Un’estate da scavo: la vera vita di Indiana Jones

Quando si parla di archeologi la prima immagine che viene in mente è sicuramente Idiana Jones con cappello e frusta che picchia i nazisti e salva oggetti preziosi! E da vera archeologa devo ammettere la mia debolezza per la saga interpretata da Harrison Ford.

Indiana Jones

Ebbene la realtà non è esattamente così! Ci sono sicuramente avventure, ma la vita da scavo è un po’ diversa da quella di Indy!

Da archeologa specializzata nell’Asia sud-occidentale, lavoro spesso in scavi in Turchia. Le campagne di scavo sono lunghe, si parla di 2 mesi (8 settimane!) di scavo. In questo periodo si forma una sorta di bolla con i colleghi. Si vive 24h/24h con le stesse persone con cui si lavora in poco più di 100mq! A volte la situazione diventa insostenibile, dopo varie missioni ho capito che la 5° settimana è la più dura, è quella dove vuoi uccidere tutti e non sopporti più nessuno, faresti di tutto per stare da sola anche mezz’ora, ma passato lo scoglio è tutta in discesa!

Ovviamente ogni scavo ha i suoi ritmi. Lavorando in Turchia, dove le temperature a luglio toccano i 37/38 gradi Celsius bisogna iniziare a scavare molto presto, intorno alle 5.30 del mattino.  Questo significa che la sveglia è alle 4.30, per avere il tempo di fare colazione e svegliarsi per bene prima di andare sullo scavo.

Per fortuna, iniziando così presto, abbiamo una seconda colazione intorno alle 8.30 e una pausa intorno alle 11, per finire di scavare verso le 13.30.

Sullo scavo

A questo punto si ritorna a casa ma il lavoro della giornata non è finito. C’è la documentazione di scavo da rivedere e completare e da classificare i reperti. Il lavoro riprende verso le 16 e finisce per le 19.30. Poi tutti a cena e a rilassarsi fino a che non si crolla dal sonno!

Uno dei vantaggi di questo sistema è che le case scavo hanno cuochi locali e quindi si ha la possibilità di assaggiare la cucina tipica del posto in cui si vive.

Altre volte si è invitati a casa degli operai per colazione, oppure si può assaggiare il pane appena cotto e una limonata rinfrescante che un vicino o un operaio porta sullo scavo.

Fotografando i reperti

Le settimane sono scandite da questi orari, ma non mancano dei giorni liberi e delle mini-vacanze per esplorare le città e le regioni vicine.

Io e delle mie amiche abbiamo spesso noleggiato una macchina per visitare città e siti archeologici turchi.

Queste gite hanno dato vita a numerose avventure: una volta non avevamo Google Maps o internet e abbiamo dovuto chiedere aiuto ai locali: facile! Dopo 5 semafori, gira a destra!

Perse in una cava mentre cercavamo un sito archeologico

Altre volte google ci ha fatto prendere stradine secondarie, facendoci perdere in campagne e piccolissimi villaggi, altre volte ci ha fatto finire in vicoli strettissimi!

Durante i giorni liberi si organizzano spesso delle piccole feste, con musica e balli e grigliate! Sono dei momenti molto belli, che aiutano a stringere amicizie che dureranno nel tempo.

Insomma la vita da archeologo in missione non è paragonabile a quella di Indiana Jones e i Predatori dell’Arca Perduta. Se qualcuno dovesse chiedermi delle parole che associo ai mesi di scavo, mi vengono in mente sonno e caldo, ma anche emozione e felicità per quando si trovano nuove strutture e per quando la terra fa riemergere scorci di vita passata e azioni di gente ormai dimenticata da millenni. Credo sia quest’ultimo aspetto che mi fa emozionare di più: la possibilità di dar voce a persone dimenticate, riscoprire attimi di vita scomparsi e capire aspetti e comportamenti di società antiche che possono aiutarci a. comprendere meglio il futuro che ci aspetta! 

Il team (gli amici) di scavo

Mia Montesanto

Gli Etruschi, quel popolo non tanto misterioso

Non dimenticherò mai la mia prima lezione di Etruscologia. Un gruppetto di studentelli del secondo anno a cui viene impartito un severissimo monito: non badate a quelli che in televisione fanno servizi acchiappa-pubblico sul “mistero degli Etruschi”, perché noi questo popolo lo conosciamo e impariamo a conoscerlo sempre meglio. Però ci dissero anche che potevamo fidarci di quello che dice “il figliolo di Piero Angela” e questo non ha fatto che confermare i miei sentimenti dichiarati di amore eterno per l’Alberto nazionale.

La ritualità religiosa è uno dei campi di cui siamo meglio informati della cultura etrusca, sia grazie alle notizie delle fonti antiche sia grazie all’archeologia. Particolarmente affascinante per me è la concezione etrusca dell’aldilà e le sue manifestazioni. Chi non ha mai visto anche solo un’immagine delle meravigliose tombe dipinte di Tarquinia e Cerveteri? Tra l’altro insieme queste due necropoli sono state dichiarate Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO nel 2004…e scusate se è poco!

Tomba dei rilievi – Cerveteri | foto di Tanya Spasari

Fin dalle epoche più antiche (magari in un prossimo articolo vi parlerò anche dell’origine degli Etruschi), dalla fase detta villanoviana, i defunti erano accompagnati da quello che si chiama in gergo “corredo funerario”. Si tratta di oggetti appartenuti in vita al defunto o anche creati appositamente per l’occasione e usati, ad esempio, nella cerimonia funebre, che però il caro estinto porterà sempre con se…almeno finché non arriveranno gli archeologi.

Corredo funebre | foto di Tanya Spasari

Questo corredo è importante perché ci dà informazioni sulla persona che accompagna, sul sesso, sulla classe sociale, sulle sue abituali attività. Perdonatemi il cliché ma, solitamente, le armi indicano che si tratta di un uomo, con le dovute eccezioni, così come oggetti legati al mondo della tessitura indicano una donna, vasi decorati e oggetti in metallo prezioso raccontano l’appartenenza a un ceto ricco.

Corredo funebre | foto di Tanya Spasari

Ma non è tutto, gli Etruschi, con il passare del tempo iniziarono a seppellire i loro morti in tombe dette “a camera”, scavate nella roccia o costruite. Provate a pensare a quanti e quali indizi ci possono essere in una tomba a camera riguardo la vita della persona che ospita; chiaramente più sono le possibilità economiche della famiglia a cui appartiene, più sarà grande, decorata, piena di oggetti e più informazioni potremo trarne noi.

Purtroppo molto poco si sa dei rituali funebri dei ceti più bassi, anche se l’archeologia non manca di stupirci e quindi mai dire mai…

Le tombe a camera erano spesso costruite come se fossero una vera e propria “casa” per il defunto di alto rango: avevano una o più stanze, letti, mobilio, suppellettili e pareti decorate. Per noi rappresentano la possibilità intravedere il passato perduto, le fattezze interne di un’abitazione etrusca, con i suoi tavolini, poltrone, arredi, come nel caso della Tomba delle Sedie e degli Scudi e della Tomba dei Rilievi (vedi foto sopra), due delle più famose attestazioni di Cerveteri o, per meglio usare il nome latino, Caere, che in etrusco probabilmente era Cisra. Allo stesso modo la struttura delle necropoli era pensata come una vera e propria città dei morti, con strade principali, vie secondarie e piazze.

Ma dalle tombe apprendiamo anche usi e costumi, come viveva la classe sociale più agiata i suoi momenti di svago, ad esempio il banchetto della “Tomba Maggi” e della Tomba degli Scudi di Tarquinia, che ci riporta addirittura il nome della famiglia a cui appartiene, la Gens Velcha. Wow, quanto è incredibile pensare di poter chiamare per nome una famiglia vissuta almeno 2300 anni fa?

Tomba Maggi

Un’altra rappresentazione di un momento legato al banchetto è uno dei pezzi in assoluto più famosi del mondo etrusco: il sarcofago degli sposi, proveniente dalla necropoli della Banditaccia di Cerveteri e conservato al Museo di Villa Giulia a Roma (se non ci siete mai andati, è il momento per recuperare). l’opera rappresenta una coppia distesa su un letto (kline) nella classica posizione sdraiata su un fianco da banchetto, che gli etruschi prendono dai greci e assumono come connotazione di rango sociale elevato. Questo prezioso ritrovamento ci conferma che la donna partecipava insieme al marito al banchetto, una assoluta eccezione nel mondo antico (abbiamo scritto un articolo sul tema della donna qualche tempo fa, se vi va andatelo a leggere).

 https://www.museoetru.it/opere/sarcofago-degli-sposi

Sappiamo anche dei riti che venivano compiuti in onore dei morti, per accompagnare il loro passaggio all’aldilà: c’erano giochi, come vediamo nella Tomba della Scimmia di Chiusi, in cui possiamo vedere corse di carri, gare di lotta, musici e forse anche un gioco simile al polo, tutto in onore della defunta che guarda la scena da sotto un parasole. Ma naturalmente ci dovevano essere anche momenti di compianto e di sacrificio rituale, magari anche con un richiamo agli antenati. Spesso troviamo anche delle figure spaventose, come ad esempio la dea del fato Vanth e il demone Charun, soprattutto quando è rappresentato il viaggio verso gli inferi. Li vediamo nella Tomba François di Vulci in cui si può vedere una scena classica del mito greco, cioè il sacrificio dei prigionieri troiani in occasione dei funerali di Patroclo. Questa rappresentazione ci dà molti indizi importanti, non da ultima l’influenza greca che nel IV secolo a.C. era diventata veramente importante nel mondo etrusco.

La concezione dell’aldilà era come una seconda vita, un vero regno verso cui si doveva andare, come dimostra la presenza di porte in alcune tombe affrescate, come quella degli Auguri di Tarquinia. Però questo luogo e questa seconda vita non erano viste come il Paradiso dei Cristiani, era un luogo triste, in cui vivevano anche quelle terribili creature soprannaturali. Anche per questo motivo chi se lo poteva permettere cercava di arredare e riempire la tomba con oggetti preziosi e bei dipinti, per cercare di rendere più piacevole la nuova triste “vita” nel regno dei morti.

Tumulo Necropoli della Banditaccia – Cerveteri | foto di Tanya Spasari

È notevole che per gli etruschi non esistesse il concetto di assegnazione a un regno più o meno felice in base ai meriti o demeriti ottenuti nella vita. Ancora più notevole è come nelle tombe e nel modo di considerare la morte si rifletta una sorta di consapevolezza del destino a cui andava incontro la società. Infatti, diciamo intorno al III secolo a.C., quando la potenza di Roma andava sempre più a costituire un rischio per le città etrusche che di lì a poco sarebbero tutte state sconfitte e inglobate nel territorio di Roma, anche le pitture sulle tombe iniziarono ad assumere toni sempre più truci e i demoni divennero semre più presenti. Tra questi spicca la figura di Tuchulcha, mostro con orecchie d’asino, muso d’avvoltoio e capelli di serpente, che era quello che i morti per primi vedevano all’ingresso nell’aldilà…che accoglienza, poveretti!

In conclusione, tanto è ancora da studiare e da imparare sul mondo etrusco, il che è una costante dell’archeologia, il non poter mai mettere un punto alle conoscenze e alle scoperte, ed è anche il suo bello.

Però le città dei morti, le grandi camere sepolcrali, tanto ci hanno detto e continuano a dirci. E gli archeologi lavorano in un’eterna lotta contro il tempo che deteriora le evidenze e contro i tombaroli, che da secoli sono la piaga delle necropoli etrusche. Questi, attratti dai grandi tesori che possono trovare all’interno compiono un vero attentato alla conoscenza della storia, perchè ogni reperto trafugato, ogni contesto violato, equivale a perdere un pezzettino unico e introvabile altrove di storia di un popolo.

Parlare di tombe o di necropoli per gli archeologi è quindi molto diverso che nella vita di tutti i giorni. Un cimitero non è un luogo di compianto, certo è un luogo di rispetto, ma anche di studio e di ricerca, da cui possiamo imparare tanto.

Tanya Spasari

Dalla Mesopotamia alla Grecia: miti e leggende

Non so voi, ma io sono sempre stata affascinata da miti e leggende. Da piccola avevo una versione a fumetti dell’Iliade e dell’Odissea che ho praticamente consumato; non vi dico poi la fine fatta dalle videocassette di “Hercules” e “Troy” (sì, lo so! Ma l’archeologia è venuta dopo!).

Oggi quasi tutti siamo abbastanza ferrati sui miti greci e leggende bibliche, e recentemente anche sulle leggende nordiche anche grazie a serie tv e film come “Vikings” e “Avengers”. Sapete però che alcuni miti e topoi letterari greci e biblici hanno in realtà origine in Anatolia (Turchia centrale) e in Mesopotamia?

Tutti conosciamo la storia di Mosè abbandonato in una cesta (e se non la conoscete, consiglio la visione del film “Il Principe d’Egitto”). Ma lo sapevate che questa storia ricalca leggende Mesopotamiche e Anatoliche?

Testa in bronzo attribuita a Sargon di AkkadMuseo nazionale di Baghdad – Wiki Commons

Sargon, nella storia mesopotamica, è quasi una leggenda. Fu re di Akkad nel III millennio a.e.c. e il primo re a unire i territori sumeri (per intenderci, la bassa Mesopotamia). La leggenda narra che sua madre lo concepì in segreto, lo mise in una cesta di giunchi e bitume e lo affidò al fiume Eufrate. La cesta venne raccolta da Akki che salvò Sargon e lo allevò come suo figlio, facendolo diventare un giardiniere. Solo dopo, grazie all’aiuto della dea Ishtar, riuscì a sconfiggere il re di Uruk e a diventare re.

Se Sargon è quasi una leggenda che venne raccontata fino al I millennio a.e.c., meno conosciuta è la storia della Regina di Kaneš, in Anatolia centrale. La leggenda è uno dei miti di fondazione degli ittiti. Per essere brevi, gli ittiti erano una popolazione che ha abitato la Turchia centrale tra II e I millennio a.e.c. (se vi interessa, ve ne parlerò prossimamente).

La leggenda narra che la regina partorì 30 figli maschi e, sconvolta dall’evento, li mise in una cesta e li affido al fiume Kızılırmak. Seguendo il fiume, arrivarono nella città di Zalpa, sul Mar Nero e vennero cresciuti dagli dei. La regina, in seguito, partorì 30 figlie che decise di tenere. Quando, ormai grandi, i suoi figli ritornarono a Kaneš, non li riconobbe e decise quindi di farli sposare con le sue 30 figlie, commettendo un incesto e incorrendo nella rabbia gli dei che distrussero per punizione le città di Kaneš e Zalpa. Con molta probabilità, la storia della Regina di Kaneš ispirò il mito delle Danaidi e l’origine dei Danai, uno dei nomi che indica gli antichi greci.

Questo mito non è l’unico ad essere arrivato in Grecia dall’oriente. I contatti tra Anatolia e Grecia e tra Ittiti (popolo che ha abitato gran parte della Turchia tra II e I millennio a.e.c.) e Greci sono numerosi. Ad esempio, Zeus, divinità principale del pantheon greco e “signore dei fulmini”, altro non è che un riadattamento di Teshub, il potente dio della Tempesta ittita.

Foto mia scattata al Museo Archeologico di Hatay

Molti di noi conoscono la Teogonia di Esiodo, che narra la nascita del mondo e degli dei. Da Chaos e Gaia nasce Urano, da Urano nasce Kronos che genera Zeus. Il dio evira suo padre Kronos e sconfigge i Titani diventando il capo delle divinità (guardate “Hercules”!). Questa storia è probabilmente influenzata dalla leggenda ittita della Regalità celeste. Questa leggenda, arrivata a noi tramite una serie di tavolette in argilla cruda, è frammentaria. A grandi linee racconta di come Alalu, il primo re degli dei, venne spodestato dal suo coppiere Anu e si rifugiò sotto terra. Anu, a sua volta, venne spodestato da Kumarbi, discendente di Alalu. Kumarbi evira Anu ma ne inghiotte lo sperma e da alla luce diverse divinità, tra cui il dio della Tempesta che poi spodesterà Kumarbi e diventerà una sorta di re degli dei.

Kumarbi – Wiki Commons

Le analogie con la Teogonia di Esiodo sono chiare, dalla sequenza Alalu-Anu-Kumarbi/Urano-Kronos-Zeus, all’episodio dell’evirazione del dio del cielo (Anu/Urano).
Non sono state solo le leggende ittite a influenzare le storie greche, ma anche eventi storici. Tutti conosciamo l’Iliade e il destino di Troia e dei suoi abitanti (se non conoscete la storia, consiglio, ahimè, la visione di “Troy” e di “Troy. La caduta di Troia”. Attenzione: leggete prima l’articolo di Tanya).

Troia è veramente esistita e si trova vicino la moderna Çanakkale, è stata una città contemporanea alle città e regni micenei (Micene, Tirinto, Pylos) e anche all’impero ittita. Tra i trattati rinvenuti tra i re ittiti e le coalizioni e i regni vicini ce n’è uno stipulato tra il re ittita Muwatalli II (1320-1272 a.e.c.), quello della famosa battaglia di Qadesh, e Alaksandu, re di Wilusa per formare un’alleanza contro Ahhiyawa (i regni micenei). Dal trattato si capisce che Wilusa doveva trovarsi a ovest della capitale ittita situata in Turchia centrale, quindi tra il Mar Egeo e la Grecia, e alcuni studiosi pensano che il nome Wilusa possa essere collegato al greco Ilios e il nome Alaksandu ad Alessandro Paride (Alessandro era il nome datogli da Priamo ed Ecuba).

Ovviamente i contatti tra Greci e Anatolia e Mesopotamia, occidente e oriente, non si limitano solo ai miti e alle leggende, ma questo ci aiuta a capire come alcuni aspetti delle civiltà orientali siano arrivati fino ai nostri giorni e si siano integrati nella nostra cultura.

Mia Montesanto

Provaci ancora Hollywood!

Dato che pochi giorni fa ci sono state le premiazioni della notte degli Oscar, abbiamo voluto trattare dell’argomento film, naturalmente ambientanti nel mondo antico, anche in questo nostro spazio dedicato all’archeologia.

Non so voi ma io, quando sento parlare del prossimo arrivo di una grande produzione cinematografica a tema storico, provo sempre sentimenti molto contrastanti. Da una parte attendo con trepidazione di vedere le meraviglie che la tecnologia moderna può fare in quanto a ricostruzioni di paesaggi e monumenti perduti, ambientazioni, costumi, battaglie… dall’altra, beh, vengo pervasa da un certo brivido lungo la schiena al pensiero di vedere un altro orologio spuntare al braccio di un qualche togato.

Mi domando perché in questi colossal multimilionari, non si possa mettere in budget uno storico decente o un archeologo, magari anche, addirittura, più di uno, e ascoltare quello che suggeriscono! Non dico che sia tutto brutto e cattivo eh, ci sono vari livelli alla mia indignazione. Vediamo insieme alcuni casi esemplari; attenzione, sono presenti spoiler.

Questa mia breve rassegna non ha la pretesa di essere esauriente sull’argomento, naturalmente, ma è solo un modo di porre l’attenzione su alcuni grandi film conosciuti da tutti, a vari livelli di attenzione storica.

Forse in una classifica dei “The worst of”, al peggio del peggio, metterei Troy, sì quello con Brad Pitt. Quanta fatica dei poveri insegnanti che tentano di spiegare l’epica e la letteratura greca mandata in fumo in 162 minuti! Dal punto di vista di una che ha passato lunghi anni della sua vita a studiare Omero in greco, non salvo praticamente niente, forse solo la scelta degli attori.

Fare la lista degli orrori occuperebbe tutta la giornata a voi e a me, ma vi cito solo alcune delle cose che mi hanno fatto sobbalzare dalla sedia: Menelao viene ucciso da Ettore. What? Questo non solo non succede, ma mi sballa tutta la trama di questa e di molte altre opere successive, perchè cari miei sceneggiatori, Menelao non solo è sano e salvo, ma si riporta pure a casa la moglie fedifraga, Elena!

Ma andiamo avanti: non ci sono Dei. Cosa? Mentre lo guardavo pensavo “adesso spunta Atena”, “ecco Afrodite”. Ma niente, non sono arrivate. Delusione maxima. Peccato, gli dèi sono solo il filo conduttore dell’intera trama, sono loro che in realtà scatenano questa guerra, sono loro che ne determinano le sorti, ma qui li hanno ritenuti particolari irrilevanti. Achille sarà invulnerabile per scie chimiche, alieni o roba simile, mica per essere stato immerso nello Stige dalla madre, ehm, una dea. Già…

Sugli attori, come dicevo, hanno fatto le scelte giuste, perché Achille-Pitt ci sta bene, biondo era biondo, fisicato era fisicato; così anche Ettore, Eric Bana, tutt’altra immagine ma adeguata secondo me a rendere l’idea di un valoroso principe troiano, grande guerriero; non proprio come suo fratello Paride, Orlando Bloom, che non è proprio un macho, e va bene perché non è un guerriero possente, di quelli ritenuti di valore nel mondo greco, bensì un arciere, strumento considerato “vile”, perché attacca da lontano e non affronta il nemico corpo a corpo; Menelao e Agamennone resi bene da bruti, quali erano, approvo; e amo e adoro Sean Bean, Odisseo; Elena, bellissima, bionda, che le devi dire?

In uno dei prossimi articoli la mia collega Mia parlerà in modo più puntuale di riadattamenti cinematografici o televisivi della vicenda di Troia, ovviamente con il suo occhio orientalista! Sarà molto interessante guardare la stessa cosa ma da un punto di vista diverso da quello “greco”, quindi, stay tuned!

Devo quasi per forza citare Alexander, facile intuirne il protagonista, uno dei miei grandi amori: alla domanda sull’uomo dei sogni, le altre ragazzine di fine anni ’90 rispondevano Johnny Depp o Nick Carter, io dicevo Alessandro Magno! Definito dal suo stesso regista Oliver Stone “film storico”, ma sarà vero? Diciamo che gli americani non l’hanno molto apprezzato e questo forse è già un buon segno! A parte papiri e pergamene con testi in latino o addirittura in inglese (ma seriamente?) e i chiari problemi nella realizzazione dei costumi, oserei affermare che tutti questi uomini biondi e con gli occhi azzurri non sono verosimili in Grecia e Vicino Oriente… tralascio il terribile tentativo di replicare in inglese un accento straniero, che non so se fosse greco, ma so che infastidirà anche voi, se guarderete il film in lingua originale.

Concludo con il tocco di classe, la citazione dell’Eneide all’inizio del film “la fortuna aiuta gli audaci“, una chicca proprio… Se pensavano di aver avuto una buona idea, mi dispiace deluderli ma non è così: Virgilio, nacque circa tre secoli dopo il nostro Alessandro. Anche qui, bastava chiedere a uno studente del liceo classico per far di meglio. Mi chiedo se sapessero da dove è tratta quella citazione…

Ma in questa brevissima rassegna non posso esimermi dal citare Il Gladiatore. Voglio premettere che ho versato tutte le mie lacrime per Massimo Decimo Meridio e che da dopo quel film, Luca Ward (il doppiatore italiano) potrebbe fare anche una pubblicità del dentifricio e io comunque avrei un fremito. Tuttavia, continuo a chiedermi perché si ostinino a uccidere gente che in realtà non muore affatto! In questo caso il buon Marco Aurelio, che non è stato ucciso dal figlio Commodo, ma – caso raro tra quelli come lui- muore di malattia.

Probabilmente questo gesto aggiunge crudeltà al già crudele figlio dell’Imperatore ma non è così che sono andate le cose. Cito en passant che il soprannome “Ispanico” si riferisce a una Spagna che come stato non esiste, essendo parte dell’Impero, e che al celeberrimo “Scatenate l’inferno”, direi quale Inferno?

Essendo un concetto cristiano, semmai poteva esserci un riferimento all’Ade. Ah, un occhio attento potrebbe aver notato anche l’utilizzo in alcune scene della balestra, arma inventata nel Medioevo e quindi un po’ anacronistica, così come il velenosissimo serpente corallo, liberato durante una scena di lotta, che però vive in America Centrale, e qua siamo ben prima delle tre caravelle! Ma, tutto sommato, ci posso passare sopra.

Ultimo particolare, il finale: si cercava una chiusura a effetto, anche se l’incontro nell’aldilà con la famiglia per me bastava, ma no, dovevamo avere una bella visione aerea di Roma dal Colosseo e guarda guarda, ecco uno specchio d’acqua proprio alle sue spalle. Ma che cos’è? Se è il Tevere deve essersi spostato parecchio nel corso dei secoli perchè oggi non è proprio lì accanto. Alcuni hanno ipotizzato che si tratti del lago della Domus Aurea, che venne però prosciugato proprio per costruire l’Anfiteatro Flavio… giusto, si chiamava così. Il nome Colosseo deriva da una, appunto, colossale statua dorata di uno dei precedenti imperatori, Nerone, che si trovava in quel luogo e che il costruttore dell’anfiteatro Flavio, Vespasiano, decise di lasciare intatta, modificandone solo i tratti somatici, per rendere più a sua immagine e somiglianza. 

Ultima nota è sul famoso gesto dell’imperatore che può salvare le vite dei gladiatori nell’arena col “pollice all’insù”. In realtà è possibile che il gesto significasse l’esatto opposto di quello che intendiamo noi oggi e con il pollice verso si avesse salva la vita, ma è proprio un dettaglio, che posso assolutamente perdonare.

Questi sono solo i primi tre esempi che mi vengono in mente ma fiumi di inchiostro potrebbero essere versati. Ora, cari produttori hollywoodiani, se vi servisse una mano in futuro, io e tanti miei colleghi laureati in archeologia e in storia siamo sempre a vostra disposizione, costiamo poco e siamo bravi! Chiamateci!

Tanya Spasari

Il Codice di Hammurabi

Una nuova voce per What’s Happening?: si unisce alla rubrica di archeologia Mariacarmela Montesanto, ovvero la mia amica Mia, Phd, esperta in archeologia del “vicino oriente” (alla fine dell’articolo capirete perché ho messo le virgolette).

In questo primo appuntamento con lei approfondiamo il Codice di Hammurabi.

Chi era Hammurabi?
Hammurabi è stato re di Babilonia, e fu uno dei re più importanti della Mesopotamia. Tramite numerose guerre e alleanze matrimoniali riuscì a unificare la Mesopotamia sotto un’unica entità politica per la prima volta nella storia. Nonostante Hammurabi si fosse impegnato per rivoluzionare l’apparato religioso e la società, il suo “impero” fu di breve durata e sopravvisse poco oltre la sua morte.

Hammurabi, per storici e archeologi che studiano la Mesopotamia e il Vicino Oriente* è molto importante perché in base alla datazione del suo regno, si definisce l’intera cronologia dell’area. La datazione dell’inizio del suo regno si basa sull’interpretazione dell’apparizione del pianeta Venere, descritta da una tavoletta. Questa registra delle osservazioni su Venere per circa 21 anni, ma le informazioni sono frammentarie. Gli astronomi e gli storici hanno usato i dati della tavoletta per calcolare l’inizio del regno dei sovrani babilonesi, ma a causa della frammentarietà dei dati e dell’incertezza della datazione hanno proposto tre possibili date per la durata del regno di Hammurabi.

Queste date variano di circa 50 anni e definiscono le tre principali cronologie su cui si basa la storia del Vicino Oriente:

  • 1848-1806 a.C., cronologia lunga;
  • 1792-1750 a.C., cronologia media;
  • 1728-1686 a.C., cronologia corta;

Ad oggi, con l’avanzamento delle ricerche archeologiche e con l’uso diffuso di una tecnica di datazione più scientifica (carbonio 14), si predilige la cronologia media (1792-1750 a.C.).

La tavoletta di Venere di Ammi-Saduqa

Cos’è il codice?
Il codice di Hammurabi è una raccolta di leggi (in tutto 282), suddivisi in capitoli tematici. Il codice è stato riprodotto su molte copie, dalla famosa stele in diorite conservata al Museo del Louvre, a tavolette in argilla. Il codice non è la più antica raccolta di leggi definite della storia, ma è molto importante perché ci permette di vedere uno spaccato dell’organizzazione sociale dell’epoca.

Codice di Hammurabi

Il codice è redatto in caratteri cuneiformi e in lingua akkadica, la lingua usata a Babilonia all’epoca. Il codice presenta un testo semplificato per essere comprensibile da più persone (piccola nota: solo gli scribi e a volte il re sapevano leggere, la maggior parte della popolazione dell’epoca era analfabeta) e in effetti, proprio a causa della sua semplicità, oggi viene usato come testo base per lo studio di questa lingua (io stessa ho studiato akkadico sulle leggi di Hammurabi). Le leggi sono precedute da un prologo, dove Hammurabi si definisce fautore di giustizia e pace di fronte alle divinità, e da un epilogo contenente una serie di maledizioni contro chiunque oserà distruggere il codice espresse davanti a una lunga lista di divinità chiamate a testimoniare. La costruzione delle leggi del codice è di tipo causale: “se si commette un’azione, allora questa è la punizione”.

Il codice è diviso in dieci capitoli tematici che coprono reati contro la legge, regolano il matrimonio e la famiglia e la schiavitù.

Cosa vi è rappresentato?
La copia più famosa del codice di Hammurabi è sicuramente quella in diorite nera conservata al Museo del Louvre a Parigi. Mentre la parte inferiore della stele include il testo in akkadico del codice, la lunetta superiore rappresenta due figure. Le due figure sono Hammurabi, a sinistra, e Shamash, divinità solare legata alla giustizia a destra. Shamash è seduto su un trono, ha dei raggi solari che fuoriescono dalle sue spalle e indossa un copricapo con le corna, simbolo di divinità in tutto il mondo vicino orientale pre-classico.

Codice di Hammurabi, Lunetta – Museo del Louvre

La scena rappresenta Shamash che consegna le leggi del codice ad Hammurabi (come in seguito farà Dio con Mosè) e Hammurabi che accetta i simboli della regalità (il bastone e l’anello) dal dio.

Perché è così importante?
Il codice di Hammurabi è importante soprattutto perché ci permette di ricostruire la società babilonese dell’epoca. Dal codice si riesce a capire che esistevano tre classi sociali: gli uomini liberi, i dipendenti del palazzo (una sorta di dipendenti statali) e gli schiavi.

Il codice si basa sulla “legge del taglione”, meglio semplificata da: occhio per occhio, dente per dente. Questa legge regolava le punizioni e le multe in base al reato commesso e impediva lo svolgersi di vendette private. È una delle prime raccolte di leggi dove si esprimono chiaramente le norme che regolamentavano la società. Una cosa importante da sottolineare è che all’epoca la legge NON era uguale per tutti. Infatti, le punizioni per lo stesso reato variavano in base alla classe sociale di appartenenza.

Qualche curiosità
Il codice di Hammurabi non è stato ritrovato a Babilonia ma a Susa, nell’odierno Iran, nel 1901 dall’archeologo Jaques de Morgan. Il codice venne trasferito da Babilonia a Susa nel 1200 a.C., quando gli Elamiti, un popolo che abitava parte dell’Iran, saccheggiò Babilonia. La rilevanza del codice era così grande che gli Elamiti pensarono bene di non distruggerlo, ma di portarlo nel loro regno. Il codice sopravvisse la morte di Hammurabi e la caduta di Babilonia, era conosciuto in tutto in mondo mesopotamico e influenzò il codice biblico.

Il codice si occupa anche di diritto di famiglia e della condizione della donna. Le donne mesopotamiche, a differenza di quelle greche, erano molto più libere. Potevano ereditare e possedere dei beni. Il codice contiene leggi che regolano l’eredità delle donne in caso di vedovanza, regolano il matrimonio e puniscono alcuni crimini di violenza contro le donne.

Il codice contiene anche una legge che introduce per la prima volta nella storia il minimo salariale.

*In quest’articolo ho usato la dicitura canonica di “Vicino Oriente” e “a.C. (avanti Cristo)”. Credo però che sia più opportuno usare, in una visione storica e archeologica globale, il termine “Asia sud-occidentale” al posto di “Vicino Oriente”, e la dicitura “a.e.c. (avanti era comune)” al posto di “a.C. (avanti Cristo)” per evitare l’uso di locuzioni convenzionali eurocentriche e cristiane in un’ottica di ricerca globale.

Le fotografie, dove non diversamente indicato, sono prese da Wikipedia Commons

Mia Montesanto

A tavola con i romani

Non so voi, ma io quando viaggio amo provare il cibo locale dei posti che visito perché penso che il cibo e il modo in cui viene preparato dica molto di quella popolazione.

Parlando di archeologia e popoli antichi, vi siete mai chiesti come mangiavano, per esempio, i Romani?
Da film e documentari abbiamo sempre la visione di grandi banchetti con uomini sdraiati che bevono vino, ma… cosa stanno mangiando? Quali sono i piatti della loro dieta?

Per prima cosa dobbiamo stravolgere il concetto a cui siamo abituati di “dieta mediterranea” perchè in realtà ha ben poco di mediterraneo e la maggior parte dei suoi alimenti di base provengono da molto lontano. Al tempo dell’impero romano non si conosceva il pomodoro, la patata, il caffè, il cacao, quasi tutti gli agrumi, non si estraeva lo zucchero. Non oso immaginare un mondo in cui non posso bere il mio caffè la mattina appena sveglia!

Nonostante questo i romani, come sempre, se la cavavano bene. Dalla Grecia avevano importato la vite, l’ulivo, il melograno, lo zafferano; dai commerci con l’Asia sono arrivati nel mondo romano il ciliegio, l’albicocco, il pistacchio e altra frutta secca; dall’Africa il melone.

Affreschi con immagini di fichi e melagrane dalla Villa
di Poppea ad Oplontis.
Le foto sono tratte dal profilo Instagram del Parco Archeologico
di Pompei

C’è da dire che gli ingegneri e gli architetti romani sono stati dei geni nella progettazione dei terreni agricoli, strutturati in modo tale da poter essere sfruttati al meglio. Inoltre, avevano ideato dei sistemi di irrigazione fenomenali, i monumentali acquedotti che portavano acqua ai campi e alle città. Erano degli ottimi allevatori: di maiali per la carne (anche loro del maiale non buttavano via niente e riuscivano a impiegare ogni parte per diversi usi), di volatili per le uova, di ovini per i formaggi, di cui erano produttori veramente eccezionali. Allevavano anche pesci e molluschi, i buongustai romani.
Avevano studiato anche dei modi veramente efficaci per la conservazione e trasporto dei cibi, che venivano essiccati, affumicati, immersi in salamoia, e che quindi si diffondevano per tutto il vastissimo impero.

Ma quali erano quindi le loro abitudini alimentari? Non così diverse dalle nostre: 3 pasti al giorno e qualche spuntino! La colazione era a base di pane, formaggio e frutta secca ma non disdegnavano anche qualche biscotto. Il pranzo, appunto da prandium, era un pasto veloce, fatto di cibo freddo, focacce e formaggi, mentre la cena era il pasto principale e, come accade anche oggi, era un momento di incontro con gli altri componenti della famiglia o l’occasione per vedere amici e parenti.

Anche nel mondo romano esistevano pasti che si svolgevano in modo diverso e più sontuoso a seconda delle occasioni: compleanni, ricorrenze speciali quali ad esempio matrimoni e anche funerali. In occasione delle feste religiose si sacrificavano agli dei grandi e piccoli animali e le loro carni venivano poi in parte distribuite tra i partecipanti al rito.
Il pasto condiviso era lento, fatto di antipasti, ricchi secondi e dolci, pieno di chiacchiere e brindisi, un po’ come accade oggi nelle grandi cene con mille parenti al sud Italia! Gli antipasti si componevano di uova, olive, verdure, poi si mangiavano polente, sformati, carne e pesce e infine si concludeva con dolci e frutta, fresca e secca, tutto accompagnato da vino, ovviamente. 

Ciotola contenente resti di uova, proveniente dagli scavi di Pompei e conservata al Museo Nazionale di Napoli
Foto dalla pagina facebook “ArcheoRicette”

Sicuramente la base della dieta era costituita da tre alimenti: il pane di frumento, il vino e l’olio d’oliva. Uno degli assi portanti dell’alimentazione romana era però costituito dai legumi; grande importanza avevano le verdure. In un primo tempo il cereale principale era stato il farro, sostituito dal frumento nel II secolo a.C.: da questo momento prende piede l’uso del pane, realizzato in tante tipologie diverse, con l’aggiunta di semi e aromi, di varie forme e dimensioni.

Qualche mese fa, il magnifico Alberto Angela, diffonde la notizia di un incredibile episodio: nel 2018, durante le riprese per il suo altrettanto magnifico programma di divulgazione, nota nei magazzini del Museo Archeologico di Napoli uno strano reperto. Lo analizzano gli esperti e scoprono che si tratta di una bottiglia di vetro proveniente dagli scavi di Pompei, che conserva resti di olio d’oliva, precisamente l’olio di oliva più antico del mondo! Pensate che emozione!
Dietro, una forma di pane, rinvenuta in uno stato di conservazione talmente perfetto che sembra solo che sia stata dimenticata troppo nel forno…
La foto è tratta dalla pagina facebook di Alberto Angela

Ma sapete cos’altro si faceva con il frumento? La pasta, non secca come la nostra, ma nella forma fresca, che si cuoceva poi probabilmente in brodo o al forno. La pasticceria era molto raffinata, dolci si potevano trovare sia come “cibo da strada” che in casa, ed erano dolcificati con miele e mosto. Salse e spezie accompagnavano le pietanze: uno dei condimenti più famosi della tavola romana era il garum, ricavato da un complesso procedimento di macerazione del pesce con spezie ed erbe aromatiche (vi sfido a non dire che schifo). Il vino doveva essere molto diverso dal nostro: il processo di lavorazione era molto lungo, il mosto veniva cotto con varie sostanze aromatiche e spezie e la consistenza finale un po’ liquorosa; non veniva mai bevuto puro, perchè la gradazione era molto alta, ma veniva servito super annacquato.

I romani, soprattutto quelli di alto rango, non amavano andare a mangiare nelle osterie e nelle taverne (thermopolia o popinae), che consideravano luoghi sporchi e volgari, a meno che non fossero costretti da situazioni di viaggio, oppure erano frequentate da chi non aveva abbastanza spazio in casa propria per un banchetto con molte persone.

Un Termopolio o, se preferite, locanda, dalla Regio V di Pompei. Questo è un caso molto speciale perchè decorato con bellissime immagini di una Nereide a cavallo. Solitamente erano molto più semplici.
La foto è presa dal profilo Instagram del Parco Archeologico di Pompei

Gli scavi archeologici, in particolare quelli di Pompei ed Ercolano, ci hanno dato moltissime informazioni sulla cucina romana: sappiamo che non esistevano i camini per la cottura, che avveniva su bracieri o focolari, di varie forme e dimensioni. Avevano i “piani cottura” costruiti su un podio con alla base la legna per fare la brace, rivestiti in alto con piastrelle e con tanto di “fornelli” e griglie. In alcuni casi troviamo anche forni e lavandini, dotati di rivestimento impermeabile e tubo di scarico.

Alle tavole dei più benestanti era prevista una vera e propria etichetta: si deve ai romani la superstizione che porti sfortuna rovesciare il sale (era un alimento molto pregiato e costoso, quindi si doveva pur trovare un buon deterrente allo spreco). Una specie di “regolamento del banchetto” è stato trovato dipinto sulle pareti del triclinio, l’equivalente della nostra sala da pranzo, di una casa di Pompei: lo schiavo doveva lavare e asciugare i piedi dei commensali, gli invitati dal canto loro dovevano evitare comportamenti scorretti, come ad esempio guardare in modo lascivo la moglie di qualcun altro (mi sembra anche il minimo della cortesia!), i posti erano assegnati a seconda del rango e, considerato che si restava sdraiati per quasi tutta la sera, è facile comprendere perchè fosse importante il “posto a tavola”.

Le donne partecipavano al banchetto, era apprezzato il loro saper conversare ma non dovevano scadere nella civetteria, il bon ton suggeriva di evitare gli eccessi sia nel mangiare che nel bere e, soprattutto, Ovidio nell’Ars Amatoria, raccomanda loro di non addormentarsi mai… chissà cosa poteva accadere a una donna indifesa dopo un banchetto e una quantità indefinita di vino!
Si mangiava per lo più con le mani anche se esistevano utensili, come i cucchiai per le minestre. Ai romani non piacevano i cibi duri o croccanti, amavano invece i gusti in contrasto, per esempio la carne con miele o i dolci speziati.

Dipinto di banchettanti da una casa di Pompei
Foto dal profilo Instagram del Parco Archeologico di Pompei

Ma ovviamente il cibo non era uguale per tutti: la dieta delle classi sociali più povere era quasi completamente vegetariana, senza spezie e condimenti pregiati, cosa che non stupisce affatto, anche oggi del resto carne, pesce e spezie sono cibi più costosi. Sicuramente nelle case più povere non c’era un vero triclinio con sontuosi divani su cui sdraiarsi e i pasti venivano consumati in un’atmosfera più frugale.

Possiamo dire in conclusione che quello che ha fatto veramente grande la cultura romana è il suo saper assimilare la parte migliore dei popoli con cui entrava a contatto e questo vale anche per il cibo, infatti hanno saputo apprendere e fare proprie alcune modalità di coltivazione e di preparazione degli alimenti. La spiccata curiosità dei romani ha permesso anche lo svilupparsi dei commerci di prodotti orientali e africani. Questo loro senso di voler scoprire e apprendere sempre dal mondo esterno, l’insaziabile desiderio di conoscere e sperimentare, l’apertura verso il nuovo, sono tra le caratteristiche che mi sono sempre piaciute di più di questo popolo, caratteristiche che avremmo ben visibili sotto gli occhi se fossimo invitati al banchetto in casa di un benestante romano.

Tanya Spasari

PS. Anche l’immagine di copertina è tratta dal profilo instagram del Parco Archeologico di Pompei

Religiosità al femminile

Il contributo di oggi parla ancora di donna nell’antica Grecia: ho promesso alla mia amica Mia che non avrei fatto “la solita grecista”, quindi per le prossime uscite prometto di impegnarmi un po’ di più per spaziare in altri ambiti!

Parliamo di religione, un campo in cui le donne hanno avuto un ruolo da protagoniste, a differenza di quanto avveniva in quasi tutti gli altri aspetti della loro vita (vd. l’articolo precedente sulla condizione femminile). Le dee nel Pantheon greco avevano un ruolo di assoluto primo piano, spesso a loro erano dedicati i santuari principali delle città e le città stesse.

Il tempio di Atena dell’area archeologica di Paestum (SA). Foto dell’autore

I culti rivolti alle divinità femminili erano quasi sempre partecipati esclusivamente da donne, di vario grado di età a seconda del rito specifico da compiere. Per sottolineare ancora di più l’importanza del loro ruolo è da tener presente che la polis greca, cioè la città-stato, faceva della religione una delle sue fondamentali basi di unione civica, dei templi i suoi punti di riferimento, del calendario delle festività religiose quello che ne scandiva la vita.

Nel mondo greco, la concezione della vita della donna era essenzialmente quella di un percorso, strutturato in una serie di tappe: la ragazza che diventava adulta, poi sposa, poi madre, e che necessitava di essere inserita nell’ordine sociale attraverso la partecipazione a particolari “riti di passaggio”. Le donne erano anche responsabili della ritualità sulla riproduzione quindi la fertilità, i figli quindi la nascita, e il mantenimento della famiglia quindi il benessere agricolo.

Uno dei momenti sacri legati al mondo femminile più importanti nell’intero mondo greco è quello delle Arreforie ateniesi, le feste dedicate alla dea Atena. Il rituale arreforico aveva come scopo il trasformare le “figlie di ateniesi” in “mogli e madri di ateniesi” e si svolgeva con una processione notturna in cui delle ragazze prescelte per il rito, portavano doni alla dea. Altri eventi simili, molto importanti, erano ad esempio le Tesmoforie, riti propiziatori della fertilità della terra, rivolti a Demetra e a sua figlia Persefone.

Il rito delle Arreforie raffigurato sul fregio del Partenone, parte dei marmi “Elgin” conservati al British Museum di Londra – Fonte: Wikipedia Netherland

Ciò non significa che l’uomo non avesse trovato il modo di dare una connotazione negativa al ruolo della donna nei riti religiosi, ovviamente: la donna è un essere “selvaggio”, perché incapace di controllare alcuni processi naturali, soprattutto il ciclo mestruale, che la rende impura. Come vedete non è cambiato molto e tutti gli uomini inorridiscono – oggi come allora – al solo sentire pronunciare la parola mestruazione! Si verificavano addirittura veri casi di allontanamento temporaneo dalla società, ad esempio per le donne che avessero appena partorito, che venivano condotte in speciali “casette” con altre donne nella stessa condizione, proprio per la loro impurità che poteva “inquinare” l’ambiente in cui si trovavano. Come se tutti gli uomini non fossero a questo mondo grazie a una donna che li ha partoriti!

Era necessario quindi che questa e altre condizioni di impurità si sottoponessero a riti di purificazione e il mezzo con cui la si otteneva era ovviamente “l’assoluzione” divina, attraverso riti, processioni, sacrifici, danze, preghiere e l’uso di elementi quali acqua e fuoco.

L’acqua era considerata di grande potere: scaturisce dalla “Madre Terra”, quella che dona la vita, e quindi possiede proprietà rigeneratrici. Svariate forme di lavaggi rituali (se vogliamo usare un termine specifico diremo abluzioni), venivano praticate in occasione di cerimonie religiose sia private che pubbliche: ad esempio, sappiamo che il bagno era una delle tappe rituali verso la pratica dell’iniziazione, ma anche preliminare al matrimonio per la futura sposa.

Perirrhanterion dal santuario dell’Incoronata di Metaponto. Si tratta di un grande contenitore da acqua che veniva utilizzato nei santuari per i rituali. Fonte http://www.museoradio3.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-842aeb57-0bbf-45de-ac49-f74bafe14456.html

La pratica dell’immersione, totale o parziale, non riguardava solo le fedeli, ma poteva essere praticata anche alle statue di culto o agli oggetti donati in voto, che in tal modo venivano purificati e consacrati. In queste occasioni la statua della dea veniva lavata, vestita e ornata di gioielli, perché in quel momento così importante e carico di significato smetteva di essere semplice immagine divina per diventare la dea stessa. Per il bagno la statua veniva portata in processione verso una fonte, un fiume o un apposito spazio all’interno dei santuari. Scopo del bagno prenuziale non era solo la purificazione ma anche utilizzare le proprietà rigenerative e benefiche dell’acqua per la fecondità della sposa: le divinità connesse all’acqua e tutelari di questi riti si faranno protettrici anche dei nascituri. Una vasca dedicata a questo genere di culti era presente in un sito che mi è molto caro, il santuario di Punta Stilo a Kaulonia, in Calabria, a cui ho avuto il grande piacere di dedicare molti anni della mia vita da studentessa universitaria e che ho studiato nella mia tesi di laurea.

Ecco un esempio di Hydria, il vaso utilizzato per trasportare e versare l’acqua per eccellenza, che si distingue dalla classica anfora per la presenza di tre manici, in termine tecnico anse, di cui una verticale.

Fonte: http://www.comune.bologna.it/archeologico/percorsi/47680/id/8988/oggetto/2344/

Un’idea concreta di come si svolgessero questi rituali ci viene data da alcune rappresentazioni iconografiche, quindi dalle immagini, che ci mostrano scene di rituali femminili, dagli scavi archeologici nei santuari, da cui spesso emergono vasche e pozzi, oltre a utensili per il culto e vasi specifici per trasportare e contenere l’acqua o che servivano come bruciatori, che si uniscono a quanto tramandato dai testi scritti.
Vediamo ad esempio delle scene di peplophorie, cioè di giovani donne prossime al matrimonio che portano in processione il peplo nuziale, così si chiamava il vestito, alla dea perché lo benedica insieme alla sua futura unione. Oltre al peplo portavano ovviamente doni alla loro dea, simboli della loro devozione e legati alla natura stessa della divinità.

Disegno di un pinax dalla pubblicazione I Pinakes di Loci Epizefiri. Musei di Reggio Calabria e di Locri, 2003

Il mondo della religiosità al femminile è molto complesso e affascinante e se ci riflettete bene, molti echi di queste pratiche si posso ritrovare anche oggi in molti riti e usanze che venivano praticati fino a non molto tempo fa in occasione degli stessi eventi, come appunto il matrimonio o la nascita. Concludo con una riflessione sul mondo femminile che nei momenti più importanti della vita si unisce, consolidando relazioni e affetti, intorno alla religiosità e alla ritualità condivisa. Le donne fanno gruppo compatto che si sostiene a vicenda e si uniscono con la loro divinità, che a sua volta le protegge e le guida.

Non so a voi ma a me questo quadro così delineato dà una certa emozione e mi sento vicina con lo spirito a quelle donne di un tempo, quasi come se partecipassi alle loro processioni e alle loro danze.

La donna nell’antica Grecia

Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale della società.” È una frase pronunciata da Rita Levi Montalcini che può essere considerata di portata universale, parlando della condizione femminile.

Essere donna è sempre stato un compito difficile, ma nella Grecia classica lo era forse ancora di più: per quanto la mia ammirazione per la cultura che ci ha lasciato quel popolo sia immensa, è necessario porre l’accento su quanto quella stessa società, tanto evoluta sulle arti e le scienze, fosse tuttavia governata da leggi maschili e maschiliste, con costumi orientati a mantenere una subalternità formale della donna.

La γυνή (si legge ghiunè), la donna greca, anche e soprattutto quella che viveva nella democratica Atene, non aveva diritti che oggi chiameremmo “civili”, non poteva avere un suo personale patrimonio, non poteva esercitare nessuna professione – figuriamoci votare! – ed era relegata nel suo ambiente domestico, prima nella casa del padre e poi in quella del marito e a questi era sottomessa. La donna è tenuta alla gestione della casa, alle attività di tessitura, alla cucina, il resto spetta all’uomo.

Immagine di gineceo dipinta su un epìnetron, un particolare vaso che si poggiava sulle ginocchia per filare la lana. Fonte: https://parentesistoriche.altervista.org/donna-grecia-antica

Se leggendo queste poche frasi vi siete innervosite/i, siete in buona compagnia!

Anche Omero è un maschilista: chi è la causa della guerra di Troia? Elena, una donna. Quasi volendo insinuare che il povero Paride fosse stato costretto a rapirla! Anche una donna importante come Andromaca, la moglie di Ettore, principe erede al trono di Troia, era relegata a crescere i figli, gestire la casa e il gineceo, mentre il marito si occupava degli affari di Stato. Poveretta, peccato che questo non l’abbia salvata da una brutta fine.
E tutti i mali del mondo da dove arrivano? Da Pandora, ehm, una donna.
Chiaro no? Donna = stai a casa che se no combini guai; uomo = forte, coraggioso, intelligente, ecc ecc.

La misoginia dilagante nel mondo della letteratura, scritta da uomini, è evidente nel loro divertirsi a sottolineare quelli che ritengono i difetti congeniti del genere femminile, come nel caso di Pandora, la curiosità e la frivolezza.

John William Waterhouse, Pandora apre lo scrigno (1896)

Questo vale soprattutto per le classi medio-alte, mentre si distinguevano le classi più popolari, che incredibilmente, vivevano direi meglio da questo punto di vista, perchè potevano lavorare e uscire di casa a piacimento per tutte le loro necessità.

Altra eccezione era costituita dalle etère, come definirle? Si potrebbero dire escort di alto borgo, figure molto sofisticate, le uniche donne indipendenti nella società greca! Avevano delle vere relazioni durature con personaggi spesso molto influenti della società e, ovviamente, con le loro “arti persuasive” riuscivano a influenzare le loro decisioni… gli uomini non cambiano mai! Queste donne avevano denaro proprio di cui potevano disporre ed erano rinomate per la loro istruzione e per il loro padronaggiare le arti della musica e della danza.

Si distingue da tutte le altre la donna di Sparta, evidentemente la virilità degli spartani era tale da non sentirsi minacciata dall’indipendenza delle loro donne! Le ragazze venivano cresciute in modo molto simile ai ragazzi, con uno stile di vita dedito all’attivà sportiva e alla cura del corpo. È vero che non abbiamo molte testimonianze dirette ma possiamo dire che sicuramente l’uomo spartano era spesso impegnato in guerra e allora era la donna che assumeva il comando della casa, gestendo anche i beni di famiglia.


La regina Gorgo, moglie del re spartano Leonida. Dal film 300. Fonte: https://300.fandom.com/wiki/Gorgo

Per avere un altro punto di vista ci viene in soccorso, come sempre, l’archeologia.
L’archeologia ci permette di ammirare oggetti dell’uso quotidiano del mondo femminile, di ogni classe sociale. Dalle figure in terracotta di grandi o piccole dimensioni, apprendiamo il modo di pettinarsi e di vestirsi, con tanto di cambio nelle mode, ad esempio dalla famosa statua di Kore col peplo vediamo come nel VI secolo a. C. i capelli fossero raccolti in lunghe trecce. Dalle arti figurative apprendiamo usi e costumi: ad esempio da questi pinakes da Locri Epizephiri, colonia greca in Calabria, vediamo parti dell’arredamento della casa, in particolare la “cassa” per i vestiti, la culla per i neonati, la preparazione della sposa. Dalle famose Cariatidi dell’Eretteo di Atene possiamo vedere un esempio di peplo, la veste tradizionale della donna greca, e una elaboratissima acconciatura.

fonte: Wikipedia; http://www.comune.bologna.it/iperbole/llgalv/iperte/scommessa/arredo_casa_greca/arredo_casa_greca.htm

Dagli scavi urbani e delle aree sacre emergono sempre moltissimi pesi da telaio, di tante forme e dimensioni diverse, tipica espressione della presenza femminile in quegli ambienti, che potevano essere le loro abitazioni o le sedi per i loro riti sacri. La ritualità legata al mondo femminile e alle divinità femminile rivestiva una grandissima importanza nella società greca.

La donna greca era però anche amante del lusso, che poteva sfoggiare in società quando si riuniva con le altre donne: oggetti preziosissimi per la toilette femminile ci dimostrano l’attenzione per la cosmesi; la parola “cosmetico” deriva proprio dal greco “kosmèo” che significa adornare. Olii preziosi, profumi ed essenze erano contenuti in piccoli vasi, spesso finemente decorati, come aryballoi, lekythoi, alabastra e askoi o in scatoline, anche in metallo o avorio – superlusso! – che contenevano creme e unguenti.

Fonte: Wikipedia

Non ultima l’oreficeria e la gioielleria: vi assicuro che nessuna donna di oggi disdegnerebbe un bel paio di orecchini d’oro di fattura greca! Ma le donne greche si ornavano anche di collane, spilloni e avevano specchi e oggetti personali in materiale prezioso.

Sul perchè questo processo di sottomissione femminile avvenga frequentemente nella storia sono state avanzate tantissime ipotesi da filosofi, psicologi, storici e professionisti di ogni genere; la mia personalissima opinione è che l’uomo si sia sempre sentito minacciato dall’intelligenza e dallo spirito femminile…o almeno è quello che mi piace pensare.

In conclusione possiamo dire che, sebbene l’uomo abbia in molti casi tentato di limitare l’influenza femminile relegandola in ambiente domestico, questa si esercitava in ogni caso in ogni ambito della vita della società, dagli aspetti religiosi, all’arte, all’economia e anche, uomini malgrado, alla politica.

L’uomo sarà anche la testa, ma la donna è sempre il collo, quella che la testa la fa girare!
(semicit. da Il mio grosso grasso matrimonio greco)