più belle di O&P sono questi balli) da Sir Lucas, un vicino di casa, a cui partecipano tutti, anche il nuovo arrivato in compagnia delle sue due sorelle, Caroline e la signora Hurst, del marito di quest’ultima e del suo più caro amico, il signor Darcy.

Sin da subito è evidente una simpatia fra il celibe signor Bingley e Jane Bennet (la maggiore delle sorelle), mentre Mr. Darcy inizialmente sulle sue e con la puzza sotto al naso sembra non avere interesse per nessuno e riesce anche a risultare antipatico a Elizabeth.

Cosa succede? Che successivamente Jane viene invitata dalle sorelle del signor Bingley a pranzo nella tenuta di Netherfield e la signora Bennet pensa bene di mandarla a cavallo, sperando nella pioggia così da obbligarla trattenersi. La povera Jane invece si ammala e rimane lì per diversi giorni (la signora Bennet non la sopporto molto) ed Elizabeth preoccupata raggiunge la sorella (quella matta va a piedi e per la camminata e la fatica ha addirittura il viso arrossato, che cosa sconveniente!). Durante la visita Elizabeth e il signor Darcy discutono vivacemente.
C’è sempre la questione dell’eredità da ricordare e infatti dopo qualche giorno la famiglia di Longbourn riceve la visita del signor Collins, cugino delle ragazze nonché pastore anglicano, per legge il legittimo erede e che spera di poter sposare una delle figlie dei Bennet. All’inizio pensa a Jane, ma poi la sua scelta ricade su Elizabeth che nel mentre cerca in tutti i modi di evitarlo.

Per non farci mancare niente, la famiglia Bennet conosce Wickham, un affascinante ufficiale dell’esercito che racconta di essere stato privato dell’eredità e trattato molto crudelmente da Darcy; questa storia inasprisce l’opinione che Elizabeth ha di Darcy.

Riassumendo un po’: Bingley va a Londra, sembra aver perso interesse per Jane; il signor Collins chiede la mano di Elizabeth che lo rifiuta senza pieta, allora decide di sposare Charlotte Lucas, la migliore amica di Elizabeth.

Dopo il matrimonio la secondogenita Bennet va a visitare la sua amica e in quell’occasione chi arriva? Proprio il signor Darcy che in un modo poco commovente le dichiara il suo amore e le fa una proposta di matrimonio che Elizabeth rifiuta (la vuoi proprio fare soffrire tua madre, Lizzy), perché scopre che è stato lui a far allontanare Bingley da Jane e per tutta la faccenda con Wickham. Così Darcy le scrive una lunga lettera in cui le spiega come stanno davvero le cose, che in realtà lui non è poi così male, anzi è il sogno di ogni fanciulla.

In estate Elizabeth parte con gli zii londinesi e incontrano proprio Mr. Darcy (guarda caso erano andati nella sua tenuta, pensa un po’), lui è diverso, lei si sta sciogliendo come burro al sole, ma è orgogliosa.

Ma ecco che Lydia, la più piccola delle sorelle, fa danni e scappa con Wickham senza sapere che in realtà lui è un disonesto (era uno scandalo una cosa del genere, se la doveva sposare per forza o l’onore di tutta la famiglia sarebbe stato macchiato).
La situazione la risolve Mr. Darcy che trova un accordo e fa sposare Lydia da Wickham, anche se non vuole che si sappia, ma come tutti i segreti alla fine viene a galla. Tutto finisce bene, Elizabeth sposa Darcy, Jane sposa Bingley e la signora Bennet finalmente è felice.

da Wikipedia

Qualche curiosità
Partiamo dalle prime parole del libro: «È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie». Al giorno d’oggi una frase del genere risulta assurda, ma nel 1813 quando l’opera venne pubblicata non era così. Difatti tutta la storia gira un po’ intorno a matrimoni e combinazioni varie, non è assurdo, funzionava più o meno così.

In realtà il 1813 è solo l’anno dell’edizione definitiva di Orgoglio e Pregiudizio, infatti la prima stesura del romanzo risale al 1796 e si intitolava Prime impressioni: la storia come la conosciamo noi ha avuto una lunga gestazione.

Quasi tutti gli adattamenti cinematografici di O&P sono ambientati nel 1813 tranne l’omonimo film del 2005 con Keira Knightley come Elizabeth Bennet, Matthew Macfadyen nel ruolo di Mr. Darcy e il sommo Donald Sutherland ad interpretare il Signor Bennet, che è invece ambientato nel 1796, anno della prima stesura.

immagine dal film del 2005

Il primo film o meglio lungometraggio che narra le storie della famiglia Bennet e contorno risale al 1940 e ha la regia di Robert Z. Leonard; è anche il primo film tratto da un romanzo della Austen, in quest’occasione Elisabeth e Mr. Darcy sono interpretati da due grandi attori del passato, nonché premi Oscar, Greer Garson e Lawrence Oliver.

Avete presente Bridget Jones, la pasticciona protagonista del romanzo di Helen Fielding? La sua storia è fortemente ispirata a Orgoglio e Pregiudizio (è abbastanza palese, anche nel rapporto fra Mark e Daniel), non a caso il nome del protagonista interpretato da Colin Firth (che nella miniserie TV del ’95 interpreta Mr. Darcy) è proprio Darcy!

Commento
Cosa possiamo dire di questo romanzo che in due secoli non sia stato già detto? Probabilmente nulla.

Orgoglio e Pregiudizio è un’opera senza tempo, che in un modo o nell’altro entrerà nella vita di un lettore. Ma perché è un’opera senza tempo? Forse per la minuta descrizione della società del tempo? Forse per queste storie d’amore travagliate, ma a lieto fine? Forse perché, con il personaggio di Elizabeth che contro i desideri della madre e la convinzione della società rifiuta ben due proposte di matrimonio e non si fa problemi nel “dire la sua” con ironia pungente, la Austen rappresenta una sorta di protofemminismo con lo scopo di andar contro le convenzioni sociali dell’epoca? Forse un po’ tutto.

Vi dirò perché piace a me. Innanzitutto, mi piace molto la letteratura inglese al femminile del periodo, Sono innamorata delle descrizioni dei balli e dei modi di quell’epoca in cui tutto era più elegante e cerimoniale.

In più O&P vi è una descrizione molto profonda del rapporto fra le due sorelle Jane ed Elizabeth (un po’ meno delle altre tre), sorelle che si sostengono e si supportano.

Aggiungo infine che forse la dovremmo smettere di fare una distinzione fra libri “per donne” e “per uomini”, i libri son libri e i gusti son gusti.

@Noemi Spasari, 2021

Il grande noir americano fra investigatori e dark lady

Delitti, investigatori e femme fatale sono gli ingredienti di un perfetto film noir.
Quello che conosciuto come “genere noir” è uno stile cinematografico collocato tendenzialmente nel periodo che va dalla Seconda guerra mondiale fino alla fine degli anni Cinquanta.

Per dare un inizio e una fine, si tende a dare il via al genere con l’uscita del film Il mistero del falcone di John Huston nel 1941 e definendo come ultimo momento il 1958 con L’infernale Quinlan di Orson Welles, anche se alcuni critici sostengono che i dati fondamentali dell’estetica noir sono rintracciabili già in Stranger on the third floor (1940 – Lo sconosciuto del terzo piano) di Boris Ingster.

Il mistero del falco (1941)

Successivamente a quegli anni ci saranno numerosi film accomunati da uno stile narrativo e temi simili al noir classico, che possiamo definire postnoir e neonoir.

Come nasce il noir?
Negli anni Trenta dello scorso secolo erano in voga dei romanzi polizieschi che però abbandonano il classico mystery inglese alla Conan Doyle, quel genere misterioso e poco realistico; gli autori di questi nuovi romanzi usano dialoghi secchi, serrati, insieme a tantissima azione, con ambientazioni realistiche, senza farsi mancare molta violenza e riferimenti sessuali espliciti. Venivano chiamati “Hard boiled”. Il maestro riconosciuto di questa scuola fu Dashiel Hammett.

Vi è in quegli anni un grande dialogo fra cinema e letteratura e da questi racconti nascono i film noir, tutti caratterizzati da elementi comuni.

Quali sono le caratteristiche dei film noir?
Sono storie senza speranza, i cui personaggi vivono brutte esperienze, talvolta narrate da una voce fuori campo, e si muovono nell’incertezza, in una realtà ingannevole, in un universo disperato e corrotto.

C’è un testo molto interessante che analizza questo genere a cura di Borde e Chaumeton Panorama du Film Noir américain: in questo testo i due autori usano cinque termini chiave per definire il noir: onirico, strano, erotico, contraddittorio, crudele.

La polizia bussa alla porta (1955)

Ci sono due personaggi-tipo delle storie noir: l’antieroe, che generalmente è un investigatore privato, un uomo disilluso, tendenzialmente non sposato, opposto al detective classico alla Sherlock Holmes; dall’altra parte la dark lady o femme fatale, una donna seducente e pericolosa che cerca di ottenere l’indipendenza tramite il denaro o l’uccisione dell’uomo che la opprime, quasi sempre sposata e infelice.

Al fianco di questi personaggi si aggirano assassini o perseguitati, vittime e figure dalla moralità dubbia. Uno degli elementi ricorrenti in questo genere di film è il “triangolo” (con l’amante di turno).

Caratteristico del noir è anche un particolare stile visivo e un’atmosfera comune a questi film, con delle tematiche ricorrenti. Per esempio, le immagini sono molto stilizzate o distorte date da angolazioni particolari e l’utilizzo di lenti da ripresa grandangolari (sono quegli obiettivi che riprendono un’ampia porzione di immagine, creando un effetto distorto). A questo si aggiunge un ricorrente uso del chiaroscuro che viene ottenuto attraverso un’illuminazione particolare, a sottolineare i contrasti fra luci e ombre.

Le catene della colpa (1947)

Alle immagini si aggiunge l’atmosfera allucinata e pessimistica delle storie raccontate e in aggiunta nel noir è spesso notte e piove. L’oscurità è sempre presente e riveste grande importanza a partire dall’ambientazione, che si tratti di interni oppure di esterni. In particolare, le riprese interne contribuiscono a creare un’atmosfera particolarmente opprimente, con stanze solcate da strisce di luce e ombra che penetrano attraverso le veneziane e claustrofobici uffici di detective privati.

Anche l’abbigliamento ha alcune caratteristiche che ricorrono, come per gli uomini impermeabile e borsalino ed eleganti tailleur o seducenti abiti da sera per le donne.

I film e le icone
Non si può parlare di Noir senza parlare di Humphrey Bogart, protagonista proprio nel già citato Il mistero del falco (The Maltese Falcon).

Il mistero del falco (1941)

Fra gli interpreti che si sono distinti in questo genere citiamo ancora Burt Lancaster che interpreta “Lo svedese” nel film I gangsters (The Killers), ma anche Alan Ladd, Fred MacMurray, Robert Mitchum e Dick Powell fra gli uomini.

Le dark lady hanno invece i volti di Lauren Bacall, Barbara Stanwyck, Joan Bennett, Veronica Lake, Jane Greer e ovviamente Ava Gardner.

Quello che conosciamo come noir classico si conclude alla fine degli anni Cinquanta, con L’infernale Quinlan (Touch of evil), che è ricco di richiami al genere, ma fa anche un cambio di rotta trasformando il detective in un personaggio negativo (era interpretato da Orson Welles e vorrei ben dire) e fa invece della dark lady una figura rassicurante.

Come abbiamo detto il noir influenzerà alcune correnti successive definite neo-noir o post-noir.

Se volete farvi una cultura del genere vi consiglio oltre ai già citati anche Il grande sonno (1946), Il viale del tramonto (1950) e fra gli eredi ovviamente Chinatown (1974).

@Noemi Spasari, 2021

Lunedì con il Poldi: nuovo appuntamento con il ciclo di incontri virtuali

Oggi 8 febbraio alle 21 Lavinia Galli, conservatore del MuseoMuseo Poldi Pezzoli, racconta l’opera Autoritratto in un gruppo di amici di Francesco Hayez.

Vi era l’abitudine fra gli artisti neoclassici e romantici di ritrarsi a vicenda in immagini di gruppo.

Al Museo Poldi Pezzoli di Milano è conservato il famoso Autoritratto in un gruppo di amici di Francesco Hayez datato 1827.

La conferenza online di questa sera sarà utile per scoprire i modelli e i precedenti di quest’opera e per conoscere i protagonisti del dipinto – a partire da Hayez e la sua passione per gli autoritratti – in un percorso attraverso la ‘nuova’ arte romantica e i generi da essa prediletti.

Per info e prenotazioni: inviare una mail a info@museopoldipezzoli.org.
Alla conferma di avvenuta iscrizione, riceverete il codice di accesso.

Costo visita: donazione minima a partire da 5€, entro le ore 12.00 di lunedì 8 febbraio.
Modalità di pagamento: tramite il tasto “Dona ora” nella sezione del sito “Sostieni il Museo”.

 

Fonte: https://museopoldipezzoli.it/calendario/ 

La Storia Infinita, il capolavoro di Ende

Rinchiudersi fra i libri e abbandonarsi all’immaginazione, chi non lo ha fatto e chi non vorrebbe farlo? È un modo per capire se stessi e il mondo esterno attraverso il proprio mondo interiore. È così che è iniziata la storia di Bastiano Baldassare Bucci, la sua Storia Infinita.

La storia infinita è un romanzo fantastico nato dalla penna dello scrittore tedesco Michael Ende ed è stato pubblicato nel 1979. Ma non è un semplice libro: tradotto in più di quaranta lingue, arrivato in Italia nel 1981, il capolavoro di Ende segna la nascita di un mondo meraviglioso.

Sinossi
La storia non ve la dovrei neanche raccontare, se non avete letto il libro (male, molto male) almeno dovreste avere visto il film (se non avete visto il film male, ma anche in questo caso avete sempre tempo per recuperare).
In ogni caso inizio a raccontare la storia, così se non la conoscete vi faccio venire voglia di leggere il libro o vedere il film.

Iniziamo dal protagonista Bastiano Baldassarre Bucci (Bastian nel film), un bambino di dieci anni che, dopo aver perso la mamma, ha anche difficoltà a comunicare con il padre, così si chiude in se stesso e si rifugia nella lettura e nelle storie fantastiche.

Diciamo che non è il “fighetto” della scuola ed è vittima del problema “bulli” e così un giorno fuggendo dall’ennesima persecuzione, trova riparo nella libreria antiquaria del signor Carlo Corrado Coriandoli. (Le prime parole del libro sono “otairauqitnA ilodnairoC odarroC olraC eralotiT”, l’insegna del negozio che BBB legge al contrario, dall’interno).

Il signor Carlo Corrado Coriandoli (CCC) stava leggendo un libro, indovinate quale? La storia infinita. BBB è subito attratto da questo libro, così in un attimo di distrazione del signor Coriandoli lo ruba e fugge fino alla soffitta della sua scuola. Qui inizia a leggere La storia infinita e la sua vita cambierà per sempre.

Il libro narra la storia del Regno di Fantàsia di cui è sovrana l’Infanta Imperatrice, che però è afflitta da un male sconosciuto e corre il rischio di morire; al suo destino è legato quello di Fantàsia e col peggiorare del suo male anche il regno sembra condannato alla rovina. Il Nulla, un’entità informe, ha cominciato a espandersi nel regno, facendo sparire intere regioni. L’imperatrice vuole salvare Fantàsia, ma l’unico che può riuscirci è un umano (avete già capito dove vogliamo andare a parare?).

Bastiano segue con trepidazione le avventure di Atreiu, il giovane coraggioso incaricato dall’Infanta Imperatrice di trovare una soluzione al suo male, e si lascia trascinare sempre più all’interno del racconto, fino a rendersi conto di poter influenzare attivamente il proseguimento della storia: entra completamente nel vivo della storia e fino a diventare un vero e proprio protagonista nel momento in cui si rende conto di essere lui l’umano che può salvare il regno, ma teme che l’Infanta Imperatrice possa non ritenerlo all’altezza della missione.

La locandina del film del 1984

Bastiano si rende conto (non vi sto a spoilerare tutto) che le due storie sono intrecciate e che si sarebbe ripetuto tutto ciclicamente all’infinito senza il suo intervento, e così decide di compiere il gesto che avrebbe salvato il regno, pronuncia finalmente il nome che ha scelto per l’Imperatrice: “Fiordiluna”.
Bastiano cambia, prende in mano la situazione e decide di lasciarsi tutto alle spalle, crede in se stesso e diventa un ragazzo coraggioso, abile, forte e intraprendente, abbandonando quello che era. Incontra vari personaggi che lo aiuteranno nella sua impresa.

Alla fine, rientra a casa, nel mondo reale, torna dal padre a cui racconta le sue avventure e va anche dal signor Coriandoli per prendersi la responsabilità del furto del libro e di averlo smarrito. Ma l’uomo gli confida di aver già viaggiato a Fantàsia molte volte per salvare l’Imperatrice.

Nel raccontarvi la storia non vi ho parlato del mio personaggio preferito, il fortunadrago Falkor, dovrete guardare il film per sapere chi è!

immagine dal film

Cosa c’è di davvero particolare in questo libro? Innanzitutto, stiamo parlando di un “metaromanzo”, ovverosia un libro nel libro o meglio ancora un libro che parla di altri libri: infatti all’interno del racconto si intrecciano due realtà, due mondi, più di un libro in cui la Storia infinita si racconta contemporaneamente.

Grazie a questo escamotage lo scrittore infrange la “quarta parete” del lettore, quella soglia che divide il lettore dal personaggio in quanto Bastiano (Bastian nei film) passa da un ruolo all’altro nel corso degli avvenimenti. Così facendo il confine fra realtà e finzione è difficile da percepire

Simboli
Il racconto è piano di simboli che richiamano l’elemento “infinito” della storia. Primo e maggiore fra tutti è l’uroboro che è raffigurato nell’emblema Auryn, disegnato anche sulla copertina del libro che trova Bastiano.

Cos’è l’uroboro? È un simbolo molto antico, presente in molti popoli e in diverse epoche, rappresenta un serpente o un drago o talvolta un coccodrillo che si morde la coda, formando un cerchio senza inizio né fine; apparentemente è immobile, ma in realtà è in eterno movimento e rappresenta un’energia che si consuma e rinnova di continuo, la natura ciclica delle cose. Così come la Storia infinita.

Particolari dell’edizione
Ende è un genio e in quanto tale trova un modo per fare distinguere dove si stiano svolgendo le azioni: il libro è scritto in due colori, che distinguono le parti ambientate nel mondo degli uomini, in rosso, da quelle ambientate nel Regno di Fantàsia, in verde acqua.

@Noemi Spasari, 2021

 

Anfitrione e la commedia degli equivoci

In un articolo di qualche settimana fa vi ho parlato di come alcune frasi delle opere di Shakespeare siano entrate a far parte del nostro modo di esprimerci quotidiano; oggi andiamo ancora più indietro nel tempo, più o meno alla fine del III secolo a.c., nel momento in cui un famoso commediografo latino componeva un’opera che avrebbe dato vita (non proprio consapevolmente) a dei termini che oggi si trovano nel nostro vocabolario. Stiamo parlando di Plauto e del suo Anfitrione.

I termini che da questa opera abbiamo ereditato sono essenzialmente due: Anfitrione, appunto, e sosia.

Vediamo insieme la storia così da capire meglio l’origine di questi due termini

Amphitruo Anfitrione è un’opera attribuita a Tito Maccio Plauto, autore latino, esponente del genere teatrale della palliata (prossimamente forse farò un articolo dedicato al teatro greco e latino), ed è inoltre un perfetto esempio di quel genere di opere identificate come “commedia degli equivoci”.

Cosa succede? Fondamentalmente è colpa di Zeus, come sempre accade nella mitologia, che aveva voglia di abbandonare ancora una volta il letto coniugale per congiungersi con una povera e inconsapevole mortale.
Il ruolo della povera mortale è in questo caso interpretato da Alcmena (eh sì, avete capito bene, la mamma di un certo signorino molto famoso che ha fatto una dozzina di fatiche eroiche).

Andiamo con ordine: Anfitrione è impegnato nella guerra ai Teleboi, così il furbo Giove (Zeus era per i greci, qui siamo a Roma) prende le sue sembianze e giace con la sua sposa, Alcmena, ovviamente ignara di tutto (pensava fosse il marito).

Dove inizia il problema? Quando una notte Sosia, schiavo di Anfitrione, per suo ordine si reca da Alcmena per darle il resoconto della guerra, ma sulla strada incontra Mercurio che aveva preso anche lui la pozione polisucco e ha le sembianze proprio di Sosia!

Mercurio, convince Sosia con la violenza, che è il vero Sosia è lui e così lo schiavo torna indietro dal padrone, nel frattempo Giove-Anfitrione saluta Alcmena dicendo di dover tornare a combattere.
La situazione si complica ulteriormente quando Anfitrione e Sosia tornano a casa del padrone e vengono accolti con freddezza da Alcmena che sostiene di essere stata col marito fino a poco prima (povera donna, ha ragione, tutta colpa di Giove).

Per farla breve vengono chiamati in causa testimoni, le accuse volano, la povera Alcmena non capisce cosa sia successo, Anfitrione è fuori di sé; finché Giove non decide di degnare tutti della sua divina presenza e spiega cosa sia realmente accaduto (è accaduto che ha un problema di incontinenza, ecco che è accaduto).

Ma ovviamente non finisce qui: Alcmena è incinta di due gemelli, uno dei quali è proprio Ercole che dimostrerà la sua forza sin nel fasciatoio strozzando due serpenti che si erano infilati nella culla (erano stati inviati da Giunone, la moglie di Giove, gelosa per l’ennesima scappatella del marito, ma davvero la vogliamo incolpare?).

Alla fine, Giove come deus ex machina (sì, farò un articolo sul teatro antico, va bene) arriva in scena per convincere Anfitrione a non dar colpe a sua moglie. Pace fatta, grazie Giove.

Anfitrione e Sosia
Come abbiamo visto, Anfitrione e Sosia sono i nomi di due personaggi del testo. Che significato hanno assunto al giorno d’oggi?

L’Anfitrione, per chi non lo sapesse, è il padrone di casa che ospita e intrattiene i convitati, un po’ ironico per il protagonista della storia.

Sosia invece indica una persona che somiglia moltissimo a un’altra, tanto da poter essere scambiata per questa, come appunto succede in questo caso.

Alcune informazioni sull’opera
Come dicevamo, L’AnfitrioneAmphitruo è una commedia composta da cinque atti e un prologo, scritta dal commediografo latino Plauto ipoteticamente verso la fine del III secolo a.C. e rappresentata, sempre ipoteticamente, nel 206 a.C.

Fatto curioso, solitamente le commedie rappresentavano eventi riguardanti personaggi popolari, non divinità o soggetti mitici, che erano invece protagonisti della tragedia; infatti proprio per questo motivo nel prologo sarà Plauto stesso, per bocca di Mercurio, a definire la sua opera una tragicommedia.

La genialità di Plauto
Plauto è un po’ il comico dei giorni nostri, che gioca su argomenti di politica e cronaca quotidiana, studia molto i giochi di parole e il linguaggio.

Una curiosità interessante è nell’introduzione dell’opera, la prima lettera di ogni riga va a formare la parola “ANPHITRVO” (V =U). (In realtà questo accade in tutte le commedie plautine, questo tipo di componimento si chiama acrostico).

«Amore captus Alcumenas Iuppiter
Mutauit sese in formam eius coniugis
Pro patria Amphitruo dum decernit cum hostibus.
Habitu Mercurius ei subseruit Sosiae:
Is aduenientis seruum ac dominum frustra habet.
Turbas uxori ciet Amphitruo: atque inuicem
Raptant pro moechis. Blepharo captus arbiter
Vter sit non quit Amphitruo decernere.
Omnem rem noscunt; geminos Alcumena enititur».

Vi metto la traduzione a cura di Mario Scàndola che ho nella mia edizione BUR: «Giove, preso d’amore per Alcmena, ha assunto le sembianze del marito di lei, Anfitrione, mentre costui combatte contro i nemici della patria. Gli dà manforte Mercurio, travestito da Sosia; egli si prende gioco, al loro ritorno, del servo e del padrone. Anfitrione fa una scenata alla moglie; e i due rivali si danno l’un l’altro dell’adultero. Blefarone preso come arbitro, non può decidere quale dei due sia Anfitrione. Poi si scopre tutto; Alcmena dà alla luce due gemelli».

L’immagine dell’articolo è di Carlo Maria Mariani, La mano ubbidisce all’intelletto, 1983

@Noemi Spasari, 2021

Prendiluna e la ricerca dei Giusti

La vecchia guardava la luna e viceversa. Era seduta nella veranda, e le sembrò che l’astro puntasse un raggio splendente sul prato, come per illuminare un palcoscenico.
Inizia con quest’immagine sognante il libro di Stefano Benni Prendiluna.

Non credo serva presentare l’autore di questo libro, amatissimo dal pubblico e dalla critica, Benni incanta le nostre vite da più di trent’anni; ma qualcosina su di lui ve la dirò lo stesso: Stefano Benni classe 1947 è uno scrittore, umorista, giornalista, sceneggiatore, poeta e drammaturgo (forse anche altro) italiano.

Benni è autore di vari romanzi e racconti di successo, tra i quali ricordiamo Bar Sport, Elianto, Terra! oppure anche Saltatempo e Il bar sotto il mare; i suoi libri sono stati tradotti in più di 30 lingue. Come dicevamo è anche giornalista e ha collaborato con diverse riviste come i settimanali L’Espresso e Panorama e il mensile Linus (per citarne uno) per non parlare dei quotidiani La Repubblica e Il manifesto.

Oggi parliamo del sopracitato libro del nostro Benni pubblicato nel 2017 da Feltrinelli, Prendiluna.

Di cosa parla Prendiluna?
La trama è semplice e lineare in questa fiaba surreale creata da Benni. Una sera, la vecchia maestra Prendiluna, ormai in pensione, nella sua casetta nel bosco ha un’apparizione di Ariel, il suo gatto morto anni prima, che le affida una missione per salvare il mondo: ha otto giorni di tempo per consegnare i suoi Diecimici a dieci Giusti altrimenti il mondo sarà annientato.

E così Prendiluna sistema i dieci gatti in una grossa valigia con buchi e rotelle, si carica uno zaino in spalla e dà inizio alla ricerca. Ma la profezia in realtà non si è mostrata solo a lei, ma si è manifestata a due ospiti della Clinica Roseto sotto forma di Trisogno. Sono Dolcino e l’arcangelo Michele, che decidono così di scappare dal manicomio per iniziare la loro lotta contro il Diobono, il vero artefice di crudeltà e sofferenza, un misterioso killer-diavolo, legato a Michele in qualche modo.

Ma chi sono i Giusti da cercare? Sono i più inaspettati, quelli insospettabili: solo Prendiluna sa chi sono perché non guarda con gli occhi, ma con il cuore e sa capire e perdonare. I Giusti sono quelle persone che anche se la vita li ha indirizzati su vie pericolose, sono riusciti a non perdere la loro morale e la mappa per tornare “a casa”.

Nel corso del suo viaggio ai limiti della realtà incontrerà alcuni dei suoi ex allievi, personaggi con poteri, personaggi di ogni tipo; vedremo personaggi che rispecchiano il male dei nostri giorni e i nostri vizi più diffusi.

Analizziamo il libro
All’inizio della lettura ho pensato “ma dove vuole andare a parare?”. Poi mi ha catturata con la sua satira pungente, con le sue trovate geniali e irriverenti.
I personaggi e le situazioni che si vengono creando raccontano il nostro mondo e il nostro vivere quotidiano mettendone in risalto gli eccessi, i mali, le superficialità, insieme alle ipocrisie e alle vanità.

Ci sono moltissimi riferimenti sparsi nel testo che si combinano con i giochi linguistici tipici di Benni: una pseudo-comicità che si unisce a un umorismo che provocano sorrisi ogni tanto accompagnati da una malinconica riflessione sul mondo che ci circonda.

In questa storia incontriamo dei personaggi rinominati dall’autore in maniera iconica, come ad esempio i “trumpini” che si rivelano essere personaggi arroganti, spocchiosi e con una vena razzista; ci sono poi quelli colpiti da “schermofilia” e subito ci viene in mente qualcuno che conosciamo.

Fino all’ultima pagina non capiamo se la storia si stia realmente svolgendo o sia solo un sogno o un’allucinazione, tutto grazie a un gioco di equivoci, ironia, leggerezza che cela profondità.

Gli strani Diecimici entreranno subito nei nostri cuori per le loro caratteristiche strambe e uniche.

Prendiluna è una fiaba per adulti, che assomiglia al racconto di un enorme sogno intricato e allucinante.

È un libro che fa ridere, riflettere e amare ancora di più la vera incredibilmente creativa di Stefano Benni, che ancora una volta non delude i suoi lettori.

@Noemi Spasari, 2021

Procida Capitale italiana della Cultura 2022

Il ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, Dario Franceschini, ha annunciato il nome della Capitale italiana della cultura 2022 poco dopo le 10. L’isola e il suo progetto hanno sbaragliato le finaliste: Ancona, Bari, Cerveteri, L’Aquila, Pieve di Soligo, Taranto, Trapani, Verbania e Volterra.

“Il progetto culturale presenta elementi di attrattività e qualità di livello eccellente. Il contesto di sostegni locali e regionali pubblici e privati è ben strutturato, la dimensione patrimoniale e paesaggistica del luogo è straordinaria, la dimensione laboratoriale, che comprende aspetti sociali e di diffusione tecnologica è dedicata alle isole tirreniche, ma è rilevante per tutte le realtà delle piccole isole mediterranee”. Così le motivazioni della giuria lette dal ministro Franceschini per la scelta di Procida Capitale italiana della Cultura per il 2022.

“La cultura non Isola” è stato lo slogan della candidatura di Procida a Capitale Italiana della Cultura, perché – si legge nel dossier – “la terra isolana è luogo di esplorazione, sperimentazione e conoscenza, è modello delle culture e metafora dell’uomo contemporaneo. Potenza di immaginario e concretezza di visione ci mostrano Procida come capitale esemplare di dinamiche relazionali, di pratiche di inclusione nonché di cura dei beni culturali e naturali”.

Marc Chagall, l’artista che vuole essere felice

La vita di molti artisti è segnata da tormenti, tragedie e grande tristezza che si trasmettono nelle loro opere; anche Marc Chagall non ha avuto una vita facile e le disgrazie non gli sono state negate, ma questo non lo ha fermato dal cercare di trasmettere gioia e serenità attraverso i suoi dipinti. Ed è proprio quello che adoro di Chagall!

Qualche informazione biografica
Anche se il nome francesizzante potrebbe fuorviare, Marc Chagall (Moishe Segal all’anagrafe) ha origini bielorusse, nasce infatti vicino Vitebsk nel 1887. Di famiglia ebraica (tema che rientra con frequenza nelle sue opere), non ebbe una vita facile anche a causa delle sue origini.
Si avvicina all’arte sin da subito frequentando l’accademia di Pietroburgo: sarà qui che come conoscerà Léon Bakst, insegnante dell’accademia, pittore e scenografo russo.
Un momento di indubbia felicità per il nostro Chagall è l’incontro con la ragazza con “la pelle d’avorio e grandi occhi neri”, Bella Rosenfeld, la donna che sposerà nel 1915. Una storia d’amore dolce e romantica purtroppo non priva di qualche momento triste.
Antisemitismo russo e persecuzioni naziste complicarono molto la vita del nostro artista, che trasferitosi a Parigi negli anni Venti, si ritrovò costretto a fuggire negli Stati Uniti.
Il 1944 sarà un anno terribile per Chagall: l’amatissima moglie Bella, compagna inseparabile dell’artista, perde la vita a causa di un’infezione virale.
Per Marc sarà un colpo durissimo che lo porterà a una profonda depressione e ad abbandonare la pittura per lunghissimo tempo. Qualche anno più tardi tornerà a Parigi, la sua fama di artista è dilagata, gli verranno dedicate differenti mostre.
Si risposa nel 1952 con Valentina Brodsky (detta “Vavà”). Inizierà in questi anni una lunga serie di decorazioni di grandi strutture pubbliche: negli anni Sessanta si datano una vetrata per la sinagoga dell’ospedale Hadassah Ein Kerem in Israele, le vetrate per la sinagoga dello Hassadah Medical Center, presso Gerusalemme, e per la cattedrale di Metz, le pitture del soffitto dell’Opéra di Parigi e le grandi pitture murali sulla facciata della Metropolitan Opera House di New York.
Successivamente disegnerà le vetrate del coro e del rosone del Fraumünster di Zurigo e il grande mosaico a Chicago.
Il caro Chagall morirà a 97 anni a Saint-Paul de Vence.

Marc e Bella
La storia d’amore fra Marc Chagall e la prima moglie Bella è fuori dagli schermi se viene paragonata ai patimenti, tradimenti, passioni degli altri artisti noti.
Il loro rapporto è stato sincero, ingenuo e spontaneo, una storia che ha visto i due amanti restare per sempre bambini, volando via in un sogno infinito. Dal loro matrimonio nascerà anche una figlia, Ida.

Il loro amore ispirerà alcune delle opere più celebri dell’artista, fra le più note possiamo citare sicuramente La passeggiata del 1917: la donna si libra in cielo gioiosa, eterea, mentre lui le stringe la mano, un gesto di affetto puro, come per non farla volare via.
Elemento molto tenero è anche il piccolo uccello che l’artista protegge con l’altra mano: è il simbolo dell’amore innocente, posto in contrapposizione con le bottiglie di vino a terra, che sta a simboleggiare l’amore passionale. Le due componenti di un amore perfetto.

Marc Chagall, Promenade, 1917 – Pinterest

Un’altra opera che testimonia questo amore che va oltre la vita è Intorno a lei del 1947: Bella è morta da qualche anno, Chagall è un artista più maturo, attraversato da mezzo secolo di guerre e tensioni sociali.
In questo dipinto dà sfogo al sentimento e alla fantasia con figure come sempre cariche di simbolismo: la forte tensione emotiva è resa viva dai colori.

Marc Chagall, Intorno a lei, 1947 -Pinterest

L’immagine che vediamo è di Chagall al lavoro con cavalletto e pennelli, la testa capovolta, confusa; la sua Musa è lì, Bella lo sollecita a trovare nuovi stimoli e motivazioni. Una colomba con una candela al lato dell’immagine simboleggia il desiderio infinito di pace interiore e tra gli uomini; i tempi felici, il matrimonio con Bella si rappresentano con due sposi all’altare che si librano nell’aria.

La capra e il violino
La pittura di Chagall è ingenua e simbolica, testimonianza di un animo alla ricerca di pace, amore e felicità.
Ci sono degli elementi che ricorrono spesso nelle sue opere, metafore di collegamenti con le sue origini e la ricerca di qualcosa “di più”.

Avete presente Notting Hill, il film con Julia Roberts e Hugh Grant? In quel film probabilmente siete stati catturati dalla storia d’amore fra l’attrice e il libraio o dalle bellissime riprese di Londra e forse non avete prestato molta attenzione al quadro che a fine film lei regala a lui. È uno Chagall, La Mariée – La Sposa, di cui in realtà al momento non si conosce la vera ubicazione. In quel dipinto è rappresentata una sposa e una capra che suona un violino perché “La felicità non è felicità senza una capra che suona il violino”.
L’immagine della capra prende spunto dalla tradizione ebraica, in cui è il simbolo della protezione e del focolare domestico. Sarà spesso presente nei dipinti dell’artista.
Anche il violinista, spesso presente nelle sue opere, è un richiamo alle sue origini in quanto nella tradizione aveva un ruolo importante in occasione di nascite, matrimoni e funerali; il violino non è solo uno strumento musicale, ma rappresenta il mezzo per incontrare Dio e i grandi segreti della vita e della morte.

Marc Chagall, Il violinista, 1913 – cultura.biografieonline.it

In conclusione
Chagall, se non si fosse capito, è uno dei miei artisti preferiti. Anche se la sua vita è stata piena di momenti difficili, di lutti e di complicazioni, non ha mai abbandonato la sua propensione onirica, il suo mondo fatto di sogni e passeggiate nel cielo.

 

Noemi Spasari, 2021