Orgoglio e Pregiudizio, il classico immortale di Jane Austen

Ci sono dei libri che almeno una volta nella vita vanno letti e fra questi senza dubbio c’è l’intramontabile Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen.

Di cosa parla?
Chi non conosce la storia delle sorelle Bennet e del misterioso Mr. Darcy? Al solito, la trama non ve la dovrei raccontare, ma lo faccio lo stesso.

Siamo in Inghilterra e precisamente a Longbourn nell’Hertfordshire, qui vive la famiglia Bennet composta dal Signore e la Signora Bennet e le cinque figlie: Jane, Elizabeth, Mary, Kitty e Lydia. La signora Bennet, vista la mancanza di un figlio maschio a cui lasciare in eredità la propria tenuta di Longbourn vorrebbe vedere sposate le sue figlie.

Nel momento in cui il ricco e soprattutto celibe signor Bingley si trasferisce nelle vicinanze, la signora Bennet pensa bene di riuscire a sistemare una delle figlie. Viene dato un ballo (fra le cose più belle di O&P sono questi balli) da Sir Lucas, un vicino di casa, a cui partecipano tutti, anche il nuovo arrivato in compagnia delle sue due sorelle, Caroline e la signora Hurst, del marito di quest’ultima e del suo più caro amico, il signor Darcy.

Sin da subito è evidente una simpatia fra il celibe signor Bingley e Jane Bennet (la maggiore delle sorelle), mentre Mr. Darcy inizialmente sulle sue e con la puzza sotto al naso sembra non avere interesse per nessuno e riesce anche a risultare antipatico a Elizabeth.

Cosa succede? Che successivamente Jane viene invitata dalle sorelle del signor Bingley a pranzo nella tenuta di Netherfield e la signora Bennet pensa bene di mandarla a cavallo, sperando nella pioggia così da obbligarla trattenersi. La povera Jane invece si ammala e rimane lì per diversi giorni (la signora Bennet non la sopporto molto) ed Elizabeth preoccupata raggiunge la sorella (quella matta va a piedi e per la camminata e la fatica ha addirittura il viso arrossato, che cosa sconveniente!). Durante la visita Elizabeth e il signor Darcy discutono vivacemente.
C’è sempre la questione dell’eredità da ricordare e infatti dopo qualche giorno la famiglia di Longbourn riceve la visita del signor Collins, cugino delle ragazze nonché pastore anglicano, per legge il legittimo erede e che spera di poter sposare una delle figlie dei Bennet. All’inizio pensa a Jane, ma poi la sua scelta ricade su Elizabeth che nel mentre cerca in tutti i modi di evitarlo.

Per non farci mancare niente, la famiglia Bennet conosce Wickham, un affascinante ufficiale dell’esercito che racconta di essere stato privato dell’eredità e trattato molto crudelmente da Darcy; questa storia inasprisce l’opinione che Elizabeth ha di Darcy.

Riassumendo un po’: Bingley va a Londra, sembra aver perso interesse per Jane; il signor Collins chiede la mano di Elizabeth che lo rifiuta senza pieta, allora decide di sposare Charlotte Lucas, la migliore amica di Elizabeth.

Dopo il matrimonio la secondogenita Bennet va a visitare la sua amica e in quell’occasione chi arriva? Proprio il signor Darcy che in un modo poco commovente le dichiara il suo amore e le fa una proposta di matrimonio che Elizabeth rifiuta (la vuoi proprio fare soffrire tua madre, Lizzy), perché scopre che è stato lui a far allontanare Bingley da Jane e per tutta la faccenda con Wickham. Così Darcy le scrive una lunga lettera in cui le spiega come stanno davvero le cose, che in realtà lui non è poi così male, anzi è il sogno di ogni fanciulla.

In estate Elizabeth parte con gli zii londinesi e incontrano proprio Mr. Darcy (guarda caso erano andati nella sua tenuta, pensa un po’), lui è diverso, lei si sta sciogliendo come burro al sole, ma è orgogliosa.

Ma ecco che Lydia, la più piccola delle sorelle, fa danni e scappa con Wickham senza sapere che in realtà lui è un disonesto (era uno scandalo una cosa del genere, se la doveva sposare per forza o l’onore di tutta la famiglia sarebbe stato macchiato).
La situazione la risolve Mr. Darcy che trova un accordo e fa sposare Lydia da Wickham, anche se non vuole che si sappia, ma come tutti i segreti alla fine viene a galla. Tutto finisce bene, Elizabeth sposa Darcy, Jane sposa Bingley e la signora Bennet finalmente è felice.

da Wikipedia

Qualche curiosità
Partiamo dalle prime parole del libro: «È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie». Al giorno d’oggi una frase del genere risulta assurda, ma nel 1813 quando l’opera venne pubblicata non era così. Difatti tutta la storia gira un po’ intorno a matrimoni e combinazioni varie, non è assurdo, funzionava più o meno così.

In realtà il 1813 è solo l’anno dell’edizione definitiva di Orgoglio e Pregiudizio, infatti la prima stesura del romanzo risale al 1796 e si intitolava Prime impressioni: la storia come la conosciamo noi ha avuto una lunga gestazione.

Quasi tutti gli adattamenti cinematografici di O&P sono ambientati nel 1813 tranne l’omonimo film del 2005 con Keira Knightley come Elizabeth Bennet, Matthew Macfadyen nel ruolo di Mr. Darcy e il sommo Donald Sutherland ad interpretare il Signor Bennet, che è invece ambientato nel 1796, anno della prima stesura.

immagine dal film del 2005

Il primo film o meglio lungometraggio che narra le storie della famiglia Bennet e contorno risale al 1940 e ha la regia di Robert Z. Leonard; è anche il primo film tratto da un romanzo della Austen, in quest’occasione Elisabeth e Mr. Darcy sono interpretati da due grandi attori del passato, nonché premi Oscar, Greer Garson e Lawrence Oliver.

Avete presente Bridget Jones, la pasticciona protagonista del romanzo di Helen Fielding? La sua storia è fortemente ispirata a Orgoglio e Pregiudizio (è abbastanza palese, anche nel rapporto fra Mark e Daniel), non a caso il nome del protagonista interpretato da Colin Firth (che nella miniserie TV del ’95 interpreta Mr. Darcy) è proprio Darcy!

Commento
Cosa possiamo dire di questo romanzo che in due secoli non sia stato già detto? Probabilmente nulla.

Orgoglio e Pregiudizio è un’opera senza tempo, che in un modo o nell’altro entrerà nella vita di un lettore. Ma perché è un’opera senza tempo? Forse per la minuta descrizione della società del tempo? Forse per queste storie d’amore travagliate, ma a lieto fine? Forse perché, con il personaggio di Elizabeth che contro i desideri della madre e la convinzione della società rifiuta ben due proposte di matrimonio e non si fa problemi nel “dire la sua” con ironia pungente, la Austen rappresenta una sorta di protofemminismo con lo scopo di andar contro le convenzioni sociali dell’epoca? Forse un po’ tutto.

Vi dirò perché piace a me. Innanzitutto, mi piace molto la letteratura inglese al femminile del periodo, Sono innamorata delle descrizioni dei balli e dei modi di quell’epoca in cui tutto era più elegante e cerimoniale.

In più O&P vi è una descrizione molto profonda del rapporto fra le due sorelle Jane ed Elizabeth (un po’ meno delle altre tre), sorelle che si sostengono e si supportano.

Aggiungo infine che forse la dovremmo smettere di fare una distinzione fra libri “per donne” e “per uomini”, i libri son libri e i gusti son gusti.

@Noemi Spasari, 2021

La Storia Infinita, il capolavoro di Ende

Rinchiudersi fra i libri e abbandonarsi all’immaginazione, chi non lo ha fatto e chi non vorrebbe farlo? È un modo per capire se stessi e il mondo esterno attraverso il proprio mondo interiore. È così che è iniziata la storia di Bastiano Baldassare Bucci, la sua Storia Infinita.

La storia infinita è un romanzo fantastico nato dalla penna dello scrittore tedesco Michael Ende ed è stato pubblicato nel 1979. Ma non è un semplice libro: tradotto in più di quaranta lingue, arrivato in Italia nel 1981, il capolavoro di Ende segna la nascita di un mondo meraviglioso.

Sinossi
La storia non ve la dovrei neanche raccontare, se non avete letto il libro (male, molto male) almeno dovreste avere visto il film (se non avete visto il film male, ma anche in questo caso avete sempre tempo per recuperare).
In ogni caso inizio a raccontare la storia, così se non la conoscete vi faccio venire voglia di leggere il libro o vedere il film.

Iniziamo dal protagonista Bastiano Baldassarre Bucci (Bastian nel film), un bambino di dieci anni che, dopo aver perso la mamma, ha anche difficoltà a comunicare con il padre, così si chiude in se stesso e si rifugia nella lettura e nelle storie fantastiche.

Diciamo che non è il “fighetto” della scuola ed è vittima del problema “bulli” e così un giorno fuggendo dall’ennesima persecuzione, trova riparo nella libreria antiquaria del signor Carlo Corrado Coriandoli. (Le prime parole del libro sono “otairauqitnA ilodnairoC odarroC olraC eralotiT”, l’insegna del negozio che BBB legge al contrario, dall’interno).

Il signor Carlo Corrado Coriandoli (CCC) stava leggendo un libro, indovinate quale? La storia infinita. BBB è subito attratto da questo libro, così in un attimo di distrazione del signor Coriandoli lo ruba e fugge fino alla soffitta della sua scuola. Qui inizia a leggere La storia infinita e la sua vita cambierà per sempre.

Il libro narra la storia del Regno di Fantàsia di cui è sovrana l’Infanta Imperatrice, che però è afflitta da un male sconosciuto e corre il rischio di morire; al suo destino è legato quello di Fantàsia e col peggiorare del suo male anche il regno sembra condannato alla rovina. Il Nulla, un’entità informe, ha cominciato a espandersi nel regno, facendo sparire intere regioni. L’imperatrice vuole salvare Fantàsia, ma l’unico che può riuscirci è un umano (avete già capito dove vogliamo andare a parare?).

Bastiano segue con trepidazione le avventure di Atreiu, il giovane coraggioso incaricato dall’Infanta Imperatrice di trovare una soluzione al suo male, e si lascia trascinare sempre più all’interno del racconto, fino a rendersi conto di poter influenzare attivamente il proseguimento della storia: entra completamente nel vivo della storia e fino a diventare un vero e proprio protagonista nel momento in cui si rende conto di essere lui l’umano che può salvare il regno, ma teme che l’Infanta Imperatrice possa non ritenerlo all’altezza della missione.

La locandina del film del 1984

Bastiano si rende conto (non vi sto a spoilerare tutto) che le due storie sono intrecciate e che si sarebbe ripetuto tutto ciclicamente all’infinito senza il suo intervento, e così decide di compiere il gesto che avrebbe salvato il regno, pronuncia finalmente il nome che ha scelto per l’Imperatrice: “Fiordiluna”.
Bastiano cambia, prende in mano la situazione e decide di lasciarsi tutto alle spalle, crede in se stesso e diventa un ragazzo coraggioso, abile, forte e intraprendente, abbandonando quello che era. Incontra vari personaggi che lo aiuteranno nella sua impresa.

Alla fine, rientra a casa, nel mondo reale, torna dal padre a cui racconta le sue avventure e va anche dal signor Coriandoli per prendersi la responsabilità del furto del libro e di averlo smarrito. Ma l’uomo gli confida di aver già viaggiato a Fantàsia molte volte per salvare l’Imperatrice.

Nel raccontarvi la storia non vi ho parlato del mio personaggio preferito, il fortunadrago Falkor, dovrete guardare il film per sapere chi è!

immagine dal film

Cosa c’è di davvero particolare in questo libro? Innanzitutto, stiamo parlando di un “metaromanzo”, ovverosia un libro nel libro o meglio ancora un libro che parla di altri libri: infatti all’interno del racconto si intrecciano due realtà, due mondi, più di un libro in cui la Storia infinita si racconta contemporaneamente.

Grazie a questo escamotage lo scrittore infrange la “quarta parete” del lettore, quella soglia che divide il lettore dal personaggio in quanto Bastiano (Bastian nei film) passa da un ruolo all’altro nel corso degli avvenimenti. Così facendo il confine fra realtà e finzione è difficile da percepire

Simboli
Il racconto è piano di simboli che richiamano l’elemento “infinito” della storia. Primo e maggiore fra tutti è l’uroboro che è raffigurato nell’emblema Auryn, disegnato anche sulla copertina del libro che trova Bastiano.

Cos’è l’uroboro? È un simbolo molto antico, presente in molti popoli e in diverse epoche, rappresenta un serpente o un drago o talvolta un coccodrillo che si morde la coda, formando un cerchio senza inizio né fine; apparentemente è immobile, ma in realtà è in eterno movimento e rappresenta un’energia che si consuma e rinnova di continuo, la natura ciclica delle cose. Così come la Storia infinita.

Particolari dell’edizione
Ende è un genio e in quanto tale trova un modo per fare distinguere dove si stiano svolgendo le azioni: il libro è scritto in due colori, che distinguono le parti ambientate nel mondo degli uomini, in rosso, da quelle ambientate nel Regno di Fantàsia, in verde acqua.

@Noemi Spasari, 2021

 

Prendiluna e la ricerca dei Giusti

La vecchia guardava la luna e viceversa. Era seduta nella veranda, e le sembrò che l’astro puntasse un raggio splendente sul prato, come per illuminare un palcoscenico.
Inizia con quest’immagine sognante il libro di Stefano Benni Prendiluna.

Non credo serva presentare l’autore di questo libro, amatissimo dal pubblico e dalla critica, Benni incanta le nostre vite da più di trent’anni; ma qualcosina su di lui ve la dirò lo stesso: Stefano Benni classe 1947 è uno scrittore, umorista, giornalista, sceneggiatore, poeta e drammaturgo (forse anche altro) italiano.

Benni è autore di vari romanzi e racconti di successo, tra i quali ricordiamo Bar Sport, Elianto, Terra! oppure anche Saltatempo e Il bar sotto il mare; i suoi libri sono stati tradotti in più di 30 lingue. Come dicevamo è anche giornalista e ha collaborato con diverse riviste come i settimanali L’Espresso e Panorama e il mensile Linus (per citarne uno) per non parlare dei quotidiani La Repubblica e Il manifesto.

Oggi parliamo del sopracitato libro del nostro Benni pubblicato nel 2017 da Feltrinelli, Prendiluna.

Di cosa parla Prendiluna?
La trama è semplice e lineare in questa fiaba surreale creata da Benni. Una sera, la vecchia maestra Prendiluna, ormai in pensione, nella sua casetta nel bosco ha un’apparizione di Ariel, il suo gatto morto anni prima, che le affida una missione per salvare il mondo: ha otto giorni di tempo per consegnare i suoi Diecimici a dieci Giusti altrimenti il mondo sarà annientato.

E così Prendiluna sistema i dieci gatti in una grossa valigia con buchi e rotelle, si carica uno zaino in spalla e dà inizio alla ricerca. Ma la profezia in realtà non si è mostrata solo a lei, ma si è manifestata a due ospiti della Clinica Roseto sotto forma di Trisogno. Sono Dolcino e l’arcangelo Michele, che decidono così di scappare dal manicomio per iniziare la loro lotta contro il Diobono, il vero artefice di crudeltà e sofferenza, un misterioso killer-diavolo, legato a Michele in qualche modo.

Ma chi sono i Giusti da cercare? Sono i più inaspettati, quelli insospettabili: solo Prendiluna sa chi sono perché non guarda con gli occhi, ma con il cuore e sa capire e perdonare. I Giusti sono quelle persone che anche se la vita li ha indirizzati su vie pericolose, sono riusciti a non perdere la loro morale e la mappa per tornare “a casa”.

Nel corso del suo viaggio ai limiti della realtà incontrerà alcuni dei suoi ex allievi, personaggi con poteri, personaggi di ogni tipo; vedremo personaggi che rispecchiano il male dei nostri giorni e i nostri vizi più diffusi.

Analizziamo il libro
All’inizio della lettura ho pensato “ma dove vuole andare a parare?”. Poi mi ha catturata con la sua satira pungente, con le sue trovate geniali e irriverenti.
I personaggi e le situazioni che si vengono creando raccontano il nostro mondo e il nostro vivere quotidiano mettendone in risalto gli eccessi, i mali, le superficialità, insieme alle ipocrisie e alle vanità.

Ci sono moltissimi riferimenti sparsi nel testo che si combinano con i giochi linguistici tipici di Benni: una pseudo-comicità che si unisce a un umorismo che provocano sorrisi ogni tanto accompagnati da una malinconica riflessione sul mondo che ci circonda.

In questa storia incontriamo dei personaggi rinominati dall’autore in maniera iconica, come ad esempio i “trumpini” che si rivelano essere personaggi arroganti, spocchiosi e con una vena razzista; ci sono poi quelli colpiti da “schermofilia” e subito ci viene in mente qualcuno che conosciamo.

Fino all’ultima pagina non capiamo se la storia si stia realmente svolgendo o sia solo un sogno o un’allucinazione, tutto grazie a un gioco di equivoci, ironia, leggerezza che cela profondità.

Gli strani Diecimici entreranno subito nei nostri cuori per le loro caratteristiche strambe e uniche.

Prendiluna è una fiaba per adulti, che assomiglia al racconto di un enorme sogno intricato e allucinante.

È un libro che fa ridere, riflettere e amare ancora di più la vera incredibilmente creativa di Stefano Benni, che ancora una volta non delude i suoi lettori.

@Noemi Spasari, 2021

Le principesse rivisitate di Emma Dante

Ho tergiversato un po’ prima di parlarvi di lei, di affrontare una sua opera, non perché non fosse importante, ma perché per me lo era troppo.
Emma Dante ha fatto parte della mia vita per tantissimo tempo, la sua arte è stata il tema della mia tesi Magistrale e negli anni universitari ho avuto diverse occasioni di approfondimento del suo lavoro.
È finalmente arrivato il momento di parlare di una sua raccolta di opere e non vi parlerò di lei (per il momento) a teatro, ma di un libro. La scelta è caduta sulla trilogia dedicata alle principesse più note: Cenerentola, Biancaneve e Rosaspina (la bella addormentata).

Prima di tutto, chi è Emma Dante?
È un personaggio eclettico, fra i nomi più noti e discussi del panorama teatrale contemporaneo; sin dai suoi primi spettacoli, come mPalermu (2001), ha mostrato una personalità spiccata e ha portato in teatro novità sceniche, registiche e tecniche.
Emma Dante è una donna che ama la sua terra, ed è una regista che conosce il mondo dell’attore e lo mostra nella maniera più cruda e senza filtri. Inoltre, l’utilizzo quasi costante del dialetto rende vivi i personaggi dantiani, in cui ognuno può rivedersi, o rivedere il vicino di casa o ancora la propria famiglia.

Le principesse di Emma
Il volume è edito da Baldini&Castoldi (2001), ha delle bellissime illustrazioni a cura di Maria Cristina Costa e vede le opere La bella Rosaspina addormentata, Gli alti e bassi di Biancaneve e Anastasia, Genoveffa e Cenerentola.

Partiamo dal primo La bella Rosaspina addormentata: per narrare questa storia la Dante si basa su quella dei fratelli Grimm e a differenza del racconto a cui siamo abituati, in cui viene narrata prima la vicenda dei genitori di Rosaspina che desideravano tanto un figlio e quindi successivamente la nascita della principessa, i doni delle fate e la maledizione della fata esclusa, la Dante parte da questo principe dal volto coperto che si avvicina al castello circondato da rovi, cercando di superare il labirinto di spine.

Maria Cristina Costa in Le principesse di Emma

Come nella fiaba classica, superato l’intreccio di rovi, questo principe in motocicletta dal volto coperto si trova immerso in un silenzio mortale, trovando infine la principessa addormentata.
Dopo averla svegliata, Rosaspina racconta al principe la sua vita fino al giorno in cui compie quindici anni e si punge il dito con una spina di rosa, da cui probabilmente l’origine del nome (differenza con i Grimm e il classico Disney in cui si punge il dito con un fuso).
Il vero colpo di scena la Dante lo lascia alla fine del racconto: tolti i veli che coprivano il volto di questo principe misterioso, Rosaspina scopre che in realtà è una donna e dopo un momento di stupore la bacia con passione.

 

La seconda storia è Gli alti e bassi di Biancaneve e già dal titolo, con questo gioco di parole, si intuisce l’esperienza sproporzionata che vivrà la protagonista.
La storia dantiana inizia con la regina cattiva che si rimira di fronte allo specchio, ma la regina di Emma Dante è un personaggio in parte buffo, anche nel ruolo di antagonista, in particolare con i dialoghi/monologhi con lo specchio da cui si fa lodare e con cui intrattiene discussioni animate e ironiche sulla propria bellezza e sul suo aspetto «m’ha depilare! Talè, tutta nu pilu sugnu!».

Maria Cristina Costa in Le principesse di Emma

Per quanto riguarda i piccoli amici di Biancaneve, la Dante riprende i nomi disneyani, dando loro delle caratteristiche ironiche legate ad essi; i nani sono tali, in questo caso, a seguito di un incidente in miniera che ha mozzato loro le gambe.
Anche il principe si allontana dall’immagine tradizionale di impavido eroe che salva la donzella in groppa al suo cavallo bianco, è qui, infatti, un giovane sperduto vagamente in cerca di moglie (neanche in grado di seguire il TomTom), che incontra Biancaneve nella casa nel bosco e si addormenta sul letto dei nani, proprio subito prima dell’arrivo della regina.
Emma Dante, per la versione teatrale, immerge questa favola nel clima del teatro dei pupi e impone agli attori veri virtuosismi, come recitare su trampoli o impersonare i nani muovendosi sulle ginocchia.

Maria Cristina Costa in Le principesse di Emma

 

In ultimo abbiamo Anastasia, Genoveffa e Cenerentola. La protagonista abita in una palazzina al centro di Rodìo Miliciò, «un paesino al sud della Sicilia circondato da cave di tufo e alberi di melograno»; il padre, un vecchio barone decaduto, rimasto vedovo, si è risposato con la sua donna di servizio, Ignazia, madre di Genoveffa e Anastasia, sciatte e poco eleganti nei modi.
Morto il padre, come da copione, Cenerentola viene defraudata di tutti i suoi averi e segregata in uno sgabuzzino buio e angusto da dove sente scorrere la vita quotidiana delle tre arpie.

Maria Cristina Costa in Le principesse di Emma

Ma quando il principe di Barcellona Pozzo di Gotto cerca moglie, le sorellastre smettono di guardare la tv e scappano in bagno a prepararsi, mentre Cenerentola balla con la scopa.
Come nella fiaba classica, anche Cenerentola, grazie all’aiuto della fata Smemorina, andrà al ballo del principe, trovandolo nella disperazione per la qualità delle pretendenti: «Sugnu un povero principe meschino! Mai troverò la moglie giusta per me. Tutte larie e antipatiche sunnu. Com’haiu a fari».
La protagonista viene “umanizzata” rispetto alla versione della fiaba di Perrault o del classico film Disney, infatti prende una storta scendendo dalla carrozza.
Il finale è come nella storia: il principe e Cenerentola ballano insieme (un tango in questo caso), lui la ritrova per mezzo della scarpetta, si sposano e vivono per sempre felici e contenti.
Sorte diversa spetta alla matrigna e alle sorellastre che sono trasformate dalla fata Smemorina in mastino napoletano, la matrigna, in due zecche, le sorellastre.

Maria Cristina Costa in Le principesse di Emma

 

In conclusione
Queste fiabe di Emma Dante riportano le principesse su un piano “reale”, comune e quotidiano: Cenerentola è una “come noi”, che inciampa e si imbarazza; i nani di Biancaneve sono persone comuni, a volte poco eleganti; il principe azzurro di Rosaspina non è più quell’essere perfetto che arriva a dorso di un cavallo bianco per salvare la donzella in difficoltà, ma è una giovane ragazza in sella ad una motocicletta.

Emma Dante ribalta le situazioni classiche, per riproporle ai nostri occhi in nuove vesti.

@Noemi Spasari, 2021

Canto di Natale, il cliché natalizio che non stanca mai

Dicembre significa luci, regali, cioccolata calda sotto il plaid, Michael Bublé, film natalizi e per gli amanti del Natale e della lettura significa anche grandi classici a tema.
E se parliamo di Natale, di libri e di grandi classici sicuramente il primo pensiero va al più famoso di tutti: Canto di Natale (A Christmas Carol) di Charles Dickens. Un romanzo che rappresenta l’incontro tra la tradizione del romanzo gotico e il genere fiabesco.
Scritta nel 1843, dopo quasi 180 anni ancora emoziona tutte le generazioni, anche grazie alle tantissime trasposizioni cinematografiche, teatrali, televisive etc. La mia preferita rimarrà quella di Topolino & co.

La storia è più che nota: il vecchio Ebenezer Scrooge, anziano banchiere londinese, ricco ma avaro ed egoista, che sfrutta il suo povero dipendente anche nel giorno di Natale, riceve nella notte di Natale la visita di tre spiriti (il Natale del passato, del presente e del futuro), preceduti da un’ammonizione dello spettro del defunto amico e collega Jacob Marley, con conversione finale.

Cosa significa la storia di A Christmas Carol?
Il romanzo di Dickens, in questo svolgersi allegorico, è un messaggio di speranza: anche a chi vive nell’aridità d’animo viene data la possibilità di liberarsi delle catene dei frivoli valori materiali e che dietro un cuore freddo, probabilmente c’è un animo triste che deve essere solo riscaldato. E diciamoci la verità, dopo aver letto o visto Canto di Natale ci si riempie sempre il cuore di gioia natalizia.

Il desiderio di Dickens nello scrivere Il Canto di Natale era quello di coinvolgere bambini di tutte le età, attraverso descrizioni commoventi, con colpi di scena, apparizioni dei fantasmi, momenti di tristezza assoluta, ma anche di gioia e speranza, al fine di risvegliare sentimenti puri come l’amore e la tolleranza, il rispetto per gli altri e la capacità di apprezzare anche i piccoli gesti e le cose che all’apparenza non sembrano importanti, non solo a Natale.

In un anno come quello che abbiamo vissuto e continuiamo a vivere un’opera come Canto di Natale non può che farci bene, per ritornare bambini e ricordarci i piccoli grandi valori di cui abbiamo bisogno per vivere felici: amore, amicizia, la nostra famiglia, l’abbraccio di nostra madre, il rispetto degli altri, quelle cose, quei gesti che non potranno mai essere acquistati con denaro.
Con Dickens è facile abbandonarsi alla magia e tornare bambini, ma contemporaneamente riflettere e imparare.

I fantasmi di Scrooge sono metafore di errori che abbiamo commesso nel momento in cui egoismo, orgoglio, cattiveria o paura hanno preso il sopravvento su di noi, ma proprio come Scrooge dobbiamo ripercorrere il nostro cammino e imparare a trovare la gioia del Natale in ogni cosa e ricordare che la vera ricchezza sta nella condivisione.

La nuova fiaba di JK Rowling: l’Ickabog e la paura dell’ignoto

Zia Jo colpisce ancora.
Sì, perché per chi, come me, è cresciuto con Harry Potter, J.K. Rowling è ormai parte della famiglia.

Appena ho visto in libreria il nuovo libro della Rowling non ho resistito e l’ho comprato, anche se la pila dei libri da leggere cresce a dismisura.

Veniamo al libro, L’ickabog è uscito il 10 novembre in contemporanea mondiale, in edizione differente e unica per ogni Paese, in Italia è pubblicata da Salani Editore ed è arricchita dalle illustrazioni a colori dei piccoli (di età) vincitori del Torneo per le illustrazioni dell’Ickabog.

La Rowling ha trascritto questa favola durante il lockdown per allietare i suoi figli e ha deciso di donare tutti i diritti d’autore per aiutare le persone colpite dal coronavirus in Inghilterra e nel mondo.

L’Ickabog è una bellissima fiaba che ha come fine ultimo quello di mostrare il grande potere della speranza, ma anche dell’amicizia e della verità che alla fine trionfano su ogni avversità.

«Ho avuto l’idea per L’Ickabog molto tempo fa e ogni sera, mentre ci lavoravo, l’ho letto ai miei due bambini più piccoli, capitolo per capitolo. Tuttavia, sono stata molto impegnata in altri progetti, ed è così che L’Ickabog è finito in soffitta. Poi, però, è iniziato il lockdown per coronavirus. È stato un momento davvero difficile, per i bambini in particolare, così ho deciso di riprendere L’Ickabog dalla soffitta, l’ho riletto per la prima volta dopo anni, l’ho riscritto e poi l’ho letto di nuovo ai miei figli». Viene così introdotto il libro dalla scrittrice.

Attorno alla storia di Cornucopia, un piccolo e all’apparenza perfetto regno, governato da un re, Teo il Temerario, si susseguono una serie di eventi – ricchi di significati metaforici – che porteranno alla rovina della perfezione apparente.

La storia si sviluppa nel classico schema della fiaba definito da Propp:

  • L’inizio della storia è caratterizzato da un equilibrio = il regno di Cornucopia è ricco e prospero, gli abitanti sono felici e la produzione tipica di ogni cittadina è proficua;
  • Rottura dell’equilibrio iniziale = la successione di eventi che non starò a spoilerare portano a uno squilibrio della Forza… la perfezione apparente di Cornucopia vacilla, iniziano i problemi;
  • Peripezie dell’eroe = l’eroe, in questo caso possiamo anche dire gli eroi (chi è il vero eroe della storia? A parer mio Margherita, ma anche la signora Ragghianti), iniziano a lottare contro il nemico al fine di riportare la pace e far sì che la vera verità (scusate il gioco di parole) venga a galla;
  • Ristabilimento dell’equilibrio = grazie alle peripezie dei nostri eroi il regno di Cornucopia è tornato allo stato di pace, più prospero ed evoluto, la verità è stata scoperta, e vissero tutti felici e contenti.

Ovviamente ho semplificato molto lo schema di Propp delle fiabe, ma se a qualcuno dovesse interessare ne parlerò più approfonditamente!

Chi è o cos’è l’Ickabog? «Alto come due cavalli, occhi infuocati, artigli affilati come rasoi», così viene descritto l’Ickabog nella storia, come un mostro cattivo di cui aver paura, a cui nessuno crede davvero, raccontato ai bambini come storia per tenerli buoni… Un po’ la versione al contrario di Babbo Natale “stai buono, altrimenti arriva l’Ickabog”, invece di “stai buono altrimenti Babbo Natale non ti porta i regali”. Una di quelle figure a cui ci fa piacere credere in fondo.

In questo caso l’Ickabog è la metafora del “ciò che non conosciamo ci fa paura”, è la paura dell’ignoto, del non definito, attraverso cui vengono giostrate le menti. Sarà solo chi conosce la verità a sconfiggere la paura e a trasformarla in sentimenti positivi.

Mi è piaciuto moltissimo il significato della Nascenza (dovete leggere il libro), che fondamentalmente sta a simboleggiare l’imprinting della nascita, ciò che ci circonda nel momento in cui veniamo al mondo ci influenzerà per sempre.

Il libro è pieno di ironia e fantasia tipica della Rowling che ha sempre giocato sui nomi dei personaggi, anche minori, a partire dall’Ickabog stesso: il nome deriva da “Ichabod”, che significa “senza gloria” o “la gloria che se n’è andata” (lo spiega la scrittrice nella prefazione). La domanda che si pone J.K. è proprio che cosa ci dicono di noi i mostri che evochiamo? E perché le persone decidono di credere a palesi bugie?

In conclusione, L’Ickabog è una fiaba che fa divertire, riflettere e analizzare la realtà con leggera profondità.

@Noemi Spasari, 2020

La legge del sognatore, un percorso onirico fra Pennac e Fellini

Ho appena finito di leggere “La legge del sognatore” di Daniel Pennac e ho una voglia innata di iniziare a scrivere i miei sogni.

Il libro è stato pubblicato in Italia da Feltrinelli nel gennaio di quest’anno nefasto (2020) e già dalla copertina di Marco Ventura abbiamo la vetrina del racconto onirico che ci aspetta.
In questo caso sì, giudichiamo il libro dalla copertina! La notate quella figura col megafono in mano e la sciarpa rossa?

Pennac è un autore che amo, ha una scrittura leggera e i suoi libri volano in alto come i sogni che ispira.
E di sogni si parla proprio in questo libro.

La storia inizia con Daniel (lo scrittore) che a 10 anni è in vacanza con i suoi genitori e l’amico Louis; sopra il suo capezzale a mo’ di quadro sacro è stato appeso il disegno di un sogno di Fellini, un regalo del regista quando la madre lavorava a Cinecittà. Da qui iniziano una serie di sogni, misti a realtà, misti ad invenzione… non è mai esistito alcun amico di nome Louis e la madre non ha mai lavorato a Cinecittà.

Il racconto è sviluppato in un sogno insieme allo scrittore stesso, dentro un altro sogno, insieme a un altro sogno e un altro ancora.
Vengono narrati alcuni episodi reali o meno della vita dello scrittore che si rivelano nel libro in diversi sogni, il tutto legato all’amore per Fellini e per il mondo onirico.

Alcuni potranno pensare, ma cosa c’entra Federico Fellini con il mondo dei sogni? Il grande regista italiano era un gran sognatore e ha sempre dato un grande valore ai suoi sogni arrivando anche a redigere un diario su cui appena sveglio disegnava ciò che aveva sognato, scrivendone accanto una sorta di spiegazione. Questa sua consuetudine ha infatti dato vita a Il Libro dei sogni.

In realtà è proprio un film di Fellini a scatenare tutto il libro, difatti finito in coma durante la visione di Amarcord (1973) si immerge in quel susseguirsi di sogni uniti uno all’altro (sì, sullo stile di Inception).

E sarà poi a Fellini che dedicherà uno spettacolo al Piccolo di Milano in cui era stato chiesto agli spettatori di portare uno strumento musicale, finito poi a Parco Sempione con musicisti e spettatori che suonavano insieme ricreando un po’ la scena finale di 8 e 1/2. Spettacolo mai realizzato, se non nel suo sogno.

La legge del sognatore è il libro perfetto per un pomeriggio d’autunno, perfetto nel suo equilibrio fra onirico e reale, tenendo sempre alta l’attenzione del lettore nel tentativo di capire cosa stia succedendo.
L’escamotage del sogno, che l’autore stesso sconsiglia ai suoi lettori è il leitmotive che fa andare avanti la narrazione.

Circa 150 pagine che volano senza neanche accorgersene e che ti fan venir voglia di scrivere i tuoi sogni e a me anche di andare a rivedere 8 e 1/2.

Foto mie
©Noemi Spasari, 2020