Antoni Gaudì, l’architetto di Dio

Sfrutto la consumata scia degli anniversari per parlarvi di un artista che mi affascina molto, il cui lavoro mi ha lasciata assolutamente senza parole.

Antoni Gaudí i Cornet (Reus, 25 giugno 1852 – Barcellona, 10 giugno 1926) fu architetto spagnolo, massimo esponente del modernismo catalano, il “padre” di alcuni meravigliosi edifici che decorano la città di Barcellona come come il parco Güell, le case Batlló e Milá, la cattedrale della Sagrada Familia, dallo stile inconfondibile, con le loro forme ondulate e plastiche, con rivestimenti colorati in ceramica e decorazioni in ferro battuto. Gaudì realizzò i suoi progetti rifacendosi alle forme della natura, con invenzioni di spazi e decorazioni che avrebbero costituito uno stile unico e irripetibile.

Interno Sagrada Familia – Antoni Gaudì

Il grande architetto nasce a Reus – nella Catalogna meridionale – nel 1852, si trasferisce a Barcellona nel 1869, dove entra in contatto con alcuni esponenti della cosiddetta Renaixença, un movimento culturale e politico che aveva come fine il recupero della lingua e della cultura catalane e la rivendicazione dell’autonomia regionale rispetto al governo castigliano.

Il padre dell’architettura moderna, Le Corbusier (1887-1965) definì Gaudí: “plasmatore della pietra, del laterizio e del ferro”. I cittadini di Barcellona lo battezzarono: “architetto di Dio”. Barcellona e Gaudì hanno avuto un rapporto simbiotico: né la città, né il grande artista, potrebbero esistere senza l’altro.

Il suo talento fu chiaro sin da giovane e fu ben chiaro a tutti, tanto che l’industriale catalano Eusebi Güell gli commissionò alcune delle sue opere più importanti: fra queste per esempio il parco Güell a Barcellona, assolutamente suggestivo e bellissimo (da vedere almeno una volta nella vita), un esempio dell’onirismo che caratterizza le opere dell’artista catalano, che sin da subito si mostra maestro nell’arte di inserire motivi simbolici nei suoi lavori, integrandoli perfettamente con l’equilibrio e l’armonia delle forme.

parco Güell a Barcellona -Antoni Gaudì

A soli 31 anni (disperiamoci un po’, che è quasi la mia età), gli viene affidato il cantiere della più famosa di tutte le sue opere, la chiesa della Sagrada Familia il cui nome completo in lingua catalana è Temple Expiatori de la Sagrada Família (Tempio espiatorio della Sacra Famiglia). Questa costruzione è un eterno cantiere, è incompiuta ed oggi è ancora in costruzione dal 1882. Dal 1914 Gaudí si ritira dalla vita pubblica per dedicarsi interamente a quest’opera sacra, decidendo di vivere in una stanzetta nel cantiere e conducendo una vita monacale.

Il 7 giugno del 1926 Antoni Gaudí viene investito da un tram, ma i soccorritori – vedendo il suo aspetto dismesso – lo scambiarono per un vagabondo e lo accompagnarono all’ospedale della Santa Croce, un ospizio per mendicanti. Verrà riconosciuto solo il giorno dopo, quando ormai sarà troppo tardi. Morirà il 10 giugno, oggi riposa nella cripta della Sagrada Famiglia.

Il Parc Güell
Nell’ideazione di questo parco (1900/05), Gaudí esprime al massimo livello la sua abilità di architetto paesaggista: egli sfrutta le pendenze della collinetta su cui viene situato il parco per adattarvi i suoi percorsi, caratterizzati da viadotti, portici, grotte e terrazze. Al centro vi è un piazzale coperto del tempio dorico: uno spazio caratterizzato da 86 colonne doriche che sostengono un soffitto a cupolette, alcune delle quali realizzate in ceramica e cristalli colorati. Sopra il teatro invece si apre la vasta terrazza delimitata da un lungo sedile a forma di serpentina, rivestito in tessere di ceramica dai colori sgargianti (super instagrammabile).

Parco Güell a Barcellona – Antoni Gaudì (particolare)

Casa Batlló (1905-07) è un altro degli edifici più fotografati di Barcellona, si tratta di un piccolo edificio, noto per la caratteristica di cambiare colore a seconda della luce esterna: la facciata ondulata è difatti rivestita in mosaico di ceramica con sfumature dal verde all’azzurro, realizzata per contrastare le aperture regolari di finestre e balconi. La copertura della casa è composta da una torretta asimmetrica e da un tetto curvilineo rivestito da tegole colorate a forma di squame, dando l’impressione di un vero dorso di drago.

Casa Batllò – Antoni Gaudì

La cattedrale della Sagrada Familia
Il progetto a cui Gaudì dedicò gran parte della sua vita senza vederlo completato, si ispirava alle grandi cattedrali gotiche e simbolicamente ripercorreva la vita di Gesù: le tre facciate avrebbero dovuto rappresentare la Natività, la Passione e la Gloria, ma di queste è stata realizzata solo quella della Natività.

Antoni Gaudì – La Sagrada Familia (facciata natività)

Sapevate che lo vorrebbero beatificare? Ebbene sì! Un comitato di 30 ecclesiastici, accademici, designer e architetti han recentemente promosso l’iniziativa di proporre Gaudì per la beatificazione e la canonizzazione.

Che dire, io un giretto a Barcellona vorrei farlo di nuovo!

Noemi Spasari

Gustav Klimt, l’artista aureo

Fra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, la storia dell’arte fu segnata da una secessione (secessionstil in tedesco). Di cosa si tratta? È uno sviluppo di stili artistici che ebbero vita a Monaco di Baviera, Berlino e Vienna, o per meglio intendersi segna la creazione di un’associazione formata da 19 artisti, fra cui pittori e architetti, che si staccarono dall’Accademia di Belle Arti per formare un gruppo autonomo.

Il loro ideale stava nella “Gesamtkunstwerk” (non so neanche come pronunciarlo), cioè l’opera d’arte totale.

Fra questi Gustav Klimt è stato uno degli artisti più attivi e importanti.

Qualche informazione biografica

Gustav Klimt- Wikipedia

Il caro Gustav nasce il 14 luglio 1862 a Baumgarten, un quartiere di Vienna. Figlio di padre orafo e madre appassionata di musica classica, secondo di sette figli.
Sapevate che di questi sette figli della famiglia Klimt ben tre si dedicarono alla pittura, ma solo Gustav passo alla storia?

Gustav Klimt viene ammesso alla scuola d’arte e mestieri d’Austria a quattordici anni. Il talento del giovane Klimt non passa inosservato e infatti nel 1880 dipinse le quattro allegorie del Palazzo Sturany a Vienna e il soffitto della Kurhaus di Karlsbad e nel 1886 gli viene commissionata la decorazione del cortile del Kunsthistorisches Museu di Vienna. Da qui il suo successo andrà sempre aumentando, così come le richieste di lavori, difatti poté sempre godere di una situazione economica molto stabile (fattore non scontato per gli artisti, sigh).

Il 1892 fu un anno difficile per la famiglia Klimt, vennero a mancare prima il padre e poi uno dei figli, Ernst: il colpo fu duro per il nostro pittore, al punto che decise di interrompere la propria attività artistica per quasi sei anni.

In questo periodo inizia la relazione con Emilie Flöge che, pur essendo a conoscenza delle relazioni che il pittore intratteneva con altre donne, gli sarà compagna fino alla morte. Per capire il livello di tradimento, negli anni Novanta del XIX secolo Klimt sarà il padre riconosciuto di almeno quattordici figli.

La Secessione Viennese

Intorno alla fine del secolo nacque il movimento artistico della Secessione Viennese a cui facevamo riferimento all’inizio, Klimt ne fu il presidente.
Gli esponenti di questo movimento culturale avevano come obiettivo la creazione di uno stile che si distaccasse da quello accademico.

Alla prima mostra nel 1898 della Secessione vennero esposte, oltre a quelle di Klimt, le opere di Auguste Rodin, Puvis de Chavannes, Arnold Böcklin, Alfons Mucha e Fernand Khnopff. La seconda mostra inaugurò il Palazzo della Secessione, appositamente progettato da Joseph Maria Olbrich.

Pallade Atena (Pallas Athene) – 1898

Nel 1903 Klimt visita Ravenna e questo segna una tappa importante per lo stile del pittore: infatti, osservando lo sfarzo dei mosaici bizantini, ricchi di oro, il pittore resta profondamente ammirato dallo stile. Klimt era già approdato alla bidimensionalità e al linearismo delle figure con il dipinto “Giuditta I” e i due viaggi a Ravenna non fecero altro che accentuare le scelte dell’artista che già si muovevano in quella direzione. Da quel momento in poi per Klimt l’oro acquista una valenza espressiva sempre maggiore, fino al 1909 con il quadro “Giuditta II”, che segna la fine di questo periodo “aureo”.

La Secessione viennese entra in crisi, così Klimt si avvicina ai cosiddetti Laboratori Viennesi: in questa fase, il pittore abbandona l’eleganza delle linee liberty, per concentrarsi sul colore, che divenne più acceso e vivace.

Al ritorno da un viaggio in Romania, l’11 gennaio 1918, venne colpito da un ictus che lo condurrà alla morte. Klimt si spense il 6 febbraio del 1918 a Neubau.

Cosa ci resta di Klimt?

Il nostro pittore si era formato stilisticamente seguendo canoni di pittura tradizionali, ma seppe presto allontanarsene per avvicinarsi a una pittura più simbolica.
Quel che caratterizzò sempre lo stile di Klimt sono le linee eleganti e morbide, la bidimensionalità delle forme e l’attenzione al colore, nonché la centralità della figura femminile.
Le donne di Klimt sono tratte da personaggi della vita quotidiana, anche nel caso in cui rappresentino figure allegoriche, dai cui volti traspare una forza interiore straordinaria.

Qualche aneddoto e curiosità

Klimt era un inguaribile perfezionista: per completare il ritratto di Elisabeth Bachofen-Echt, figlia di una sua importante mecenate, ci impiego ben tre anni. Elisabeth era costretta a posare per ore. Klimt prendeva degli schizzi della ragazza in diverse pose, senza essere mai soddisfatto. Alla fine disse: “Non le assomiglia per nulla”.
Come dicevamo, Klimt era un gran dongiovanni. Si pensa infatti che fu una delle sue amanti, Mizzi Zimmermann, all’epoca incinta, a fornirgli l’ispirazione per il motivo della donna in gravidanza, ricorrente nei suoi lavori.
Autocelebrativo e quasi per niente interessato agli altri artisti, pronunciò un’iconica affermazione che riassume il suo pensiero: “Esistono solo due pittori: Velázquez e io“.

Noemi Spasari

Joan Mirò, l’artista sperimentatore

Quanti di voi guardando un’opera di un artista contemporaneo hanno pensato “ma che roba è?”.

L’arte contemporanea è l’arte più difficile da comprendere da alcuni punti di vista, ma da altri è molto semplice. Per alcuni artisti basta capire chi sono e cercare la loro prospettiva per aprirsi al loro mondo. Uno di questi, a parer mio, è Joan Mirò, che amo profondamente (tanto da dare il suo nome al mio cagnolino).

L’artista

Joan Mirò i Ferrà è stato un artista poliedrico: pittore, ceramista, disegnatore, incisore e scultore.
Nacque a Barcellona il 20 aprile 1893 (sì, avrei potuto aspettare la ricorrenza del suo compleanno per questo articolo, ma ormai è andata) ed è noto per essere uno dei maggiori esponenti del surrealismo.

Il disegno lo conquista sin da bambino, continuando con gli studi d’arte come “hobby”, per poi dedicarsi completamente alla pittura.

Nella sua Barcellona frequenta l’Accademia Galí fino al 1915, passando poi al Circolo Artistico di Sant Lluc. A ventitrè anni prende in affitto uno studio ed entra in contatto con diverse personalità del mondo dell’arte: sarà in questi anni che il giovane Joan conoscerà il fauvismo e terrà la sua prima esposizione personale alle Galeries Dalmau nel 1918.

Ma sono gli anni Venti e le discussioni d’arte si tengono a Parigi, così anche Mirò decide di partire attratto dalla comunità artistica che era solita riunirsi a Montparnasse (anche oggi in quel quartiere si respira l’aurea magica di quegli anni).

Mirò. Il Carnevale di Arlecchino, 1924-1925. Tecnica: olio su tela, 66 x 90,5 cm. Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, New York

Sapete chi c’era anche in quello stesso periodo a Parigi? Artisti come Picasso, il circolo dadaista di Tzara, ma anche Hemingway e Henry Miller (citerei anche Modigliani, anche se morì proprio nel ’20 a Parigi).

Già in questo periodo inizia a delinearsi il suo stile originale, inizialmente influenzato dai dadaisti, avvicinandosi poi al surrealismo.

Data importante (sempre secondo me) è il 1925 quando collabora con Max Ernst per la scenografia del balletto Romeo e Giulietta (se dico nomi che non conoscete fatemelo sapere, infondo all’articolo c’è una sezione per i commenti).

Romeo and Juliet Costume Design, 1926 by Joan Miro
https://www.joan-miro.net/romeo-and-juliet-costume-design.jsp

Il caro Joan oltre l’arte conosce anche l’amore e nel 1929 sposa Pilar Juncosa a Palma di Maiorca con cui avrà una figlia, Maria Dolores.

Inizia in questi anni la sua sperimentazione artistica con litografie, acquaforte, scultura, vetro, etc. A partire dagli anni Quaranta, Joan Mirò vive stabilmente a Maiorca (terra d’origine di sua madre) o a Montroig.

Fu uno dei più radicali teorici del surrealismo, tanto che André Breton (che era il fondatore di questa corrente artistica) lo descriveva come “il più surrealista di tutti noi”: in numerosi scritti e interviste espresse il suo profondo disprezzo per la pittura convenzionale e il desiderio di “ucciderla” o “massacrarla” al fine di arrivare a nuovi mezzi di espressione.
Successivamente abbandona anche il percorso surrealista, per dedicarsi a disegni primitivi.

Nel 1941 si tiene la sua prima grande retrospettiva al Museum of Modern Art di New York: amato da critici, storici e appassionati, verrà giudicato come uno dei più grandi artisti dell’arte contemporanea.

Miró. Figure di Notte guidate da tracce fosforescenti di lumache, dalla serie Costellazioni, 1940. Tecnica: Acquerello e Gouache su Carta, 37,9 x 45,7 cm. Filadelfia, Philadelphia Museum of Art

Negli anni successivi si susseguono grande fama e riconoscimenti (come premio per la grafica alla Biennale di Venezia e il Premio Internazionale Guggenheim), viaggiò molto ed ebbe numerose occasioni di esporre la sua arte, sia in collettive sia in personali; si dedica nuovamente alla scenografia teatrale e alle sculture per la città di Barcellona.

Nel 1972 fonda la Fundació Joan Miró a Barcellona, oggi un museo (bellissimo) che colleziona gran parte delle opere dell’artista. Negli ultimi anni della sua vita si dedica alle idee più radicali e quadrimensionali.

Muore il giorno di Natale, a novant’anni.

L’arte di Joan Mirò
È stato un artista particolarmente prolifico, poliedrico e fra i più influenti dello scorso secolo. Mirò ha avuto la capacità di sviluppare un linguaggio visivo assolutamente unico, distinguendosi per la sua voglia di sperimentazione.

Picasso una volta disse una cosa tipo “tutti i bambini nascono artisti, il problema è come rimanere artisti una volta cresciuti”. Mirò è uno di quegli artisti che ha capito come fare.

La sua arte è fresca e infantile, primitiva. Era solito celebrare il suo inconscio attraverso i colori della tavolozza, al punto da diventare un tutt’uno pittore-tela.

La grande sperimentazione che lo caratterizza produrrà un forte impatto in America, con movimenti rivoluzionari che porteranno all’action painting di Pollock, al Living Theatre (di cui spero di parlarvi presto) e agli Happening (momento di commozione).

L’arte di Mirò è una continua creazione di microcosmi, atomi, spirali, occhi, sfere, una simbologia dell’universo e dell’uomo.

Mirò danzava con la fantasia, esprimendo con i suoi colori emozioni primitive e profonde, note anarchiche di un alfabeto poetico.

Foto in evidenza: https://www.joan-miro.net/biography.jsp

@Noemi Spasari, 2021

The GrandMother of Performance Marina Abramović

Se parliamo di performance art, quella corrente artistica che consiste in un’esperienza effimera e autentica sia per gli artisti che per il pubblico, un evento irripetibile e unico, il pensiero immediato va a Lei, la regina di questa arte: Marina Abramović. Lei stessa si è autodefinita la «nonna della performance art», per sottolineare la portata rivoluzionaria del suo modo di intendere la performance artistica che, nel suo caso, prevede spesso la partecipazione del pubblico, sia a livello mentale che fisico. Con il suo lavoro esplora le relazioni tra l’artista e il pubblico, mettendo in contrasto i limiti del corpo e le possibilità della mente.

http://www.instyle.com

Chi è Marina Abramović?
Nata a Belgrado nel 1946, è un’artista serba, naturalizzata statunitense, i genitori erano partigiani della Seconda Guerra Mondiale, mentre suo nonno, un patriarca della chiesa ortodossa serba, fu addirittura proclamato santo!

Pensate che ricevette la sua prima lezione d’arte proprio dal padre all’età di 14 anni, quando chiese al genitore di comprarle dei colori: il padre arrivò con un amico con il quale iniziò a tagliare a caso un pezzo di tela, gettandovi sopra materiali e colori vari.

Studia prima all’Accademia di Belle Arti di Belgrado, poi a quella di Zagabria. In questi anni comincia a usare il corpo come strumento artistico e a dedicarsi al suono e all’arte performativa.

Nel 1973 porta in vita la sua prima performance Rhythm 10 al Museo d’Arte Contemporanea di Villa Borghese a Roma, in cui esplora elementi di ritualità gestuale.

Usando dieci coltelli e due registratori, l’artista esegue un gioco russo nel quale ritmici colpi di coltello sono diretti tra le dita aperte della mano (il gioco del coltello).

L’anno successivo presenta Rhythm 0 allo studio Morra a Napoli, qui l’Abramović si presenta al pubblico posando sul tavolo diversi strumenti di “piacere” e “dolore”; fu detto agli spettatori che per un periodo di sei ore l’artista sarebbe rimasta passivamente priva di volontà e avrebbero potuto usare liberamente quegli strumenti con qualsiasi volontà.

rhythm 0

Nel ’76 un incontro cambia e segna la sua vita: ad Amsterdam conosce il performer tedesco Uwe Laysiepen, meglio noto come Ulay. Entrambi nati il 30 novembre, sembravano essere destinati a conoscersi.

Fra loro nacque subito una forte intesa sentimentale e artistica, dando vita insieme a una serie di opere performative, segnando anni di amore e arte, un sentimento unico e indescrivibile.

Insieme realizzano la serie di opere Relation Works e hanno ideato il manifesto Art Vital, che definisce la direzione della loro pratica artistica. Tra le loro realizzazioni più note cito la performance Imponderabilia, tenuta presso la Galleria Comunale di Arte Moderna di Bologna: i due artisti, completamente nudi, erano posizionati l’uno di fronte all’altra all’ingresso di un passaggio molto stretto attraverso cui gli spettatori dovevano passare se volevano visitare il museo. Questa performance fu considerata scandalosa e fu interrotta dopo alcune ore dalle forze dell’ordine.

Il loro sodalizio artistico e affettivo prosegue per anni, fino al 1988. Due artisti del genere non potevano lasciarsi come due “persone normali”: la fine della loro relazione fu segnata da una performance, The Lovers. Intraprendendo una sorta di viaggio spirituale, i due hanno percorso, in solitaria, metà della Grande Muraglia Cinese, partendo dalle due estremità e incontrandosi a metà di essa.

Marina continua a viaggiare e a proporre nuove performance e ha “diffuso” il suo percorso artistico per aiutare le persone a entrare in contatto con la parte più profonda di sé stessi.

Nel 2010 al MoMA di New York presenta una delle sue opere più complesse The artisti is present che in tre mesi ha ripercorso le tappe della sua storia artistica, riportate in vita da performer “addestrati” da lei. In questi tre mesi l’artista sceglie di sedere immobile e in silenzio davanti a un tavolo per sette ore al giorno, a incontrare gli sguardi del pubblico, che quasi come in un solenne rituale pagano, le si avvicina lentamente e le si siede di fronte, per tutto il tempo che ritiene necessario.

moma.org

Chi non ha visto l’immagine di lei e Ulay toccarsi le mani e piangere seduti a quel tavolo? Ebbene, Ulay fu un visitatore inaspettato, l’artista alla sua vista non ha resistito e ha “infranto” le regole della performance spingendosi in avanti e stringendo le mani all’uomo che ha segnato una parte fondamentale della sua vita.

Il “Metodo Abramović” ha avuto luogo a Milano presso il PAC di via Palestro, parteciparono tantissimi sostenitori nel mondo dell’arte fra cui Lady Gaga. La performance consisteva nell’entrare nel mondo del silenzio, lontani dai rumori, rimanere soli con se stessi e allontanarsi per poche ore dalla realtà.

Non stupisce sapere che Marina ha già preparato la sua ultima performance: GrandMother Of Performance avverrà solo il giorno del suo funerale. Quel giorno ci saranno tre bare e ciascuna sarà mandata in una delle tre città che hanno segnato la sua vita, quindi Belgrado, Amsterdam, New York. Solo una conterrà il corpo dell’artista, ma nessuno potrà saperlo.

Un’artista unica, che ha segnato il mondo dell’arte.

@Noemi Spasari, 2021

Il mito nelle opere scultoree di Antonio Canova

Antonio Canova (1757 – 1822) è uno dei nomi più noti della scultura italiana, il massimo esponente del Neoclassicismo e per questo gli venne dato il soprannome “il nuovo Fidia” (scultore e architetto ateniese del V secolo a.C.).

Scrivo questo articolo perché mi è stato richiesto da più persone, quindi spero di farvi piacere!

Qualche informazione biografica
Canova nacque a Possagno (comune veneto) nel 1757, svolse il suo apprendistato a Venezia e successivamente si trasferì a Roma, città in cui visse per il resto della sua vita sebbene si concedesse molti viaggi.

Si avvicinò alle teorie neoclassiche di Winckelmann (uno dei miei nemici mortali) e Mengs.

Inoltre, il caro Canova ebbe committenti prestigiosi come gli Asburgo oppure i Borbone, ma anche la corte pontificia o lo stesso Napoleone e anche vari esponenti della nobiltà veneta, romana e russa, diciamo che non se la passava male.

In questo articolo vi mostrerò alcune delle più importanti opere che Antonio Canova dedicò a tematiche mitologiche (il criterio di scelta è totalmente a mia discrezione, quindi non su una base scientifica-logica, ma a gusto personale).

  • Teseo sul Minotauro

Questo gruppo scultoreo (non voglio dare termini fighetti a caso, si dice così quando ci sono più soggetti) di marmo bianco è stato realizzato dal nostro artista tra il 1781 e il 1783 ed è esposto nel Victoria and Albert Museum di Londra.

da Wikipedia

Il soggetto è ispirato a una leggenda che troviamo nelle Metamorfosi del poeta latino Ovidio e narra la storia del prode eroe greco Teseo che, con l’aiuto di Arianna (il filo di Arianna, avete presente?), riuscì a penetrare nel labirinto di Cnosso e uccidere il Minotauro, la leggendaria mostruosa creatura con la testa di toro e il corpo di uomo.

In particolare, il momento che Canova sceglie di immortalare è quello immediatamente successivo alla conclusione del conflitto, proprio seguendo la poetica neoclassica.

Nell’opera vediamo infatti l’eroe greco seduto sul mostro appena ucciso, provando quasi pena per la sua preda; il Minotauro è rappresentato esanime su una roccia. Una scultura che rappresenta la quiete dopo la tempesta, Teseo difatti è mostrato pervaso da un senso di pace e tranquillità, perfino di stanchezza.

Quest’opera ha anche una forte valenza allegorica, alludendo alla vittoria della ragione sull’irrazionalità, rispecchiando le ideologie illuministe.

  • Ercole e Lica

Un po’ meno famoso è il gruppo scultoreo in marmo dedicato a Ercole e Lica, eseguito tra il 1795 e il 1815 e conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. L’opera è frutto di una di quelle commissioni di cui parlavamo prima, questa da parte di da Onorato Gaetani dei principi d’Aragona. In occasione della prima esposizione questo gruppo scultoreo riscosse molto successo, ma in seguito fu mal visto dalla critica.

da Wikipedia

Ercole e Lica prende ispirazione da un racconto mitologico che vede Ercole impazzito dal dolore procuratogli dalla tunica intrisa dal sangue avvelenato del centauro Nesso, che scaglia in aria il giovanissimo Lica, ignaro di tutto, colpevole soltanto di avergliela consegnata su ordine di Deianira.

Quest’opera è il risultato di un attento studio che il nostro Canova fece su celebri marmi dell’antichità, il più noto fra tutti lo stupendo gruppo del Laocoonte.

  • Orfeo ed Euridice

Questo gruppo scultoreo è stato realizzato in pietra di Vicenza intorno al 1775/76 ed è custodito nel Salone da ballo del Museo Correr a Venezia ed è una delle principali opere giovanili dell’artista. Anche in questo caso l’ispirazione viene dalle Metamorfosi di Ovidio, ma anche dalle Georgiche di Virgilio, infatti sul basamento troviamo un’iscrizione che riporta alcuni versi dei due poeti latini.

da museocanova.it

Pensate che queste opere erano destinate a decorare il giardino della casa di campagna della famiglia Falier di Venezia (poracci proprio).

Qui la storia dei due amanti

Dedalo e Icaro
Torniamo al marmo con quest’opera del 1779 e conservata al Museo Correr di Venezia, anche questa è un’opera del periodo giovanile dell’artista.

da Wikipedia

Chi non conosce la storia di Dedalo, l’architetto che progettò il labirinto di Cnosso che conteneva il Minotauro, che per poter fuggire da Creta creò delle ali di cera per se stesso e per il figlio Icaro? E chi non conosce poi il resto della storia che vede Icaro volare troppo vicino al sole e poi cadere in mare perché la cera si era sciolta?

In questa composizione scultorea notiamo una contrapposizione fra le due figure poste simmetricamente: da una parte Dedalo anziano, molto realistico, dall’altra Icaro, giovane e con una bellezza irreale. Le due figure sono poste su un’asse simmetrica che forma una sorta di X. Inoltre, la scultura è caratterizzata dal contrasto luce-ombra creata dai due corpi.

  • Adone e Venere

Si tratta di un’opera composta fra il 1789 e il 1794, in marmo bianco ed esposta al Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra. Questa scultura è stata realizzata dal Canova senza commissioni, ma successivamente acquistata dal patrizio genovese Giovan Domenico Berio di Salza che lo collocò nei pressi di un tempietto nel giardino del Palazzo Berio di Napoli.

da analisidellopera.it

In quest’opera viene raffigurato il momento dell’ultimo saluto fra la dea Venere/Afrodite e il giovane Adone dalla bellezza straordinaria, che verrà poi ucciso da un cinghiale inviato da Marte/Ares in preda alla gelosia.

I due amanti vengono raffigurato dal Canova immersi in un momento di intimità profonda, sembrano quasi aver perso il contatto con la realtà, labbra socchiuse e i volti reclinati e si guardano dolcemente negli occhi, Venere sta accarezzando il viso di Adone ingredienti con i quali lo scultore intende mettere in risalto il loro rapporto d’amore.

Venere è rappresentata mentre si appoggia su di lui come se fosse una colonna con la testa abbandonata sulle sue spalle; Adone è caratterizzato da una bellezza efebica.

Sul retro del gruppo si cela un terzo personaggio: nascosto dalle figure intrecciate si trova il fedele cane da caccia di lui che osserva il padrone. Il pelo ruvido di questo personaggio è messo in contrasto con la pelle liscia delle due figure umane-divine.

  • Ebe

Questo nome è stato dato a una serie di sculture realizzate dal Canova dal 1796 al 1817, ne esistono quattro versioni, oltre l’originale modello in gesso: nella mitologia greca Ebe è la divinità della gioventù, figlia di Zeus e di Era, figura che appare più volte nei poemi omerici e viene citata anche da Esiodo.

La prima versione fu eseguita nel 1796 su commissione del conte Albrizzi e oggi si trova presso l‘Alte Nationalgalerie a Berlino.

da Wikipedia

La seconda versione dell’Ebe è stata scolpita su commissione niente di meno che di Giuseppina Beauharnais, prima moglie di Napoleone, dopo il 1815 (anno funesto per Napoleone) l’opera entrò a far parte delle collezioni imperiali russe; oggi è esposta al Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo.

da Wikipedia

Queste due prime versioni riscossero aspre critiche a causa dell’impiego del bronzo o della mancata espressione nel viso di Ebe che si trova sostenuta da una nuvola.

Successivamente Canova eseguì altre due versioni di questo soggetto: una datata 1814 su richiesta di Lord Cawdor e oggi si trova a Chatsworth, nel Regno Unito.

da Wikipedia

La quarta e ultima versione fu eseguita nel 1817 su commissione della contessa Veronica Zauli Naldi Guarini, e oggi l’opera è esposta all’interno della Pinacoteca Civica di Forlì.

da Wikipedia

Per quanto riguarda il modello in gesso, oggi lo troviamo esposto alla Galleria d’arte moderna di Milano.

 

In ultimo ho lasciato due delle opere più famose di Canova, Le Tre Grazie e Amore e Psiche, che tratterò brevemente e non quanto meriterebbero.

  • Le Tre Grazie

Questo gruppo rappresenta le tre famose dee della mitologia greca ed è stato realizzato tra il 1812 e il 1817. In realtà ne esistono due versioni: la prima è conservata al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, mentre una sua replica successiva è esposta al Victoria and Albert Museum di Londra.

La realizzazione di queste figure fu esortata da Giuseppina di Beauharnais, la prima moglie di Napoleone Bonaparte. Il soggetto che Canova rappresenta è quello mitologico delle tre Grazie, figlie di Zeus, Aglaia, Eufrosine, e Talia, le tre divinità benefiche che diffondevano splendore, gioia e prosperità nel mondo umano e naturale.

Come in alcuni dei casi precedenti, il soggetto mitologico si adatta alla volontà di Canova di rappresentare con la sua scultura l’ideale di una bellezza serenatrice femminile riprendendo l’esempio della statuaria classica, in perfetta linea con le teorie neoclassiche promosse da Winckelmann (sempre lui, uno dei miei acerrimi nemici).

da Wikipedia

Le tre Grazie sono raffigurate nella posizione più canonica, cioè dritte in piedi, abbracciate l’un l’altra.

Parlo qui della versione conservata all’Ermitage, anche se le due versioni differiscono di poco: le tre sorelle unite dall’abbraccio di quella che si trova nella posizione centrale. Sono spoglie, un unico panneggio presente è avvolto intorno al braccio di una delle sorelle, toccando tutte e tre le figure.

Come le altre opere di Canova, anche questa è rappresentazione della perfezione scultorea, l’abilità tecnica unita al marmo liscio. Inoltre, lo scultore ricopri il marmo con una patina di colore rosa al fine di dare un aspetto più realistico.

  • Amore e Psiche

Quanto si potrebbe parlare di questo attimo prima del bacio? All’infinito. Questo gruppo scultoreo è stato realizzato tra il 1787 e il 1793 e oggi è conservato al Museo del Louvre di Parigi. Inoltre, una seconda copia sempre di Canova si trova esposta al Museo Ermitage di San Pietroburgo.

da vivaparigi.com

«Amore e Psiche che si abbracciano: momento di azione cavato dalla favola dell’Asino d’oro di Apuleio», queste sono le parole con cui nel 1788 il colonnello John Campbell commissionò l’opera a Canova.

Quest’articolo è già molto lungo, altrimenti vi narrerei per bene la storia di Amore e Psiche, ma ve la riassumo. Psiche era una fanciulla molto seducente e questo fece scatenare l’ira di Afrodite che doveva essere bella solo lei. Così decide di vendicarsi e chiese al figlio Amore/Cupido di farla innamorare di un uomo rozzo, ma quello che Afrodite non si aspettava era che Amore si innamorasse di Psiche.

Passarono insieme notti d’amore, senza che Psiche potesse mai vedere il volto del proprio amante così da evitare l’ira della madre di lui, accordo pattuito fra i due amanti. Ma giustamente Psiche volle vedere il viso di quest’uomo alla fine e così lui l’abbandonò. Psiche, che poverina era pure innamorata, decise di sottoporsi a delle prove per riconquistare il suo Amore, ma venne tradita e cadde in un sonno infernale. Amore venuto a conoscenza del tragico destino dell’amante, si recherà presso Psiche e la risveglierà con un bacio: l’attimo prima di questo bacio è stato impresso per sempre da Canova.

L’opera è una perfetta rappresentazione dell’emozione prima dell’azione.

Sempre seguendo i canoni neoclassici, le opere di Canova sono assolutamente perfette. Che sia un bene o un male non sta a me giudicare.

@Noemi Spasari, 2021

Marc Chagall, l’artista che vuole essere felice

La vita di molti artisti è segnata da tormenti, tragedie e grande tristezza che si trasmettono nelle loro opere; anche Marc Chagall non ha avuto una vita facile e le disgrazie non gli sono state negate, ma questo non lo ha fermato dal cercare di trasmettere gioia e serenità attraverso i suoi dipinti. Ed è proprio quello che adoro di Chagall!

Qualche informazione biografica
Anche se il nome francesizzante potrebbe fuorviare, Marc Chagall (Moishe Segal all’anagrafe) ha origini bielorusse, nasce infatti vicino Vitebsk nel 1887. Di famiglia ebraica (tema che rientra con frequenza nelle sue opere), non ebbe una vita facile anche a causa delle sue origini.
Si avvicina all’arte sin da subito frequentando l’accademia di Pietroburgo: sarà qui che come conoscerà Léon Bakst, insegnante dell’accademia, pittore e scenografo russo.
Un momento di indubbia felicità per il nostro Chagall è l’incontro con la ragazza con “la pelle d’avorio e grandi occhi neri”, Bella Rosenfeld, la donna che sposerà nel 1915. Una storia d’amore dolce e romantica purtroppo non priva di qualche momento triste.
Antisemitismo russo e persecuzioni naziste complicarono molto la vita del nostro artista, che trasferitosi a Parigi negli anni Venti, si ritrovò costretto a fuggire negli Stati Uniti.
Il 1944 sarà un anno terribile per Chagall: l’amatissima moglie Bella, compagna inseparabile dell’artista, perde la vita a causa di un’infezione virale.
Per Marc sarà un colpo durissimo che lo porterà a una profonda depressione e ad abbandonare la pittura per lunghissimo tempo. Qualche anno più tardi tornerà a Parigi, la sua fama di artista è dilagata, gli verranno dedicate differenti mostre.
Si risposa nel 1952 con Valentina Brodsky (detta “Vavà”). Inizierà in questi anni una lunga serie di decorazioni di grandi strutture pubbliche: negli anni Sessanta si datano una vetrata per la sinagoga dell’ospedale Hadassah Ein Kerem in Israele, le vetrate per la sinagoga dello Hassadah Medical Center, presso Gerusalemme, e per la cattedrale di Metz, le pitture del soffitto dell’Opéra di Parigi e le grandi pitture murali sulla facciata della Metropolitan Opera House di New York.
Successivamente disegnerà le vetrate del coro e del rosone del Fraumünster di Zurigo e il grande mosaico a Chicago.
Il caro Chagall morirà a 97 anni a Saint-Paul de Vence.

Marc e Bella
La storia d’amore fra Marc Chagall e la prima moglie Bella è fuori dagli schermi se viene paragonata ai patimenti, tradimenti, passioni degli altri artisti noti.
Il loro rapporto è stato sincero, ingenuo e spontaneo, una storia che ha visto i due amanti restare per sempre bambini, volando via in un sogno infinito. Dal loro matrimonio nascerà anche una figlia, Ida.

Il loro amore ispirerà alcune delle opere più celebri dell’artista, fra le più note possiamo citare sicuramente La passeggiata del 1917: la donna si libra in cielo gioiosa, eterea, mentre lui le stringe la mano, un gesto di affetto puro, come per non farla volare via.
Elemento molto tenero è anche il piccolo uccello che l’artista protegge con l’altra mano: è il simbolo dell’amore innocente, posto in contrapposizione con le bottiglie di vino a terra, che sta a simboleggiare l’amore passionale. Le due componenti di un amore perfetto.

Marc Chagall, Promenade, 1917 – Pinterest

Un’altra opera che testimonia questo amore che va oltre la vita è Intorno a lei del 1947: Bella è morta da qualche anno, Chagall è un artista più maturo, attraversato da mezzo secolo di guerre e tensioni sociali.
In questo dipinto dà sfogo al sentimento e alla fantasia con figure come sempre cariche di simbolismo: la forte tensione emotiva è resa viva dai colori.

Marc Chagall, Intorno a lei, 1947 -Pinterest

L’immagine che vediamo è di Chagall al lavoro con cavalletto e pennelli, la testa capovolta, confusa; la sua Musa è lì, Bella lo sollecita a trovare nuovi stimoli e motivazioni. Una colomba con una candela al lato dell’immagine simboleggia il desiderio infinito di pace interiore e tra gli uomini; i tempi felici, il matrimonio con Bella si rappresentano con due sposi all’altare che si librano nell’aria.

La capra e il violino
La pittura di Chagall è ingenua e simbolica, testimonianza di un animo alla ricerca di pace, amore e felicità.
Ci sono degli elementi che ricorrono spesso nelle sue opere, metafore di collegamenti con le sue origini e la ricerca di qualcosa “di più”.

Avete presente Notting Hill, il film con Julia Roberts e Hugh Grant? In quel film probabilmente siete stati catturati dalla storia d’amore fra l’attrice e il libraio o dalle bellissime riprese di Londra e forse non avete prestato molta attenzione al quadro che a fine film lei regala a lui. È uno Chagall, La Mariée – La Sposa, di cui in realtà al momento non si conosce la vera ubicazione. In quel dipinto è rappresentata una sposa e una capra che suona un violino perché “La felicità non è felicità senza una capra che suona il violino”.
L’immagine della capra prende spunto dalla tradizione ebraica, in cui è il simbolo della protezione e del focolare domestico. Sarà spesso presente nei dipinti dell’artista.
Anche il violinista, spesso presente nelle sue opere, è un richiamo alle sue origini in quanto nella tradizione aveva un ruolo importante in occasione di nascite, matrimoni e funerali; il violino non è solo uno strumento musicale, ma rappresenta il mezzo per incontrare Dio e i grandi segreti della vita e della morte.

Marc Chagall, Il violinista, 1913 – cultura.biografieonline.it

In conclusione
Chagall, se non si fosse capito, è uno dei miei artisti preferiti. Anche se la sua vita è stata piena di momenti difficili, di lutti e di complicazioni, non ha mai abbandonato la sua propensione onirica, il suo mondo fatto di sogni e passeggiate nel cielo.

 

Noemi Spasari, 2021

La natività dal gotico al contemporaneo

Sono molte le tematiche che si sono ripetute nel corso dell’evoluzione artistica, temi mitologici, d’amore, di morte. Considerando che siamo vicini a Natale oggi vedremo insieme alcune fra le più famose e interessanti rappresentazioni della natività dal gotico al contemporaneo.

Confesso, i dipinti rappresentanti “Madonne con bambino” o “madonne con bambino e san Giovanni” e amici simili, mi hanno perseguitato negli anni universitari, in particolar modo mentre studiavo per l’esame di Storia dell’arte moderna. Un incubo.

Però, studiando, analizzando e valutando mi sono sempre più resa conto del valore che svolgevano per la società in cui son stati composti e la bellezza effettiva di alcuni (non può piacere tutto!).
Quello che farò sarà una breve carrellata di alcune delle opere più famose che ritraggono il gruppo della Natività nei secoli, con eventuale piccolo commento critico.

Partiamo da uno dei massimi esponenti del gotico, Giotto. L’opera (1303-5) in questione si trova all’interno della Cappella degli Scrovegni a Padova, quest’immagine di Natività è molto realistica, quasi credibile.
Maria è una giovane donna che ha appena dato alla luce suo figlio, è sdraiata e provata dal parto, ma con una torsione pone il piccolo nella sua povera culla, incrociandone lo sguardo. Un gesto che qualunque madre riconoscerebbe come proprio. Il piccolo Gesù ha un viso adulto, difatti sarà soltanto nel Rinascimento che acquisterà aspetto e atteggiamento di un vero neonato.

Giotto, Natività dalle Storie di Cristo, Cappella degli Scrovegni – Padova

Un altro esempio (datato 1308-11) che possiamo citare è tratto da un grande polittico (una pala d’altare costituita da vari elementi accostati insieme) realizzato da Duccio di Buoninsegna e destinato al Duomo di Siena. In questa rappresentazione abbiamo un’immagine diversa di Maria, è quasi monumentale, col suo corpo allungato che contrasta con il telo rosso steso sotto di lei. I vari personaggi sono disposti in proporzioni gerarchiche. Una scena di devozione, che non trasmette altro che riverenza.

Duccio di Buoninsegna, Duomo di Siena

Non potendo citare tutte le rappresentazioni della Natività facciamo un salto avanti e arriviamo a Sandro Botticelli, il grande artista ha riprodotto il Santo gruppo in differenti versioni (come la Natività Mistica), ma qui vi citerò L’Adorazione dei Magi (circa 1475), non tanto per il quadro in sé, ma per un dettaglio che a me personalmente fa molta tenerezza: Giuseppe si trova nel punto più alto della scena, simbolicamente dietro Maria e il bambino, con la testa poggiata su una mano e li osserva.

Sandro Botticelli, Adorazione dei Magi, 1475 – Galleria degli Uffizi

Passiamo ora a uno dei miei rinascimentali preferiti, Tiziano; in particolare L’Adorazione dei pastori (1570).
In questo dipinto possiamo notare come il Bambino prenda sempre più le forme di un neonato, con i suoi “rotolini” e tenerezze. Un dettaglio però è divertente nella scena: un cagnolino che fa i suoi bisogni al centro della scena. L’intento di Tiziano era di dare un carattere più realistico alla scena, ma fu visto come oltraggio e disonore (su di te, sulla tua famiglia e sulla tua mucca) e fu cancellato; solo dopo anni e dopo il restauro il cagnolino fu riportato alla luce.

Tiziano, Adorazione dei Magi

Il prossimo esempio è più noto forse per la sua storia, che per il dipinto in sé: Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi (1600) nota anche come la Natività palermitana di Caravaggio che fu trafugato nell’ottobre del 1969 e mai più ritrovato. La particolarità di quest’opera sta nel fatto che ogni personaggio è colto in un atteggiamento spontaneo; Giuseppe volge le spalle, ma si intuisce essere più giovane che come tradizionalmente raffigurato, la Madonna ha qui con le sembianze di una donna comune con un aspetto malinconico. Ciò che conferisce particolare drammaticità all’evento è il gioco di colori e luci che caratterizzano questa fase creativa del pittore.

Natività palermitana, Caravaggio

Per quanto riguarda invece l’Adorazione dei pastori (1689) di Charles Le Brun sicuramente vi è una diretta evocazione del divino, “Luce da Luce”. È il bambino a emanare la luce divina che farà accorrere i pastori nell’ampia capanna in cui è ambientata la scena, tra glorificazione e timore referenziale.

Adorazione dei pastori, Charles Le Brun (1689)

Facciamo un salto avanti nel tempo e arriviamo a Paul Gauguin.
L’arte non è più soggetta a committenze religiose, non è più legata a modelli, ma esprime l’animo dell’artista. Gauguin era in pieno periodo polinesiano e con Te tamari no atua – Il figlio di Dio (1896) rappresenta una Natività ispirata da ciò che lo circonda: Maria dorme distesa su di un letto in primo piano coperta da un pareo che sostituisce l’abito tradizionale, intorno al capo, contro il cuscino, si nota una aureola chiara. Anche Gesù dorme sereno, nelle braccia di un’altra donna e anche intorno al suo capo si trova una aureola chiara. Una scena tenera, familiare.

Paul Gauguin, Te tamari no atua – Il figlio di Dio (1896)

Henri Matisse, nel 1951, rappresenta non proprio una Natività, ma una Madonna col Bambino in semplici tratti neri. Un essenzialismo che trasmette quel che di fondo c’è in questa storia, una madre che abbraccia suo figlio, l’amore puro, la famiglia.

Madonna con bambino, Henri Matisse

L’ultima rappresentazione la cito perché non posso farne a meno, non verrà apprezzata o capita, ma secondo me è geniale. È una rappresentazione del designer Sebastian Bergne, la sua Natività ricorda un po’ i quadri di Piet Mondrian, visto che si basa esclusivamente su forma e colore.
I personaggi ci sono tutti: Maria, Giuseppe, Gesù, i tre re magi e un pastore, semplicemente sono resi ai minimi termini in forme cubiche.

Sebastian Bergne

Ci sarebbe moltissime opere da citare in questo breve excursus, opere di Leonardo, Michelangelo, Giorgione o Mantegna.
Ho voluto citare quelle che rappresentano, a parer mio, l’evoluzione artistica di questa scena.

 

@Noemi Spasari, 2020

Ilaria del Carretto, il mistero impresso nel marmo

A tutti è capitato nel corso dei nostri anni scolastici di imbatterci nell’opera scultorea dedicata a Ilaria del Carretto, soffermarci un po’ citandola come “una fra le opere principali di Jacopo della Quercia, insieme alla Fonte Gaia”, e poi abbandonarla per dedicarci ad altri nomi come Donatello o Masaccio.

Ma perché il “Monumento funerario di Ilaria del Carretto” meriterebbe un po’ più di attenzione?

Prima di rispondere alla domanda, vediamo un po’ di storia.
Ilaria del Carretto (Zuccarello, 1379 – Lucca, 1405) figlia di Carlo I del Carretto, primo marchese Del Carretto di Zuccarello, e di Pomellina Adorno, fu la seconda moglie di Paolo Guinigi, signore di Lucca.
Non si hanno molte notizie riguardanti Ilaria, se non documenti che testimoniano il suo matrimonio, la nascita dei figli e la morte successiva al parto della figlia Ilaria Minor.
Ilaria morì a soli 26 anni e il marito decise di commissionare allo scultore senese Jacopo della Quercia un’opera dedicata alla sfortunata moglie: il Monumento funerario di Ilaria del Carretto, realizzato fra il 1406 e il 1410 è diventato, nel corso del tempo, uno dei simboli della delicata fase di transizione tra il gusto gotico e quello rinascimentale.

In realtà, benché si tratti di un monumento funebre, il corpo della giovane sposa non fu mai deposto all’interno, ma dovrebbe trovarsi nella cappella situata all’interno della villa della famiglia Guinigi; inoltre una campagna di scavi svoltasi nel 2012 a Lucca, ha permesso il ritrovamento di quelli che potrebbero essere considerati i resti di Ilaria Del Carretto, insieme ad altre due mogli di Paolo Guinigi.

Il sarcofago venne inizialmente posto nel transetto della Cattedrale di San Martino di Lucca presso un altare patronato della famiglia Guinigi, tra il Monumento funebre di Domenico Bertini e il pilastro angolare. Un frammento del piano di posa, una striscia ben visibile di pavimento caratterizzato da pietre strette e lunghe, in contrasto con la complessiva pavimentazione, testimonia l’antica posizione del sarcofago.

Nel 1430 la Signoria dei Guinigi decadde, Paolo venne esiliato dalla città e i suoi beni sottoposti a confisca e il Monumento fu sottoposto allo spoglio di tutti gli elementi di rimando al tiranno: la lastra con lo stemma e un’iscrizione commemorativa andata perduta.

Ad oggi il sarcofago è stato dotato nuovamente delle parti sottratte e, dal 1887, è posizionato all’interno della Sacrestia del Duomo di San Martino dove è visitabile.

La giovinezza impressa nel marmo: la scultura di Jacopo della Quercia
«[…] Ora dorme la bianca fiordaligi |chiusa ne’ panni, stesa in sul coperchio | del bel sepolcro; e tu l’avesti a specchio | forse, ebbe la tua riva i suoi vestigi. | Ma oggi non Ilaria del Carretto | signoreggia la terra che tu bagni, | o Serchio […]» (Gabriele D’Annunzio, Elettra)

L’opera di Jacopo della Quercia si distacca dalla tradizione, solitamente l’effigie del defunto era scolpita su una lastra pensata per essere posta sul pavimento piuttosto che un ritratto in un baldacchino visibile frontalmente: nell’opera dedicata ad Ilaria del Carretto, lo scultore scolpì il corpo della donna stesa sopra un basamento isolato facendo sì che fosse visibile da tutti i lati.
La scultura può essere analizzata in due parti: il sarcofago e la lastra di copertura.
Il basamento è composto da quattro lastre, sui lati corti si trovano da una parte una croce arborata e dall’altra uno scudo con gli stemmi dei Guinigi e dei Del Carretto; sui lati lunghi, le lastre (una realizzata da Jacopo della Quercia, l’altra da un collaboratore) sono decorate da putti che reggono dei festoni. È un invito all’osservatore a camminare intorno al monumento (facilitato dalla posizione in cui si trova).

Sopra questa base, scavata nel marmo di Carrara, appare scolpita in rilievo a grandezza pressoché reale, la dolce effigie di Ilaria del Carretto. Il corpo della donna è reso con incredibile realismo, sia nella resa del volto che nelle vesti che aderiscono alla figura creando pieghe che rendono ancora più credibile l’opera.

La giovane donna ha i capelli mossi, minuziosamente raccolti in una tipica acconciatura dell’epoca detta cercine, con una fascia decorata con foglie e fiori.

 

Anche l’abbigliamento rispecchia la moda dell’epoca, Ilaria è scolpita con addosso una pellarda, una veste tipica del costume franco fiammingo, stretta da una fascia sotto il seno e lunga fino ai piedi, le vesti abbondanti e il colletto rigido.

Ma è ai piedi della donna che troviamo un elemento simbolico fondamentale dell’opera: un cagnolino che giace accucciato con la testa alta in attesa di un ordine della padrona.
Cosa rappresenta questo animale? È simbolo della fedeltà coniugale, probabilmente un segno dell’amore che Paolo provò per la giovane moglie, che rende ancora più familiare e affettuosa quest’opera.

Ma allora perché è importante parlare di questa scultura?
Perché Ilaria del Carretto, sebbene si sappia poco o nulla su di lei, è diventata uno dei simboli di Lucca e ha un posto di rilevanza all’interno del Duomo della città.
Tante domande secondo me sono ancora senza risposta, per esempio perché Paolo fece commissariare un’opera solo per lei e non per le altre tre mogli?

Apriamo una piccola parentesi sulle altre mogli di Paolo Guinigi: la prima fu Maria Caterina degli Antelminelli, ultima discendente ed erede della ricchissima famiglia di Castruccio, sposata poco più che bambina sul finire del 1400, e morta, secondo quanto dicono le antiche cronache, pochi mesi dopo, senza lasciare eredi; Ilaria fu la seconda moglie e dopo di lei Piacentina di Rodolfo da Varano, signore di Camerino, che diede a Paolo cinque figli in nove anni di matrimonio; Jacopa d’Ugolino Trinci di Foligno fu la quarta e ultima moglie, che diede alla luce una figlia che sopravvisse solo per qualche ora, morta anche lei dopo essere rimasta gravemente inferma dopo il parto.

Sulla perdita di Ilaria ci sono varie speculazioni, universalmente accettata è la morte successiva alla nascita della seconda figlia a causa di un parto travagliato, si dice anche possa essere stata una peritonite trascurata, però circolano anche voci e leggende a riguardo. Alcune donne del patriziato lucchese vicine alla vita di corte divulgarono il dubbio che Ilaria sarebbe stata avvelenata dal marito geloso, e l’avvelenamento avrebbe coinvolto anche il cagnolino di Ilaria, l’animale a cui la donna doveva essere particolarmente affezionata, poiché riprodotto ai piedi della sua effige marmorea.

L’opera merita molta attenzione perché, oltre alla maestria del componimento, segna un punto fondamentale nelle arti del Quattrocento italiano, nonché uno spartiacque dall’arte gotica che è visibile nell’opera nella dolce figura di Ilaria; ma i volumi, i contorni, le forme, le proporzioni, e soprattutto il realismo della rappresentazione nonché il recupero degli elementi classici greco-romani sono aspetti che preludono alla grande stagione del rinascimento.

Foto di Mattia Barbella
©Noemi Spasari, 2020

Paolo Barbieri, fra sogno e fantasy

Chi ama il fantasy e il mondo dell’illustrazione sicuramente conosce Paolo Barbieri.
Io ho avuto modo di conoscerlo e iniziare ad amarlo grazie alle grafiche per i libri di Licia Troisi a partire dalle Cronache del Mondo Emerso (che saga!).
Al giorno d’oggi Paolo Barbieri è l’immagine stessa del fantasy in Italia che ci ha fatto sognare con le sue copertine e i suoi libri illustrati. È stato il primo illustratore italiano a essere Artist Guest of Honor di Lucca Games (2011), con una mostra antologica che l’ha visto protagonista nelle sale del Palazzo Ducale della città.

@paolobarbieriart

Vediamo in breve il suo percorso
Mantovano di nascita, Barbieri si appassiona al disegno sin da bambino quando inizia a ritrarre Atlas Ufo Robot in qualunque modo. Frequenta l’Istituto d’arte di Mantova e un’accademia di Milano e successivamente continua la sua formazione come autodidatta, concentrandosi sul mondo della fantascienza.
A metà degli anni Novanta inizia a collaborare con diverse case editrici nella realizzazione di copertine di libri e illustrazioni varie.
Ricordate il film d’animazione Aida degli alberi? Quello diretto da Guido Manuli e musicato da Ennio Morricone? Paolo Barbieri è direttore del reparto colori dalle scenografie del film.
Saranno proprio le copertine dei libri di Licia Troisi a far conoscere il suo nome al grande pubblico, sin dalla prima di Nihal dalla terra del vento (mi sta venendo voglia di rileggerlo!). Collabora con la Troisi per la realizzazione di tutte le copertine della saga del Mondo emerso e anche per le saghe La ragazza drago e I regni di Nashira. Realizza inoltre due libri illustrati basati sulle prime due trilogie della scrittrice romana, Le creature del Mondo Emerso, Le guerre del Mondo Emerso – Guerrieri e creature.

Insieme a quelli della Troisi, Paolo Barbieri è l’autore delle copertine e delle illustrazioni dei libri italiani di molti autori, per citarne qualcuno Susan Cooper, Cristina Brambilla, George R. R. Martin, Clive Cussler, Wilbur Smith, e tanti tanti altri.

I libri illustrati, portali di altri mondi
Oltre ai due sul Mondo Emerso, Paolo Barbieri a partire dal 2011 realizza libri illustrati di differenti soggetti, tutti (o quasi) presentati in occasione del Lucca Comics & Games.

@Noemi Spasari, 2020

Questi volumi sono tutti veramente meravigliosi, qualcuno di più; fra questi i miei preferiti sono senza dubbio L’inferno di Dante (2012), Zodiac (2016) e StarDragons (2019).

@Noemi Spasari, 2020

L’inferno di Dante
Edito da Mondadori, L’inferno di Dante illustrato da Paolo Barbieri è presentato al pubblico nel 2012.
Con il suo stile inconfondibile, Barbieri reinterpreta i personaggi più noti che affollano l’Inferno dantesco insieme agli straordinari luoghi.
Carnali e infuocate, le illustrazioni sono accompagnate dalle terzine che le ispirano: dal Caron dimonio con gli occhi di bragia, passando dagli amanti Paolo e Francesca, a Cleopatra, Ulisse e il Conte Ugolino, attraverso le Porte dell’Inferno fino alle mura di Dite.
Sfogliando le pagine di questo volume possiamo sentire i tormenti, le urla e le sofferenze di quel luogo così incantato; i personaggi sono rappresentati con precisione e cura dei dettagli, talvolta con semplici tratti sfumati “alla Barbieri”.

Fra le prime tavole del volume troviamo Beatrice, la bella e beata dall’angelica voce, che viene portata in vita da Barbieri con sfumature dorate, perfetta interpretazione della descrizione dantesca.
Caronte, il vecchio, bianco per antico pelo, è rappresentato in bianco e nero mentre governa il suo traghetto da un capo all’altro dell’Acheronte.
Ricche di pathos sono le tavole dedicate a Paolo e Francesca, gli amanti trucidati a causa del loro amore «Amor condusse noi ad una morte». Le due anime sono unite in un abbraccio eterno, quasi evanescenti, trafitte da un’enorme spada nera.

E ancora Elettra, Cleopatra, Minosse, Elena di Troia, le Furie, Caino, tutti accompagnati dalle terzine che li descrivono, tutti carichi di quell’angoscia descritta dai versi del Poeta.

Zodiac
In questo volume (edito da Lo Scarabeo con testi di Gero) Barbieri viaggia nel cosmo, fra ignoto e stelle, con matita e colori.
“Il mare di stelle” è la simbologia che guida la stesura di questo libro, fra stelle e costellazioni, «attraverso le luminose tessiture nella volta celeste, disegni che raccontano di animali, creature ed eroi mitologici».
Le tavole viaggiano attraverso il cosmo mostrando le rappresentazioni dello Zodiaco Occidentale (Ariete, Toro, Gemelli, etc), degli elementi (fuoco, terra, aria, acqua), dei pianeti del sistema solare insieme al Sole e alla Luna, dello Zodiaco Cinese (Cane, Gallo, Serpente, etc), insieme a delle tavole e studi a matita.

Delle tavole ricche, che emanano potenza e un certo senso di divino. I disegni che rappresentano lo Zodiaco occidentale sono dominati da colori scuri, ma non cupi. Lo Scorpione, per fare un esempio, ricorda il mito di Aracne, la fanciulla trasformata in ragno da Atena: un’immagine molto forte, che emana potere e determinazione. Mettendo l’immagine a paragone proprio con una tavola (da Favole degli Dei, Mondadori, 2011) raffigurante Aracne non possiamo davvero non notare la forte similitudine.

@paolobarbieriart

Fra le mie tavole preferite senza dubbio c’è quella dedicata alla Luna e descritta da Gero come «sorella dell’uomo e madre del suo sogno»; ricorda un po’ una fata dalla forte potenza mistica.

Per quanto riguarda lo Zodiaco Cinese, le tavole sono di forti colorazioni, più chiare rispetto a quelle occidentali. Il Cane, la prima della serie, è l’immagine dell’Anima quieta che ci guida e ci protegge, posto alle spalle dell’uomo come scudo.
La parte del volume dedicata agli studi e ai disegni a matita è veramente interessante, mostrando la naturalezza del disegno di Barbieri, la purezza dell’animo sempre fantasy che lo accompagna.

StarDragons
Presentato a Lucca Comics & Games 2019, StarDragons (edito da Lo Scarabeo) è un lavoro che combina l’immagine del drago e del dragoniere e le costellazioni, unendo in cinquantasei tavole, Draghi e Stelle, Costellazioni e Cavalieri, Cretaure fantastiche e luoghi immaginari in cui si incontrano i miti e le leggende, da sempre protagoniste dell’immaginario collettivo dell’umanità.
Il libro si basa su un gioco per collegare tutte le immagini, i draghi sono trasformati nelle costellazioni più note e le creature che li accompagnano, i “dragonieri”, sono le stelle più importanti. Ecco così che drago e creatura sono in realtà la stessa cosa, perché le costellazioni sono fatte dalle stelle.

Barbieri mostra in questo volume un’immagine del drago differente da quella stereotipata, derivata dalle mitologie bigotte, che lo vede come il cattivo, ma invece come l’emanazione più potente della natura, un’amplificazione della meraviglia del mondo, mettendo quindi in evidenza il rispetto che il cavaliere dimostra nei confronti del drago e della sua libertà.
Andromeda, Pegaso, Perseo, Orione, Orsa Maggiore e tante altre costellazioni si trasformano in Draghi straordinari. Altair, Sirio, Vega, Antares, Aldebaran e molte altre delle stelle delle principali costellazioni più conosciute prendono forma nei guerrieri, nei cavalieri e nelle creature che accompagnano i Draghi.

Come nasce un’illustrazione di Paolo Barbieri?
«Sono abituato alla carta, parto dai bozzetti su carta, poi passo l’immagine sul digitale. Io preferisco fare tutto a matita, creando delle immagini seppiate. Mi piace pensare che la matita dia spazio al cervello per perdersi nell’immaginazione». (LC&G 2019)
Le opere di Barbieri ci portano in un universo parallelo, in un mondo fatto di sogni, in cui draghi e costellazioni, unicorni, fate si incontrano, in una danza di colori in cui lo “sfumato Barbieri” rende inconfondibile la sua firma.
Fra le peculiarità del lavoro dell’illustratore è l’evidente studio anche nella composizione dei libri, le opere sono accostati a bozzetti, alcune sono molto lavorate, altre assumono quell’aspetto del “non finito” michelangiolesco, e ogni tavola apre al lettore/osservatore/appassionato un mondo che ha come limite unicamente la propria fantasia.

@Noemi Spasari, 2020