Borgo sud di Donatella di Pietrantonio

Ogni tanto prendo delle decisioni nella vita e non so neanche perché. Al momento ho deciso di leggere tutti e dodici i libri candidati al Premio Strega 2021, good luck!

Ho iniziato questa sfida con Borgo sud di Donatella di Pietrantonio, per scoprire dopo essere il seguito del suo romanzo successo L’arminuta.

Comunque sia parliamo un po’ di questo libro iniziando a dire che ho amato ogni pagina.

«C’era qualcosa in me che chiamava gli abbandoni». È intorno a questa frase che gira tutto il libro, un racconto che esplora i rapporti familiari, che come spesso accade, sono oscillanti.

Il romanzo è strutturato come un’altalena di ricordi che passano dal passato al presente e a poco a poco ci fanno assaggiare piccoli pezzi di storia, che solo alla fine si uniranno.

Pagina dopo pagina il lettore riesce a ricostruire gli avvenimenti di queste due sorelle che hanno affrontato la vita in solitudine, con una fragilità d’animo che le ha esposte alle intemperie del mondo. Entrambe hanno trovato rifugio in amori devastanti, amori totalizzanti e destinati a stravolgere intere esistenze.

Le due sorelle vivono il loro rapporto in un arco sinusoidale di alti e bassi, vicine, ma mai davvero lontane; si avvicinano e si respingono, ma non si distaccano realmente, legate dalla volontà di staccarsi da un passato doloroso.

Il tutto è raccontato con uno stile di scrittura totalmente coinvolgente ed evocativo. Come fotografie dentro un album non organizzato cronologicamente, così ci appaiono i momenti cruciali della vita di queste due sorelle, attraverso salti temporali che la scrittrice padroneggia con grande sapienza.

Una tensione emotiva dalla prima all’ultima pagina.

Un bel tributo alla Terra della Di Pietrantonio, un inno all’Abruzzo che anche chi, come me, non fa parte di quel mondo riesce ad assaporarne sapori, rumori e tradizioni.

Adesso son curiosa di leggere gli altri libri di questa scrittrice che mi ha così affascinata.

Noemi Spasari

Shakespeare Day: i sonetti del Bardo

William Shakespeare è probabilmente fra i nomi più noti del teatro, è stato un drammaturgo e poeta inglese, è considerato come il più importante scrittore in inglese nonché più eminente drammaturgo della cultura occidentale.

Di Shakespeare ricordiamo molto più spesso il suo teatro, con personaggi, modi di dire e situazioni passati alla storia.

Oggi ricorre l’anniversario di morte (e probabilmente anche di nascita) del Bardo e ho pensato di parlarvi, invece, dei suoi sonetti.

I sonetti di Shakespeare
I Sonetti (Shakespeare’s Sonnets) è il titolo che raccoglie una collezione di 154 sonetti di Shakespeare: questi fra le varie tematiche come lo scorrere del tempo, l’amore, la bellezza, la mortalità.  La storia editoriale dei Sonetti, come di molte altre opere, è un po’ complessa, quindi passo direttamente a una data certa.

L’opera fu pubblicata da Thomas Thorpe nel 1609 col titolo stilizzato SHAKE-SPEARS SONNETS. Never Before Imprinted.  La raccolta conta 154 sonetti divisi in 2 parti: la prima parte, fino al sonetto 126, è dedicata al “Fair youth”, un giovane di grandi virtù e di bell’aspetto che funge da perno attorno al quale l’intera raccolta si muove.

I restanti sonetti sono invece dedicati alla “Dark lady”, una figura che incarna l’esatto opposto dell’ideale petrarchesco di donna, al quale tutte le raccolte di sonetti scritte fino ad allora si ispiravano.

Il nostro caro William probabilmente scrisse i sonetti a partire dagli Novanta del Cinquecento, prestandoci maggior impegno soprattutto nel periodo di chiusura dei teatri di Londra (causata da una pestilenza tra 1592 e 1593).

La struttura dei componimenti
Come dicevamo il volume contiene 154 sonetti, questi hanno tutti lo stesso schema metrico: 14 pentametri giambici disposti in tre quartine in rima alternata più un distico conclusivo in rima baciata; questa era la modalità sonettistica inglese, che si differenziava da quella italiana, dove il sonetto si componeva di due quartine e due terzine. Vi faccio un esempio con uno dei sonetti più famosi, il n°18 :

Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate.
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date.
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And often is his gold complexion dimmed,
And every fair from fair sometime declines,
y chance or nature’s changing course untrimmed;
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou owest;
Nor shall Death brag thou wandr’st in his shade,
When in eternal lines to time thou grow’st:
So long as men can breathe or eyes can see,
So long lives this and this gives life to thee.

Da questa struttura si diversificano tre composizioni: il sonetto 99 presenta un verso in sovrannumero, il sonetto 126 ha due versi in meno ed il 145 è composto da ottonari invece che decasillabi.

Vediamone insieme alcuni.

Sonetto n°26
In questo componimento, che appartiene alla prima sezione, quella dedicata al “Fair Youth”, al giovane ragazzo, il poeta esplora un’idea di amore in grado di far stare bene le persone con se stesse e come cura per ogni male: nei primi versi esprime il suo stato di crisi a causa della perdita della reputazione e del fallimento economico, che lo porta a vivere come emarginato e a lamentarsi, ma il pensiero dell’amore lo rende nuovamente felice e in pace.

Sonetto n°116
In questo sonetto troviamo la parola “marriage” nel primo verso, ma in realtà il tema centrale non è il matrimonio ma l’amore, anzi il “vero amore”: difatti, il “marriage of true minds” a cui il Bardo fa riferimento è in realtà una metafora per descrivere un amore sincero, costante e platonico, non fisico.

È per questo motivo che si pensa che questo sonetto parli del giovane uomo a cui parte dell’opera è dedicata.

La particolarità di questo sonetto, a parer mio, sta nel fatto che il tono calmo con cui ne parla il poeta lo fa sembrare quasi un inno in difesa dell’amore.

Sonetto n°130
Questo sonetto si differenzia dagli altri, in questo caso la protagonista è proprio la donna amata, ma non ne viene decantata la perfezione, bensì i suoi difetti.
Perché? Probabilmente per distaccarsi dall’ideale romantico della “Donna Angelo”. La donna descritta da Shakespeare non è una persona che “quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua devèn, tremando, muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare” (Dante, Tanto gentile e tanto onesta pare), ma è una donna vera, reale che il poeta ama così com’è.

Vi ho parlato di alcuni dei Sonetti che più preferisco, ma il mio consiglio, come sempre, è di leggerli tutti!

Se vi interessa sapere qualcosa del teatro shakespeariano avevo scritto un articolo a proposito di Molto rumore per nulla.

Noemi Spasari

Mary Poppins, la tata magica di P.L. Travers

Chi non ha visto il film della più famosa bambinaia della storia e ha cantato insieme a lei “Supercalifragilistichespiralidoso”? (questa parola è di 33 lettere!)

Il famoso film del 1964 con Julie Andrews e Dick Van Dyke è basato sul romanzo scritto da Pamela Lyndon Travers nel 1934.

La storia
Siamo a Londra nei primi anni del XX secolo. La famiglia Banks che vive in Viale dei Ciliegi n°17, composta dai due genitori e quattro figli, è alla disperata ricerca di una bambinaia perché i due figli maggiori le hanno fatte scappare tutte! La casa è trasandata, piccola e mal ridotta (diversamente che dal film, ma di questo ne parliamo dopo).

Ed è così che la loro richiesta viene soddisfatta dal vento che gira: arriva alla loro porta, dal cielo, una donna attaccata al manico di un ombrello proprio per prendere il ruolo di nuova tata dei bambini.

Questa strana donna si presenta a loro con il nome di Mary Poppins che viene assunta subito dalla signora Banks anche se sprovvista di alcuna referenza. Ma Mary Poppins si rivela sin dai primi momenti una donna fuori dal normale: severa e rigorosa, riesce a far accadere cose che nessuno può spiegare se non pensando alla magia.

Insieme alla loro nuova governante, i bambini vivono numerose avventure, come una festa sul soffitto o uno spettacolo di animali parlanti, fino a vedere Mary Poppins sistemare le stelle in cielo e a fare il giro del mondo con una bussola magica. I piccoli Banks conoscono addirittura una stella delle Pleiadi, della costellazione del sagittario, scesa sulla terra per comprare i regali di Natale.

Purtroppo, la magica bambinaia con il vento è arrivata e con il nuovo vento va via, non salutando nessuno, ma lasciando un profondo ricordo di sé.

Mary Poppins al cinema, differenze con il libro
Solo a parlarne ho iniziato a canticchiare “con un poco di zucchero la pillola va giù”.

Le differenze fra libro e film sono numerose, la più importante che ho rilevato nella lettura è proprio la figura di Mary Poppins: nel libro è acidella e molto severa, nel film, sarà perché non si può non amare Julie Andrews è più piacevole e gentile.

In più nel libro ci sono tanti personaggi che nel film non sono presenti, come i due gemellini Banks più piccoli, la mucca rossa, i personaggi delle avventure che i bambini vivono come la signorina Lark e la signora Corry con le sue figlie Fanny e Anna.

Non si fa cenno al ruolo di suffragetta della signora Banks (che è una delle mie scene preferite del film).

Per quanto riguarda Bert, ricopre proprio due ruoli differenti: nel libro fa il fiammiferaio e il pittore di strada e compare in un solo episodio; nel film è uno spazzacamino (can caminì, can caminì, spazzacamin, allegro e felice pensieri non ho) e voce narrante ed è quasi sempre presente.

Oltre alle meravigliose canzoni che sto ovviamente riascoltando adesso, nel libro manca la crescita dei protagonisti che dà invece senso nel film alla presenza di Mary Poppins.

Curiosità

Mary Poppins fu un grande successo letterario, così P.L. Travers scrisse un seguito nel 1935 intitolato Mary Poppins ritorna e nel 1943 arriva anche un terzo libro Mary Poppins apre la porta, che segna l’ultimo arrivo della tata nella in Viale dei Ciliegi n°17.

Nel 2018 è uscito nei cinema il film intitolato Il ritorno di Mary Poppins (Mary Poppins Returns) con Emily Blunt nel ruolo di Mary Poppins (non l’ho amato).

Sapevate che nel 2013 la scrittrice P.L. Travers è stata rappresentata nel film Saving Mr Banks?

Il film racconta infatti la sua vita e i rapporti con Walt Disney, talvolta conflittuali, proprio durante la lavorazione del film Mary Poppins. La cosa veramente notevole è che alla fine del film un vecchio registratore a bobine fa sentire la vera voce della scrittrice, forse ultima testimonianza e ricordo di quei tempi.

Dantedì: Beatrice, la donna amata dal Sommo

Oggi il Dantedì si unisce al #didonneamarzo e vi parlo della figura femminile centrale nella poetica e nella vita dantesca: Beatrice, la tanto gentil e tanto onesta, la bella e beata dall’angelica voce.

Chi sia stata realmente questa donna lo possiamo solo supporre: sebbene non unanime, la tradizione la identifica in Beatrice Portinari, detta Bice, coniugata de’ Bardi; lo stesso Giovanni Boccaccio, nel commento alla Commedia, fa esplicitamente riferimento alla giovane.

Ci sono pochi documenti certi che parlano di Beatrice, alcuni hanno addirittura dubitato della sua reale esistenza. Alcuni dati ce li fornisce lo stesso Dante, la data di nascita è presumibilmente ricavata per analogia con quella di Dante (coetanea o di un anno più piccola del poeta, che si crede nato nel 1265); la data di morte la possiamo ricavare invece dalla Vita Nova, come l’unico incontro con Dante, il saluto, il fatto che i due non si scambiarono mai parola, ecc.

Un’ipotesi plausibile è che Beatrice sia morta così giovane forse a causa del parto del suo primo e unico figlio.

Henry Holiday, l’incontro immaginario fra Dante e Beatrice (con il vestito bianco) accompagnata dall’amica Vanna (con il vestito rosso), sul Ponte Santa Trinita a Firenze (1883)

Per quanto riguarda il personaggio descritto e amato dal caro Dante, possiamo tranquillamente pensare che il Sommo abbia un po’ esagerato alcune cose (probabilmente sognava tanto).

Prima di andare avanti ricordiamo che quasi sicuramente Dante e Beatrice non si parlarono mai, tutto fu frutto dell’immaginazione del Poeta, tipo me e Chris Hemsworth.

Beatrice è la protagonista di molte delle prime poesie di Dante nello stile stilnovista che furono poi raccolte nella Vita Nuova e nelle Rime: secondo lo Stilnovo la donna prende le sembianze di donna-angelo, passando poi ad un upgrade arrivando a essere quasi raffigurazione di Cristo e sembra anzi anticipare il valore allegorico che avrà nel poema di grazia divina.

Vito d’Ancona – Dante e Beatrice

La Vita Nova è proprio dedicata a Beatrice: in base a quanto detto da Dante al suo interno Beatrice fu vista da Dante per la prima volta quando aveva nove anni e i due si conobbero quando lui aveva diciotto anni. Morì molto giovane e questo causò in Dante un grande dolore, che trovò conforto nello studio della filosofia e in testi latini

Per quanto riguarda la Divina Commedia, Beatrice fa la sua prima apparizione nel II Canto dell’Inferno, nel momento in cui si ritrova a scendere nel Limbo e pregare Virgilio di soccorrere Dante.

Ricompare poi nel XXX Canto del Purgatorio, al termine della processione simbolica nel Paradiso Terrestre: qui vediamo la donna amata da Dante coperta da un velo bianco su cui è posta una corona di ulivo, indossa un abito rosso e un mantello verde, colori che simboleggiano le tre virtù teologali (il bianco è la fede, il verde è la speranza, il rosso è la carità).

Il solo vederla provoca profondo turbamento in Dante (uno svenimento in più, uno in meno, che sarà mai. Ripeto come me e Chris Hemsworth).

Infine, nella terza Cantica, Beatrice assume il ruolo di guida e maestra di Dante, come era stato Virgilio nelle prime due. Come è ovvio pensare, il loro rapporto sarà molto diverso: a lei Dante si rivolge con tutti i termini stilnovisti del caso, mentre Beatrice avrà nei confronti del Sommo un atteggiamento severo e di rimprovero.

Sapevate che a Firenze nella chiesa di Santa Margherita de’ Cerchi si trova il luogo di sepoltura di Beatrice, o almeno quello tradizionalmente indicato?  La Chiesa si trova, infatti, vicina alle abitazioni degli Alighieri e dei Portinari, dove si troverebbero i sepolcri di Folco e della sua famiglia. In realtà ci sono delle ipotesi che indicano come possibile luogo di sepoltura il sepolcro dei Bardi situato nella basilica di Santa Croce, sempre a Firenze, tutt’oggi segnalato nel chiostro da una lapide con lo stemma familiare, vicino alla Cappella dei Pazzi.

Quel che si può dire è che Dante amò questa donna con un amore divino e irreale, non fisico e materiale. Sicuramente è uno degli amori meno amati dagli studenti!

L’immagine usata come copertina dell’articolo è un’opera di @Paolo Barbieri art contenuta nel libro “L’inferno di Dante” illustrato da Barbieri e rappresenta proprio Beatrice.

Simone de Beauvoir e le sue memorie da ragazza perbene

Continua linea dedicata alle grandi donne del mondo della cultura. Oggi parliamo di una scrittrice, saggista, filosofa, insegnante, considerata la madre del movimento femminista. Avete capito a chi mi riferisco? Naturalmente a Simone de Beauvoir (Parigi, 9 gennaio 1908 – Parigi, 14 aprile 1986).

Simone fu un’esponente della corrente filosofica dell’esistenzialismo e condivise con Jean-Paul Sartre la vita privata e professionale.

In questo articolo ci soffermiamo su una delle sue raccolte: Memorie di una ragazza perbene.

È un racconto molto dettagliato che parte dall’infanzia della filosofa fino all’incontro con Sartre, un romanzo impegnativo che fornisce interessanti spunti per la riflessione.

Il racconto è diviso in quattro parti, quattro lunghi diari che narrano la vita di una delle più interessanti figure del Novecento francese.

Questo memoir ha inizio proprio dall’infanzia, scritto in prima persona da Simone de Beauvoir che ci racconta con estremo dettaglio e cura la sua fanciullezza, l’educazione cattolica impartitale dalla madre e dall’istituto dove andava a scuola.

È molto interessante il racconto del suo avvicinamento intimo a Dio e successivo allontanamento. racconta come si è avvicinata a Dio e come se ne è allontanata. Ogni dettaglio in questa narrazione segna un punto fondamentale, il rapporto con la madre, il padre e la sorella più piccola, l’incontro con l’amica che sarà una presenza fondamentale fino alla fine. La scrittrice scava nelle sue memorie e riporta riflessioni profonde e impietose, su se stessa e sul mondo che la circondava, offrendo a noi lettori uno specchio del suo percorso di crescita da bambina a donna.

Quel che si nota è che sin da piccola Simone sembra avere le idee chiare, consapevole di ciò che vuole diventare: sente di non essere portata per il matrimonio, la casa e la cura dei figli come molte donne a lei contemporanee. Simone vuole studiare, scrivere, vuole diventare qualcuno.

Attraverso le fasi della sua crescita, dalle stanza della casa, passando alla formazione scolastica, si delinea man mano la figura, la donna, la scrittrice divenuta poi immortale.

Sempre con lucidità e spirito critico dai racconti dell’infanzia passa a quelli del liceo e poi a quelli universitari, raccontando di come fosse difficile, ma bella la vita, di come fosse passata davanti a tanti uomini, di come ha sempre lasciato il segno.

È in queste pagine ricche di riflessioni e incontri, disillusioni, rabbie, scontri familiari che nasce e affiora l’animo da anticonformista, anticonvenzionale, sovvertitrice di Simone de Beauvoir.

Sa che essere una ragazza vuol dire avere un posto differente rispetto a quello degli uomini, ma non lo accetta e lotta.

C’è un filo conduttore in tutto il racconto: l’amore per la vita e per il vivere. La voglia di vivere che non riesce ad abbandonarla, perché vi è troppo innamorata. Il desiderio di essere qualcuno, di fare della propria vita qualcosa di cui potere essere un giorno fieri, di non essere solo un numero in mezzo al mondo.

 

Simone de Beauvoir è un modello per chi non vuole arrendersi e non vuole accettare che “così è sempre stato e così sarà per sempre”.

Un libro che alla fine tocca l’anima.

@Noemi Spasari, 2021

#didonneamarzo: Oriana Fallaci e Il sesso inutile

Primo appuntamento di questo mese dedicato alle donne nella cultura, donne che hanno lasciato il segno, donne che hanno fatto la storia.

Iniziamo con una grande donna, fra i migliori del suo campo, una Giornalista schierata sul fronte.

Sto parlando ovviamente di Oriana Fallaci e in questo caso vedremo un suo lavoro proprio sulle donne: Il sesso inutile. Viaggio intorno alla donna (1961, Rizzoli Editore), è un’inchiesta che riflette la condizione femminile nel mondo, principalmente in Oriente. Il risultato finale è un racconto di persone, tradizioni e cose dai risvolti sorprendenti, reso ancora più interessante dalla sua vena giornalistica, resoconto di un viaggio di quasi cinquantamila chilometri, in compagnia del fotografo Duilio Pallottelli. È un viaggio alla scoperta di culture spesso diametralmente opposte, in un periodo storico (l’inizio degli anni Sessanta) in cui il mondo stava subendo un grande cambiamento, e spesso la donna si è ritrovata in una posizione svantaggiata rispetto all’uomo.

«Volevo solo percorrere un lungo tratto di terra che mi consentisse di studiare tutte le situazioni possibili in cui vengono a trovarsi le donne, per colpa loro o di certi tabù».

L’introduzione è curata da Giovanna Botteri che fa ben notare come non fu un lavoro semplice per una donna come la Fallaci, combattiva e indipendente, quello di dedicarsi a questa ricerca.

Il titolo, Il sesso inutile, deriva dalla battuta di una giovane amica dell’autrice e viene spiegata nella prefazione del volume: «Mi lamento proprio di quello che ho. Ti senti più felice all’idea di poter fare ciò che fanno gli uomini e divenire magari presidente della Repubblica? Dio, quanto vorrei essere nata in uno di quei Paesi dove le donne non contano nulla. Tanto, il nostro, è un sesso inutile».

Il viaggio della Fallaci inizia in Pakistan e finisce a New York e ha come obiettivo quello di scoprire la “ricetta della felicità” delle donne, partendo da domande come “quali sono le donne più felici?” e soprattutto “la felicità per le donne può esistere davvero?.

In Pakistan la giornalista assiste a un matrimonio di una sposa bambina e vari esempi di matrimoni combinati; in questo ambiente nota come l’essere donna in quella società è un valore quasi a sfavore, la presenza femminile quasi non si percepisce.

Dal Pakistan si sposta a Nuova Delhi in India e qui conosce quel gruppo di donne conosciuto come le “farfalle di ferro” che lotta per l’emancipazione femminile; in Malesia incontra le matriarche e poi si sposta verso il Giappone dove ha la possibilità di intervistare Han Suyn, una donna dalla storia molto intricata (che ispirerà il film L’amore è una cosa bellissima); sempre in Oriente si sposta fra Hong Kong, Tokyo e Kyoto, dove incontra le ultime geishe.

Si sposta poi nelle isole Hawaii e lì trova delle donne che sono ormai pupazzi alla mercé delle richieste turistiche. Arriva in fine a New York, città in cui le donne ricoprono un ruolo sociale di rilievo, ma anche loro non hanno ancora trovato la felicità.

Non è una storia come tante, non è un libro come tanti, non è una donna come tante.

Oriana Fallaci incontra tante donne e si prende il tempo necessario per conoscerle bene, di cercare di entrare in contatto con loro e di vedere la vita con i loro occhi; ci narra le loro storie con il suo stile semplice e chiaro, riportando i fatti, senza voler influenzare troppo il nostro pensiero.

Un libro che ogni essere umano dovrebbe leggere, un racconto che dopo sessant’anni è ancora terribilmente attuale.

 

@Noemi Spasari,2021

Orgoglio e Pregiudizio, il classico immortale di Jane Austen

Ci sono dei libri che almeno una volta nella vita vanno letti e fra questi senza dubbio c’è l’intramontabile Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen.

Di cosa parla?
Chi non conosce la storia delle sorelle Bennet e del misterioso Mr. Darcy? Al solito, la trama non ve la dovrei raccontare, ma lo faccio lo stesso.

Siamo in Inghilterra e precisamente a Longbourn nell’Hertfordshire, qui vive la famiglia Bennet composta dal Signore e la Signora Bennet e le cinque figlie: Jane, Elizabeth, Mary, Kitty e Lydia. La signora Bennet, vista la mancanza di un figlio maschio a cui lasciare in eredità la propria tenuta di Longbourn vorrebbe vedere sposate le sue figlie.

Nel momento in cui il ricco e soprattutto celibe signor Bingley si trasferisce nelle vicinanze, la signora Bennet pensa bene di riuscire a sistemare una delle figlie. Viene dato un ballo (fra le cose più belle di O&P sono questi balli) da Sir Lucas, un vicino di casa, a cui partecipano tutti, anche il nuovo arrivato in compagnia delle sue due sorelle, Caroline e la signora Hurst, del marito di quest’ultima e del suo più caro amico, il signor Darcy.

Sin da subito è evidente una simpatia fra il celibe signor Bingley e Jane Bennet (la maggiore delle sorelle), mentre Mr. Darcy inizialmente sulle sue e con la puzza sotto al naso sembra non avere interesse per nessuno e riesce anche a risultare antipatico a Elizabeth.

Cosa succede? Che successivamente Jane viene invitata dalle sorelle del signor Bingley a pranzo nella tenuta di Netherfield e la signora Bennet pensa bene di mandarla a cavallo, sperando nella pioggia così da obbligarla trattenersi. La povera Jane invece si ammala e rimane lì per diversi giorni (la signora Bennet non la sopporto molto) ed Elizabeth preoccupata raggiunge la sorella (quella matta va a piedi e per la camminata e la fatica ha addirittura il viso arrossato, che cosa sconveniente!). Durante la visita Elizabeth e il signor Darcy discutono vivacemente.
C’è sempre la questione dell’eredità da ricordare e infatti dopo qualche giorno la famiglia di Longbourn riceve la visita del signor Collins, cugino delle ragazze nonché pastore anglicano, per legge il legittimo erede e che spera di poter sposare una delle figlie dei Bennet. All’inizio pensa a Jane, ma poi la sua scelta ricade su Elizabeth che nel mentre cerca in tutti i modi di evitarlo.

Per non farci mancare niente, la famiglia Bennet conosce Wickham, un affascinante ufficiale dell’esercito che racconta di essere stato privato dell’eredità e trattato molto crudelmente da Darcy; questa storia inasprisce l’opinione che Elizabeth ha di Darcy.

Riassumendo un po’: Bingley va a Londra, sembra aver perso interesse per Jane; il signor Collins chiede la mano di Elizabeth che lo rifiuta senza pieta, allora decide di sposare Charlotte Lucas, la migliore amica di Elizabeth.

Dopo il matrimonio la secondogenita Bennet va a visitare la sua amica e in quell’occasione chi arriva? Proprio il signor Darcy che in un modo poco commovente le dichiara il suo amore e le fa una proposta di matrimonio che Elizabeth rifiuta (la vuoi proprio fare soffrire tua madre, Lizzy), perché scopre che è stato lui a far allontanare Bingley da Jane e per tutta la faccenda con Wickham. Così Darcy le scrive una lunga lettera in cui le spiega come stanno davvero le cose, che in realtà lui non è poi così male, anzi è il sogno di ogni fanciulla.

In estate Elizabeth parte con gli zii londinesi e incontrano proprio Mr. Darcy (guarda caso erano andati nella sua tenuta, pensa un po’), lui è diverso, lei si sta sciogliendo come burro al sole, ma è orgogliosa.

Ma ecco che Lydia, la più piccola delle sorelle, fa danni e scappa con Wickham senza sapere che in realtà lui è un disonesto (era uno scandalo una cosa del genere, se la doveva sposare per forza o l’onore di tutta la famiglia sarebbe stato macchiato).
La situazione la risolve Mr. Darcy che trova un accordo e fa sposare Lydia da Wickham, anche se non vuole che si sappia, ma come tutti i segreti alla fine viene a galla. Tutto finisce bene, Elizabeth sposa Darcy, Jane sposa Bingley e la signora Bennet finalmente è felice.

da Wikipedia

Qualche curiosità
Partiamo dalle prime parole del libro: «È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie». Al giorno d’oggi una frase del genere risulta assurda, ma nel 1813 quando l’opera venne pubblicata non era così. Difatti tutta la storia gira un po’ intorno a matrimoni e combinazioni varie, non è assurdo, funzionava più o meno così.

In realtà il 1813 è solo l’anno dell’edizione definitiva di Orgoglio e Pregiudizio, infatti la prima stesura del romanzo risale al 1796 e si intitolava Prime impressioni: la storia come la conosciamo noi ha avuto una lunga gestazione.

Quasi tutti gli adattamenti cinematografici di O&P sono ambientati nel 1813 tranne l’omonimo film del 2005 con Keira Knightley come Elizabeth Bennet, Matthew Macfadyen nel ruolo di Mr. Darcy e il sommo Donald Sutherland ad interpretare il Signor Bennet, che è invece ambientato nel 1796, anno della prima stesura.

immagine dal film del 2005

Il primo film o meglio lungometraggio che narra le storie della famiglia Bennet e contorno risale al 1940 e ha la regia di Robert Z. Leonard; è anche il primo film tratto da un romanzo della Austen, in quest’occasione Elisabeth e Mr. Darcy sono interpretati da due grandi attori del passato, nonché premi Oscar, Greer Garson e Lawrence Oliver.

Avete presente Bridget Jones, la pasticciona protagonista del romanzo di Helen Fielding? La sua storia è fortemente ispirata a Orgoglio e Pregiudizio (è abbastanza palese, anche nel rapporto fra Mark e Daniel), non a caso il nome del protagonista interpretato da Colin Firth (che nella miniserie TV del ’95 interpreta Mr. Darcy) è proprio Darcy!

Commento
Cosa possiamo dire di questo romanzo che in due secoli non sia stato già detto? Probabilmente nulla.

Orgoglio e Pregiudizio è un’opera senza tempo, che in un modo o nell’altro entrerà nella vita di un lettore. Ma perché è un’opera senza tempo? Forse per la minuta descrizione della società del tempo? Forse per queste storie d’amore travagliate, ma a lieto fine? Forse perché, con il personaggio di Elizabeth che contro i desideri della madre e la convinzione della società rifiuta ben due proposte di matrimonio e non si fa problemi nel “dire la sua” con ironia pungente, la Austen rappresenta una sorta di protofemminismo con lo scopo di andar contro le convenzioni sociali dell’epoca? Forse un po’ tutto.

Vi dirò perché piace a me. Innanzitutto, mi piace molto la letteratura inglese al femminile del periodo, Sono innamorata delle descrizioni dei balli e dei modi di quell’epoca in cui tutto era più elegante e cerimoniale.

In più O&P vi è una descrizione molto profonda del rapporto fra le due sorelle Jane ed Elizabeth (un po’ meno delle altre tre), sorelle che si sostengono e si supportano.

Aggiungo infine che forse la dovremmo smettere di fare una distinzione fra libri “per donne” e “per uomini”, i libri son libri e i gusti son gusti.

@Noemi Spasari, 2021

La Storia Infinita, il capolavoro di Ende

Rinchiudersi fra i libri e abbandonarsi all’immaginazione, chi non lo ha fatto e chi non vorrebbe farlo? È un modo per capire se stessi e il mondo esterno attraverso il proprio mondo interiore. È così che è iniziata la storia di Bastiano Baldassare Bucci, la sua Storia Infinita.

La storia infinita è un romanzo fantastico nato dalla penna dello scrittore tedesco Michael Ende ed è stato pubblicato nel 1979. Ma non è un semplice libro: tradotto in più di quaranta lingue, arrivato in Italia nel 1981, il capolavoro di Ende segna la nascita di un mondo meraviglioso.

Sinossi
La storia non ve la dovrei neanche raccontare, se non avete letto il libro (male, molto male) almeno dovreste avere visto il film (se non avete visto il film male, ma anche in questo caso avete sempre tempo per recuperare).
In ogni caso inizio a raccontare la storia, così se non la conoscete vi faccio venire voglia di leggere il libro o vedere il film.

Iniziamo dal protagonista Bastiano Baldassarre Bucci (Bastian nel film), un bambino di dieci anni che, dopo aver perso la mamma, ha anche difficoltà a comunicare con il padre, così si chiude in se stesso e si rifugia nella lettura e nelle storie fantastiche.

Diciamo che non è il “fighetto” della scuola ed è vittima del problema “bulli” e così un giorno fuggendo dall’ennesima persecuzione, trova riparo nella libreria antiquaria del signor Carlo Corrado Coriandoli. (Le prime parole del libro sono “otairauqitnA ilodnairoC odarroC olraC eralotiT”, l’insegna del negozio che BBB legge al contrario, dall’interno).

Il signor Carlo Corrado Coriandoli (CCC) stava leggendo un libro, indovinate quale? La storia infinita. BBB è subito attratto da questo libro, così in un attimo di distrazione del signor Coriandoli lo ruba e fugge fino alla soffitta della sua scuola. Qui inizia a leggere La storia infinita e la sua vita cambierà per sempre.

Il libro narra la storia del Regno di Fantàsia di cui è sovrana l’Infanta Imperatrice, che però è afflitta da un male sconosciuto e corre il rischio di morire; al suo destino è legato quello di Fantàsia e col peggiorare del suo male anche il regno sembra condannato alla rovina. Il Nulla, un’entità informe, ha cominciato a espandersi nel regno, facendo sparire intere regioni. L’imperatrice vuole salvare Fantàsia, ma l’unico che può riuscirci è un umano (avete già capito dove vogliamo andare a parare?).

Bastiano segue con trepidazione le avventure di Atreiu, il giovane coraggioso incaricato dall’Infanta Imperatrice di trovare una soluzione al suo male, e si lascia trascinare sempre più all’interno del racconto, fino a rendersi conto di poter influenzare attivamente il proseguimento della storia: entra completamente nel vivo della storia e fino a diventare un vero e proprio protagonista nel momento in cui si rende conto di essere lui l’umano che può salvare il regno, ma teme che l’Infanta Imperatrice possa non ritenerlo all’altezza della missione.

La locandina del film del 1984

Bastiano si rende conto (non vi sto a spoilerare tutto) che le due storie sono intrecciate e che si sarebbe ripetuto tutto ciclicamente all’infinito senza il suo intervento, e così decide di compiere il gesto che avrebbe salvato il regno, pronuncia finalmente il nome che ha scelto per l’Imperatrice: “Fiordiluna”.
Bastiano cambia, prende in mano la situazione e decide di lasciarsi tutto alle spalle, crede in se stesso e diventa un ragazzo coraggioso, abile, forte e intraprendente, abbandonando quello che era. Incontra vari personaggi che lo aiuteranno nella sua impresa.

Alla fine, rientra a casa, nel mondo reale, torna dal padre a cui racconta le sue avventure e va anche dal signor Coriandoli per prendersi la responsabilità del furto del libro e di averlo smarrito. Ma l’uomo gli confida di aver già viaggiato a Fantàsia molte volte per salvare l’Imperatrice.

Nel raccontarvi la storia non vi ho parlato del mio personaggio preferito, il fortunadrago Falkor, dovrete guardare il film per sapere chi è!

immagine dal film

Cosa c’è di davvero particolare in questo libro? Innanzitutto, stiamo parlando di un “metaromanzo”, ovverosia un libro nel libro o meglio ancora un libro che parla di altri libri: infatti all’interno del racconto si intrecciano due realtà, due mondi, più di un libro in cui la Storia infinita si racconta contemporaneamente.

Grazie a questo escamotage lo scrittore infrange la “quarta parete” del lettore, quella soglia che divide il lettore dal personaggio in quanto Bastiano (Bastian nei film) passa da un ruolo all’altro nel corso degli avvenimenti. Così facendo il confine fra realtà e finzione è difficile da percepire

Simboli
Il racconto è piano di simboli che richiamano l’elemento “infinito” della storia. Primo e maggiore fra tutti è l’uroboro che è raffigurato nell’emblema Auryn, disegnato anche sulla copertina del libro che trova Bastiano.

Cos’è l’uroboro? È un simbolo molto antico, presente in molti popoli e in diverse epoche, rappresenta un serpente o un drago o talvolta un coccodrillo che si morde la coda, formando un cerchio senza inizio né fine; apparentemente è immobile, ma in realtà è in eterno movimento e rappresenta un’energia che si consuma e rinnova di continuo, la natura ciclica delle cose. Così come la Storia infinita.

Particolari dell’edizione
Ende è un genio e in quanto tale trova un modo per fare distinguere dove si stiano svolgendo le azioni: il libro è scritto in due colori, che distinguono le parti ambientate nel mondo degli uomini, in rosso, da quelle ambientate nel Regno di Fantàsia, in verde acqua.

@Noemi Spasari, 2021

 

Prendiluna e la ricerca dei Giusti

La vecchia guardava la luna e viceversa. Era seduta nella veranda, e le sembrò che l’astro puntasse un raggio splendente sul prato, come per illuminare un palcoscenico.
Inizia con quest’immagine sognante il libro di Stefano Benni Prendiluna.

Non credo serva presentare l’autore di questo libro, amatissimo dal pubblico e dalla critica, Benni incanta le nostre vite da più di trent’anni; ma qualcosina su di lui ve la dirò lo stesso: Stefano Benni classe 1947 è uno scrittore, umorista, giornalista, sceneggiatore, poeta e drammaturgo (forse anche altro) italiano.

Benni è autore di vari romanzi e racconti di successo, tra i quali ricordiamo Bar Sport, Elianto, Terra! oppure anche Saltatempo e Il bar sotto il mare; i suoi libri sono stati tradotti in più di 30 lingue. Come dicevamo è anche giornalista e ha collaborato con diverse riviste come i settimanali L’Espresso e Panorama e il mensile Linus (per citarne uno) per non parlare dei quotidiani La Repubblica e Il manifesto.

Oggi parliamo del sopracitato libro del nostro Benni pubblicato nel 2017 da Feltrinelli, Prendiluna.

Di cosa parla Prendiluna?
La trama è semplice e lineare in questa fiaba surreale creata da Benni. Una sera, la vecchia maestra Prendiluna, ormai in pensione, nella sua casetta nel bosco ha un’apparizione di Ariel, il suo gatto morto anni prima, che le affida una missione per salvare il mondo: ha otto giorni di tempo per consegnare i suoi Diecimici a dieci Giusti altrimenti il mondo sarà annientato.

E così Prendiluna sistema i dieci gatti in una grossa valigia con buchi e rotelle, si carica uno zaino in spalla e dà inizio alla ricerca. Ma la profezia in realtà non si è mostrata solo a lei, ma si è manifestata a due ospiti della Clinica Roseto sotto forma di Trisogno. Sono Dolcino e l’arcangelo Michele, che decidono così di scappare dal manicomio per iniziare la loro lotta contro il Diobono, il vero artefice di crudeltà e sofferenza, un misterioso killer-diavolo, legato a Michele in qualche modo.

Ma chi sono i Giusti da cercare? Sono i più inaspettati, quelli insospettabili: solo Prendiluna sa chi sono perché non guarda con gli occhi, ma con il cuore e sa capire e perdonare. I Giusti sono quelle persone che anche se la vita li ha indirizzati su vie pericolose, sono riusciti a non perdere la loro morale e la mappa per tornare “a casa”.

Nel corso del suo viaggio ai limiti della realtà incontrerà alcuni dei suoi ex allievi, personaggi con poteri, personaggi di ogni tipo; vedremo personaggi che rispecchiano il male dei nostri giorni e i nostri vizi più diffusi.

Analizziamo il libro
All’inizio della lettura ho pensato “ma dove vuole andare a parare?”. Poi mi ha catturata con la sua satira pungente, con le sue trovate geniali e irriverenti.
I personaggi e le situazioni che si vengono creando raccontano il nostro mondo e il nostro vivere quotidiano mettendone in risalto gli eccessi, i mali, le superficialità, insieme alle ipocrisie e alle vanità.

Ci sono moltissimi riferimenti sparsi nel testo che si combinano con i giochi linguistici tipici di Benni: una pseudo-comicità che si unisce a un umorismo che provocano sorrisi ogni tanto accompagnati da una malinconica riflessione sul mondo che ci circonda.

In questa storia incontriamo dei personaggi rinominati dall’autore in maniera iconica, come ad esempio i “trumpini” che si rivelano essere personaggi arroganti, spocchiosi e con una vena razzista; ci sono poi quelli colpiti da “schermofilia” e subito ci viene in mente qualcuno che conosciamo.

Fino all’ultima pagina non capiamo se la storia si stia realmente svolgendo o sia solo un sogno o un’allucinazione, tutto grazie a un gioco di equivoci, ironia, leggerezza che cela profondità.

Gli strani Diecimici entreranno subito nei nostri cuori per le loro caratteristiche strambe e uniche.

Prendiluna è una fiaba per adulti, che assomiglia al racconto di un enorme sogno intricato e allucinante.

È un libro che fa ridere, riflettere e amare ancora di più la vera incredibilmente creativa di Stefano Benni, che ancora una volta non delude i suoi lettori.

@Noemi Spasari, 2021

Le principesse rivisitate di Emma Dante

Ho tergiversato un po’ prima di parlarvi di lei, di affrontare una sua opera, non perché non fosse importante, ma perché per me lo era troppo.
Emma Dante ha fatto parte della mia vita per tantissimo tempo, la sua arte è stata il tema della mia tesi Magistrale e negli anni universitari ho avuto diverse occasioni di approfondimento del suo lavoro.
È finalmente arrivato il momento di parlare di una sua raccolta di opere e non vi parlerò di lei (per il momento) a teatro, ma di un libro. La scelta è caduta sulla trilogia dedicata alle principesse più note: Cenerentola, Biancaneve e Rosaspina (la bella addormentata).

Prima di tutto, chi è Emma Dante?
È un personaggio eclettico, fra i nomi più noti e discussi del panorama teatrale contemporaneo; sin dai suoi primi spettacoli, come mPalermu (2001), ha mostrato una personalità spiccata e ha portato in teatro novità sceniche, registiche e tecniche.
Emma Dante è una donna che ama la sua terra, ed è una regista che conosce il mondo dell’attore e lo mostra nella maniera più cruda e senza filtri. Inoltre, l’utilizzo quasi costante del dialetto rende vivi i personaggi dantiani, in cui ognuno può rivedersi, o rivedere il vicino di casa o ancora la propria famiglia.

Le principesse di Emma
Il volume è edito da Baldini&Castoldi (2001), ha delle bellissime illustrazioni a cura di Maria Cristina Costa e vede le opere La bella Rosaspina addormentata, Gli alti e bassi di Biancaneve e Anastasia, Genoveffa e Cenerentola.

Partiamo dal primo La bella Rosaspina addormentata: per narrare questa storia la Dante si basa su quella dei fratelli Grimm e a differenza del racconto a cui siamo abituati, in cui viene narrata prima la vicenda dei genitori di Rosaspina che desideravano tanto un figlio e quindi successivamente la nascita della principessa, i doni delle fate e la maledizione della fata esclusa, la Dante parte da questo principe dal volto coperto che si avvicina al castello circondato da rovi, cercando di superare il labirinto di spine.

Maria Cristina Costa in Le principesse di Emma

Come nella fiaba classica, superato l’intreccio di rovi, questo principe in motocicletta dal volto coperto si trova immerso in un silenzio mortale, trovando infine la principessa addormentata.
Dopo averla svegliata, Rosaspina racconta al principe la sua vita fino al giorno in cui compie quindici anni e si punge il dito con una spina di rosa, da cui probabilmente l’origine del nome (differenza con i Grimm e il classico Disney in cui si punge il dito con un fuso).
Il vero colpo di scena la Dante lo lascia alla fine del racconto: tolti i veli che coprivano il volto di questo principe misterioso, Rosaspina scopre che in realtà è una donna e dopo un momento di stupore la bacia con passione.

 

La seconda storia è Gli alti e bassi di Biancaneve e già dal titolo, con questo gioco di parole, si intuisce l’esperienza sproporzionata che vivrà la protagonista.
La storia dantiana inizia con la regina cattiva che si rimira di fronte allo specchio, ma la regina di Emma Dante è un personaggio in parte buffo, anche nel ruolo di antagonista, in particolare con i dialoghi/monologhi con lo specchio da cui si fa lodare e con cui intrattiene discussioni animate e ironiche sulla propria bellezza e sul suo aspetto «m’ha depilare! Talè, tutta nu pilu sugnu!».

Maria Cristina Costa in Le principesse di Emma

Per quanto riguarda i piccoli amici di Biancaneve, la Dante riprende i nomi disneyani, dando loro delle caratteristiche ironiche legate ad essi; i nani sono tali, in questo caso, a seguito di un incidente in miniera che ha mozzato loro le gambe.
Anche il principe si allontana dall’immagine tradizionale di impavido eroe che salva la donzella in groppa al suo cavallo bianco, è qui, infatti, un giovane sperduto vagamente in cerca di moglie (neanche in grado di seguire il TomTom), che incontra Biancaneve nella casa nel bosco e si addormenta sul letto dei nani, proprio subito prima dell’arrivo della regina.
Emma Dante, per la versione teatrale, immerge questa favola nel clima del teatro dei pupi e impone agli attori veri virtuosismi, come recitare su trampoli o impersonare i nani muovendosi sulle ginocchia.

Maria Cristina Costa in Le principesse di Emma

 

In ultimo abbiamo Anastasia, Genoveffa e Cenerentola. La protagonista abita in una palazzina al centro di Rodìo Miliciò, «un paesino al sud della Sicilia circondato da cave di tufo e alberi di melograno»; il padre, un vecchio barone decaduto, rimasto vedovo, si è risposato con la sua donna di servizio, Ignazia, madre di Genoveffa e Anastasia, sciatte e poco eleganti nei modi.
Morto il padre, come da copione, Cenerentola viene defraudata di tutti i suoi averi e segregata in uno sgabuzzino buio e angusto da dove sente scorrere la vita quotidiana delle tre arpie.

Maria Cristina Costa in Le principesse di Emma

Ma quando il principe di Barcellona Pozzo di Gotto cerca moglie, le sorellastre smettono di guardare la tv e scappano in bagno a prepararsi, mentre Cenerentola balla con la scopa.
Come nella fiaba classica, anche Cenerentola, grazie all’aiuto della fata Smemorina, andrà al ballo del principe, trovandolo nella disperazione per la qualità delle pretendenti: «Sugnu un povero principe meschino! Mai troverò la moglie giusta per me. Tutte larie e antipatiche sunnu. Com’haiu a fari».
La protagonista viene “umanizzata” rispetto alla versione della fiaba di Perrault o del classico film Disney, infatti prende una storta scendendo dalla carrozza.
Il finale è come nella storia: il principe e Cenerentola ballano insieme (un tango in questo caso), lui la ritrova per mezzo della scarpetta, si sposano e vivono per sempre felici e contenti.
Sorte diversa spetta alla matrigna e alle sorellastre che sono trasformate dalla fata Smemorina in mastino napoletano, la matrigna, in due zecche, le sorellastre.

Maria Cristina Costa in Le principesse di Emma

 

In conclusione
Queste fiabe di Emma Dante riportano le principesse su un piano “reale”, comune e quotidiano: Cenerentola è una “come noi”, che inciampa e si imbarazza; i nani di Biancaneve sono persone comuni, a volte poco eleganti; il principe azzurro di Rosaspina non è più quell’essere perfetto che arriva a dorso di un cavallo bianco per salvare la donzella in difficoltà, ma è una giovane ragazza in sella ad una motocicletta.

Emma Dante ribalta le situazioni classiche, per riproporle ai nostri occhi in nuove vesti.

@Noemi Spasari, 2021