La profezia dell’armadillo di Zerocalcare

Ci sono dei momenti mentre leggi in cui pensi “ma sta parlando di me”. A me accade spesso con Zerocalcare: le sue ansie, dubbi amletici ed esistenziali, sono anche le mie ansie, i miei dubbi, come lo strano pensiero sul carciofo come strumento del maligno.

Oggi vi parlo del primo libro a fumetti realizzato dal fumettista: La profezia dell’armadillo, libro che ha vinto il premio Gran Guinigi nel 2012, nella categoria “miglior storia breve”

Che cosa sarebbe? Cito testualmente: «Si chiama “profezia dell’armadillo” qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli. Amen».

Di cosa parla questa graphic novel[1]? È la storia di Zero, un ventisettenne che vive nel quartiere romano di Rebibbia accompagnato dal suo amico armadillo, che per lui è un po’ come il grillo parlante, ma a volte anche un po’ politicamente scorretto, mentre si destreggia fra un lavoro stancante e ripetizioni di francese.

La sua vita subisce un colpo quando riceve la notizia che Camille, sua vecchia amica e primo grande amore, è morta a causa di un brutto male che non viene specificato, ma lasciato intuire. L’opera è disegnata come un susseguirsi di varie tavole autoconclusive per poi nel complesso portare a una più grande riflessione.

Così la storia si sviluppa con flashback adolescenziali che descrivono la storia della sua amicizia con Camille e insieme ai racconti della sua vita quotidiana e l’avvicinarsi dei trent’anni.

L’armadillo sempre presente è l’incarnazione delle sue paure, incertezze e insicurezze; si alternano nella storia anche personaggi ricorrenti fra cui gli amici Secco e Greta e i propri genitori la madre rappresentata con le fattezze di Lady Cocca (adoro) e il padre con l’aspetto del Signor Ping. Inoltre, il “brutto male” che assale Camille è rappresentato come un enorme mostro nero che la segue.

Il fumetto nella sua interezza è una satira amara che apre a riflessioni profonde; un modo assolutamente personale di immortalare una persona cara attraverso la propria arte.

E poi come si può non amare uno che ha come amico immaginario un armadillo gigante?

 

N.B. Di questa graphic novel esistono due edizioni:
la prima del 2012 – La profezia dell’armadillo – Colore 8 bit, BAO Publishing
la seconda del 2017 – La profezia dell’armadillo. Artist edition, BAO Publishing (che è quella che ho io).

[1] Ci sono diverse discussioni riguardo il genere da dare a “graphic novel”, a me piace al femminile.

@Noemi Spasari, 2021

Il grande noir americano fra investigatori e dark lady

Delitti, investigatori e femme fatale sono gli ingredienti di un perfetto film noir.
Quello che conosciuto come “genere noir” è uno stile cinematografico collocato tendenzialmente nel periodo che va dalla Seconda guerra mondiale fino alla fine degli anni Cinquanta.

Per dare un inizio e una fine, si tende a dare il via al genere con l’uscita del film Il mistero del falcone di John Huston nel 1941 e definendo come ultimo momento il 1958 con L’infernale Quinlan di Orson Welles, anche se alcuni critici sostengono che i dati fondamentali dell’estetica noir sono rintracciabili già in Stranger on the third floor (1940 – Lo sconosciuto del terzo piano) di Boris Ingster.

Il mistero del falco (1941)

Successivamente a quegli anni ci saranno numerosi film accomunati da uno stile narrativo e temi simili al noir classico, che possiamo definire postnoir e neonoir.

Come nasce il noir?
Negli anni Trenta dello scorso secolo erano in voga dei romanzi polizieschi che però abbandonano il classico mystery inglese alla Conan Doyle, quel genere misterioso e poco realistico; gli autori di questi nuovi romanzi usano dialoghi secchi, serrati, insieme a tantissima azione, con ambientazioni realistiche, senza farsi mancare molta violenza e riferimenti sessuali espliciti. Venivano chiamati “Hard boiled”. Il maestro riconosciuto di questa scuola fu Dashiel Hammett.

Vi è in quegli anni un grande dialogo fra cinema e letteratura e da questi racconti nascono i film noir, tutti caratterizzati da elementi comuni.

Quali sono le caratteristiche dei film noir?
Sono storie senza speranza, i cui personaggi vivono brutte esperienze, talvolta narrate da una voce fuori campo, e si muovono nell’incertezza, in una realtà ingannevole, in un universo disperato e corrotto.

C’è un testo molto interessante che analizza questo genere a cura di Borde e Chaumeton Panorama du Film Noir américain: in questo testo i due autori usano cinque termini chiave per definire il noir: onirico, strano, erotico, contraddittorio, crudele.

La polizia bussa alla porta (1955)

Ci sono due personaggi-tipo delle storie noir: l’antieroe, che generalmente è un investigatore privato, un uomo disilluso, tendenzialmente non sposato, opposto al detective classico alla Sherlock Holmes; dall’altra parte la dark lady o femme fatale, una donna seducente e pericolosa che cerca di ottenere l’indipendenza tramite il denaro o l’uccisione dell’uomo che la opprime, quasi sempre sposata e infelice.

Al fianco di questi personaggi si aggirano assassini o perseguitati, vittime e figure dalla moralità dubbia. Uno degli elementi ricorrenti in questo genere di film è il “triangolo” (con l’amante di turno).

Caratteristico del noir è anche un particolare stile visivo e un’atmosfera comune a questi film, con delle tematiche ricorrenti. Per esempio, le immagini sono molto stilizzate o distorte date da angolazioni particolari e l’utilizzo di lenti da ripresa grandangolari (sono quegli obiettivi che riprendono un’ampia porzione di immagine, creando un effetto distorto). A questo si aggiunge un ricorrente uso del chiaroscuro che viene ottenuto attraverso un’illuminazione particolare, a sottolineare i contrasti fra luci e ombre.

Le catene della colpa (1947)

Alle immagini si aggiunge l’atmosfera allucinata e pessimistica delle storie raccontate e in aggiunta nel noir è spesso notte e piove. L’oscurità è sempre presente e riveste grande importanza a partire dall’ambientazione, che si tratti di interni oppure di esterni. In particolare, le riprese interne contribuiscono a creare un’atmosfera particolarmente opprimente, con stanze solcate da strisce di luce e ombra che penetrano attraverso le veneziane e claustrofobici uffici di detective privati.

Anche l’abbigliamento ha alcune caratteristiche che ricorrono, come per gli uomini impermeabile e borsalino ed eleganti tailleur o seducenti abiti da sera per le donne.

I film e le icone
Non si può parlare di Noir senza parlare di Humphrey Bogart, protagonista proprio nel già citato Il mistero del falco (The Maltese Falcon).

Il mistero del falco (1941)

Fra gli interpreti che si sono distinti in questo genere citiamo ancora Burt Lancaster che interpreta “Lo svedese” nel film I gangsters (The Killers), ma anche Alan Ladd, Fred MacMurray, Robert Mitchum e Dick Powell fra gli uomini.

Le dark lady hanno invece i volti di Lauren Bacall, Barbara Stanwyck, Joan Bennett, Veronica Lake, Jane Greer e ovviamente Ava Gardner.

Quello che conosciamo come noir classico si conclude alla fine degli anni Cinquanta, con L’infernale Quinlan (Touch of evil), che è ricco di richiami al genere, ma fa anche un cambio di rotta trasformando il detective in un personaggio negativo (era interpretato da Orson Welles e vorrei ben dire) e fa invece della dark lady una figura rassicurante.

Come abbiamo detto il noir influenzerà alcune correnti successive definite neo-noir o post-noir.

Se volete farvi una cultura del genere vi consiglio oltre ai già citati anche Il grande sonno (1946), Il viale del tramonto (1950) e fra gli eredi ovviamente Chinatown (1974).

@Noemi Spasari, 2021

“Donne sul fronte”, la serie di graphic journalism e la lotta per la verità

“Donne sul fronte” è la prima grande serie italiana di graphic journalism edita da PaperFirst in collaborazione con Il Fatto Quotidiano e Round Robin. Le copertine di tutte e sette i volumi sono a cura di Irene Carbone.
L’obiettivo di questa collana è di raccontare i conflitti in terre che apparentemente sembrano lontane, ma che in realtà sono più vicine che mai, mettendo al centro della scena un lavoro giornalistico tutto al femminile. In questi sette volumi, un “femminile plurale”, giornaliste raccontano altre giornaliste passate alla Storia e insieme a esperienze dirette di reporter italiane che dal fronte di guerra hanno raccontato, in prima persona, il dramma di un conflitto e delle sue vittime.
Una nuova, geniale a parer mio, idea per far conoscere una storia ancora viva.

Il primo volume è dedicato a Oriana Fallaci, indubbia protagonista del giornalismo italiano, in prima linea nel raccontare gli orrori della guerra del Vietnam. Ed è proprio di questa guerra che si parla in questo primo episodio dal titolo “Oriana Fallaci. Il Vietnam, l’America e l’anno che cambiò la Storia”, a cura di Eva Giovannini e disegni di Manuela di Cecio.


Il volume si apre con un’intervista a cura della Giovannini a Kim Phúc, la “Napalm girl”, nota per essere stata ritratta da bambina in una famosa fotografia scattata nel ‘72 durante la guerra del Vietnam, che la mostra mentre fugge completamente nuda insieme ad altri bambini, ustionata da un bombardamento al napalm delle forze aeree del Vietnam del Sud. Un’intervista che trasmette ancora dolore, dopo quasi cinquant’anni.
Si passa poi alla storia di Oriana Fallaci, prima per immagini, poi con testo narrato. La Fallaci al tempo della guerra del Vietnam era un’inviata sul luogo de L’Europeo, accompagnata a Saigon da Gianfranco Moroldo, fotografo della stessa rivista. Il suo è un reportage dal fronte, unito al suo racconto intimo, delle sue emozioni. Il racconto vede tre viaggi della Fallaci in Vietnam, unito alla rivoluzione portata avanti da Martin Luther King in America e il suo assassinio; anni pieni di eventi carichi di differenti significati, fra cui il lancio dello Shuttle sulla Luna e la nascita dei movimenti pacifisti contro la guerra in Vietnam.

In queste pagine rese vive grazie alle illustrazioni si vede la grande donna e la coraggiosa giornalista che era Oriana Fallaci, sempre in prima linea, dalla grande capacità “confessionale”, dall’infinita passione per il suo lavoro.
Oriana Fallaci ha intervistato la Storia e il Potere senza freni; in questo libro sono citati alcuni di questi personaggi come Loan, Kissinger e Nguyễn Cao Kỳ.
Episodio carico di emozioni dolorose è il suo tentativo fallito di adottare una bambina vietnamita, che lascerà un segno nella giornalista; anni dopo scriverà Lettera a un bambino mai nato.

 

Secondo volume: Ilaria Alpi. Armi e veleni, le verità interrotte, a cura di Lucia Guarano, con i disegni di Mattia Ammirati e un’intervista a Luciano Scarlettari.

La storia di Ilaria Alpi è una di quelle storie di cui non si parla abbastanza, ancora avvolte da dubbi e misteri, che purtroppo la maggior parte di noi conosce sommariamente o proprio non conosce: Ilaria Alpi era una giovane giornalista, assassinata a quasi trentatré anni in Somalia, in piena guerra civile, dove era inviata del Tg3. Il suo compito era quello di raccontare la guerra, la disperazione di un popolo, la sua attenzione era rivolta soprattutto alle vittime del conflitto, le donne e i bambini.

Vivendo sul campo si accorge di qualcosa che non torna, così il suo mirino si sposta e inizia l’inchiesta che, con molta probabilità, le costò la vita: scava nel mondo della cooperazione internazionale e tutto quello che nasconde, un traffico di armi e rifiuti tossici e radioattivi. È entrata in un circolo molto pericoloso, di quelli per cui si può arrivare ad uccidere un giornalista scomodo.
Ma Ilaria è una Giornalista, di quelle vere, non si ferma e continua a indagare, fino a quel misterioso viaggio a Bosaso di cui non si sa quasi nulla, quel 20 marzo 1994, quando in circostanze sconosciute viene assassinata insieme al suo operatore Miran Hrovatin.

Sono passati quasi ventisette anni e ancora non abbiamo una risposta per queste morti, una giustizia per questi operatori della verità, ma abbiamo avuto, invece, una terza vittima, Hashi Omar Hassan, l’uomo che ha trascorso sedici anni in carcere da innocente, un capro espiatorio usato per nascondere la verità. Tutto questo è portato nuovamente in vita dai disegni di Mattia Ammirati e dalle parole di Scalettari.

 

Il terzo volume è una testimonianza in prima persona, la storia di Giuliana Sgrena narrata dalla giornalista stessa e illustrata da Irene Carbone. Il titolo di questo volume “Giuliana Sgrena. Baghdad, i giorni del sequestro”.

È il febbraio del 2005, Giuliana Sgrena è a Baghdad, è periodo di votazioni. Dopo aver assistito a un incontro dello Sheik Hussein, la giornalista viene rapita: durerà un mese, percepito come un’eternità. Solitudine, paura, alienazione, sono queste le sensazioni riportate dalla Sgrena anche grazie alle immagini di Irene Carbone.
La giornalista racconta i dettagli più profondi di questa reclusione, dalla paura, al non distinguersi del giorno e della notte, al trascorrere del tempo scandito dal richiamo alla preghiera e a uno stratagemma ideato da lei stessa con dei nodi alla sua pashmina per segnare i giorni. Durante quel mese chiusa in una stanza le viene rivolta la parola quasi solamente da una donna misteriosa, integralmente velata, che la interroga e a cui ha potuto rivolgere alcune piccole richieste.

Intanto in Italia sorgono manifestazioni per la liberazione della giornalista. Arriva finalmente la liberazione, ma l’aria di libertà è poca: Giuliana Sgrena viene liberata grazie alla mediazione dei servizi segreti militari italiani. Durante il trasferimento all’aeroporto di Baghdad, però, mentre sulla capitale irachena imperversa un violento temporale, l’auto sulla quale viaggia la giornalista viene illuminata da un potente faro e immediatamente investita da una pioggia di colpi. I colpi provengono da “fuoco amico”, dagli americani. Uno dei funzionari del SISMI a bordo dell’auto, Nicola Calipari, rimane ucciso sul colpo, mentre cerca di proteggere la giornalista, che rimane ferita a una spalla. Portata in ospedale, in rientro a Roma sarà più lungo del previsto.

 

Quarto volume, forse quello che mi ha fatto più male. “Se chiudo gli occhi. La guerra in Siria dai racconti dei bambini”, a cura di Francesca Mannocchi con le immagini della protagonista della storia, Diala Brisly.

In realtà non è una sola storia, ma a quella di Diala se ne aggiungono altre, quelle di tutti i bambini siriani strappati alla loro terra, alla loro educazione, alla loro infanzia. Diala Brisly è un’artista e fumettista siriana di fama internazionale. È nata in Kuwait, ma a dieci anni si trasferisce in Siria e la sensazione è quella di trovarsi in un luogo di prigionia. Inizia sin da subito la sua rivoluzione privata, che la porterà a scappare dalla sua terra da adulta e a rifugiarsi in Turchia, poi in Libano e infine in Europa.

La testimonianza di Diala Brisly ci mostra un mondo di cui troppo spesso ci dimentichiamo, tutti quei siriani fuggiti dalla loro terra, profughi senza un’appartenenza, senza più una casa. E a pagarne le conseguenze più care sono proprio i bambini a cui viene privata l’innocenza dell’infanzia, l’educazione che alla fine li porterà a prendere delle scelte violente o dolorose.
La pace si può ottenere solo partendo da un popolo istruito. E così sono raccontate e illustrate le storie ipotetiche ma realistiche di quattro bambini e bambine siriani, bambini feriti, spose bambine, bambini lavoratori, bambini a cui vengono messi in mano dei fucili, bambini sulle cui spalle ricade il peso della famiglia.

Il quinto volume è dedicato a Zehra Doğan, l’artista e giornalista curda, arrestata per aver condiviso con il mondo un suo dipinto raffigurante la distruzione della città di Nusaybin dopo gli scontri tra le forze di sicurezza e gli insorti curdi. Il volume, “Zehra Doğan. La mia guerra a colori per il Kurdistan”, racconta la lotta dell’artista/giornalista per dar voce alle donne e alle sofferenze anche durante il periodo di prigionia.

A cura di Francesca Nava, illustrato da Creative Nomads Studio, il libro contiene in esclusiva la lettera clandestina che Zehra Doğan riuscì a inviare dalle carceri turche.
In questa graphic novel, l’artista curda ci mostra con immagini e parole un mondo apocalittico, quasi surreale, ma è tutto vero. In questo mondo lei e altre donne forti e piene di coraggio hanno fondato “Jinha” – un’agenzia di stampa femminista con un personale tutto femminile, per dare voce a quelle donne a cui la voce è stata tolta. Zehra è un’artista che ha bisogno di trasmettere attraverso la sua arte quello che le capita intorno, così dipinge la distruzione della città di Nusaybin e sugli edifici distrutti ci mette una bandiera turca. Questo le fa guadagnare un’accusa per propaganda terroristica; viene così arrestata e finisce in galera per quasi tre anni.

Ma la sua arte non si ferma, chiede dei materiali per dipingere e le vengono negati, decide così di usare quello che le capitava: capelli, olive, curcuma e persino il suo sangue. Grazie al suo avvocato riesce ad inviare una lettera clandestina a tre registe italiane – autrici del documentario “Terroriste, Zehra e le altre” – e così Zehra Doğan racconta la sua storia, il massacro del popolo curdo e le condizioni di tortura psicologica e di privazioni vissute nelle carceri turche da lei e dalle sue compagne di cella.

Una testimonianza fortissima, difficile da digerire, che vive anche grazie alla potenza iconografica della sua produzione artistica e alle immagini del Creative Nomads Studio (immagini del documentario). Zehra Doğan è stata scarcerata il 24 febbraio 2019. Oggi vive in Europa in modalità nomade ed espone le sue opere in tutto il mondo.

 

Il sesto volume si intitola “Rwanda. I giorni dell’oblio”, è a cura di Martina di Pirro e Francesca Ferrara e contiene un’intervista a Tiziana Ferrario.

Un massacro, un genocidio di cui si è parlato ben poco. È di questo che tratta questo volume, un massacro che fa male solo a immaginarlo. 104 giorni, 1.074.017 morti. Il genocidio dei tutsi del Ruanda fu uno dei più sanguinosi episodi della storia dell’umanità del XX secolo.
Due popolazioni portate a odiarsi: l’odio interetnico fra Hutu e Tutsi costituì la causa scatenante del conflitto, ma l’idea di una differenza di carattere razziale fra queste due etnie è estranea alla storia ruandese e rappresenta in realtà uno dei lasciti più controversi del retaggio coloniale belga. Come arrivano due popolazioni a odiarsi fino a massacrare una delle due? Attraverso privazioni, menzogne e influenze da parte di un terzo soggetto.

In questa graphic novel, attraverso personaggi immaginari, ma reali, viene mostrata l’origine dell’odio e il silenzio successivo. La storia del genocidio dei tutsi è anche la storia dell’indifferenza dell’Occidente di fronte a eventi percepiti come distanti dai propri interessi. Ed è anche questa indifferenza che attraverso questa storia e queste vivide pagine si vuole denunciare.

 

Ultimo volume: “Afghanistan. Bulletproof diaries: cronache di una reporter di guerra”, la testimonianza di Barbara Schiavulli, disegni di Emilio Lecce e una fortissima intervista a Lailuma Nasiri.

Barbara Schiavulli è una delle più famose giornaliste di guerra italiane, negli ultimi vent’anni ha lavorato come inviata dei maggiori quotidiani, settimanali e mensili e con diverse emittenti radio. Bulletproof – a prova di proiettile, questo è il termine con cui definire questa grande reporter. In questo volume viene raccontata la storia di un Paese che per quarant’anni ha visto succedersi guerre e che ha trovato una flebile pace grazie a quelle forti voci che non si arrendono.  Quattro decenni di guerra, analfabetismo, povertà, donne che lottano ma spesso soccombono alle tradizioni, «le donne possono essere fragili, ma mai deboli».

Oltre a raccontare gli avvenimenti che si sono succeduti in questi anni di lotte, fra talebani e soldati internazionali, la Schiavulli porta una riflessione sul mestiere del giornalista, che oggi sta perdendo quel mordente che testimonianze come quelle di “Donne sul fronte” hanno difeso ed elevato. Lo fa raccontando la verità dell’Afghanistan, le storie dietro ogni persona che calpesta le strade di quel Paese: «La vita della gente era come la trama dei tappeti che coprivano i pavimenti della casa».

 

Questa serie “donne sul fronte” mi ha rapita, conquistata, fatta sentire inerme, ma anche consapevole del potere dietro ogni parola. Il mondo è pieno di grandi voci che meritano di essere ascoltate.

I sette volumi usciti in edicola sono reperibili su https://www.paperfirst.it/in-edicola/

@Noemi Spasari, 2021

La Smorfia napoletana: sogni tradotti in numeri

Napoli non è una città, è un mondo. Un mondo che ha dato i natali a grandi artisti, che ha sviluppato tradizioni che si son poi diffuse (come quella del presepe), un mondo ricco di cibo, di passioni e di storia.
E fra queste tradizioni e innovazioni partenopee annoveriamo quella della Smorfia.

Che cos’è la Smorfia?
La Smorfia è una sorta di enciclopedia dei sogni che viene usata per tradurre questi in numeri da giocare al lotto. Non esiste un’unica Smorfia, ma quella napoletana è la più famosa: in ogni smorfia un vocabolo, un evento, una persona o un oggetto è trasformato in uno o più numeri, attraverso una traduzione anche abbastanza precisa che prevede un numero diverso a seconda del contesto.

Guarda qui.

L’origine della smorfia è popolare e inizialmente veniva tramandata oralmente, in seguito venne trascritta su carta; non sono poche le edizioni della smorfia che utilizzano le figure, apposite per gli analfabeti, affiancate ai numeri.
La smorfia è, come dicevamo, tradizionalmente legata alla città di Napoli e al gioco del lotto. È spesso stata fonte di ispirazione anche per il cinema, diventando talvolta protagonista di dialoghi e sketch ideati e proposti soprattutto da attori napoletani, ma anche di modi di dire comuni come la frase “la paura fa 90”?

Da dove deriva?
L’origine del termine “smorfia” non è certa, ma la spiegazione che più frequentemente viene data è che sia legata al nome di Morfeo, il dio dei sogni nell’antica Grecia, in quanto è uso tradurre in numeri da giocare la descrizione di un sogno.
Altre teorie vedono invece un collegamento fra l’origine della Smorfia e la tradizione cabalistica ebraica, secondo la quale nella Bibbia non esiste parola, lettera o segno che non abbia qualche significato nascosto correlato.
Altre teorie ancora affidano l’origine della tradizione già in epoca greca, quando Artemidoro da Daldi pensò di affidare ai sogni i messaggi dall’aldilà.
Altri ancora ipotizzano che l’usanza di associare numeri a eventi risalga addirittura al matematico e filosofo greco Pitagora
L’espressione “smorfia napoletana” sta inoltre ad indicare i numeri del gioco della tombola, che fonda le sue regole sulla buona sorte: è al fato, sempre centrale all’interno della cultura napoletana, che viene affidato l’esito della partita.

Alcuni numeri e significati
Il numero 1 è l’Italia, in alcune versioni molto antiche era in realtà Napoli, nelle versioni moderne ogni città d’Italia ha il proprio numero, così come ogni figura ha il suo numero che cambia in base al contesto, come dicevamo.

Il primo numero legato a una figura della religione è l’8, la Madonna, e sembrerebbe essere abbinata a questo numero proprio in coincidenza con la festa della Madonna Immacolata che cade l’otto di dicembre.

da nuovasocietà.it

Il primo riferimento alimentare è associato ai fagioli, numero 10, o più generalmente ai legumi (ceci, lenticchie, piselli, fave). I fagioli sono un piatto della tradizione culinaria mediterranea, alimento sostitutivo della carne e volgarmente chiamati “carne dei poveri”. Ricordiamo anche che il numero 10 è stato attribuito a Diego Armando Maradona.

Il 17 è ovviamente la Sfortuna. La sfortuna, la disgrazia, la iella, il cattivo presagio, tutto è racchiuso nel funesto numero 17 ,se poi nel calendario lo si abbina al venerdì è da ritenersi un vero e proprio flagello. A Napoli malocchio e scaramanzia sono cose serissime!
Abbiamo poi ‘O ssango (18), ‘A resata (19), seguiti poi da due numeri molto importanti il 25 e il 28.

Per il numero 25 l’associazione è abbastanza ovvia: Natale, la ricorrenza cardine della religione cattolica e della cultura religiosa italiana. Il significato del Natale nei sogni è fortemente connesso alle emozioni che questo giorno di festa porta ad ognuno di noi, emozioni fortemente legate alla famiglia. Il Natale nei sogni mette in contatto il sognatore con i propri sentimenti, con i suoi desideri in una sorta di proiezione di quanto si desidera in maniera più o meno consapevole. Per me Natale è casa, famiglia, cibo.

Il numero 28 è un numero particolare e magico, tendenzialmente indicato per il seno. 28 sono i giorni del ciclo lunare e si sa che non esiste nulla di più mistico del fenomeno lunare.
Come dicevo, alcuni sono entrati nel linguaggio comune, perlomeno nelle regioni del Sud Italia; un esempio ne è il 33 – “Ll’anne ‘e Cristo”, gli anni di Cristo.

Un altro numero molto importante è il 42, ‘O ccafè – il caffè! Se siete stati a Napoli (in caso contrario vi consiglio di recuperare), conoscerete sicuramente l’odore tipico che inonda le strade della città, un misto fra pane, dolci, frittura e ovviamente caffè. Napoli ha una forte cultura e passione per tutto ciò che ruota attorno al caffè; esiste una caffettiera detta appunto napoletana (chi conosce De Filippo lo saprà bene) e dura fino ai giorni nostri la tradizione del “caffè sospeso”, ossia un caffè già pagato per chi non se lo può permettere.

da cooltura.com

Un codice al passo con i tempi
Come abbiamo già detto, di “smorfie” ne esistono di diverse versioni nel nostro Paese, la partenopea è senza dubbio la più diffusa anche grazie ai personaggi che ne hanno parlato.
Con il passare del tempo nuovi elementi hanno trovato spazio nella raccolta, rendendo la Smorfia sempre più aggiornata: un codice preciso e al passo con i tempi, che varia anche a seconda delle situazioni.

 

 

@Noemi Spasari, 2020

Il Cinema prima del Cinema, il sogno del cinematrografo

Il cinema come lo conosciamo oggi (o lo conoscevamo, non vado in un cinema da quasi un anno!) è figlio, o meglio nipote, di un susseguirsi di spettacoli, sperimentazioni, imbonitori e sognatori.
Cosa c’era prima del cinema? Prima della stanza con i sedili auto-chiudenti, del 3D e dei film come li intendiamo noi?

Prendiamo una macchina del tempo qualsiasi (che sia una DeLorean, una cabina blu o un portale) e trasportiamoci come prima tappa a metà del Seicento: appaiono per la prima volta testimonianze di quella che venne chiamata la “Lanterna magica”, una macchina (che ha origini probabilmente provenienti dalla Cina) che attraverso un gioco di specchi e candele riusciva a proiettare un’immagine fissa; successivamente, una serie di invenzioni accessorie consentì di moltiplicare le immagini e di muoverle, almeno in parte.

La lanterna magica non era l’unica meraviglia di quegli anni, un’altra macchina ottica permetteva di immergersi in un’esperienza completamente nuova: il “Mondo nuovo” era un macchinario che funzionava nel senso opposto alla lanterna magica. In che senso? Invece di proiettare sul muro, per vedere le immagini bisognava guardare dentro una scatola: si trattava di una cassa di grandi dimensioni, quasi umane, con alcune fessure attraverso cui si potevano guardare delle figure all’interno, a volte in movimento.


Sia la lanterna magica che il Mondo nuovo proiettavano delle immagini che da sole erano poco comprensibili, è così che entra in scena la figura dell’imbonitore, un predicatore che racconta la storia dietro le immagini.
Ricordate bene questi due macchinari perché sono loro i “nonni” del nostro cinema!

Come potete ben immaginare la nascita del cinema è strettamente legata alla fotografia, perciò con un balzo temporale facciamo una capatina del 1826, quando Niepce scattò la prima fotografia della storia!


Il governo francese pensò bene di comprare il brevetto dell’invenzione di Niepce e la liberò dai diritti in modo che tutti potessero usarla e perfezionarla; la tecnica della fotografia ebbe così modo di svilupparsi rapidamente e diffondersi in tutto il mondo!

Attraverso un nuovo macchinario dal nome bellissimo, il fenachitoscopio, si scoprì che poteva essere creata l’illusione del movimento attraverso la successione velocissima di immagini.


Aneddoto curioso: Edward Muybridge, uno scienziato, per una scommessa riprese la corsa di un cavallo e la camminata di un uomo posizionando diverse macchine fotografiche lungo il percorso.

Quindi abbiamo la lanterna magica e il Mondo nuovo che proiettano delle immagini, la fotografia che riprende immagini dal vero, il fenachitoscopio che dà movimento: unendo questi elementi si arriva all’animazioni di immagini fotografiche.

 

Ed ecco che con un ultimo balzo temporale arriviamo alla fine dell’Ottocento.
Scienziati, fotografi, sognatori sono a lavoro per riuscire a creare una macchina che animi le immagini. Solo in Inghilterra si registrarono circa 350 brevetti e nomi.
Due grandi concorrenti arrivano alla sfida finale: da una parte abbiamo i fratelli Lumière con il loro Cinematografo, dall’altra Edison con il kinetoscopio.
Il Cinematografo di Auguste e Louis Lumière, concettualmente simile alla lanterna magica, riprendeva e proiettava immagini in movimento su una parete. Consentiva una visione pubblica e collettiva. Era senza mirino, quindi la ripresa era un po’ a caso.
Il kinetoscopio di Edison invece strutturalmente era simile al Mondo nuovo: una scatola dentro cui guardare che dava una visione singola e privata, quasi segreta. Spesso funzionava come spettacolo per soli adulti.

Ovviamente sulla scena si impose in Cinematografo dei Lumière per maggiore possibilità di sfruttamento economico e comodità, riprendeva e proiettava (bastava cambiare obiettivo).
Il 28 dicembre 1985 è definito come il giorno della nascita del cinema, poiché quel giorno i Lumière proiettarono per la prima volta alcune vedute (brevi scene), come la famosa Uscita dalle officine Lumière.

Subito dopo i Lumière misero in vendita lo strumento, lo acquistarono in molti e iniziarono a fare riprese per proprio conto, in tutto il mondo, catturando scene esotiche da mostrare a chi non poteva viaggiare se non con la fantasia.
Nacque una nuova professione, i “cinematografisti” ambulanti, che proiettavano e, talvolta, accompagnavano la visione con racconti (per il sonoro ci vorranno ancora degli anni).
C’è da dire che le immagini del Cinematografo non erano belle e limpide, ma per gli occhi ancora “ingenui” dell’epoca erano aperture a nuovi mondi.
Piccolo dettaglio tecnico: la pellicola, ovviamente in bianco e nero, scorreva a mano grazie a una manovella, le immagini giravano a 16 fotogrammi al secondo e non erano fisse e stabili.

I primi “film” erano composti di un solo quadro, pochi secondi di visione e avevano un carattere prettamente centrifugo nelle inquadrature (fisse, ovviamente): i personaggi entravano e uscivano dalla ripresa, era sempre presente un movimento di persone, macchine, treni.

Insomma, il Cinematografo dei Lumière contribuisce a trasformare il mondo in un palcoscenico fra sogno e realtà, aprendo la strada a nuove fantastiche invenzioni.

Il curioso caso di “Leggermente fuori fuoco”

La stampa e i giornali hanno spesso il potere di “distorcere” la realtà e riportare la storia da un punto di vista diverso rispetto a chi l’ha vissuto.
È quello che successe a Robert Capa, il grande fotografo e foto-reporter, durante la Seconda guerra mondiale.

Gerda Taro, Robert Capa during the Spanish civil war

Capa, forse il più famoso fotografo di guerra, è l’artefice di grandi reportage di importanti conflitti bellici: dalla Guerra civile spagnola alla Seconda guerra sino-giapponese, la Seconda guerra mondiale, la Guerra arabo-israeliana e la Prima guerra d’Indocina.

Ed è proprio durante il secondo grande conflitto mondiale che si data il curioso caso di “Leggermente fuori fuoco”.

Cosa è successo?
Non vi starò a raccontare la storia della guerra perché la dovreste già sapere, ma durante lo sbarco degli alleati in Normandia (quello che ha fatto finire la Guerra per intenderci) Capa era inviato sul fronte dalla rivista Life.
Le fotografie che Capa scattò quel giorno (il 6 giugno del ’44) sono tra le più famose dello scorso secolo. Pensate che addirittura Spielberg per girare il film Salvate il soldato Ryan ne trasse ispirazione.

Capa consumò quel giorno ben quattro rullini da trentasei pose, per un totale di 144 scatti, scatti dalla natura unica in quanto Capa fu il solo ad essere sbarcato nel cuore della battaglia, fianco a fianco dei soldati.
Fin qui tutto bene.

Questi scatti erano attesi nella redazione di Life dove sarebbero stati sviluppati nel laboratorio interno. La stanza parrebbe essere stata troppo calda e poco areata. A causa di ciò solo undici scatti si salvarono, gli altri negativi erano irrimediabilmente rovinati, fusi e grigi e le undici che si salvarono erano state in ogni caso danneggiate.

Quando fu il momento di pubblicare queste foto, gli autori della rivista Life pensarono bene di glissare su quanto accaduto e pubblicarono le foto con la seguente didascalia: “Per la grande agitazione del momento, Capa ha mosso la sua fotocamera e le foto sono venute sfocate”.

Robert Capa, D-Day landing, 1944 – da artspecialday

Fu proprio questa didascalia che ispirò a Capa il titolo Slightly out of focus, “Leggermente fuori fuoco” per il suo memoriale.

Robert Capa, D-Day landing, 1944 – da Sky Arte

 

@Noemi Spasari, 2020 – in collaborazione con Mattia Barbella

It don’t mean a thing (if it ain’t got that swing)

Immaginate di trovarvi negli Stati Uniti fra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta, con il profumo di Jazz nell’aria, in mezzo a una crisi economica e al proibizionismo; nei cinema arrivano i primi film sonori.

L’animo delle persone inizia a sentire il bisogno di qualcosa di nuovo. È in questo momento che prende piede un nuovo genere musicale.

In due città, in due zone differenti degli States, nei locali si balla a ritmo di swing: a Kansas City e successivamente a New York si inizia a concepire la musica in maniera differente, viene attribuita maggiore importanza alla sezione ritmica, generalmente composta da chitarra, pianoforte, contrabbasso e batteria, ai brani vengono aggiunte caratteristiche che li rendono movimentati, dinamici, “oscillanti” … swing.

da Pinterest

I due stili di swing

Lo stile di Kansas City deve il suo successo al musicista Count Basie, ed è molto influenzato dal blues, quello di New York invece, grazie anche a personaggi come Duke Ellington, si sviluppa come uno stile quasi sinfonico.

Si formano, inoltre, le “big band”, costituite da tanti elementi, anche una ventina alle volte. C’erano anche altre formazioni di pochi elementi e pochi strumenti.

Tra il 1935 e il 1946 lo swing delle big band diventa il genere più popolare degli Stati Uniti, anche grazie alla radio che trasmetteva sempre canzoni del genere: insieme ai già citati Ellington e Basie, tanti furono i protagonisti di questo periodo come Louis Prima, Woody Herman, Harry James, Benny Goodman, Jimmy e Tommy Dorsey, Glenn Miller, Artie Shaw e altri.

Attitude

Il titolo di questo articolo è una curiosità dello swing legata a una famosissima canzone di Duke Ellington del 1932, “It don’t mean a thing if it ain’t got that swing” (Non significa nulla se non ha quello swing). Sembra che sia la prima volta in cui il termine viene usato in un contesto prettamente musicale.

Quello che si intuisce da questa citazione è che lo swing non si limita a essere un genere musicale, ma proprio un’attitudine, un modo di essere: “got the swing”, avere swing, significa avere la predisposizione giusta per interpretare questo stile.

La canzone, inoltre, è anche una di quelle usate per lo shim sham, il ballo di gruppo/routine più famoso.

How to swing

Questo stile travolge così tanto la vita americana che si inizia a parlare anche di “come ballare lo swing”: nel quartiere di Harlem nasce il Lindy Hop, che è stato negli anni Trenta e quaranta del secolo scorso un vero fenomeno di massa vedendo centinaia di ballerini che affollavano le ballroom americane dove si esibivano le grandi orchestre swing, ma non solo!

da Pinterest

Si balla anche nei film

Come dicevamo all’inizio il cinema è diventato sonoro e così grandi produzioni cinematografiche dedicano colonne sonore a questo genere musicale e non solo, molti film, infatti, hanno come tema lo swing ingaggiando orchestre e ballerini da tutto il paese.

Nascono così i primi lungometraggi a tema musicale, e arrivano loro, gli indiscussi protagonisti del momento, Fred Astaire e Ginger Roger – Fred e Ginger, instancabili e indimenticabili partner che con i loro passi davano l’impressione di volteggiare nell’aria a ritmo di swing.

Lo swing arriva in Italia

Con la sua grande ballabilità, non ci volle molto e presto il genere si diffuse oltreoceano arrivando anche in Italia. In una forma tutta nostrana, con testi in italiano, nasce lo swing italiano, che nel dopoguerra, con l’arrivo degli americani, si diffuse senza freni.

Padre dello swing italiano, emulando quello americano, è Alberto Rabagliati insieme al Trio Lescano delle sorelle Lescano. Cultore dello swing è stato anche Lelio Luttazzi che propose più volte questo genere musicale in occasione degli spettacoli RAI da lui presentati.

Lo swing oggi

Oggi lo swing è tornato di moda, come tante altre cose, e sta rivivendo una nuova vita: le musiche e i balli swing riempiono di nuovo le sale da ballo e gli spazi improvvisati (“le clandestine”).

@Noemi Spasari, 2018 – Swingin’ Up Pisa

 

@Noemi Spasari, 2020