Bianca Bianchi: insegnante, scrittrice, Madre costituente

L’Assemblea Costituente, l’organo legislativo elettivo preposto alla stesura di una Costituzione per la Repubblica e che diede vita alla Costituzione della Repubblica Italiana nella sua forma originaria, era formata da 556 membri. 21 di questi erano donne. Fra queste Bianca Bianchi.

Bianca Bianchi nacque a Vicchio il 31 luglio 1914, in provincia di Firenze, da una famiglia di modeste condizioni: il padre Adolfo era un fabbro, e segretario della locale sezione socialista. Alla sua morte, quando Bianca aveva solo sette anni, la madre, insieme a lei e alla figlia maggiore, si trasferì a casa dei genitori
Fu proprio in nonno – fervente antifascista – a stimolare Bianca con discussioni letterarie e religiose e a darle i primi rudimenti di politica, e Bianca rivelò ben presto un grande interesse per lo studio. Si trasferì a Firenze, grazie al supporto del nonno, per frequentare la scuola magistrale prima e la Facoltà di Magistero poi.

Bianca Bianchi

Insegna a Genova, a Bolzaneto, poi a Cremona, ma incontra difficoltà e ostacoli, arrivando a perdere il lavoro a causa delle divergenze con i superiori per il modo indipendente di condurre le lezioni. Fra queste divergenze per esempio, la sua volontà di non tralasciare la cultura e la civiltà ebraica, escluse invece dal programma didattico di stato.
Decide così di accettare una proposta di un incarico di insegnante di lingua italiana in Bulgaria nel dicembre 1941. Rientra in Italia nel giugno del 1942, stabilendosi nuovamente dai nonni, tornerà a Firenze alla caduta di Mussolini.

Partecipa alle riunioni del Partito d’Azione, contribuendo attivamente alla Resistenza; ma, dopo la Liberazione, lasciò il partito azionista, per aderire allo Psiup – Partito socialista italiano di unità proletaria. Acquista sin da subito molti consensi, tanto da proporle di presentarsi come capolista alle elezioni per l’Assemblea Costituente. Questo ovviamente non fu ben visto da tutti, soprattutto dai vecchi militanti che fondamentalmente le rimproveravano la giovane età. Alla fine, come capolista fu indicato Sandro Pertini, ma Bianca ottenne il doppio delle sue preferenze. Nel novembre del 1946 venne poi eletta al Consiglio comunale di Firenze.

Alle elezioni del 2 giugno 1946 viene eletta all’Assemblea Costituente, diventando una delle 21 “madri costituenti”, uniche donne su 556 membri. I suoi interessi, durante la partecipazione alla Costituente, riguardavano soprattutto i problemi della scuola, delle pensioni e dell’occupazione (era il 1946, la situazione non è cambiata molto).

Continua fino agli anni Cinquanta la sua vita politica, che poi abbandonerà per dedicarsi allo studio dei temi dell’educazione e alla creazione della Scuola d’Europa di Montesenario, un istituto modello per ragazzi della elementare e media. Raccolse le sue esperienze e pensieri in numerosi saggi come Amicizia per i nostri figli e L’esperienza di un’educazione nuova alla Scuola d’Europa e nello stesso periodo collabora al quotidiano “La Nazione” di Firenze, curando la rubrica “Occhio ai ragazzi”, rivolta ai problemi educativi.

Rientrò in politica quasi venti anni dopo, eletta consigliera comunale e poi vicesindaco e Assessora alle questioni legali e affari generali a Firenze, dove si spense il 9 luglio del 2000.

Noemi Spasari

Pelle d’uomo, una graphic novel che unisce due mondi

Avete presente il colpo di fulmine? Ecco per me Pelle d’uomo è stato un colpo di fulmine. L’ho amato ancora prima di averlo letto.

Non so perché, ma mi chiamava a sé. Alla fine l’ho comprato e non ho resistito. Mi ha anche tirato fuori da un blocco del lettore causato da letture “obbligate”. E niente, l’ho amato, avevo preso un segnalibro che non ho mai usato, letto tutto d’un fiato in qualche ora di riposo.

Faccio un passo indietro e vi dico di cosa sto parlando. Pelle d’uomo è una graphic novel scritta da Hubert e Zanzim, pubblicata in Italia nel 2021 da Bao.

Vorrei raccontarvi la storia, la meraviglia di racconto che ho vissuto, ma non voglio rovinarvi nulla, ma invece ve lo consiglio di cuore.

Un racconto che oggi più che mai ci potrebbe aiutare a capire quante ingiustizie e quanti anacronismi ancora viviamo.

Vi do giusto qualche informazione: la storia è ambientato in Italia durante il Rinascimento, e la protagonista è una giovane nobildonna di nome Bianca, promessa in sposa ad uno sconosciuto, Giovanni. Bianca decide di utilizzare uno strano manufatto che le donne della sua famiglia si tramandano da generazioni per poter conosce quest’uomo di cui non sapeva assolutamente nulla, ma con cui avrebbe dovuto passare il resto della sua vita. E questo manufatto cos’è? si tratta di una pelle d’uomo da indossare, così da essere scambiata per un giovane ragazzo di nome Lorenzo. Sotto mentite spoglie, Bianca esplora il mondo degli uomini, ma non solo, mette in comunicazione questi due mondi – il maschile e il femminile – così diversi fra loro, ma così vicini.

La storia è in realtà priva di componente “magica”, ma quanto mai realistica e coraggiosa.

Dico solo, viva Lorenzo e viva Bianca.

Noemi Spasari

La tragedia nell’antica Roma

Dopo aver parlato della commedia nell’Antica Roma, oggi parliamo di tragedia.
Il caro Cicerone era un appassionato frequentatore di teatri e nei suoi (lunghi) scritti documenta l’evolversi del pubblico romano, da semplice spettatore che vuol fare vita sociale a una sorta di “critico” osservatore (tanto da fischiare agli attori che sbagliavano la metrica!).
E così la popolazione latina frequentatrice di teatri inizia ad appassionarsi anche alle tragedie, ovviamente più impegnate rispetto alle commedie.

Ovviamente quale miglior fonte d’ispirazione se non la perfetta tragedia greca?

Possiamo differenziare la tragedia latina in due sottogeneri:
– la fabula cothurnata, che generalmente ha ambientazione e argomento greco, e deve il proprio nome agli stivali a suola alta indossati dagli attori tragici greci, detti cothurni. La cothurnata si distingue per alcune caratteristiche peculiari come un certo gusto per l’orrido e la violenza, con abbondanza di scene macabre, cruente e violente in particolare nella produzione di Accio, Pacuvio e di Ennio, dei quali purtroppo non ci restano che frammenti;
– la fabula praetexta che è invece la tragedia di argomento romano, e che spesso era un adattamento dalle opere di tragediografi greci quali Eschilo, Sofocle, Euripide.

Sempre secondo la testimonianza del buon vecchio Cicerone, la prima rappresentazione di una cothurnata risalirebbe al 240 a.C., e sarebbe ad opera di Livio Andronico, ma la datazione è ancora in gran parte discussa.

Lucio Anneo Seneca
Il buon vecchio Seneca si è stoicamente dedicato anche al teatro, componendo (almeno per quanto ci risulta ad oggi) nove opere del genere della cothuranta e un’unica superstite di praetexta, Octavia (ma anche su questa ci son dei dubbi).

Un’ipotesi probabile è che le tragedie di Seneca fossero destinate soprattutto alla lettura, ma ciò non toglie che potessero comunque essere rappresentate in scena, anche considerando la macchinosità e la spettacolarità di alcune scene. Le vicende narrate si configurano come scontri di forze contrastanti e un conflitto fra la ragione e la passione in una realtà dai toni cupi e atroci.
C’è una figura in particolare delle tragedie senechiane che va messa in risalto, che è quella del del tiranno sanguinario e bramoso di potere, chiuso alla moderazione e alla clemenza, tormentato dalla paura e dall’angoscia, un despota che offre spunto al dibattito etico sul potere, che sappiamo essere importantissimo nella riflessione di Seneca.

Fra le tragedie senechiane ricordiamo Medea, ispirata all’omonima tragedia di Euripide e narra la cupa vicenda della principessa della Colchide; Oedipus, dall’Edipo re sofocleo; Troades probabilmente ispirata da due drammi euripidei, Le troiane e l’Ecuba.

Vi è inoltre anche un dramma satiresco attribuito a Seneca dal titolo Apokolokyntosis o anche Ludus de morte Claudii.

Noemi Spasari

Matilde Serao, la prima donna italiana ad aver fondato e diretto un quotidiano

Nuovo appuntamento dedicato alle grandi personalità del passato che hanno fatto la Storia. Oggi vi parlo di Matilde Serao, la prima donna italiana ad aver fondato e diretto un quotidiano (Il Corriere di Roma), ripentendo l’esperienza con Il Mattino e Il Giorno.

Nasce a Patrasso il 7 marzo 1856 da Paolina Borely, nobile greca decaduta, e da Francesco Serao avvocato e giornalista; la famiglia tornerà in Italia dopo l’Unità stabilendosi a Napoli, città in cui Matilde compie i propri studi.

Si ritrova a dover aiutare economicamente la famiglia, ma questo non la allontana dalla sua passione per la lettura e la scrittura, dedicandosi presto e a pieno tempo alla stesura di articoli e di alcune novelle che le spianano la strada verso le redazioni giornalistiche. Collabora per oltre cinque anni con il «Capitan Fracassa», occupandosi di argomenti di vario genere, passando dalla cronaca rosa alla critica letteraria.

Nel 1883 viene pubblicato il primo romanzo lungo scritto da Matilde Serao, Fantasia che verrà aspramente criticato da Eduardo Scarfoglio, lo stesso Scarfoglio che 2 anni dopo diventerà suo marito e compagno nei suoi ambizioni progetti e percorsi. Dal matrimonio nascono quattro figli Antonio, Carlo, Paolo e Michele.
Il primo incontro tra i due, Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, avvenne proprio nella redazione del Capitan Fracassa.

Tra la Serao e Scarfoglio il rapporto non si fermò ai sentimenti, ma divenne anche un sodalizio professionale: nel 1885 fondarono il Corriere di Roma, giornale che purtroppo non decollò a causa della forte concorrenza de La Tribuna, il quotidiano romano allora più diffuso.
Matilde da questa esperienza prese grande spunto e pubblicò un corposo romanzo Vita e avventure di Riccardo Joanna, che Benedetto Croce (un altro dei miei nemici) definì “il romanzo del giornalismo“.

La Serao era solita sfruttare le sue esperienze nel mondo del giornalismo da cui prendeva osservazioni, costumi, che portava poi nei suoi romanzi.
Matilde Serao parlava di tutto, dalla moda, al cibo, allo sport, ma anche gli eventi mondati, le novità, il progresso, usi e costumi, senza farsi mancare un’attenzione particolare a fatti e avvenimenti sociali. Scrisse anche per il Giornale delle Donne, una delle principali riviste emancipazioniste del tempo.

Purtroppo però la loro storia vide anche un lungo periodo di crisi, in cui il marito ebbe una relazione da cui nacque una bambina. Una storia terribile, terminata con il suicidio di Gabrielle Bessard (l’amante di Scarfoglio) e la figlia venne affidata proprio a Matilde. La Serao inizialmente perdonò il marito, ma dopo qualche anno decise di rompere definitivamente la relazione.

In seguito alla morte di Edoardo Scarfoglio (nel 1917), Matilde Serao sposò Giuseppe Natale, che morì qualche anno dopo.

La Serao continuò a scrivere e nel 1926 fu candidata al Premio Nobel per la letteratura, ma la sua candidatura fu fermata da Mussolini a causa delle sue posizioni contro il fascismo (il Nobel fu assegnato a Grazia Deledda).

Matilde Serao morì il 25 luglio 1927,colpita da un infarto mentre era intenta a scrivere.

«Scrivere, scrivere, scrivere. Questo è il mio mestiere, questo è il mio destino. Scrivere fino alla morte».
Con queste parole possiamo racchiudere tutta la carriera e l’amore per la scrittura di Matilde Serao, un’altra di quelle donne di cui si dovrebbe parlare di più.

Noemi Spasari

L’Action Painting di Jackson Pollock

Molto spesso, in riferimento a opere d’arte contemporanea, ho sentito dire “potevo farlo anche io”, in particolar modo con le opere di Jackson Pollock. In questi casi, non potendo strappare guigulari, cerco di mantenere la calma e o ignoro o cerco di spiegare perché “proprio no”.

A parer mio, ma anche di altri il cui parere conta più del mio, l’opera d’arte non è solo quella che possiamo osservare, ma è in realtà l’intero processo di creazione dell’opera. E in questa concezione rientra sicuramente l’opera di Pollock.

Paul Jackson Pollock (1912-1956) è stato uno più importanti pittori degli Stati Uniti ed è considerato uno dei maggiori rappresentanti dell’Action painting. Cresciuto in Wyoming, era il più giovane di 5 fratelli. Studia pittura presso la Manual Arts High School di Los Angeles e poi all’Art Students League di New York. Sebbene viaggi molto negli Stati Uniti, trascorre la maggior parte del tempo a New York, città in cui si stabilisce definitivamente nel 1934. Ed è in quell’anno che Peggy Guggenheim (di cui prima o poi vi parlerò) non solo gli dedica la sua prima personale nella galleria-museo Art of This Century, New York, ma gli offre un contratto che gli permette di dedicarsi esclusivamente alla pittura fino al 1947.
In più, quando nel 1945 sposa con Lee Krasner, la cara e furba Peggy Guggenheim contribuisce a finanziare l’acquisto della loro casa con annesso un fienile, luogo il cui Pollock perfeziona la tecnica del dripping.

Cos’è questa action painting di cui tanto si parla? Consiste nel creare l’opera d’arte lasciando cadere la pittura sulla tela, o lanciandovi contro i colori in maniera apparentemente casuale. L’atto fisico di creazione diventa parte integrante dell’opera. Pollock realizza le sue opere in uno stato di trance, durante il quale a guidare l’atto creativo è l’inconscio, come in una sorta di rituale. Le sue opere alla fine appaiono come un groviglio di colori multiformi, che vengono espressi con un movimento che richiama la danza.

Quella di Pollock non è stata una vita serena: abuso di alcool e psicofarmaci lo porteranno ad avere un incidente a soli 44 anni in cui perderà la vita.

Checché se ne dica, Jackson Pollock è stato un artista rivoluzionario, che si è rivelato essere in grado di sfidare i comuni limiti pittorici, così da andare al di là della tela.

Noemi Spasari

Camere separate e le letture “obbligate”

Torniamo a parlare di libri che forse avrei dovuto leggere in un altro momento: oggi è il turno di Camere separate di Pier Vittorio Tondelli.

Questa non è una recensione, è un flusso di coscienza.
La relazione fra me e questo libro ha passato diverse fasi:

  1. Curiosità. L’ho letto per il gruppo di lettura di Teste d’Uovo, scelto su suggerimento. All’inizio mi aveva incuriosita, non avevo idea di cosa parlasse.
  2. Pseudo-innamoramento. Inizio la lettura, le prime pagine mi emozionano tantissimo. “Oddio è il libro della vita”.
  3. Meh. Ma che sto leggendo? Continuavo a chiedermi scorrendo le pagine, innamoramento finito. Breve e poco intenso.
  4. Abbandono. Non riuscivo ad andare avanti, portavo il libro ovunque con me, ma preferivo i video di elefanti che si fanno il bagno a quella lettura.
  5. Obbligo e odio. Dovevo finirlo, non volevo abbandonare la lettura. Mi sono costretta a finirlo. E l’ho finito.

Questa non è stata una storia d’amore.
Quella narrata nel libro, a parer mio, nemmeno.

Camere separate è un libro doloroso, intimo e malinconico. Una storia di abbandono, solitudine e preparazione alla separazione.
Tutto gira intorno al senso di perdita, al dolore, all’impossibilità, ma anche la necessità dell’amore.

Il teatro nell’antica Roma: la commedia

Come ben sappiamo fra Romani e Greci le differenze furono molte. I greci contribuirono grandemente allo sviluppo della creatività, in particolare con arte, architettura e soprattutto filosofia, i romani erano maestri nelle arti pratiche come ingegneria e conquiste militari. Anche in ambito teatrale le differenze fra le due civiltà furono differenti. Per un ripasso sul teatro greco leggi questo articolo per la tragedia, questo per la commedia e questo proprio per la struttura fisica del teatro greco.

I romani erano più interessati a spettacoli di massa, paragonabili a un moderno concerto. Il teatro era infatti una forma di intrattenimento, occasione di svago, non più riflessione esistenziale, ma divertimento.

La civiltà romana era solita assorbire usi e tradizioni di altre civiltà, come quella etrusca, i cui riti comprendevano varie forme spettacolari e performance di danzatori, giocolieri e musicisti. I romani rielaborarono alcune di queste attività spettacolari. La stessa commedia romana ebbe origine dalle improvvisazioni comiche degli etruschi e i primi attori professionisti che giunsero a Roma provenivano proprio dall’Etruria.

Nel 364 a.C. furono istituiti i ludi scenici per far cessare una terribile pestilenza! In seguito a questo fiorirono una sere di generi teatrali popolari, come ad esempio le atellane, rappresentazioni comiche in gran parte improvvisate, dal carattere volgare, che avevano dei personaggi ricorrenti come il Pappus (il vecchio rimbambito). Un altro genere, di derivazione etrusca, è il fescennino ossia un componimento comico molto scurrile, invettivo, solito nelle feste rurali. Altra forma drammatica è la satura, una miscellanea di elementi comici e seri, musica e canti.

Fondamentale per lo sviluppo del teatro romano fu il contatto con il mondo greco, sia con la tradizione delle tragedie, ma soprattutto quella delle commedie, in particolar modo quella di Menandro.

In cosa la commedia romana si distingue da quella greca? Viene eliminato il coro, aggiungendo invece un accompagnamento musicale ai dialoghi, unendo parti cantate (cantica) a parti recitate (diverbia). Elemento fondamentale e di differenza è anche una tendenza a prediligere gli intrecci ricchi di equivoci e fraintendimenti.

Tito Maccio Plauto fu il commediografo romano più popolare, le cui opere sono apprezzate tutt’ora. Plauto è un po’ il comico dei giorni nostri, che gioca su argomenti di politica e cronaca quotidiana e studia molto i giochi di parole e il linguaggio. Le sue commedie sono fondate su un’accentuata caratterizzazione comica dei personaggi, come il Miles gloriosus, il soldato codardo che vanta però grandi prodezze, o il vecchio avaro dell’Aulularia che sarà ispirazione per l‘Avaro di Molière.

Di Plauto sono sopravvissute circa una ventina di opere, fra queste vi cito l’Anfitrione di cui avevo parlato in un articolo e i Menaechmi basata sullo scambio d’identità fra gemelli.

L’altro grande autore di commedie nell’antica Roma è Terenzio, che di differenzia molto da Plauto che è solito usare una comicità popolare e volgare. La commedia di Terenzio è invece caratterizzata da una maggiore caratterizzazione psicologica dei personaggi e una eleganza d’espressione.
Il commediografo nelle sue opere una costruzione di intreccio più riuscita rispetto a quella di Plauto, i suoi personaggi sono meno caricaturali e più corrispondenti alla realtà.

Era uno stile più sofisticato e colto, rispetto a quelle più popolari e popolane di Plauto, così che la sua opera La suocera vide il pubblico abbandonare il teatro ben due volte durante la rappresentazione della commedia. Lo stile più elegante di Terenzio sarà utile per insegnare latino ai giovani.

Noemi Spasari

Lucca Film Festival e Europa Cinema 2021 si terrà dal 1 al 10 ottobre

Sarà un festival immersivo quello del Lucca Film Festival e Europa Cinema edizione 2021 che si terrà dal 1° al 10 ottobre a Lucca, uno degli eventi di punta del panorama culturale toscano, realizzato grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio.
Un festival diffuso in forma ibrida, con un programma ricco di proiezioni, incontri digitali ed eventi dal vivo come Effetto Cinema Notte, che negli anni ha coinvolto la città con programmi performativi unici e originali, rispettando le norme di sicurezza e con modalità che saranno comunicate a settembre.


Tra gli omaggi proposti del festival quello a Nino Manfredi nei 100 anni della sua nascita con una selezione dei suoi film, una mostra dedicata e ospiti del suo “cinema”. Manfredi con oltre cento film per il cinema, una quarantina di partecipazioni televisive, tre regie, dodici sceneggiature e tanto teatro, ha vestito gli indimenticabili panni di Geppetto, del venditore abusivo sui treni, del barista di Ceccano, emigrante, commissario, sottoproletario. “Questo e molto di più è stato Saturnino Manfredi – dicono gli organizzatori del festival – in arte Nino, un attore poliedrico che ci ha lasciato una ricchissima eredità di interpretazioni magistrali”.
“Un’edizione che non possiamo non dedicare a Marcello Petrozziello, coordinatore dell’Ufficio Stampa e relazioni esterne della Fondazione scomparso in questi giorni – ha detto Marcello Bertocchini, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca – che tanto amava il cinema italiano e l’omaggio a Nino Manfredi è simbolo di ripartenza, attore poliedrico che ha raccontato l’Italia popolare in tutto il suo splendore, i suoi drammi e le sue rivincite”.


La “crossmedialità” che caratterizza il festival porta il pubblico nel mondo virtuale con una proposta unica in Italia: la prima edizione di Every Screen tv, un contest cinematografico all’interno della piattaforma di streaming Twitch, nata per la trasmissione di videogiochi realizzato e promosso insieme alla piattaforma www.multiplayer.it.


Il festival racconterà la carriera delle star internazionali con un omaggio cinematografico (proiezioni) e con la tradizionale masterclass, momento unico che mette in relazione il pubblico con le star presenti. Ad animare il programma i Concorsi internazionali (lungometraggi e cortometraggi), in prima italiana per “scoprire i nuovi talenti del cinema” di cui sono aperte le iscrizioni. I film selezionati per il concorso lungometraggi saranno 12 e competeranno per l’assegnazione di tre premi (Miglior lungometraggio dalle giurie internazionali – 3000 mila euro; studentesca e popolare sia dal vivo sia on line) e la storica competizione dei cortometraggi alla sua sedicesima edizione offre un premio in denaro per l’opera vincitrice del valore di 500 euro. In programma poi le Anteprime fuori concorso (film per il grande pubblico – accompagnati dai protagonisti – che

usciranno poi nei cinema d’Italia); la sezione Arte con mostre a tema e gli eventi performativi con Effetto Cinema Notte, la sezione che animerà il tappeto rosso durante il festival. Nel ricco cartellone anche la sezione Educational dedicato alle scuole, grazie al Bando del MIUR “Cinema per la Scuola – Buone Pratiche, Rassegne e Festival” con nuovi progetti che sapranno coinvolgere le classi del territorio in un calendario predisposto ad hoc con eventi in web conferencing e in presenza che vedrà non solo la proiezione di film ma anche presentazioni e masterclass ad opera degli ospiti del Festival.

Tra le collaborazioni sinergiche sul territorio quella con Lucca 48, un festival cinematografico dove i partecipanti saranno tenuti a realizzare un cortometraggio in 48 ore e i vincitori proiettati al festival l’ultimo giorno e la sesta edizione di Over The Real, il festival Internazionale di videoarte, che presenta le più significative linee di ricerca emerse negli ultimi anni nel panorama internazionale delle arti audiovisive.

Lucca Film Festival e Europa Cinema
Il Lucca Film Festival e Europa Cinema, presieduto da Nicola Borrelli, negli anni ha omaggiato i grandi nomi del cinema internazionale da Oliver Stone a David Lynch, da Rutger Hauer a George Romero, da Paolo Sorrentino a Willem Dafoe. E’ uno degli eventi di punta del panorama culturale toscano, realizzato grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio. Banca Generali Private Wealth Management (Paolo Tacchi) e Banca Pictet sono i Main Sponsor della manifestazione e le mostre sono prodotte con il sostegno di Societe Generale. Il festival si avvale inoltre del supporto di Fondazione Banca del Monte di Lucca, Sofidel, Audi Center Terigi, Martinelli Luce, Fabio Perini S.p.A, Garinucci Napoli, Wella, Il Ciocco S.p.A, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Ministero dell’Istruzione, Ministero dell’Università e della Ricerca, Regione Toscana, Fondazione Sistema Toscana, The lands of Giacomo Puccini, Comune di Lucca, Comune di Viareggio e della collaborazione e co produzione di Provincia di Lucca, Robert F. Kennedy Human Rights Italia, Teatro del Giglio di Lucca, Fondazione Giacomo Puccini e Puccini Museum – Casa Natale, Fondazione Carlo Ludovico Ragghianti, Università degli Studi di Firenze, Accademia di Belle Arti di Carrara, CNA Cinema e Audiovisivo Toscana, Istituto Luigi Boccherini e Liceo Artistico Musicale e Coreutico Augusto Passaglia. Si ringraziano anche Federazione Italiana Teatro Amatori (FITA), A.C.S.I. Associazione Centri Sportivi Italiani, Lucca Comics & Games, la Direzione Regionale di Trenitalia, Unicoop Firenze, Confcommercio delle Province di Lucca e Massa Carrara, il Corso di Laurea in Discipline dello Spettacolo e della Comunicazione del Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa e Photolux Festival per la collaborazione.


Main partner dell’evento è MyMovies.it
Media partner del festival: Movieplayer.it e Badtaste.it

Nellie Bly, una giornalista da record

Il mestiere del giornalista è spesso “maltrattato”, di storia del giornalismo si conosce poco o nulla nella cultura media comune, così ho pensato di sfruttare il mio piccolo spazio per parlarne un po’.

Oggi vi parlo della prima donna che si è dedicata al giornalismo investigativo, nonché creatrice del genere del giornalismo “sotto copertura”: Nellie Bly.

Ma il suo conto dei record non finisce qui: godeva di una personalità tenace e caparbia, e decise di emulare il fantomatico viaggio di Phileas Fogg (protagonista del romanzo di Jules Verne Il giro del mondo in 80 giorni), riuscendo non senza difficoltà a completare il viaggio in 72 giorni.
Inoltre, Nellie Bly fu la prima donna a viaggiare attorno al mondo senza essere accompagnata da uomini divenendo così un modello per l’emancipazione femminile.

Facciamo un passo indietro: Elizabeth Jane Cochran (Burrell, 5 maggio 1864 – New York, 27 gennaio 1922), conosciuta al mondo come Nellie Bly, è stata una giornalista statunitense. Tredicesima di quindici figli, dopo la morte del padre, si ritrova in una situazione finanziaria precaria.
Siamo nella seconda metà dell’Ottocento e Elizabeth, studia con l’obiettivo di diventare maestra, scelta quasi obbligata essendo una delle poche professioni aperte alle donne.

Non riuscendo a pagare la retta, inizia a cercare dei piccoli lavori adatti alla sua età, quando finalmente arriva la svolta: inizia a lavorare per un giornale, il Pittsburgh Dispatch usando un nome d’arte, Nellie Bly.

La sua era una personalità irrefrenabile, basti pensare a come ha iniziato questo lavoro come giornalista.
Nel 1885 era uscito sul Pittsburgh Dispatch un articolo di Erasmus Wilson intitolato A cosa servono le ragazze (What Girls Are Good For), in cui scriveva che le donne appartengono alla sfera domestica e il loro compito era cucire, cucinare e crescere i bambini e che lavorare per loro era un’idea abominevole.
Al giornale ovviamente arrivano lettere di protesta fra cui una firmata da una “little orphan girl” e convinto che sia scritta da un uomo, il direttore del giornale, George Madden, pubblica un annuncio proponendogli un lavoro. Alla sua porta si presenta una ventunenne Elizabeth Cochran, che da lì diventerà Nellie Bly.

Ovviamente lavorare come giornalista a quei tempi era sconveniente per una donna (come quasi tutto), soprattutto se questa donna usa il suo ruolo per raccontare storie di ingiustizie come lavoratrici sfruttate, lavoro minorile, salari e mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro. Come se non bastasse decide di intervistare tutte le donne che avevano divorziato.

Non sarà però al Dispatch che incontrerà la vera fama. Fu infatti assunta al New York World diretto da Joseph Pulitzer (sì, quello del premio) e lì Nellie si propose per condurre una inchiesta sulle condizioni presenti nel reparto femminile dell’ospedale psichiatrico New York City Mental Health Hospital sull’isola Roosevelt. Sarà una delle più grandi inchieste della sua vita. La Bly si finge mentalmente disturbata per farsi ricoverare nel manicomio femminile di Blackwell’s Island. Su questa esperienza scrisse un libro Dieci giorni in Manicomio in cui raccontò soprusi e violenze a cui erano sottoposte le donne internate, definendolo una trappola umana per topi. “È facile entrare ma, una volta lì, è impossibile uscire“.

L’inchiesta destò grande scalpore, tanto che furono presi provvedimenti e vennero aumentate le sovvenzioni per migliorare le condizioni delle pazienti. Così questa nuova forma di giornalismo in incognito, iniziò a diffondersi anche grazie a lei, che divenne un modello di riferimento.

Si fa arrestare per raccontare le condizioni delle detenute e trova il modo per mostrare le storie delle donne che lavorano nelle fabbriche ridotte a schiavitù. Nellie non si limita al racconto, ma nei suoi scritti unisce la sua personalità alle sue emozioni.

Nel 1895 sposò il milionario Robert Seaman e lasciò il giornalismo, e dopo la morte del marito (nel 1904) si dedicò alla gestione delle sue aziende. Ma quando si nasce con un talento non sempre ci si riesce ad adattare ad altro e, gravata dai debiti, dovette dichiarare bancarotta nel 1914. E proprio in quell’anno scoppiò la prima guerra mondiale e una penna come quella di Nellie Bly non poteva star ferma troppo a lungo. Decise allora di tornare al giornalismo, si trasferì in Europa lavorando come inviata per il New York Evening Journal aggiungendo così tra i suoi primati anche quello di primo corrispondente di guerra donna.

Ritornata negli Stati Uniti cinque anni più tardi, continuò a scrivere e a mobilitarsi per vedove e orfani, continuando a scrivere articoli di cronaca e parlando al congresso delle suffragette.

Muore all’età di 57 anni, il 27 gennaio 1922,di polmonite al St. Mark’s Hospital di New York.

Noemi Spasari

Auguste Renoir: le sperimentazioni artistiche

Un po’ di gioia e ottimismo fanno sempre bene, in questo periodo ancora di più. Così oggi ho pensato di parlarvi di un artista che di energia e gioia di vivere ne aveva in abbondanza, Pierre-Auguste Renoir. Le sue opere sono il riflesso della vita bohemien di fine Ottocento, pervasa da quella gioia di vivere, povertà e amore per l’arte.

Pierre-Auguste Renoir, La Bohémienne

Il pittore francese nasce il 25 febbraio 1841 a Limogesè. La sua formazione artistica inizia nel 1862 frequentando i corsi all’Ecole de Dessin et des Arts Dècoratifs, diretta dallo scultore Callouette. Qui conosce Claude Monet, Bazille e Sisley a cui si lega molto per via di affinità poetiche ed elettive. Bazille presenterà ai compagni Cézanne e Pissarro, dando così vita al nucleo fondamentale del movimento impressionista.

Il gruppo di pittori si distacca dalla tradizione del tempo che era legata al concetto di pittura al chiuso, dentro uno studio, anche quando si trattava di rappresentare un paesaggio, scegliendo dipingere direttamente la natura all’esterno, un metodo poi denominato appunto “en plein air“.

Auguste Renoir, The Painter Le Coeur Hunting in the Forest of Fontainebleau

Tramite un uso nuovo e libero del colore l’artista cerca di suggerirci non solo il senso del movimento, ma addirittura lo stato d’animo collettivo. Forma e colore diventano così un tutt’uno.

La data di nascita dell’impressionismo è generalmente considerata il 15 aprile del 1874, giorno in cui questo gruppo di pittori espose le loro opere nella mostra allestita presso la galleria del fotografo Nadar a Parigi, dando vita a uno scandalo generale.

Pierre-Auguste Renoir, Bal au moulin de la Galette, 1876,

Tra il 1881 e il 1882 Renoir fa un viaggio in Italia, come sognava da lungo tempo, per studiare dal vivo la pittura rinascimentale e così l’incontro con i Maestri italiani avrà un’influenza enorme sul pittore, che si allontanerà dallo stile degli impressionisti. Seguirà così l’intima esigenza di studiare le forme, così da farle apparire modellate, scultoree.

La colazione dei canottieri (Le déjeuner des canotiers) 

In questo periodo Renoir è tormentato da un sentimento di insufficienza, pensando di non saper “né dipingere, né disegnare” (pensate un po’), così Renoir si concentra sulla qualità del disegno. Il pittore comincia a guardare alla vita borghese parigina abolendo i contorni delle forme, i chiaroscuri e approfondendo gli effetti della luce.

Intorno all’inizio del Novecento le sue condizioni di salute vanno peggiorando così come l’artrite alle mani. Renoir continuò a dipingere anche quando, ormai vecchio e colpito da artrite reumatoide fu costretto su un sedia a rotelle. Per realizzare il suo ultimo capolavoro, Le bagnanti (1919), si fece legare il pennello al polso così che non gli cadesse dalla mano ormai malferma. Si spegne il 3 dicembre 1919.

Pierre-Auguste Renoir, Le bagnanti, 1918-1919

Noemi Spasari