Il Cavaliere Inesistente

Nella classifica dei libri da leggere almeno una volta nella vita rientra sicuramente la trilogia araldica “I nostri antenati” di Italo Calvino.

Questa volta è toccato a Il Cavaliere Inesistente.

Ambientata ai tempi di Carlomagno, il romanzo è un’intesa riflessione su alcuni aspetti della realtà ancora contemporanea: la mancanza di identità, l’assenza di certezze e di punti di riferimento. Aspetti che ogni giorno diventano sempre più urgenti e comuni.

E così che Il Cavaliere Inesistente ci appare come il simbolo dell’uomo moderno, tanto in crisi da sembrare privo di identità e così quasi inesistente.

E così che l’uomo di oggi apparte come la bianca armatura di Agilulfo, vuoto.

Costante è anche la ricerca e la coscienza di sé.

Lo avessi letto bene ai tempi in cui avrei dovuto (le letture obbligatorie del liceo) probabilmente non lo avrei compreso.

Il libro delle case di Andrea Bajani

Nel titolo è riassunto tutto. Un libro che di casa in casa, di mura in mura, narra la storia di una persona, Io, che può essere chiunque di noi.

Ma la casa non è intesa solo nel senso fisico del termine, con quattro mura e un tetto, ma la casa è quello in cui vivi, è un cuore, è una promessa, è un impegno.
Casa può essere anche un anello al dito.

Un libro che va preso nel verso giusto, altrimenti il rischio è di non apprezzarlo pienamente.

Continua la mia sfida, un po’ rallentata.

E per voi cos’è casa?

Star Wars Day: come orientarsi nell’universo

Oggi è lo Star Wars Day, perché? Molto semplicemente e simpaticamente in inglese il 4 maggio è may the 4th che suona molto come may the force (be with you), cioè “Che la forza sia con te”.

In questo giorno speciale che per (noi) nerdazzi andrebbe segnato di rosso sul calendario, ho pensato di proporvi una cosa un po’ diversa: un recap generale e cronologico di tutto quello che è presente nella galassia lontana lontana.

Quante volte avete sentito dire “ma perché l’episodio 4 viene prima dell’1?” oppure “e chi sarebbe questa con due code in testa?”, e anche “non ho capito nulla della storia” e “oddio ma ci sono anche i libri e i cartoni?”.

Ebbene sì, è un macello! Seguire l’ordine di uscita delle varie cose è più confusionario che altro, quindi procediamo cronologicamente con la storia e iniziamo dal primo, che in realtà e l’ultimo uscito finora e non ho contato i videogiochi.

L’ALTA REPUBBLICA
Ultimo uscito, ma prima di ogni cosa, L’alta Repubblica narra le vicende dell’Ordine dei Jedi 200 anni prima della saga degli Skywalker. Di questo periodo Panini Comics ha pubblicato da qualche settimana un romanzo dal titolo La luce dei Jedi, un young adult dal titolo Una prova di coraggio e una serie di albi a fumetto.

LA CADUTA DEI JEDI
Qua andiamo a parlare di qualcosa di ben più noto. Abbiamo la trilogia “mezza nuova” (che neologismo) che include La minaccia fantasma (1999, ep I), L’attacco dei cloni (2002, ep II) e La vendetta dei Sith (2005, ep III) che sono i film dei primi anni 2000 con Hayden Christensen, Ewan McGregor, Natalie Portman, etc. in cui alla fine “nasce” Darth Vader/Fener (qua è colpa delle traduzioni italiane terribili).

In mezzo a questa trilogia, dopo il II ep. e includendo il III, si collocano una serie di cartoni animati e un lungometraggio della serie The Clone Wars (2008 il film, la serie 2008-2020).

Ci siete?

IL REGNO DELL’IMPERO
In questo periodo si colloca una serie animata che esce proprio oggi su Disney+,The Bad Batch che son proprio curiosa di vedere, dovrebbe parlare di una squadra speciale di cloni.

Subito dopo cronologicamente abbiamo il film Solo: a Star Wars story (2018), l’episodio monografico su Han Solo.

L’ETÀ DELLA RIBELLIONE
Questa è la parte più piena della storia, quella che ha più racconti, più emozioni, più Harrison Ford.

Iniziamo con Rebels (2014-17), una serie animata che parla della nascita della ribellione e della continua purga dei Jedi sopravvissuti all’Ordine 66.

Abbiamo poi Rogue One: a Star Wars Story (2016), uno dei miei preferiti finora, film che racconta come un gruppo di ribelli riesca a rubare i famosi piani della Morte nera.

Poi arriva la trilogia “vecchia”: Una nuova speranza (1977, episodio IV), L’Impero colpisce ancora (1980, ep. V) e Il ritorno dello Jedi (1983, ep. V).
In questa trilogia succede di tutto, ci sono le citazioni più iconiche della storia di SW tipo “ti amo-lo so” o “fare o non fare, non c’è provare” e l’immortale “Aiutaci Obi-Wan Kenobi, sei la mia unica speranza” e in cui si scopre (mega super spoiler) che Luke io sono tuo padre (Darty, of course).

LA NUOVA REPUBBLICA
Qui per ora citiamo solamente la serie uscita su Disney+ The Mandalorian (2019 in poi) in cui appare quel tenerissimo Baby Yoda che ha spopolato nel merchandising.

L’ASCESA DEL PRIMO ORDINE
Eccoci alla fine con Resistance (2018-19), una serie animata dedicata ai piloti della Resistenza, che anticipa la “nuova trilogia” con Il risveglio della Forza (2015, ep. VII), Gli ultimi Jedi (2017, ep.VIII) e L’ascesa di Skywalker (2019, ep. IX), con le storie delle vecchie leve che cedono drammaticamente il posto alle nuove.

E il vostro preferito qual è?

Noemi Spasari

Jane Eyre, un classico fra i classici

Iniziando a leggere questo romanzo ho avuto un po’ la sensazione di trovarmi in un mondo dickensiano, poi per fortuna il timbro è cambiato!

Di cosa parla questo grande classico? È la storia di una ragazza speciale, nata orfana e che alla fine avrà il suo riscatto.

Ci son delle cose che mi hanno affascinata in questa storia, altre che mi hanno convinta un po’ meno.

Come molti romanzi dell’epoca il fulcro della storia sta sull’amore reso complicato dalla differenza sociale dei due innamorati, con colpi di scena, alti e bassi e finali strappalacrime.

Il romanzo è un classico fra i classici, ma non fra i miei preferiti. Senza dubbio è palese come le Bronte per l’ennesima volta si dimostrino avanti con i tempi e anticipatrici di un futuro lontano.

Purtroppo, non riesco a non immedesimarmi in un’opera e a confrontarla alla realtà attuale, mi chiedo quindi come una personalità così forte e fuori dal comune come quella di Jane Eyre riuscisse a sopportare gli sbalzi d’umore di Mr. Rochester. Ogni storia è figlia del suo tempo, ma com’è possibile che non si ribellasse? Com’è possibile che dopo averlo visto vestito da zingara (dai, eh) non gli avesse buttato una caraffa di tè bollente in testa e non fosse scappata prima?

È assurdo pensare anche come alcune cose che al giorno d’oggi sarebbero assolutamente impensabili all’epoca erano di quotidiana amministrazione, come richiudere una moglie pazza in una stanza nascosta (in realtà questo è molto attuale, purtroppo le malattie mentali sono ancora filtrate da ignoranza e pregiudizi).

È ovvio che la mentalità dell’epoca era diversa rispetto alla nostra, ma ciò non toglie che possa risultare spiacevole alla lettura e all’immedesimazione.

Borgo sud di Donatella di Pietrantonio

Ogni tanto prendo delle decisioni nella vita e non so neanche perché. Al momento ho deciso di leggere tutti e dodici i libri candidati al Premio Strega 2021, good luck!

Ho iniziato questa sfida con Borgo sud di Donatella di Pietrantonio, per scoprire dopo essere il seguito del suo romanzo successo L’arminuta.

Comunque sia parliamo un po’ di questo libro iniziando a dire che ho amato ogni pagina.

«C’era qualcosa in me che chiamava gli abbandoni». È intorno a questa frase che gira tutto il libro, un racconto che esplora i rapporti familiari, che come spesso accade, sono oscillanti.

Il romanzo è strutturato come un’altalena di ricordi che passano dal passato al presente e a poco a poco ci fanno assaggiare piccoli pezzi di storia, che solo alla fine si uniranno.

Pagina dopo pagina il lettore riesce a ricostruire gli avvenimenti di queste due sorelle che hanno affrontato la vita in solitudine, con una fragilità d’animo che le ha esposte alle intemperie del mondo. Entrambe hanno trovato rifugio in amori devastanti, amori totalizzanti e destinati a stravolgere intere esistenze.

Le due sorelle vivono il loro rapporto in un arco sinusoidale di alti e bassi, vicine, ma mai davvero lontane; si avvicinano e si respingono, ma non si distaccano realmente, legate dalla volontà di staccarsi da un passato doloroso.

Il tutto è raccontato con uno stile di scrittura totalmente coinvolgente ed evocativo. Come fotografie dentro un album non organizzato cronologicamente, così ci appaiono i momenti cruciali della vita di queste due sorelle, attraverso salti temporali che la scrittrice padroneggia con grande sapienza.

Una tensione emotiva dalla prima all’ultima pagina.

Un bel tributo alla Terra della Di Pietrantonio, un inno all’Abruzzo che anche chi, come me, non fa parte di quel mondo riesce ad assaporarne sapori, rumori e tradizioni.

Adesso son curiosa di leggere gli altri libri di questa scrittrice che mi ha così affascinata.

Noemi Spasari

Gustav Klimt, l’artista aureo

Fra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, la storia dell’arte fu segnata da una secessione (secessionstil in tedesco). Di cosa si tratta? È uno sviluppo di stili artistici che ebbero vita a Monaco di Baviera, Berlino e Vienna, o per meglio intendersi segna la creazione di un’associazione formata da 19 artisti, fra cui pittori e architetti, che si staccarono dall’Accademia di Belle Arti per formare un gruppo autonomo.

Il loro ideale stava nella “Gesamtkunstwerk” (non so neanche come pronunciarlo), cioè l’opera d’arte totale.

Fra questi Gustav Klimt è stato uno degli artisti più attivi e importanti.

Qualche informazione biografica

Gustav Klimt- Wikipedia

Il caro Gustav nasce il 14 luglio 1862 a Baumgarten, un quartiere di Vienna. Figlio di padre orafo e madre appassionata di musica classica, secondo di sette figli.
Sapevate che di questi sette figli della famiglia Klimt ben tre si dedicarono alla pittura, ma solo Gustav passo alla storia?

Gustav Klimt viene ammesso alla scuola d’arte e mestieri d’Austria a quattordici anni. Il talento del giovane Klimt non passa inosservato e infatti nel 1880 dipinse le quattro allegorie del Palazzo Sturany a Vienna e il soffitto della Kurhaus di Karlsbad e nel 1886 gli viene commissionata la decorazione del cortile del Kunsthistorisches Museu di Vienna. Da qui il suo successo andrà sempre aumentando, così come le richieste di lavori, difatti poté sempre godere di una situazione economica molto stabile (fattore non scontato per gli artisti, sigh).

Il 1892 fu un anno difficile per la famiglia Klimt, vennero a mancare prima il padre e poi uno dei figli, Ernst: il colpo fu duro per il nostro pittore, al punto che decise di interrompere la propria attività artistica per quasi sei anni.

In questo periodo inizia la relazione con Emilie Flöge che, pur essendo a conoscenza delle relazioni che il pittore intratteneva con altre donne, gli sarà compagna fino alla morte. Per capire il livello di tradimento, negli anni Novanta del XIX secolo Klimt sarà il padre riconosciuto di almeno quattordici figli.

La Secessione Viennese

Intorno alla fine del secolo nacque il movimento artistico della Secessione Viennese a cui facevamo riferimento all’inizio, Klimt ne fu il presidente.
Gli esponenti di questo movimento culturale avevano come obiettivo la creazione di uno stile che si distaccasse da quello accademico.

Alla prima mostra nel 1898 della Secessione vennero esposte, oltre a quelle di Klimt, le opere di Auguste Rodin, Puvis de Chavannes, Arnold Böcklin, Alfons Mucha e Fernand Khnopff. La seconda mostra inaugurò il Palazzo della Secessione, appositamente progettato da Joseph Maria Olbrich.

Pallade Atena (Pallas Athene) – 1898

Nel 1903 Klimt visita Ravenna e questo segna una tappa importante per lo stile del pittore: infatti, osservando lo sfarzo dei mosaici bizantini, ricchi di oro, il pittore resta profondamente ammirato dallo stile. Klimt era già approdato alla bidimensionalità e al linearismo delle figure con il dipinto “Giuditta I” e i due viaggi a Ravenna non fecero altro che accentuare le scelte dell’artista che già si muovevano in quella direzione. Da quel momento in poi per Klimt l’oro acquista una valenza espressiva sempre maggiore, fino al 1909 con il quadro “Giuditta II”, che segna la fine di questo periodo “aureo”.

La Secessione viennese entra in crisi, così Klimt si avvicina ai cosiddetti Laboratori Viennesi: in questa fase, il pittore abbandona l’eleganza delle linee liberty, per concentrarsi sul colore, che divenne più acceso e vivace.

Al ritorno da un viaggio in Romania, l’11 gennaio 1918, venne colpito da un ictus che lo condurrà alla morte. Klimt si spense il 6 febbraio del 1918 a Neubau.

Cosa ci resta di Klimt?

Il nostro pittore si era formato stilisticamente seguendo canoni di pittura tradizionali, ma seppe presto allontanarsene per avvicinarsi a una pittura più simbolica.
Quel che caratterizzò sempre lo stile di Klimt sono le linee eleganti e morbide, la bidimensionalità delle forme e l’attenzione al colore, nonché la centralità della figura femminile.
Le donne di Klimt sono tratte da personaggi della vita quotidiana, anche nel caso in cui rappresentino figure allegoriche, dai cui volti traspare una forza interiore straordinaria.

Qualche aneddoto e curiosità

Klimt era un inguaribile perfezionista: per completare il ritratto di Elisabeth Bachofen-Echt, figlia di una sua importante mecenate, ci impiego ben tre anni. Elisabeth era costretta a posare per ore. Klimt prendeva degli schizzi della ragazza in diverse pose, senza essere mai soddisfatto. Alla fine disse: “Non le assomiglia per nulla”.
Come dicevamo, Klimt era un gran dongiovanni. Si pensa infatti che fu una delle sue amanti, Mizzi Zimmermann, all’epoca incinta, a fornirgli l’ispirazione per il motivo della donna in gravidanza, ricorrente nei suoi lavori.
Autocelebrativo e quasi per niente interessato agli altri artisti, pronunciò un’iconica affermazione che riassume il suo pensiero: “Esistono solo due pittori: Velázquez e io“.

Noemi Spasari

Shakespeare Day: i sonetti del Bardo

William Shakespeare è probabilmente fra i nomi più noti del teatro, è stato un drammaturgo e poeta inglese, è considerato come il più importante scrittore in inglese nonché più eminente drammaturgo della cultura occidentale.

Di Shakespeare ricordiamo molto più spesso il suo teatro, con personaggi, modi di dire e situazioni passati alla storia.

Oggi ricorre l’anniversario di morte (e probabilmente anche di nascita) del Bardo e ho pensato di parlarvi, invece, dei suoi sonetti.

I sonetti di Shakespeare
I Sonetti (Shakespeare’s Sonnets) è il titolo che raccoglie una collezione di 154 sonetti di Shakespeare: questi fra le varie tematiche come lo scorrere del tempo, l’amore, la bellezza, la mortalità.  La storia editoriale dei Sonetti, come di molte altre opere, è un po’ complessa, quindi passo direttamente a una data certa.

L’opera fu pubblicata da Thomas Thorpe nel 1609 col titolo stilizzato SHAKE-SPEARS SONNETS. Never Before Imprinted.  La raccolta conta 154 sonetti divisi in 2 parti: la prima parte, fino al sonetto 126, è dedicata al “Fair youth”, un giovane di grandi virtù e di bell’aspetto che funge da perno attorno al quale l’intera raccolta si muove.

I restanti sonetti sono invece dedicati alla “Dark lady”, una figura che incarna l’esatto opposto dell’ideale petrarchesco di donna, al quale tutte le raccolte di sonetti scritte fino ad allora si ispiravano.

Il nostro caro William probabilmente scrisse i sonetti a partire dagli Novanta del Cinquecento, prestandoci maggior impegno soprattutto nel periodo di chiusura dei teatri di Londra (causata da una pestilenza tra 1592 e 1593).

La struttura dei componimenti
Come dicevamo il volume contiene 154 sonetti, questi hanno tutti lo stesso schema metrico: 14 pentametri giambici disposti in tre quartine in rima alternata più un distico conclusivo in rima baciata; questa era la modalità sonettistica inglese, che si differenziava da quella italiana, dove il sonetto si componeva di due quartine e due terzine. Vi faccio un esempio con uno dei sonetti più famosi, il n°18 :

Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate.
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date.
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And often is his gold complexion dimmed,
And every fair from fair sometime declines,
y chance or nature’s changing course untrimmed;
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou owest;
Nor shall Death brag thou wandr’st in his shade,
When in eternal lines to time thou grow’st:
So long as men can breathe or eyes can see,
So long lives this and this gives life to thee.

Da questa struttura si diversificano tre composizioni: il sonetto 99 presenta un verso in sovrannumero, il sonetto 126 ha due versi in meno ed il 145 è composto da ottonari invece che decasillabi.

Vediamone insieme alcuni.

Sonetto n°26
In questo componimento, che appartiene alla prima sezione, quella dedicata al “Fair Youth”, al giovane ragazzo, il poeta esplora un’idea di amore in grado di far stare bene le persone con se stesse e come cura per ogni male: nei primi versi esprime il suo stato di crisi a causa della perdita della reputazione e del fallimento economico, che lo porta a vivere come emarginato e a lamentarsi, ma il pensiero dell’amore lo rende nuovamente felice e in pace.

Sonetto n°116
In questo sonetto troviamo la parola “marriage” nel primo verso, ma in realtà il tema centrale non è il matrimonio ma l’amore, anzi il “vero amore”: difatti, il “marriage of true minds” a cui il Bardo fa riferimento è in realtà una metafora per descrivere un amore sincero, costante e platonico, non fisico.

È per questo motivo che si pensa che questo sonetto parli del giovane uomo a cui parte dell’opera è dedicata.

La particolarità di questo sonetto, a parer mio, sta nel fatto che il tono calmo con cui ne parla il poeta lo fa sembrare quasi un inno in difesa dell’amore.

Sonetto n°130
Questo sonetto si differenzia dagli altri, in questo caso la protagonista è proprio la donna amata, ma non ne viene decantata la perfezione, bensì i suoi difetti.
Perché? Probabilmente per distaccarsi dall’ideale romantico della “Donna Angelo”. La donna descritta da Shakespeare non è una persona che “quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua devèn, tremando, muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare” (Dante, Tanto gentile e tanto onesta pare), ma è una donna vera, reale che il poeta ama così com’è.

Vi ho parlato di alcuni dei Sonetti che più preferisco, ma il mio consiglio, come sempre, è di leggerli tutti!

Se vi interessa sapere qualcosa del teatro shakespeariano avevo scritto un articolo a proposito di Molto rumore per nulla.

Noemi Spasari

Alcune curiosità su Jane Eyre

Jane Eyre è uno dei classici più amanti delle sorelle Brontë, leggerlo e rileggerlo è spesso un piacere.

Oggi vi propongo alcune curiosità (alcune sono spoiler per chi ancora non ha letto il libro) su questo libro.

-Jane Eyre è stato pubblicato nel 1847 sotto lo pseudonimo di Currer Bell. Tutte le sorelle Brontë, compresa Charlotte, hanno pubblicato i loro primi libri spacciandosi per i fratelli Bell.

– Alcuni studiosi hanno attribuito erroneamente a Charlotte Brontë non solo Jane Eyre, ma anche Cime tempestose, l’unico romanzo della sorella Emily.

-Charlotte racconta in Jane Eyre molte vicende autobiografiche come, ad esempio, il suo soggiorno a Lowood che è basato sulla sua esperienza alla Clergy Daughter’s School di Cowan Bridge nel Lancashire.

-Nel romanzo sono presenti una serie di episodi irrealistici e poco credibili, ma il lettore dell’epoca non era stupito da questo stratagemma in quanto molto frequente nella narrativa vittoriana, specialmente nei romanzi sentimentali.

– Nel 1839 Charlotte visitò la villa Norton Conyers nel North Yorkshire e in quest’occasione conobbe la storia di Mary, una donna che, ritenuta pazza, fu rinchiusa in una stanza. Quest’attico segreto, rinominato “Mad Mary’s Room”, è stato scoperto e reso visitabile dai proprietari della villa solo nel 2004, poiché ben nascosto da una serie di pannelli. Questa storia ha ispirato Charlotte per il personaggio di Bertha Mason.

– Per una curiosa coincidenza Charlotte dedicò la prima edizione di “Jane Eyre” al suo scrittore preferito, ossia William Makepeace Thackeray, autore del romanzo “La fiera delle vanità”. Quello che però ignorava è che, come il suo protagonista maschile, Thackeray tenesse sua moglie confinata in una stanza a causa della sua follia. A causa di questo al tempo si diffuse la voce che lo scrittore Currer Bell, si fosse ispirato proprio a Thackeray per il personaggio del suo romanzo.

Premio Oscar, la storia dell’Academy Award

Tutti lo vogliono, tutti lo sognano… almeno così accade a Hollywood! L’Academy Award o meglio conosciuto come Premio Oscar, per gli amici semplicemente Oscar, è il premio cinematografico più prestigioso e antico al mondo.

Ma come non è il Mostra internazionale d’arte cinematografica il più antico? Ebbene, no. I primi Premi Oscar vennero assegnati il 16 maggio 1929, tre anni prima che il Festival di Venezia aprisse i battenti.

A chi è venuta questa idea?
Ovviamente agli esponenti dell’industria cinematografica americana, che nel 1927 fondarono l’Accademia delle arti e della scienza del cinema e all’inaugurazione dell’istituto fu avanzata l’idea di un premio annuale per il miglior film, regista e attore, che non fosse però costituito dalla solita coppa.

Così l’allora dirigente dell’Accademia, Cecil Gibbons, disegnò su una statuetta che stringeva al petto una spada e la realizzazione di questo fu affidata allo scultore George Stanley.

(ne parlano anche qui https://www.facebook.com/TeCinPillole/)

Perché si chiama Oscar?

Sapevate che il nome ufficiale della statuetta dorata è “Academy Award of Merit”?

Ma per quanto riguarda il “soprannome” Oscar ci sono varie versioni: la più accreditata vuole che questo derivi da un’esclamazione di Margaret Herrick, impiegata all’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, la quale, vedendo la statuetta sopra un tavolo, esclamò: «Assomiglia proprio a mio zio Oscar!».

La statuetta che tutti vogliono ha anche un bel peso da portare: non solo morale, l’Oscar è placcato oro 24 carati, alta 34 cm e pesa 4kg (ha anche un valore commerciale di 300 dollari).

Come si candida un film agli Oscar?
È una domanda che mi son sempre posta, così sono andata a fare qualche ricerca.

Un film statunitense per essere candidato agli Oscar deve essere stato distribuito nella Contea di Los Angeles durante il precedente anno solare, entro la mezzanotte del primo di gennaio e la mezzanotte della fine del 31 dicembre, e deve essere stato emesso nei cinema per almeno sette giorni consecutivi (son fiscali, quindi bisogna fare attenzione!).

Per quanto riguarda i film non del territorio USA, la candidatura come Miglior film straniero non è sottoposta a queste clausole, ma per essere accettati i film stranieri devono includere dei sottotitoli in inglese e, inoltre, ogni paese può presentare un solo film all’anno.

Momenti storici
Ormai siamo abituati alle grandi celebrazioni, i meravigliosi vestiti che anno dopo anno stilisti di tutto il mondo confezionano per le Star. Ogni anno l’evento è memorabile, ogni anno emozioni e momenti di gloria riempiono il Dolby Theatre di Los Angeles.

In queste 93 edizioni sono stati tantissimi i momenti iconici, alcuni sono rimasti nella memoria di tutti.

Sicuramente noi italiani ricordiamo con orgoglio e affetto quando nel 1993 (io ero ancora un’infante) durante la premiazione con l’Oscar alla carriera il regista Federico Fellini che dal palco chiese a sua moglie Giulietta Masina di non piangere o quando all’annuncio nel 1999 della vittoria come Migliore film straniero per La vita è bella, Roberto Benigni reagì con la gioia che lo denota e per ricevere la statuetta passò sopra le teste del pubblico.

Non tutti forse ricordano che nel 1972 Charlie Chaplin alla premiazione con l’Oscar alla carriera improvvisò sul palco la popolare scena del ballo dei panini in La febbre dell’oro.

Ma sicuramente molti di noi ricordano la cerimonia del 2014 quando la divertentissima Ellen DeGeneris, allora conduttrice, coinvolse in un selfie di gruppo dieci attori, quali: Bradley Cooper, Angelina Jolie, Jennifer Lawrence, Jared Leto, Lupita Nyong’o, Brad Pitt, Julia Roberts, Kevin Spacey, Meryl Streep e Channing Tatum. Sapevate che la fotografia fu pubblicata subito su Twitter e venne ritwittata oltre 3,4 milioni di volte, disabilitando momentaneamente il social network e superando il record di retweet per una foto?

Nel 2016, l’immagine venne inclusa tra le “100 foto che hanno cambiato il mondo” dal periodico Time.


Qualche curiosità
Sapevate che Charlie Chaplin, Orson Welles e Sylvester Stallone sono stati i primi tre nella storia degli Oscar ad aver ricevuto le candidature per miglior attore protagonista e per la miglior sceneggiatura originale nello stesso anno e per lo stesso film?

Dopo di loro ci sono stati solo pochi nomi: Woody Allen con Io e Annie, Matt Damon con Will Hunting – Genio ribelle e il nostro Roberto Benigni con La vita è bella.

Sono solo due i film fantasy a esser stati premiati con l’Oscar per il miglior film: Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re e La forma dell’acqua – The Shape of Water.

Sapevate anche che due attori (finora) hanno rifiutato il Premio? Sono Marlon Brando nel 1973 per il film Il padrino, in protesta contro le ingiustizie da parte del mondo di Hollywood contro i nativi americani e prima di lui ci fu George C. Scott.

Fatto molto curioso da sottolineare: Kathryn Bigelow è l’unica donna ad aver vinto l’Oscar come miglior regista per il film The Hurt Locker nel 2010.

In più Bernardo Bertolucci è l’unico regista italiano ad aver vinto l’Oscar come miglior regista (per il film L’ultimo imperatore) nel 1988.

@Noemi Spasari

Mary Poppins, la tata magica di P.L. Travers

Chi non ha visto il film della più famosa bambinaia della storia e ha cantato insieme a lei “Supercalifragilistichespiralidoso”? (questa parola è di 33 lettere!)

Il famoso film del 1964 con Julie Andrews e Dick Van Dyke è basato sul romanzo scritto da Pamela Lyndon Travers nel 1934.

La storia
Siamo a Londra nei primi anni del XX secolo. La famiglia Banks che vive in Viale dei Ciliegi n°17, composta dai due genitori e quattro figli, è alla disperata ricerca di una bambinaia perché i due figli maggiori le hanno fatte scappare tutte! La casa è trasandata, piccola e mal ridotta (diversamente che dal film, ma di questo ne parliamo dopo).

Ed è così che la loro richiesta viene soddisfatta dal vento che gira: arriva alla loro porta, dal cielo, una donna attaccata al manico di un ombrello proprio per prendere il ruolo di nuova tata dei bambini.

Questa strana donna si presenta a loro con il nome di Mary Poppins che viene assunta subito dalla signora Banks anche se sprovvista di alcuna referenza. Ma Mary Poppins si rivela sin dai primi momenti una donna fuori dal normale: severa e rigorosa, riesce a far accadere cose che nessuno può spiegare se non pensando alla magia.

Insieme alla loro nuova governante, i bambini vivono numerose avventure, come una festa sul soffitto o uno spettacolo di animali parlanti, fino a vedere Mary Poppins sistemare le stelle in cielo e a fare il giro del mondo con una bussola magica. I piccoli Banks conoscono addirittura una stella delle Pleiadi, della costellazione del sagittario, scesa sulla terra per comprare i regali di Natale.

Purtroppo, la magica bambinaia con il vento è arrivata e con il nuovo vento va via, non salutando nessuno, ma lasciando un profondo ricordo di sé.

Mary Poppins al cinema, differenze con il libro
Solo a parlarne ho iniziato a canticchiare “con un poco di zucchero la pillola va giù”.

Le differenze fra libro e film sono numerose, la più importante che ho rilevato nella lettura è proprio la figura di Mary Poppins: nel libro è acidella e molto severa, nel film, sarà perché non si può non amare Julie Andrews è più piacevole e gentile.

In più nel libro ci sono tanti personaggi che nel film non sono presenti, come i due gemellini Banks più piccoli, la mucca rossa, i personaggi delle avventure che i bambini vivono come la signorina Lark e la signora Corry con le sue figlie Fanny e Anna.

Non si fa cenno al ruolo di suffragetta della signora Banks (che è una delle mie scene preferite del film).

Per quanto riguarda Bert, ricopre proprio due ruoli differenti: nel libro fa il fiammiferaio e il pittore di strada e compare in un solo episodio; nel film è uno spazzacamino (can caminì, can caminì, spazzacamin, allegro e felice pensieri non ho) e voce narrante ed è quasi sempre presente.

Oltre alle meravigliose canzoni che sto ovviamente riascoltando adesso, nel libro manca la crescita dei protagonisti che dà invece senso nel film alla presenza di Mary Poppins.

Curiosità

Mary Poppins fu un grande successo letterario, così P.L. Travers scrisse un seguito nel 1935 intitolato Mary Poppins ritorna e nel 1943 arriva anche un terzo libro Mary Poppins apre la porta, che segna l’ultimo arrivo della tata nella in Viale dei Ciliegi n°17.

Nel 2018 è uscito nei cinema il film intitolato Il ritorno di Mary Poppins (Mary Poppins Returns) con Emily Blunt nel ruolo di Mary Poppins (non l’ho amato).

Sapevate che nel 2013 la scrittrice P.L. Travers è stata rappresentata nel film Saving Mr Banks?

Il film racconta infatti la sua vita e i rapporti con Walt Disney, talvolta conflittuali, proprio durante la lavorazione del film Mary Poppins. La cosa veramente notevole è che alla fine del film un vecchio registratore a bobine fa sentire la vera voce della scrittrice, forse ultima testimonianza e ricordo di quei tempi.