Star Wars Day: come orientarsi nell’universo

Oggi è lo Star Wars Day, perché? Molto semplicemente e simpaticamente in inglese il 4 maggio è may the 4th che suona molto come may the force (be with you), cioè “Che la forza sia con te”.

In questo giorno speciale che per (noi) nerdazzi andrebbe segnato di rosso sul calendario, ho pensato di proporvi una cosa un po’ diversa: un recap generale e cronologico di tutto quello che è presente nella galassia lontana lontana.

Quante volte avete sentito dire “ma perché l’episodio 4 viene prima dell’1?” oppure “e chi sarebbe questa con due code in testa?”, e anche “non ho capito nulla della storia” e “oddio ma ci sono anche i libri e i cartoni?”.

Ebbene sì, è un macello! Seguire l’ordine di uscita delle varie cose è più confusionario che altro, quindi procediamo cronologicamente con la storia e iniziamo dal primo, che in realtà e l’ultimo uscito finora e non ho contato i videogiochi.

L’ALTA REPUBBLICA
Ultimo uscito, ma prima di ogni cosa, L’alta Repubblica narra le vicende dell’Ordine dei Jedi 200 anni prima della saga degli Skywalker. Di questo periodo Panini Comics ha pubblicato da qualche settimana un romanzo dal titolo La luce dei Jedi, un young adult dal titolo Una prova di coraggio e una serie di albi a fumetto.

LA CADUTA DEI JEDI
Qua andiamo a parlare di qualcosa di ben più noto. Abbiamo la trilogia “mezza nuova” (che neologismo) che include La minaccia fantasma (1999, ep I), L’attacco dei cloni (2002, ep II) e La vendetta dei Sith (2005, ep III) che sono i film dei primi anni 2000 con Hayden Christensen, Ewan McGregor, Natalie Portman, etc. in cui alla fine “nasce” Darth Vader/Fener (qua è colpa delle traduzioni italiane terribili).

In mezzo a questa trilogia, dopo il II ep. e includendo il III, si collocano una serie di cartoni animati e un lungometraggio della serie The Clone Wars (2008 il film, la serie 2008-2020).

Ci siete?

IL REGNO DELL’IMPERO
In questo periodo si colloca una serie animata che esce proprio oggi su Disney+,The Bad Batch che son proprio curiosa di vedere, dovrebbe parlare di una squadra speciale di cloni.

Subito dopo cronologicamente abbiamo il film Solo: a Star Wars story (2018), l’episodio monografico su Han Solo.

L’ETÀ DELLA RIBELLIONE
Questa è la parte più piena della storia, quella che ha più racconti, più emozioni, più Harrison Ford.

Iniziamo con Rebels (2014-17), una serie animata che parla della nascita della ribellione e della continua purga dei Jedi sopravvissuti all’Ordine 66.

Abbiamo poi Rogue One: a Star Wars Story (2016), uno dei miei preferiti finora, film che racconta come un gruppo di ribelli riesca a rubare i famosi piani della Morte nera.

Poi arriva la trilogia “vecchia”: Una nuova speranza (1977, episodio IV), L’Impero colpisce ancora (1980, ep. V) e Il ritorno dello Jedi (1983, ep. V).
In questa trilogia succede di tutto, ci sono le citazioni più iconiche della storia di SW tipo “ti amo-lo so” o “fare o non fare, non c’è provare” e l’immortale “Aiutaci Obi-Wan Kenobi, sei la mia unica speranza” e in cui si scopre (mega super spoiler) che Luke io sono tuo padre (Darty, of course).

LA NUOVA REPUBBLICA
Qui per ora citiamo solamente la serie uscita su Disney+ The Mandalorian (2019 in poi) in cui appare quel tenerissimo Baby Yoda che ha spopolato nel merchandising.

L’ASCESA DEL PRIMO ORDINE
Eccoci alla fine con Resistance (2018-19), una serie animata dedicata ai piloti della Resistenza, che anticipa la “nuova trilogia” con Il risveglio della Forza (2015, ep. VII), Gli ultimi Jedi (2017, ep.VIII) e L’ascesa di Skywalker (2019, ep. IX), con le storie delle vecchie leve che cedono drammaticamente il posto alle nuove.

E il vostro preferito qual è?

Noemi Spasari

Premio Oscar, la storia dell’Academy Award

Tutti lo vogliono, tutti lo sognano… almeno così accade a Hollywood! L’Academy Award o meglio conosciuto come Premio Oscar, per gli amici semplicemente Oscar, è il premio cinematografico più prestigioso e antico al mondo.

Ma come non è il Mostra internazionale d’arte cinematografica il più antico? Ebbene, no. I primi Premi Oscar vennero assegnati il 16 maggio 1929, tre anni prima che il Festival di Venezia aprisse i battenti.

A chi è venuta questa idea?
Ovviamente agli esponenti dell’industria cinematografica americana, che nel 1927 fondarono l’Accademia delle arti e della scienza del cinema e all’inaugurazione dell’istituto fu avanzata l’idea di un premio annuale per il miglior film, regista e attore, che non fosse però costituito dalla solita coppa.

Così l’allora dirigente dell’Accademia, Cecil Gibbons, disegnò su una statuetta che stringeva al petto una spada e la realizzazione di questo fu affidata allo scultore George Stanley.

(ne parlano anche qui https://www.facebook.com/TeCinPillole/)

Perché si chiama Oscar?

Sapevate che il nome ufficiale della statuetta dorata è “Academy Award of Merit”?

Ma per quanto riguarda il “soprannome” Oscar ci sono varie versioni: la più accreditata vuole che questo derivi da un’esclamazione di Margaret Herrick, impiegata all’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, la quale, vedendo la statuetta sopra un tavolo, esclamò: «Assomiglia proprio a mio zio Oscar!».

La statuetta che tutti vogliono ha anche un bel peso da portare: non solo morale, l’Oscar è placcato oro 24 carati, alta 34 cm e pesa 4kg (ha anche un valore commerciale di 300 dollari).

Come si candida un film agli Oscar?
È una domanda che mi son sempre posta, così sono andata a fare qualche ricerca.

Un film statunitense per essere candidato agli Oscar deve essere stato distribuito nella Contea di Los Angeles durante il precedente anno solare, entro la mezzanotte del primo di gennaio e la mezzanotte della fine del 31 dicembre, e deve essere stato emesso nei cinema per almeno sette giorni consecutivi (son fiscali, quindi bisogna fare attenzione!).

Per quanto riguarda i film non del territorio USA, la candidatura come Miglior film straniero non è sottoposta a queste clausole, ma per essere accettati i film stranieri devono includere dei sottotitoli in inglese e, inoltre, ogni paese può presentare un solo film all’anno.

Momenti storici
Ormai siamo abituati alle grandi celebrazioni, i meravigliosi vestiti che anno dopo anno stilisti di tutto il mondo confezionano per le Star. Ogni anno l’evento è memorabile, ogni anno emozioni e momenti di gloria riempiono il Dolby Theatre di Los Angeles.

In queste 93 edizioni sono stati tantissimi i momenti iconici, alcuni sono rimasti nella memoria di tutti.

Sicuramente noi italiani ricordiamo con orgoglio e affetto quando nel 1993 (io ero ancora un’infante) durante la premiazione con l’Oscar alla carriera il regista Federico Fellini che dal palco chiese a sua moglie Giulietta Masina di non piangere o quando all’annuncio nel 1999 della vittoria come Migliore film straniero per La vita è bella, Roberto Benigni reagì con la gioia che lo denota e per ricevere la statuetta passò sopra le teste del pubblico.

Non tutti forse ricordano che nel 1972 Charlie Chaplin alla premiazione con l’Oscar alla carriera improvvisò sul palco la popolare scena del ballo dei panini in La febbre dell’oro.

Ma sicuramente molti di noi ricordano la cerimonia del 2014 quando la divertentissima Ellen DeGeneris, allora conduttrice, coinvolse in un selfie di gruppo dieci attori, quali: Bradley Cooper, Angelina Jolie, Jennifer Lawrence, Jared Leto, Lupita Nyong’o, Brad Pitt, Julia Roberts, Kevin Spacey, Meryl Streep e Channing Tatum. Sapevate che la fotografia fu pubblicata subito su Twitter e venne ritwittata oltre 3,4 milioni di volte, disabilitando momentaneamente il social network e superando il record di retweet per una foto?

Nel 2016, l’immagine venne inclusa tra le “100 foto che hanno cambiato il mondo” dal periodico Time.


Qualche curiosità
Sapevate che Charlie Chaplin, Orson Welles e Sylvester Stallone sono stati i primi tre nella storia degli Oscar ad aver ricevuto le candidature per miglior attore protagonista e per la miglior sceneggiatura originale nello stesso anno e per lo stesso film?

Dopo di loro ci sono stati solo pochi nomi: Woody Allen con Io e Annie, Matt Damon con Will Hunting – Genio ribelle e il nostro Roberto Benigni con La vita è bella.

Sono solo due i film fantasy a esser stati premiati con l’Oscar per il miglior film: Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re e La forma dell’acqua – The Shape of Water.

Sapevate anche che due attori (finora) hanno rifiutato il Premio? Sono Marlon Brando nel 1973 per il film Il padrino, in protesta contro le ingiustizie da parte del mondo di Hollywood contro i nativi americani e prima di lui ci fu George C. Scott.

Fatto molto curioso da sottolineare: Kathryn Bigelow è l’unica donna ad aver vinto l’Oscar come miglior regista per il film The Hurt Locker nel 2010.

In più Bernardo Bertolucci è l’unico regista italiano ad aver vinto l’Oscar come miglior regista (per il film L’ultimo imperatore) nel 1988.

@Noemi Spasari

La strada delle donne nella scienza

È ormai risaputo che le donne, fin dall’antichità, hanno svolto un ruolo fondamentale nella scoperta, nel progresso e nello sviluppo delle scienze seppur la strada delle “donne scienziato” sia stata variamente lastricata di ostacoli.

Nell’antichità le donne erano partecipi in ambito medico, filosofico e alchimistico; ripensando ai tempi più remoti sicuramente tanti sapranno citare Ipazia, maestra di astronomia, filosofia e matematica alla scuola neoplatonica di Alessandria che alla scienza dedicò la sua intera vita. Viene considerata da molti la prima scienziata della storia ed alcuni sostengono addirittura che la sua morte sia stata causa dell’assenza delle donne in ambito scientifico per centinaia di anni.

Non tutti, invece, potrebbero conoscere una figura ancor più antica, Merit Ptah (2700 a.C) descritta in un’iscrizione nell’antico Egitto come “capo-medico”, la prima donna nota per nome nella medicina e probabilmente in ambito scientifico. Nelle sue attività essa combinava la spiritualità con la medicina e l’ostetricia.

Fin dall’antichità le donne svolsero un ruolo significativo negli studi di chimica applicata e di alchimia consentendo la preparazione dei composti medicinali ma anche della birra. Tra le alchimiste Maria la Giudea fu ideatrice di numerosi strumenti chimici tra cui il più famoso è ancora oggi adoperato: si tratta del dispositivo di Bagnomaria (che deve a lei il suo nome).

Maria la Giudea

A seguire nel tempo, il medioevo non è sicuramente un periodo florido per le arti scientifiche, men che meno per le donne che desideravano cimentarcisi. Si trattò di un periodo di grandi difficoltà per tutta la produzione intellettuale che ne restò drammaticamente coinvolta comportando una grande carenza nei campi della ricerca e dell’innovazione. Il ripristino della civiltà avvenne lentamente e fu possibile anche grazie a monasteri e conventi, ultimi baluardi in cui venivano coltivate le scritture e le copie di molti studiosi del passato.

Ildegarda di Bingen

Per le donne i conventi furono importanti luoghi di istruzione e per alcune di esse rappresentarono anche lo strumento che permise loro di partecipare e contribuire alle opere di ricerca scientifica. In questo contesto troviamo Ildegarda di Bingen, famosa filosofa e scrittrice che trattò di molti argomenti scientifici tra cui la medicina e la storia naturale (nota inoltre per aver denunciato gli scandali di cui si coprì la Chiesa già da allora!). In uno dei suoi scritti sviluppò anche una teoria femminista sostenendo la superiorità della donna sull’uomo in quanto plasmata dalla carne e dal sangue di Adamo e non dal fango come lui.

La crescita del numero e del conseguente potere di questi “circoli di menti femminili” spaventò il clero maschile che quindi non sostenne tale condizione portando ad attacchi e conflitti contro il progresso delle donne negli ambiti scientifici e arrivando persino ad escludere ad esse la possibilità di imparare a leggere e scrivere. Tutto il mondo scientifico subì un collasso nei cosiddetti secoli bui e con esso il coinvolgimento delle donne nel sapere e nella scienza.

Trotula de Ruggiero

Quando nell’XI secolo iniziarono a comparire le prime università le donne furono per larga parte escluse dal parteciparvi, vi sono tuttavia per fortuna alcune eccezioni: ad esempio l’università di Bologna che fin dalla sua fondazione nel 1088 consentì alle donne di frequentarne le lezioni. In Italia l’atteggiamento nei confronti dell’educazione femminile, in particolare in campo medico, fu più liberale che in altri stati. Presso la scuola Medica Salernitana, Trotula de Ruggiero, cui sono attributi scritti di ostetricia e ginecologia, insegnò a molte nobildonne italiane formando il cosiddetto gruppo delle “Signore di Salerno”.

Maria Margaretha Kirch


In Germania, invece, grazie alla tradizione per cui le donne partecipavano alla produzione artigianale, fu consentito ad alcune il coinvolgimento nella scienza dell’osservazione, in particolare l’astronomia.
Maria Margaretha Kirch ebbe la possibilità praticare l’astronomia dopo il matrimonio con Gottfried Kirch, primo astronomo di Prussia, divenendo sua assistente all’osservatorio astronomico a Berlino essa poté dare contributi interessanti tra cui anche la scoperta di una cometa.

Laura Bassi


Il XVII secolo vedeva ancora la vita delle donne interamente dedicata ai lavori domestici cui erano “obbligate per natura”. Mentre neanche la rivoluzione scientifica contribuì ad eradicare quest’idea dalla società, l’età dei lumi portò a un ruolo più ampio e più esteso del genere femminile nelle scienze. Nei salotti letterari, sia uomini che donne dei ceti più agiati trovarono lo spazio ideale per poter discutere di argomenti più disparati dalle scienze alla politica, alla filosofia e via dicendo. In questo periodo la prima donna ad ottenere una cattedra universitaria in ambito scientifico in Europa fu l’italiana Laura Bassi i cui studi sulla gravità furono fondamentali per l’introduzione delle idee di Isaac Newton.


Per lungo tempo la scienza rimase una professione ampiamente amata dalle donne; tuttavia i contributi femminili faticarono a farsi riconoscere per i pregiudizi ancora diffusi ed imperanti. Nel XIX secolo molte giovani poterono perseguire gli studi tramite corrispondenza con i propri insegnanti; fra queste, Ada Byron, figlia di Lord Byron è meglio conosciuta come Ada Lovelace (titolo che ricevette dal marito Lord William King conte di Lovelace, fermissimo sostenitore dei suoi interessi scientifici). Nonostante non avesse rinunciato alla famiglia, essendo già madre e moglie a soli 24 anni, Ada si mantenne un’allieva affamata di conoscenza e impaziente di apprendere.

Ada Lovelace


Con Charles Babbage intrattenne una ricca corrispondenza sulle possibili applicazioni della sua macchina analitica e tradusse su sua richiesta in inglese il testo di Luigi Menabrea sui motori ampliandolo con una serie di appendici. L’ultima di queste note, la famosa Nota G è considerata il primo programma informatico mai scritto, facendo di lei la prima programmatrice di computer al mondo, intuendo inoltre la capacità dei computer di andare al di là del mero calcolo numerico. Oggi il secondo martedì di ottobre viene celebrato il Giorno di Ada Lovelace per ricordare la prima informatica della storia, e in generale i successi delle donne nella scienza, nella tecnologia, nell’ingegneria e nella matematica.

Florence Nightingale

Sul finire del XIX secolo si assistette ad un ampliamento delle possibilità educative delle donne, grazie anche alla creazione di scuole per ragazze con impostazioni uguali a quelle maschili. Si assisté finalmente ad un momento cruciale per la salute pubblica e l’assistenza infermieristica moderna che ha in Florence Nightingale la sua pioniera fondatrice la quale per prima applicò il metodo scientifico attraverso la statistica.


In questo contesto, inoltre, emerge una delle più grandi figure non solamente femminili e non di esclusivo ambito scientifico ma a mio avviso della storia: Marie Curie. La prima persona a vincere due Premi Nobel (per la fisica 1903 e per la chimica nel 1911) un record da allora raggiunto solo da altri tre scienziati, e in più in due ambiti scientifici diversi. Grazie alla scoperta della radioattività Marie Curie passò alla storia e inaugurò ufficialmente l’era della fisica atomica. La tradizione scientifica della famiglia Curie proseguì con la figlia Irène Joliot-Curie i cui studi insieme al marito, sugli isotopi radioattivi che conducono alla fissione nucleare valsero loro il premio Nobel per la chimica nel 1935.

Marie Curie con le figlie
Maria Montessori


Il XX secolo è fra tutti quello più ricco di figure femminili impegnate nell’attività scientifica, fra queste ricordiamo: Lise Meitner che svolse un ruolo importante nella scoperta della fissione nucleare. Maria Montessori prima donna medico dell’Europa Meridionale famosa ancora oggi per il suo programma educativo avendo cura anche dei bambini con difficoltà dell’apprendimento.

Annie Jump Cannon

Emmy Noether diede nuova immagine all’algebra astratta, e creò un teorema critico sulle quantità conservate della fisica. Inge Lehmann, sismologa che suggerì per la prima volta la possibilità di un nucleo solido all’interno del nucleo terrestre fuso. Ad Annie Jump Cannon si deve la classificazione delle tipologie stellari in A-B-C sulla base della temperatura che venne poi successivamente estesa. Sempre in astronomia ad Henrietta Swan Leavitt si deve la scoperta della “relazione periodo-luminosità” della variabile Cefeide da cui deriva la nostra attuale idea dell’intero universo.

Rosalind Franklin

Gerty Theresa Cori scoprì il meccanismo attraverso il quale il glicogeno, si trasforma nei muscoli per formare l’acido lattico e su come viene poi riformato per la produzione di energia, che valse per lei ed i suoi colleghi il Nobel per la medicina nel 1947. Rosalind Franklin, cristallografa il cui lavoro sulla conformazione della struttura del DNA fu fondamentale ai suoi più famosi collaboratori James Watson e Francis Crick per terminare la ricerca sul loro modello della struttura del DNA per la quale furono premiati con il Nobel. Nessun merito venne riconosciuto al lavoro della Franklin che morì per una neoplasia nel 1958.

Rita Levi-Montalcini


Parlando di scienziate del XX secolo che dedicarono la vita alla scienza non possiamo dimenticare la neurologa Rita Levi-Montalcini, Premio Nobel per la medicina 1986 per la scoperta del fattore di crescita nervoso (NGF). Ricordiamo inoltre la figura controversa di Hedy Lamarr, attrice e brillante inventrice che sviluppò insieme al compositore George Antheil un sistema di guida a distanza per siluri che ad oggi rappresenta la base della tecnologia di trasmissione segnale usata nella telefonia e nelle reti wireless.


Grazie agli studi di Barbara McClintock sulla genetica del granturco si scoprì l’esistenza dei trasposoni, delle porzioni di DNA in grado di spostarsi da un cromosoma all’altro; la scienziata ottenne il premio Nobel per la medicina solo nel 1983 essendo stata per molti anni poco apprezzata negli ambienti scientifici.

Barbara McClintock

Indubbiamente quest’elenco non è e non può essere esaustivo della presenza e della totalità dei contributi portati dalle donne in ambito scientifico, né purtroppo abbiamo contezza di quale sia stato a tutti gli effetti il coinvolgimento femminile nella storia delle scienze. Oggi ci sono sempre più donne, scienziate e ricercatrici che impegnano le loro menti in campi non più ad esclusiva partecipazione maschile, come l’ingegneria, la matematica, la fisica, la chimica, l’informatica, la medicina rappresentando per le giovani generazioni un modello poliedrico da seguire ed emulare in una società che purtroppo ancora per molti aspetti tende a delineare un modello femminile stereotipato e monodimensionale.

Se il XIX e XX secolo sono stati il trampolino di lancio per la presenza femminile nei settori scientifici, il nostro è il primo secolo in cui le donne finalmente hanno grandi opportunità quasi al pari dei loro colleghi; è per questo di grandissima importanza che le giovani di oggi possano essere incoraggiate ad appassionarsi alle scienze per arrivare finalmente ad eradicare l’idea che le materie scientifiche siano prerogativa di una mente maschile.

Gaia Spasari

Buffy l’eroina anche nella vita vera

Al giorno d’oggi le serie tv fanno parte delle vite di tutti noi, ci tengono compagnia, sono fra i nostri argomenti di conversazioni preferiti, ci affezioniamo, piangiamo, ridiamo. Ci son poi quei personaggi che ci entrano nel cuore, con cui cresciamo e che diventano in qualche modo dei modelli e degli amici.

Uno dei miei personaggi preferiti in questo senso è Buffy, la Cacciatrice.

Premesso che sono una fan sfegatata del genere fantascienza/fantasy/etc, ma Buffy mi piacerebbe a prescindere. La sigla di Buffy fra l’altro è una delle più belle della storia delle serie tv, ma anche tutta la colonna sonora è bellissima.

«Per ogni generazione c’è una prescelta, che si erge contro i vampiri, i demoni e le forze delle tenebre…lei è la Cacciatrice!» (brividi).

Titolo della serie è Buffy l’ammazzavampiri (Buffy the Vampire Slayer), che già suona dannatamente figo, è andata in onda tra il 1997 e il 2003 ed è stata scritta da Joss Whedon (sì, quello di The Avengers e Avengers: Age of Ultron). La serie ha avuto anche una continuazione fumettistica, con un’ottava stagione pubblicata dalla Dark Horse Comics, scritta dallo stesso Whedon e da altri autori.

Sapete che Whedon aveva già fatto un esperimento su Buffy? Ebbene sì, nel 1992 era uscito un film omonimo che fu un insuccesso commerciale (vi dico però che nel film c’era un giovanissimo Luke Perry insieme a Hilary Swank e a un irriconoscibile Donald Sutherland).

La storia di Buffy non ve la racconto davvero, perché tutti dovrebbero conoscere le avventure della cacciatrice/prescelta/ammazzavampiri. È una delle serie tv più belle della storia, che vedere unirsi diversi generi cinematografici: horror, arti marziali, urban fantasy, drammatico e splatter; in più la serie ha avuto un episodio musical (come lo adoro), dal titolo La vita è un musical. Dovete averlo visto, altrimenti recuperate, ci sono tutte le stagioni su Prime Video.

Quel che apprezzo in Buffy è che è un’eroina scelta per essere tale, non avendo bisogno di difendere la sua posizione, lei è The Vampire Slayer e nessuno può negarle il suo ruolo solo perché è una donna (ragazzina in realtà) o perché non mostra una scollatura provocante.

Il suo personaggio è ironico, forte e rispecchia anche l’abusato concetto di indipendenza. Affronta difficoltà stereotipate come i vampiri dal terribile trucco, ma si ritrova a dover fare i conti anche con la vita vera, senza che nessuno le regali nulla. Frequenta la scuola come tutti, e dopo la tragica morte della madre, si ritrova a dover mantenere se stessa e la sorella accettando lavori poco qualificanti, passando da problemi che chiunque di noi può aver vissuto: le bollette da pagare, lavori di ristrutturazione della casa, la spesa da fare e le macchie di sangue da pulire.

Non dimentichiamo, inoltre, che accanto a lei lottano i suoi fidati amici: Xander, un ragazzo impacciato che anche grazie alla vicinanza della Cacciatrice crescerà come personaggio, e Willow, probabilmente uno dei personaggi più forti delle serie televisive, una giovane strega molto potente che vivrà anche la difficile comprensione del suo vero io e che poi per il dolore della perdita scatenerà l’inferno in terra.

Insomma, Buffy e il suo gruppo di amici si ritrovano a dover combattere tutti i giorni il Male proprio sulla Bocca dell’Inferno (se non avete capito, ripeto recuperate la serie), ma anche a dover affrontare i problemi di ogni persona “normale”: delusioni d’amore, compiti in classe, bulletti della scuola, la vita quotidiana.

Come dimenticare la grande storia d’amore fra Buffy e Angel e tutto il tormento che ne è conseguito (vorrei dire a tal proposito che grazie a Buffy il mondo ha conosciuto David Boreanaz, devo davvero aggiungere altro?). E la storia di Angel stesso che è così piena di sangue e tormento o di Spike con altrettanto sangue e tormento.

È facile così rispecchiarsi in personaggi irreali, ma anche reali come Buffy, in cui vediamo non solo la lotta al male, ma anche la difficoltà della vita quotidiana. Eroine a tutto tondo.

@Noemi Spasari, 2021

Pina Bausch, la grande Maestra che ha cambiato la danza

Ci sono delle personalità nel mondo dell’arte che a parer mio andrebbero studiate a scuola, per il ruolo fondamentale che hanno ricoperto, per ciò che hanno fatto e per l’eredità che hanno lasciato: fra questi un posto di rilievo lo occupa Pina Bausch, coreografa, ballerina e insegnante tedesca, una delle più grandi artiste della storia recente.

da http://www.riccioneteatro.it/

Di chi stiamo parlando?
Philippine Bausch, meglio nota semplicemente come Pina Bausch, nasce a Solingen, nella Renania tedesca, il 27 luglio del 1940.

Il suo nome è legato a un termine che potrà sembrarvi un po’ strano, “Tanztheater”, che in italiano traduciamo con teatrodanza, adottato negli anni ’70 da alcuni coreografi tedeschi, di cui vi parlerò dopo.

Inizia la sua carriera artistica sin da adolescente, studia inizialmente alla “Folkwang Hochschule” di Essen, diretta da Kurt Jooss, per poi ottenere una borsa di studio per un corso di perfezionamento e di scambio negli USA. Qui studierà alla famosa “Julliard School of Music” di New York. Successivamente viene scritturata, come ballerina, dal New American Ballet e dal Metropolitan Opera House.

da https://vitaminevaganti.com/2019/06/29/pina-bausch-quando-avere-i-piedi-troppo-lunghi-fa-la-differenza/

Poi rientra in Germania, sono gli anni ’60, gli anni delle sperimentazioni dei cambiamenti, gli anni di Kennedy, dei Beatles e dei Pink Floyd, gli anni d’oro del cinema italiano, gli anni delle rivoluzioni, degli Hippie: Pina inizia a comporre le prime coreografie per il corpo di ballo della sua prima scuola, la Folkwang Hochschule di Essen fondata da Kurt Jooss, che dirigerà dall’anno successivo. Iniziano a vedersi le basi della sua rivoluzione.

Arrivano gli anni Settanta, anche il mondo della danza è nel pieno delle rivoluzioni: vengono rivalutate le potenzialità del corpo come mezzo espressivo, ma anche il rapporto con lo spazio e con la musica, viene sperimentata un’esplorazione più libera del movimento, insieme a nuovi codici gestuali.

da New York Times

È il 1973 quando Pina Bausch fonda il Tanztheater Wuppertal Pina Bausch. È un successo sin dal principio per i suoi spettacoli, che prendono ispirazioni da capolavori artistici, letterari e teatrali, come ad esempio Le sacre du printemps del 1975; Pina Bausch accumula successi in tutto il mondo.

Sarà con Café Müller (1978), uno dei suoi spettacoli più celebri, nel quale si possono intuire anche gli echi del suo passato di giovane lavoratrice nel ristorante paterno, che si assisterà alla svolta decisiva nello stile e nello studio del componimento in tutti i suoi elementi, andando ad approfondire sia il contrasto uomo-società, sia la visione intima della coreografa e dei suoi danzatori, che sono chiamati direttamente ad esprimere le proprie personali interpretazioni dei sentimenti.

Pina Bausch muore di cancro ai polmoni il 30 giugno 2009 all’età di 68 anni.

Il Tanztheater
Cosa si nasconde dietro questa parola? Il teatro danza è un progetto artistico che unisce alcuni elementi del teatro inteso in senso classico con la corporeità e la potenza espressiva della danza, usati per precisi scopi drammaturgici.

In cosa consiste la rivoluzione di Pina Bausch? La grande artista coinvolgeva in prima persona i suoi danzatori, chiamati anche danzattori, e partendo da un elemento base, chiedeva loro di proporre una rilettura personale e quindi a contribuire attivamente alla creazione dell’opera, rendendo così ogni gesto carico di un potente significato.

Il lavoro di Pina si basa sul rapporto fra forza e fragilità, che rinnova facendolo vivere in modo sentito e riempito del vissuto di ciascun interprete.

da https://www.kampnagel.de/en/program/viktor/

L’eredità
Riassumere in poche parole cosa tutt’oggi l’importanza che ricopre la figura di Pina Bausch sarebbe riduttivo. La memoria di questa donna, maestra, artista continua a influenzare ed essere presente nella vita di grandi artisti a noi contemporanei, dal teatro alla danza, ma anche al cinema, alla pubblicità e anche alla moda e il circo. La sua compagnia continua ad essere attiva e a rimettere in scena il repertorio della Bausch, considerato ormai un classico della danza contemporanea.

In particolare, mi soffermo sulla moda. Pina è una ballerina senza tutù, nelle sue opere indossa e fa indossare abiti che mostrano le forme del corpo, quasi sottovesti intime. Questo ha ispirato molti artisti nel campo della moda.

Il regista Wim Wenders le dedica un documentario, dal semplice titolo “Pina”, perché non serve altro, e che ci mostra come creatività, emozione e comunicazione si fondano nel lavoro straordinario di Pina, una donna che ha dedicato tutta la vita alla propria arte, e che è stata un punto di riferimento per il mondo della danza, ispirando ballerini di tutto il mondo.

Pina, Wim Wenders

Mi emoziona molto parlare di personaggi come Pina Bausch che considero una sorta di divinità nel campo artistico.

 

Immagine in evidenza da wsimag.com

@Noemi Spasari, 2021

La profezia dell’armadillo di Zerocalcare

Ci sono dei momenti mentre leggi in cui pensi “ma sta parlando di me”. A me accade spesso con Zerocalcare: le sue ansie, dubbi amletici ed esistenziali, sono anche le mie ansie, i miei dubbi, come lo strano pensiero sul carciofo come strumento del maligno.

Oggi vi parlo del primo libro a fumetti realizzato dal fumettista: La profezia dell’armadillo, libro che ha vinto il premio Gran Guinigi nel 2012, nella categoria “miglior storia breve”

Che cosa sarebbe? Cito testualmente: «Si chiama “profezia dell’armadillo” qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli. Amen».

Di cosa parla questa graphic novel[1]? È la storia di Zero, un ventisettenne che vive nel quartiere romano di Rebibbia accompagnato dal suo amico armadillo, che per lui è un po’ come il grillo parlante, ma a volte anche un po’ politicamente scorretto, mentre si destreggia fra un lavoro stancante e ripetizioni di francese.

La sua vita subisce un colpo quando riceve la notizia che Camille, sua vecchia amica e primo grande amore, è morta a causa di un brutto male che non viene specificato, ma lasciato intuire. L’opera è disegnata come un susseguirsi di varie tavole autoconclusive per poi nel complesso portare a una più grande riflessione.

Così la storia si sviluppa con flashback adolescenziali che descrivono la storia della sua amicizia con Camille e insieme ai racconti della sua vita quotidiana e l’avvicinarsi dei trent’anni.

L’armadillo sempre presente è l’incarnazione delle sue paure, incertezze e insicurezze; si alternano nella storia anche personaggi ricorrenti fra cui gli amici Secco e Greta e i propri genitori la madre rappresentata con le fattezze di Lady Cocca (adoro) e il padre con l’aspetto del Signor Ping. Inoltre, il “brutto male” che assale Camille è rappresentato come un enorme mostro nero che la segue.

Il fumetto nella sua interezza è una satira amara che apre a riflessioni profonde; un modo assolutamente personale di immortalare una persona cara attraverso la propria arte.

E poi come si può non amare uno che ha come amico immaginario un armadillo gigante?

 

N.B. Di questa graphic novel esistono due edizioni:
la prima del 2012 – La profezia dell’armadillo – Colore 8 bit, BAO Publishing
la seconda del 2017 – La profezia dell’armadillo. Artist edition, BAO Publishing (che è quella che ho io).

[1] Ci sono diverse discussioni riguardo il genere da dare a “graphic novel”, a me piace al femminile.

@Noemi Spasari, 2021

Il grande noir americano fra investigatori e dark lady

Delitti, investigatori e femme fatale sono gli ingredienti di un perfetto film noir.
Quello che conosciuto come “genere noir” è uno stile cinematografico collocato tendenzialmente nel periodo che va dalla Seconda guerra mondiale fino alla fine degli anni Cinquanta.

Per dare un inizio e una fine, si tende a dare il via al genere con l’uscita del film Il mistero del falcone di John Huston nel 1941 e definendo come ultimo momento il 1958 con L’infernale Quinlan di Orson Welles, anche se alcuni critici sostengono che i dati fondamentali dell’estetica noir sono rintracciabili già in Stranger on the third floor (1940 – Lo sconosciuto del terzo piano) di Boris Ingster.

Il mistero del falco (1941)

Successivamente a quegli anni ci saranno numerosi film accomunati da uno stile narrativo e temi simili al noir classico, che possiamo definire postnoir e neonoir.

Come nasce il noir?
Negli anni Trenta dello scorso secolo erano in voga dei romanzi polizieschi che però abbandonano il classico mystery inglese alla Conan Doyle, quel genere misterioso e poco realistico; gli autori di questi nuovi romanzi usano dialoghi secchi, serrati, insieme a tantissima azione, con ambientazioni realistiche, senza farsi mancare molta violenza e riferimenti sessuali espliciti. Venivano chiamati “Hard boiled”. Il maestro riconosciuto di questa scuola fu Dashiel Hammett.

Vi è in quegli anni un grande dialogo fra cinema e letteratura e da questi racconti nascono i film noir, tutti caratterizzati da elementi comuni.

Quali sono le caratteristiche dei film noir?
Sono storie senza speranza, i cui personaggi vivono brutte esperienze, talvolta narrate da una voce fuori campo, e si muovono nell’incertezza, in una realtà ingannevole, in un universo disperato e corrotto.

C’è un testo molto interessante che analizza questo genere a cura di Borde e Chaumeton Panorama du Film Noir américain: in questo testo i due autori usano cinque termini chiave per definire il noir: onirico, strano, erotico, contraddittorio, crudele.

La polizia bussa alla porta (1955)

Ci sono due personaggi-tipo delle storie noir: l’antieroe, che generalmente è un investigatore privato, un uomo disilluso, tendenzialmente non sposato, opposto al detective classico alla Sherlock Holmes; dall’altra parte la dark lady o femme fatale, una donna seducente e pericolosa che cerca di ottenere l’indipendenza tramite il denaro o l’uccisione dell’uomo che la opprime, quasi sempre sposata e infelice.

Al fianco di questi personaggi si aggirano assassini o perseguitati, vittime e figure dalla moralità dubbia. Uno degli elementi ricorrenti in questo genere di film è il “triangolo” (con l’amante di turno).

Caratteristico del noir è anche un particolare stile visivo e un’atmosfera comune a questi film, con delle tematiche ricorrenti. Per esempio, le immagini sono molto stilizzate o distorte date da angolazioni particolari e l’utilizzo di lenti da ripresa grandangolari (sono quegli obiettivi che riprendono un’ampia porzione di immagine, creando un effetto distorto). A questo si aggiunge un ricorrente uso del chiaroscuro che viene ottenuto attraverso un’illuminazione particolare, a sottolineare i contrasti fra luci e ombre.

Le catene della colpa (1947)

Alle immagini si aggiunge l’atmosfera allucinata e pessimistica delle storie raccontate e in aggiunta nel noir è spesso notte e piove. L’oscurità è sempre presente e riveste grande importanza a partire dall’ambientazione, che si tratti di interni oppure di esterni. In particolare, le riprese interne contribuiscono a creare un’atmosfera particolarmente opprimente, con stanze solcate da strisce di luce e ombra che penetrano attraverso le veneziane e claustrofobici uffici di detective privati.

Anche l’abbigliamento ha alcune caratteristiche che ricorrono, come per gli uomini impermeabile e borsalino ed eleganti tailleur o seducenti abiti da sera per le donne.

I film e le icone
Non si può parlare di Noir senza parlare di Humphrey Bogart, protagonista proprio nel già citato Il mistero del falco (The Maltese Falcon).

Il mistero del falco (1941)

Fra gli interpreti che si sono distinti in questo genere citiamo ancora Burt Lancaster che interpreta “Lo svedese” nel film I gangsters (The Killers), ma anche Alan Ladd, Fred MacMurray, Robert Mitchum e Dick Powell fra gli uomini.

Le dark lady hanno invece i volti di Lauren Bacall, Barbara Stanwyck, Joan Bennett, Veronica Lake, Jane Greer e ovviamente Ava Gardner.

Quello che conosciamo come noir classico si conclude alla fine degli anni Cinquanta, con L’infernale Quinlan (Touch of evil), che è ricco di richiami al genere, ma fa anche un cambio di rotta trasformando il detective in un personaggio negativo (era interpretato da Orson Welles e vorrei ben dire) e fa invece della dark lady una figura rassicurante.

Come abbiamo detto il noir influenzerà alcune correnti successive definite neo-noir o post-noir.

Se volete farvi una cultura del genere vi consiglio oltre ai già citati anche Il grande sonno (1946), Il viale del tramonto (1950) e fra gli eredi ovviamente Chinatown (1974).

@Noemi Spasari, 2021

“Donne sul fronte”, la serie di graphic journalism e la lotta per la verità

“Donne sul fronte” è la prima grande serie italiana di graphic journalism edita da PaperFirst in collaborazione con Il Fatto Quotidiano e Round Robin. Le copertine di tutte e sette i volumi sono a cura di Irene Carbone.
L’obiettivo di questa collana è di raccontare i conflitti in terre che apparentemente sembrano lontane, ma che in realtà sono più vicine che mai, mettendo al centro della scena un lavoro giornalistico tutto al femminile. In questi sette volumi, un “femminile plurale”, giornaliste raccontano altre giornaliste passate alla Storia e insieme a esperienze dirette di reporter italiane che dal fronte di guerra hanno raccontato, in prima persona, il dramma di un conflitto e delle sue vittime.
Una nuova, geniale a parer mio, idea per far conoscere una storia ancora viva.

Il primo volume è dedicato a Oriana Fallaci, indubbia protagonista del giornalismo italiano, in prima linea nel raccontare gli orrori della guerra del Vietnam. Ed è proprio di questa guerra che si parla in questo primo episodio dal titolo “Oriana Fallaci. Il Vietnam, l’America e l’anno che cambiò la Storia”, a cura di Eva Giovannini e disegni di Manuela di Cecio.


Il volume si apre con un’intervista a cura della Giovannini a Kim Phúc, la “Napalm girl”, nota per essere stata ritratta da bambina in una famosa fotografia scattata nel ‘72 durante la guerra del Vietnam, che la mostra mentre fugge completamente nuda insieme ad altri bambini, ustionata da un bombardamento al napalm delle forze aeree del Vietnam del Sud. Un’intervista che trasmette ancora dolore, dopo quasi cinquant’anni.
Si passa poi alla storia di Oriana Fallaci, prima per immagini, poi con testo narrato. La Fallaci al tempo della guerra del Vietnam era un’inviata sul luogo de L’Europeo, accompagnata a Saigon da Gianfranco Moroldo, fotografo della stessa rivista. Il suo è un reportage dal fronte, unito al suo racconto intimo, delle sue emozioni. Il racconto vede tre viaggi della Fallaci in Vietnam, unito alla rivoluzione portata avanti da Martin Luther King in America e il suo assassinio; anni pieni di eventi carichi di differenti significati, fra cui il lancio dello Shuttle sulla Luna e la nascita dei movimenti pacifisti contro la guerra in Vietnam.

In queste pagine rese vive grazie alle illustrazioni si vede la grande donna e la coraggiosa giornalista che era Oriana Fallaci, sempre in prima linea, dalla grande capacità “confessionale”, dall’infinita passione per il suo lavoro.
Oriana Fallaci ha intervistato la Storia e il Potere senza freni; in questo libro sono citati alcuni di questi personaggi come Loan, Kissinger e Nguyễn Cao Kỳ.
Episodio carico di emozioni dolorose è il suo tentativo fallito di adottare una bambina vietnamita, che lascerà un segno nella giornalista; anni dopo scriverà Lettera a un bambino mai nato.

 

Secondo volume: Ilaria Alpi. Armi e veleni, le verità interrotte, a cura di Lucia Guarano, con i disegni di Mattia Ammirati e un’intervista a Luciano Scarlettari.

La storia di Ilaria Alpi è una di quelle storie di cui non si parla abbastanza, ancora avvolte da dubbi e misteri, che purtroppo la maggior parte di noi conosce sommariamente o proprio non conosce: Ilaria Alpi era una giovane giornalista, assassinata a quasi trentatré anni in Somalia, in piena guerra civile, dove era inviata del Tg3. Il suo compito era quello di raccontare la guerra, la disperazione di un popolo, la sua attenzione era rivolta soprattutto alle vittime del conflitto, le donne e i bambini.

Vivendo sul campo si accorge di qualcosa che non torna, così il suo mirino si sposta e inizia l’inchiesta che, con molta probabilità, le costò la vita: scava nel mondo della cooperazione internazionale e tutto quello che nasconde, un traffico di armi e rifiuti tossici e radioattivi. È entrata in un circolo molto pericoloso, di quelli per cui si può arrivare ad uccidere un giornalista scomodo.
Ma Ilaria è una Giornalista, di quelle vere, non si ferma e continua a indagare, fino a quel misterioso viaggio a Bosaso di cui non si sa quasi nulla, quel 20 marzo 1994, quando in circostanze sconosciute viene assassinata insieme al suo operatore Miran Hrovatin.

Sono passati quasi ventisette anni e ancora non abbiamo una risposta per queste morti, una giustizia per questi operatori della verità, ma abbiamo avuto, invece, una terza vittima, Hashi Omar Hassan, l’uomo che ha trascorso sedici anni in carcere da innocente, un capro espiatorio usato per nascondere la verità. Tutto questo è portato nuovamente in vita dai disegni di Mattia Ammirati e dalle parole di Scalettari.

 

Il terzo volume è una testimonianza in prima persona, la storia di Giuliana Sgrena narrata dalla giornalista stessa e illustrata da Irene Carbone. Il titolo di questo volume “Giuliana Sgrena. Baghdad, i giorni del sequestro”.

È il febbraio del 2005, Giuliana Sgrena è a Baghdad, è periodo di votazioni. Dopo aver assistito a un incontro dello Sheik Hussein, la giornalista viene rapita: durerà un mese, percepito come un’eternità. Solitudine, paura, alienazione, sono queste le sensazioni riportate dalla Sgrena anche grazie alle immagini di Irene Carbone.
La giornalista racconta i dettagli più profondi di questa reclusione, dalla paura, al non distinguersi del giorno e della notte, al trascorrere del tempo scandito dal richiamo alla preghiera e a uno stratagemma ideato da lei stessa con dei nodi alla sua pashmina per segnare i giorni. Durante quel mese chiusa in una stanza le viene rivolta la parola quasi solamente da una donna misteriosa, integralmente velata, che la interroga e a cui ha potuto rivolgere alcune piccole richieste.

Intanto in Italia sorgono manifestazioni per la liberazione della giornalista. Arriva finalmente la liberazione, ma l’aria di libertà è poca: Giuliana Sgrena viene liberata grazie alla mediazione dei servizi segreti militari italiani. Durante il trasferimento all’aeroporto di Baghdad, però, mentre sulla capitale irachena imperversa un violento temporale, l’auto sulla quale viaggia la giornalista viene illuminata da un potente faro e immediatamente investita da una pioggia di colpi. I colpi provengono da “fuoco amico”, dagli americani. Uno dei funzionari del SISMI a bordo dell’auto, Nicola Calipari, rimane ucciso sul colpo, mentre cerca di proteggere la giornalista, che rimane ferita a una spalla. Portata in ospedale, in rientro a Roma sarà più lungo del previsto.

 

Quarto volume, forse quello che mi ha fatto più male. “Se chiudo gli occhi. La guerra in Siria dai racconti dei bambini”, a cura di Francesca Mannocchi con le immagini della protagonista della storia, Diala Brisly.

In realtà non è una sola storia, ma a quella di Diala se ne aggiungono altre, quelle di tutti i bambini siriani strappati alla loro terra, alla loro educazione, alla loro infanzia. Diala Brisly è un’artista e fumettista siriana di fama internazionale. È nata in Kuwait, ma a dieci anni si trasferisce in Siria e la sensazione è quella di trovarsi in un luogo di prigionia. Inizia sin da subito la sua rivoluzione privata, che la porterà a scappare dalla sua terra da adulta e a rifugiarsi in Turchia, poi in Libano e infine in Europa.

La testimonianza di Diala Brisly ci mostra un mondo di cui troppo spesso ci dimentichiamo, tutti quei siriani fuggiti dalla loro terra, profughi senza un’appartenenza, senza più una casa. E a pagarne le conseguenze più care sono proprio i bambini a cui viene privata l’innocenza dell’infanzia, l’educazione che alla fine li porterà a prendere delle scelte violente o dolorose.
La pace si può ottenere solo partendo da un popolo istruito. E così sono raccontate e illustrate le storie ipotetiche ma realistiche di quattro bambini e bambine siriani, bambini feriti, spose bambine, bambini lavoratori, bambini a cui vengono messi in mano dei fucili, bambini sulle cui spalle ricade il peso della famiglia.

Il quinto volume è dedicato a Zehra Doğan, l’artista e giornalista curda, arrestata per aver condiviso con il mondo un suo dipinto raffigurante la distruzione della città di Nusaybin dopo gli scontri tra le forze di sicurezza e gli insorti curdi. Il volume, “Zehra Doğan. La mia guerra a colori per il Kurdistan”, racconta la lotta dell’artista/giornalista per dar voce alle donne e alle sofferenze anche durante il periodo di prigionia.

A cura di Francesca Nava, illustrato da Creative Nomads Studio, il libro contiene in esclusiva la lettera clandestina che Zehra Doğan riuscì a inviare dalle carceri turche.
In questa graphic novel, l’artista curda ci mostra con immagini e parole un mondo apocalittico, quasi surreale, ma è tutto vero. In questo mondo lei e altre donne forti e piene di coraggio hanno fondato “Jinha” – un’agenzia di stampa femminista con un personale tutto femminile, per dare voce a quelle donne a cui la voce è stata tolta. Zehra è un’artista che ha bisogno di trasmettere attraverso la sua arte quello che le capita intorno, così dipinge la distruzione della città di Nusaybin e sugli edifici distrutti ci mette una bandiera turca. Questo le fa guadagnare un’accusa per propaganda terroristica; viene così arrestata e finisce in galera per quasi tre anni.

Ma la sua arte non si ferma, chiede dei materiali per dipingere e le vengono negati, decide così di usare quello che le capitava: capelli, olive, curcuma e persino il suo sangue. Grazie al suo avvocato riesce ad inviare una lettera clandestina a tre registe italiane – autrici del documentario “Terroriste, Zehra e le altre” – e così Zehra Doğan racconta la sua storia, il massacro del popolo curdo e le condizioni di tortura psicologica e di privazioni vissute nelle carceri turche da lei e dalle sue compagne di cella.

Una testimonianza fortissima, difficile da digerire, che vive anche grazie alla potenza iconografica della sua produzione artistica e alle immagini del Creative Nomads Studio (immagini del documentario). Zehra Doğan è stata scarcerata il 24 febbraio 2019. Oggi vive in Europa in modalità nomade ed espone le sue opere in tutto il mondo.

 

Il sesto volume si intitola “Rwanda. I giorni dell’oblio”, è a cura di Martina di Pirro e Francesca Ferrara e contiene un’intervista a Tiziana Ferrario.

Un massacro, un genocidio di cui si è parlato ben poco. È di questo che tratta questo volume, un massacro che fa male solo a immaginarlo. 104 giorni, 1.074.017 morti. Il genocidio dei tutsi del Ruanda fu uno dei più sanguinosi episodi della storia dell’umanità del XX secolo.
Due popolazioni portate a odiarsi: l’odio interetnico fra Hutu e Tutsi costituì la causa scatenante del conflitto, ma l’idea di una differenza di carattere razziale fra queste due etnie è estranea alla storia ruandese e rappresenta in realtà uno dei lasciti più controversi del retaggio coloniale belga. Come arrivano due popolazioni a odiarsi fino a massacrare una delle due? Attraverso privazioni, menzogne e influenze da parte di un terzo soggetto.

In questa graphic novel, attraverso personaggi immaginari, ma reali, viene mostrata l’origine dell’odio e il silenzio successivo. La storia del genocidio dei tutsi è anche la storia dell’indifferenza dell’Occidente di fronte a eventi percepiti come distanti dai propri interessi. Ed è anche questa indifferenza che attraverso questa storia e queste vivide pagine si vuole denunciare.

 

Ultimo volume: “Afghanistan. Bulletproof diaries: cronache di una reporter di guerra”, la testimonianza di Barbara Schiavulli, disegni di Emilio Lecce e una fortissima intervista a Lailuma Nasiri.

Barbara Schiavulli è una delle più famose giornaliste di guerra italiane, negli ultimi vent’anni ha lavorato come inviata dei maggiori quotidiani, settimanali e mensili e con diverse emittenti radio. Bulletproof – a prova di proiettile, questo è il termine con cui definire questa grande reporter. In questo volume viene raccontata la storia di un Paese che per quarant’anni ha visto succedersi guerre e che ha trovato una flebile pace grazie a quelle forti voci che non si arrendono.  Quattro decenni di guerra, analfabetismo, povertà, donne che lottano ma spesso soccombono alle tradizioni, «le donne possono essere fragili, ma mai deboli».

Oltre a raccontare gli avvenimenti che si sono succeduti in questi anni di lotte, fra talebani e soldati internazionali, la Schiavulli porta una riflessione sul mestiere del giornalista, che oggi sta perdendo quel mordente che testimonianze come quelle di “Donne sul fronte” hanno difeso ed elevato. Lo fa raccontando la verità dell’Afghanistan, le storie dietro ogni persona che calpesta le strade di quel Paese: «La vita della gente era come la trama dei tappeti che coprivano i pavimenti della casa».

 

Questa serie “donne sul fronte” mi ha rapita, conquistata, fatta sentire inerme, ma anche consapevole del potere dietro ogni parola. Il mondo è pieno di grandi voci che meritano di essere ascoltate.

I sette volumi usciti in edicola sono reperibili su https://www.paperfirst.it/in-edicola/

@Noemi Spasari, 2021

La Smorfia napoletana: sogni tradotti in numeri

Napoli non è una città, è un mondo. Un mondo che ha dato i natali a grandi artisti, che ha sviluppato tradizioni che si son poi diffuse (come quella del presepe), un mondo ricco di cibo, di passioni e di storia.
E fra queste tradizioni e innovazioni partenopee annoveriamo quella della Smorfia.

Che cos’è la Smorfia?
La Smorfia è una sorta di enciclopedia dei sogni che viene usata per tradurre questi in numeri da giocare al lotto. Non esiste un’unica Smorfia, ma quella napoletana è la più famosa: in ogni smorfia un vocabolo, un evento, una persona o un oggetto è trasformato in uno o più numeri, attraverso una traduzione anche abbastanza precisa che prevede un numero diverso a seconda del contesto.

Guarda qui.

L’origine della smorfia è popolare e inizialmente veniva tramandata oralmente, in seguito venne trascritta su carta; non sono poche le edizioni della smorfia che utilizzano le figure, apposite per gli analfabeti, affiancate ai numeri.
La smorfia è, come dicevamo, tradizionalmente legata alla città di Napoli e al gioco del lotto. È spesso stata fonte di ispirazione anche per il cinema, diventando talvolta protagonista di dialoghi e sketch ideati e proposti soprattutto da attori napoletani, ma anche di modi di dire comuni come la frase “la paura fa 90”?

Da dove deriva?
L’origine del termine “smorfia” non è certa, ma la spiegazione che più frequentemente viene data è che sia legata al nome di Morfeo, il dio dei sogni nell’antica Grecia, in quanto è uso tradurre in numeri da giocare la descrizione di un sogno.
Altre teorie vedono invece un collegamento fra l’origine della Smorfia e la tradizione cabalistica ebraica, secondo la quale nella Bibbia non esiste parola, lettera o segno che non abbia qualche significato nascosto correlato.
Altre teorie ancora affidano l’origine della tradizione già in epoca greca, quando Artemidoro da Daldi pensò di affidare ai sogni i messaggi dall’aldilà.
Altri ancora ipotizzano che l’usanza di associare numeri a eventi risalga addirittura al matematico e filosofo greco Pitagora
L’espressione “smorfia napoletana” sta inoltre ad indicare i numeri del gioco della tombola, che fonda le sue regole sulla buona sorte: è al fato, sempre centrale all’interno della cultura napoletana, che viene affidato l’esito della partita.

Alcuni numeri e significati
Il numero 1 è l’Italia, in alcune versioni molto antiche era in realtà Napoli, nelle versioni moderne ogni città d’Italia ha il proprio numero, così come ogni figura ha il suo numero che cambia in base al contesto, come dicevamo.

Il primo numero legato a una figura della religione è l’8, la Madonna, e sembrerebbe essere abbinata a questo numero proprio in coincidenza con la festa della Madonna Immacolata che cade l’otto di dicembre.

da nuovasocietà.it

Il primo riferimento alimentare è associato ai fagioli, numero 10, o più generalmente ai legumi (ceci, lenticchie, piselli, fave). I fagioli sono un piatto della tradizione culinaria mediterranea, alimento sostitutivo della carne e volgarmente chiamati “carne dei poveri”. Ricordiamo anche che il numero 10 è stato attribuito a Diego Armando Maradona.

Il 17 è ovviamente la Sfortuna. La sfortuna, la disgrazia, la iella, il cattivo presagio, tutto è racchiuso nel funesto numero 17 ,se poi nel calendario lo si abbina al venerdì è da ritenersi un vero e proprio flagello. A Napoli malocchio e scaramanzia sono cose serissime!
Abbiamo poi ‘O ssango (18), ‘A resata (19), seguiti poi da due numeri molto importanti il 25 e il 28.

Per il numero 25 l’associazione è abbastanza ovvia: Natale, la ricorrenza cardine della religione cattolica e della cultura religiosa italiana. Il significato del Natale nei sogni è fortemente connesso alle emozioni che questo giorno di festa porta ad ognuno di noi, emozioni fortemente legate alla famiglia. Il Natale nei sogni mette in contatto il sognatore con i propri sentimenti, con i suoi desideri in una sorta di proiezione di quanto si desidera in maniera più o meno consapevole. Per me Natale è casa, famiglia, cibo.

Il numero 28 è un numero particolare e magico, tendenzialmente indicato per il seno. 28 sono i giorni del ciclo lunare e si sa che non esiste nulla di più mistico del fenomeno lunare.
Come dicevo, alcuni sono entrati nel linguaggio comune, perlomeno nelle regioni del Sud Italia; un esempio ne è il 33 – “Ll’anne ‘e Cristo”, gli anni di Cristo.

Un altro numero molto importante è il 42, ‘O ccafè – il caffè! Se siete stati a Napoli (in caso contrario vi consiglio di recuperare), conoscerete sicuramente l’odore tipico che inonda le strade della città, un misto fra pane, dolci, frittura e ovviamente caffè. Napoli ha una forte cultura e passione per tutto ciò che ruota attorno al caffè; esiste una caffettiera detta appunto napoletana (chi conosce De Filippo lo saprà bene) e dura fino ai giorni nostri la tradizione del “caffè sospeso”, ossia un caffè già pagato per chi non se lo può permettere.

da cooltura.com

Un codice al passo con i tempi
Come abbiamo già detto, di “smorfie” ne esistono di diverse versioni nel nostro Paese, la partenopea è senza dubbio la più diffusa anche grazie ai personaggi che ne hanno parlato.
Con il passare del tempo nuovi elementi hanno trovato spazio nella raccolta, rendendo la Smorfia sempre più aggiornata: un codice preciso e al passo con i tempi, che varia anche a seconda delle situazioni.

 

 

@Noemi Spasari, 2020

Il Cinema prima del Cinema, il sogno del cinematrografo

Il cinema come lo conosciamo oggi (o lo conoscevamo, non vado in un cinema da quasi un anno!) è figlio, o meglio nipote, di un susseguirsi di spettacoli, sperimentazioni, imbonitori e sognatori.
Cosa c’era prima del cinema? Prima della stanza con i sedili auto-chiudenti, del 3D e dei film come li intendiamo noi?

Prendiamo una macchina del tempo qualsiasi (che sia una DeLorean, una cabina blu o un portale) e trasportiamoci come prima tappa a metà del Seicento: appaiono per la prima volta testimonianze di quella che venne chiamata la “Lanterna magica”, una macchina (che ha origini probabilmente provenienti dalla Cina) che attraverso un gioco di specchi e candele riusciva a proiettare un’immagine fissa; successivamente, una serie di invenzioni accessorie consentì di moltiplicare le immagini e di muoverle, almeno in parte.

La lanterna magica non era l’unica meraviglia di quegli anni, un’altra macchina ottica permetteva di immergersi in un’esperienza completamente nuova: il “Mondo nuovo” era un macchinario che funzionava nel senso opposto alla lanterna magica. In che senso? Invece di proiettare sul muro, per vedere le immagini bisognava guardare dentro una scatola: si trattava di una cassa di grandi dimensioni, quasi umane, con alcune fessure attraverso cui si potevano guardare delle figure all’interno, a volte in movimento.


Sia la lanterna magica che il Mondo nuovo proiettavano delle immagini che da sole erano poco comprensibili, è così che entra in scena la figura dell’imbonitore, un predicatore che racconta la storia dietro le immagini.
Ricordate bene questi due macchinari perché sono loro i “nonni” del nostro cinema!

Come potete ben immaginare la nascita del cinema è strettamente legata alla fotografia, perciò con un balzo temporale facciamo una capatina del 1826, quando Niepce scattò la prima fotografia della storia!


Il governo francese pensò bene di comprare il brevetto dell’invenzione di Niepce e la liberò dai diritti in modo che tutti potessero usarla e perfezionarla; la tecnica della fotografia ebbe così modo di svilupparsi rapidamente e diffondersi in tutto il mondo!

Attraverso un nuovo macchinario dal nome bellissimo, il fenachitoscopio, si scoprì che poteva essere creata l’illusione del movimento attraverso la successione velocissima di immagini.


Aneddoto curioso: Edward Muybridge, uno scienziato, per una scommessa riprese la corsa di un cavallo e la camminata di un uomo posizionando diverse macchine fotografiche lungo il percorso.

Quindi abbiamo la lanterna magica e il Mondo nuovo che proiettano delle immagini, la fotografia che riprende immagini dal vero, il fenachitoscopio che dà movimento: unendo questi elementi si arriva all’animazioni di immagini fotografiche.

 

Ed ecco che con un ultimo balzo temporale arriviamo alla fine dell’Ottocento.
Scienziati, fotografi, sognatori sono a lavoro per riuscire a creare una macchina che animi le immagini. Solo in Inghilterra si registrarono circa 350 brevetti e nomi.
Due grandi concorrenti arrivano alla sfida finale: da una parte abbiamo i fratelli Lumière con il loro Cinematografo, dall’altra Edison con il kinetoscopio.
Il Cinematografo di Auguste e Louis Lumière, concettualmente simile alla lanterna magica, riprendeva e proiettava immagini in movimento su una parete. Consentiva una visione pubblica e collettiva. Era senza mirino, quindi la ripresa era un po’ a caso.
Il kinetoscopio di Edison invece strutturalmente era simile al Mondo nuovo: una scatola dentro cui guardare che dava una visione singola e privata, quasi segreta. Spesso funzionava come spettacolo per soli adulti.

Ovviamente sulla scena si impose in Cinematografo dei Lumière per maggiore possibilità di sfruttamento economico e comodità, riprendeva e proiettava (bastava cambiare obiettivo).
Il 28 dicembre 1985 è definito come il giorno della nascita del cinema, poiché quel giorno i Lumière proiettarono per la prima volta alcune vedute (brevi scene), come la famosa Uscita dalle officine Lumière.

Subito dopo i Lumière misero in vendita lo strumento, lo acquistarono in molti e iniziarono a fare riprese per proprio conto, in tutto il mondo, catturando scene esotiche da mostrare a chi non poteva viaggiare se non con la fantasia.
Nacque una nuova professione, i “cinematografisti” ambulanti, che proiettavano e, talvolta, accompagnavano la visione con racconti (per il sonoro ci vorranno ancora degli anni).
C’è da dire che le immagini del Cinematografo non erano belle e limpide, ma per gli occhi ancora “ingenui” dell’epoca erano aperture a nuovi mondi.
Piccolo dettaglio tecnico: la pellicola, ovviamente in bianco e nero, scorreva a mano grazie a una manovella, le immagini giravano a 16 fotogrammi al secondo e non erano fisse e stabili.

I primi “film” erano composti di un solo quadro, pochi secondi di visione e avevano un carattere prettamente centrifugo nelle inquadrature (fisse, ovviamente): i personaggi entravano e uscivano dalla ripresa, era sempre presente un movimento di persone, macchine, treni.

Insomma, il Cinematografo dei Lumière contribuisce a trasformare il mondo in un palcoscenico fra sogno e realtà, aprendo la strada a nuove fantastiche invenzioni.