La canzone di Achille

Confesso di aver comprato questo libro, insieme a Circe della stessa autrice, perché condiviso da molte persone e descritto come libro da leggere assolutamente. Oggi mi ringrazio per averlo fatto.
Questo non è un libro, è un’esperienza, è calarsi completamente nelle fragili pelli di Patrolo, nell’indescrivibile amore che lo unisce all’Aristos achaion – il migliore dei greci – il Pelide Achille.
La canzone di Achille. Chi avrebbe mai pensato che Achille, descritto come una sorta di bestia inarrestabile, inscalfibile, intoccabile, potesse celare un animo puro, dolce, innamorato di Patroclo più della sua stessa vita?

Ogni parola è un’emozione condivisa, dai capelli d’oro di Achille, alla cicatrice rosea di Odisseo, all’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei, al coraggio e all’onore. Un pathos continuo, dalla prima all’ultima pagina.

Ho pianto, non lo negherò, ed è stato bello. Un pianto che porta con sé un racconto bellissimo, un’esperienza di lettura vissuta come se fossi stata anche io lì accanto a loro a Ftia, con Chirone, sulla spiaggia di Troia.

La canzone di Achille – The Song of Achilles è il romanzo di esordio di Madeline Miller, che insieme a Circe e al racconto Galatea (che spero di leggere a breve) costituiscono la sua unica bibliografia. Ti prego Madeline, scrivi ancora.

E con questa che non è una recensione, ma una dichiarazione d’amore, vi lascio e vi invito a leggere quest’esperienza.

Noemi Spasari

Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop

Questo è un altro di quei libri che ho comprato perché influenzata dall’apprezzamento pubblico e anche questa volta sono contenta di averlo fatto. Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop è un romanzo di Fannie Flagg del 1987.

In una serie di sbalzi temporali che anche Doc e Marty avrebbero avuto difficoltà a seguire, il romanzo si sviluppa su due linee di narrazione parallela, proprio come i binari del treno: da una parte c’è il passato con le avventure di Ruth, Idgie e tutti gli abitanti di Whistle Stop e l’immancabile “Bollettino di Whistle Stop” della signora signora Weems, dall’altra il “presente” della signora Threadgoode che racconta all’attenta amica Evelyn Couch gli aneddoti della cittadina. Nel racconto si intrecciano temi come razzismo, omosessualità, violenza, femminismo, vecchiaia, tematiche che continuano ancora ad essere sempre più attuali.

Non mi ha convinta sin da subito, ho iniziato il libro pensando “un’altra delusione, no, per favore”, ma andando avanti le mie paure si sono allentate per rimanerne piacevolmente sorpresa e coinvolta.

Una bellissima lettura che mi invita a voler scoprire ancora meglio questa scrittrice.

Noemi Spasari

Camere separate e le letture “obbligate”

Torniamo a parlare di libri che forse avrei dovuto leggere in un altro momento: oggi è il turno di Camere separate di Pier Vittorio Tondelli.

Questa non è una recensione, è un flusso di coscienza.
La relazione fra me e questo libro ha passato diverse fasi:

  1. Curiosità. L’ho letto per il gruppo di lettura di Teste d’Uovo, scelto su suggerimento. All’inizio mi aveva incuriosita, non avevo idea di cosa parlasse.
  2. Pseudo-innamoramento. Inizio la lettura, le prime pagine mi emozionano tantissimo. “Oddio è il libro della vita”.
  3. Meh. Ma che sto leggendo? Continuavo a chiedermi scorrendo le pagine, innamoramento finito. Breve e poco intenso.
  4. Abbandono. Non riuscivo ad andare avanti, portavo il libro ovunque con me, ma preferivo i video di elefanti che si fanno il bagno a quella lettura.
  5. Obbligo e odio. Dovevo finirlo, non volevo abbandonare la lettura. Mi sono costretta a finirlo. E l’ho finito.

Questa non è stata una storia d’amore.
Quella narrata nel libro, a parer mio, nemmeno.

Camere separate è un libro doloroso, intimo e malinconico. Una storia di abbandono, solitudine e preparazione alla separazione.
Tutto gira intorno al senso di perdita, al dolore, all’impossibilità, ma anche la necessità dell’amore.

Borgo sud di Donatella di Pietrantonio

Ogni tanto prendo delle decisioni nella vita e non so neanche perché. Al momento ho deciso di leggere tutti e dodici i libri candidati al Premio Strega 2021, good luck!

Ho iniziato questa sfida con Borgo sud di Donatella di Pietrantonio, per scoprire dopo essere il seguito del suo romanzo successo L’arminuta.

Comunque sia parliamo un po’ di questo libro iniziando a dire che ho amato ogni pagina.

«C’era qualcosa in me che chiamava gli abbandoni». È intorno a questa frase che gira tutto il libro, un racconto che esplora i rapporti familiari, che come spesso accade, sono oscillanti.

Il romanzo è strutturato come un’altalena di ricordi che passano dal passato al presente e a poco a poco ci fanno assaggiare piccoli pezzi di storia, che solo alla fine si uniranno.

Pagina dopo pagina il lettore riesce a ricostruire gli avvenimenti di queste due sorelle che hanno affrontato la vita in solitudine, con una fragilità d’animo che le ha esposte alle intemperie del mondo. Entrambe hanno trovato rifugio in amori devastanti, amori totalizzanti e destinati a stravolgere intere esistenze.

Le due sorelle vivono il loro rapporto in un arco sinusoidale di alti e bassi, vicine, ma mai davvero lontane; si avvicinano e si respingono, ma non si distaccano realmente, legate dalla volontà di staccarsi da un passato doloroso.

Il tutto è raccontato con uno stile di scrittura totalmente coinvolgente ed evocativo. Come fotografie dentro un album non organizzato cronologicamente, così ci appaiono i momenti cruciali della vita di queste due sorelle, attraverso salti temporali che la scrittrice padroneggia con grande sapienza.

Una tensione emotiva dalla prima all’ultima pagina.

Un bel tributo alla Terra della Di Pietrantonio, un inno all’Abruzzo che anche chi, come me, non fa parte di quel mondo riesce ad assaporarne sapori, rumori e tradizioni.

Adesso son curiosa di leggere gli altri libri di questa scrittrice che mi ha così affascinata.

Noemi Spasari

Shakespeare Day: i sonetti del Bardo

William Shakespeare è probabilmente fra i nomi più noti del teatro, è stato un drammaturgo e poeta inglese, è considerato come il più importante scrittore in inglese nonché più eminente drammaturgo della cultura occidentale.

Di Shakespeare ricordiamo molto più spesso il suo teatro, con personaggi, modi di dire e situazioni passati alla storia.

Oggi ricorre l’anniversario di morte (e probabilmente anche di nascita) del Bardo e ho pensato di parlarvi, invece, dei suoi sonetti.

I sonetti di Shakespeare
I Sonetti (Shakespeare’s Sonnets) è il titolo che raccoglie una collezione di 154 sonetti di Shakespeare: questi fra le varie tematiche come lo scorrere del tempo, l’amore, la bellezza, la mortalità.  La storia editoriale dei Sonetti, come di molte altre opere, è un po’ complessa, quindi passo direttamente a una data certa.

L’opera fu pubblicata da Thomas Thorpe nel 1609 col titolo stilizzato SHAKE-SPEARS SONNETS. Never Before Imprinted.  La raccolta conta 154 sonetti divisi in 2 parti: la prima parte, fino al sonetto 126, è dedicata al “Fair youth”, un giovane di grandi virtù e di bell’aspetto che funge da perno attorno al quale l’intera raccolta si muove.

I restanti sonetti sono invece dedicati alla “Dark lady”, una figura che incarna l’esatto opposto dell’ideale petrarchesco di donna, al quale tutte le raccolte di sonetti scritte fino ad allora si ispiravano.

Il nostro caro William probabilmente scrisse i sonetti a partire dagli Novanta del Cinquecento, prestandoci maggior impegno soprattutto nel periodo di chiusura dei teatri di Londra (causata da una pestilenza tra 1592 e 1593).

La struttura dei componimenti
Come dicevamo il volume contiene 154 sonetti, questi hanno tutti lo stesso schema metrico: 14 pentametri giambici disposti in tre quartine in rima alternata più un distico conclusivo in rima baciata; questa era la modalità sonettistica inglese, che si differenziava da quella italiana, dove il sonetto si componeva di due quartine e due terzine. Vi faccio un esempio con uno dei sonetti più famosi, il n°18 :

Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate.
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date.
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And often is his gold complexion dimmed,
And every fair from fair sometime declines,
y chance or nature’s changing course untrimmed;
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou owest;
Nor shall Death brag thou wandr’st in his shade,
When in eternal lines to time thou grow’st:
So long as men can breathe or eyes can see,
So long lives this and this gives life to thee.

Da questa struttura si diversificano tre composizioni: il sonetto 99 presenta un verso in sovrannumero, il sonetto 126 ha due versi in meno ed il 145 è composto da ottonari invece che decasillabi.

Vediamone insieme alcuni.

Sonetto n°26
In questo componimento, che appartiene alla prima sezione, quella dedicata al “Fair Youth”, al giovane ragazzo, il poeta esplora un’idea di amore in grado di far stare bene le persone con se stesse e come cura per ogni male: nei primi versi esprime il suo stato di crisi a causa della perdita della reputazione e del fallimento economico, che lo porta a vivere come emarginato e a lamentarsi, ma il pensiero dell’amore lo rende nuovamente felice e in pace.

Sonetto n°116
In questo sonetto troviamo la parola “marriage” nel primo verso, ma in realtà il tema centrale non è il matrimonio ma l’amore, anzi il “vero amore”: difatti, il “marriage of true minds” a cui il Bardo fa riferimento è in realtà una metafora per descrivere un amore sincero, costante e platonico, non fisico.

È per questo motivo che si pensa che questo sonetto parli del giovane uomo a cui parte dell’opera è dedicata.

La particolarità di questo sonetto, a parer mio, sta nel fatto che il tono calmo con cui ne parla il poeta lo fa sembrare quasi un inno in difesa dell’amore.

Sonetto n°130
Questo sonetto si differenzia dagli altri, in questo caso la protagonista è proprio la donna amata, ma non ne viene decantata la perfezione, bensì i suoi difetti.
Perché? Probabilmente per distaccarsi dall’ideale romantico della “Donna Angelo”. La donna descritta da Shakespeare non è una persona che “quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua devèn, tremando, muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare” (Dante, Tanto gentile e tanto onesta pare), ma è una donna vera, reale che il poeta ama così com’è.

Vi ho parlato di alcuni dei Sonetti che più preferisco, ma il mio consiglio, come sempre, è di leggerli tutti!

Se vi interessa sapere qualcosa del teatro shakespeariano avevo scritto un articolo a proposito di Molto rumore per nulla.

Noemi Spasari

Mary Poppins, la tata magica di P.L. Travers

Chi non ha visto il film della più famosa bambinaia della storia e ha cantato insieme a lei “Supercalifragilistichespiralidoso”? (questa parola è di 33 lettere!)

Il famoso film del 1964 con Julie Andrews e Dick Van Dyke è basato sul romanzo scritto da Pamela Lyndon Travers nel 1934.

La storia
Siamo a Londra nei primi anni del XX secolo. La famiglia Banks che vive in Viale dei Ciliegi n°17, composta dai due genitori e quattro figli, è alla disperata ricerca di una bambinaia perché i due figli maggiori le hanno fatte scappare tutte! La casa è trasandata, piccola e mal ridotta (diversamente che dal film, ma di questo ne parliamo dopo).

Ed è così che la loro richiesta viene soddisfatta dal vento che gira: arriva alla loro porta, dal cielo, una donna attaccata al manico di un ombrello proprio per prendere il ruolo di nuova tata dei bambini.

Questa strana donna si presenta a loro con il nome di Mary Poppins che viene assunta subito dalla signora Banks anche se sprovvista di alcuna referenza. Ma Mary Poppins si rivela sin dai primi momenti una donna fuori dal normale: severa e rigorosa, riesce a far accadere cose che nessuno può spiegare se non pensando alla magia.

Insieme alla loro nuova governante, i bambini vivono numerose avventure, come una festa sul soffitto o uno spettacolo di animali parlanti, fino a vedere Mary Poppins sistemare le stelle in cielo e a fare il giro del mondo con una bussola magica. I piccoli Banks conoscono addirittura una stella delle Pleiadi, della costellazione del sagittario, scesa sulla terra per comprare i regali di Natale.

Purtroppo, la magica bambinaia con il vento è arrivata e con il nuovo vento va via, non salutando nessuno, ma lasciando un profondo ricordo di sé.

Mary Poppins al cinema, differenze con il libro
Solo a parlarne ho iniziato a canticchiare “con un poco di zucchero la pillola va giù”.

Le differenze fra libro e film sono numerose, la più importante che ho rilevato nella lettura è proprio la figura di Mary Poppins: nel libro è acidella e molto severa, nel film, sarà perché non si può non amare Julie Andrews è più piacevole e gentile.

In più nel libro ci sono tanti personaggi che nel film non sono presenti, come i due gemellini Banks più piccoli, la mucca rossa, i personaggi delle avventure che i bambini vivono come la signorina Lark e la signora Corry con le sue figlie Fanny e Anna.

Non si fa cenno al ruolo di suffragetta della signora Banks (che è una delle mie scene preferite del film).

Per quanto riguarda Bert, ricopre proprio due ruoli differenti: nel libro fa il fiammiferaio e il pittore di strada e compare in un solo episodio; nel film è uno spazzacamino (can caminì, can caminì, spazzacamin, allegro e felice pensieri non ho) e voce narrante ed è quasi sempre presente.

Oltre alle meravigliose canzoni che sto ovviamente riascoltando adesso, nel libro manca la crescita dei protagonisti che dà invece senso nel film alla presenza di Mary Poppins.

Curiosità

Mary Poppins fu un grande successo letterario, così P.L. Travers scrisse un seguito nel 1935 intitolato Mary Poppins ritorna e nel 1943 arriva anche un terzo libro Mary Poppins apre la porta, che segna l’ultimo arrivo della tata nella in Viale dei Ciliegi n°17.

Nel 2018 è uscito nei cinema il film intitolato Il ritorno di Mary Poppins (Mary Poppins Returns) con Emily Blunt nel ruolo di Mary Poppins (non l’ho amato).

Sapevate che nel 2013 la scrittrice P.L. Travers è stata rappresentata nel film Saving Mr Banks?

Il film racconta infatti la sua vita e i rapporti con Walt Disney, talvolta conflittuali, proprio durante la lavorazione del film Mary Poppins. La cosa veramente notevole è che alla fine del film un vecchio registratore a bobine fa sentire la vera voce della scrittrice, forse ultima testimonianza e ricordo di quei tempi.

Dantedì: Beatrice, la donna amata dal Sommo

Oggi il Dantedì si unisce al #didonneamarzo e vi parlo della figura femminile centrale nella poetica e nella vita dantesca: Beatrice, la tanto gentil e tanto onesta, la bella e beata dall’angelica voce.

Chi sia stata realmente questa donna lo possiamo solo supporre: sebbene non unanime, la tradizione la identifica in Beatrice Portinari, detta Bice, coniugata de’ Bardi; lo stesso Giovanni Boccaccio, nel commento alla Commedia, fa esplicitamente riferimento alla giovane.

Ci sono pochi documenti certi che parlano di Beatrice, alcuni hanno addirittura dubitato della sua reale esistenza. Alcuni dati ce li fornisce lo stesso Dante, la data di nascita è presumibilmente ricavata per analogia con quella di Dante (coetanea o di un anno più piccola del poeta, che si crede nato nel 1265); la data di morte la possiamo ricavare invece dalla Vita Nova, come l’unico incontro con Dante, il saluto, il fatto che i due non si scambiarono mai parola, ecc.

Un’ipotesi plausibile è che Beatrice sia morta così giovane forse a causa del parto del suo primo e unico figlio.

Henry Holiday, l’incontro immaginario fra Dante e Beatrice (con il vestito bianco) accompagnata dall’amica Vanna (con il vestito rosso), sul Ponte Santa Trinita a Firenze (1883)

Per quanto riguarda il personaggio descritto e amato dal caro Dante, possiamo tranquillamente pensare che il Sommo abbia un po’ esagerato alcune cose (probabilmente sognava tanto).

Prima di andare avanti ricordiamo che quasi sicuramente Dante e Beatrice non si parlarono mai, tutto fu frutto dell’immaginazione del Poeta, tipo me e Chris Hemsworth.

Beatrice è la protagonista di molte delle prime poesie di Dante nello stile stilnovista che furono poi raccolte nella Vita Nuova e nelle Rime: secondo lo Stilnovo la donna prende le sembianze di donna-angelo, passando poi ad un upgrade arrivando a essere quasi raffigurazione di Cristo e sembra anzi anticipare il valore allegorico che avrà nel poema di grazia divina.

Vito d’Ancona – Dante e Beatrice

La Vita Nova è proprio dedicata a Beatrice: in base a quanto detto da Dante al suo interno Beatrice fu vista da Dante per la prima volta quando aveva nove anni e i due si conobbero quando lui aveva diciotto anni. Morì molto giovane e questo causò in Dante un grande dolore, che trovò conforto nello studio della filosofia e in testi latini

Per quanto riguarda la Divina Commedia, Beatrice fa la sua prima apparizione nel II Canto dell’Inferno, nel momento in cui si ritrova a scendere nel Limbo e pregare Virgilio di soccorrere Dante.

Ricompare poi nel XXX Canto del Purgatorio, al termine della processione simbolica nel Paradiso Terrestre: qui vediamo la donna amata da Dante coperta da un velo bianco su cui è posta una corona di ulivo, indossa un abito rosso e un mantello verde, colori che simboleggiano le tre virtù teologali (il bianco è la fede, il verde è la speranza, il rosso è la carità).

Il solo vederla provoca profondo turbamento in Dante (uno svenimento in più, uno in meno, che sarà mai. Ripeto come me e Chris Hemsworth).

Infine, nella terza Cantica, Beatrice assume il ruolo di guida e maestra di Dante, come era stato Virgilio nelle prime due. Come è ovvio pensare, il loro rapporto sarà molto diverso: a lei Dante si rivolge con tutti i termini stilnovisti del caso, mentre Beatrice avrà nei confronti del Sommo un atteggiamento severo e di rimprovero.

Sapevate che a Firenze nella chiesa di Santa Margherita de’ Cerchi si trova il luogo di sepoltura di Beatrice, o almeno quello tradizionalmente indicato?  La Chiesa si trova, infatti, vicina alle abitazioni degli Alighieri e dei Portinari, dove si troverebbero i sepolcri di Folco e della sua famiglia. In realtà ci sono delle ipotesi che indicano come possibile luogo di sepoltura il sepolcro dei Bardi situato nella basilica di Santa Croce, sempre a Firenze, tutt’oggi segnalato nel chiostro da una lapide con lo stemma familiare, vicino alla Cappella dei Pazzi.

Quel che si può dire è che Dante amò questa donna con un amore divino e irreale, non fisico e materiale. Sicuramente è uno degli amori meno amati dagli studenti!

L’immagine usata come copertina dell’articolo è un’opera di @Paolo Barbieri art contenuta nel libro “L’inferno di Dante” illustrato da Barbieri e rappresenta proprio Beatrice.

Simone de Beauvoir e le sue memorie da ragazza perbene

Continua linea dedicata alle grandi donne del mondo della cultura. Oggi parliamo di una scrittrice, saggista, filosofa, insegnante, considerata la madre del movimento femminista. Avete capito a chi mi riferisco? Naturalmente a Simone de Beauvoir (Parigi, 9 gennaio 1908 – Parigi, 14 aprile 1986).

Simone fu un’esponente della corrente filosofica dell’esistenzialismo e condivise con Jean-Paul Sartre la vita privata e professionale.

In questo articolo ci soffermiamo su una delle sue raccolte: Memorie di una ragazza perbene.

È un racconto molto dettagliato che parte dall’infanzia della filosofa fino all’incontro con Sartre, un romanzo impegnativo che fornisce interessanti spunti per la riflessione.

Il racconto è diviso in quattro parti, quattro lunghi diari che narrano la vita di una delle più interessanti figure del Novecento francese.

Questo memoir ha inizio proprio dall’infanzia, scritto in prima persona da Simone de Beauvoir che ci racconta con estremo dettaglio e cura la sua fanciullezza, l’educazione cattolica impartitale dalla madre e dall’istituto dove andava a scuola.

È molto interessante il racconto del suo avvicinamento intimo a Dio e successivo allontanamento. racconta come si è avvicinata a Dio e come se ne è allontanata. Ogni dettaglio in questa narrazione segna un punto fondamentale, il rapporto con la madre, il padre e la sorella più piccola, l’incontro con l’amica che sarà una presenza fondamentale fino alla fine. La scrittrice scava nelle sue memorie e riporta riflessioni profonde e impietose, su se stessa e sul mondo che la circondava, offrendo a noi lettori uno specchio del suo percorso di crescita da bambina a donna.

Quel che si nota è che sin da piccola Simone sembra avere le idee chiare, consapevole di ciò che vuole diventare: sente di non essere portata per il matrimonio, la casa e la cura dei figli come molte donne a lei contemporanee. Simone vuole studiare, scrivere, vuole diventare qualcuno.

Attraverso le fasi della sua crescita, dalle stanza della casa, passando alla formazione scolastica, si delinea man mano la figura, la donna, la scrittrice divenuta poi immortale.

Sempre con lucidità e spirito critico dai racconti dell’infanzia passa a quelli del liceo e poi a quelli universitari, raccontando di come fosse difficile, ma bella la vita, di come fosse passata davanti a tanti uomini, di come ha sempre lasciato il segno.

È in queste pagine ricche di riflessioni e incontri, disillusioni, rabbie, scontri familiari che nasce e affiora l’animo da anticonformista, anticonvenzionale, sovvertitrice di Simone de Beauvoir.

Sa che essere una ragazza vuol dire avere un posto differente rispetto a quello degli uomini, ma non lo accetta e lotta.

C’è un filo conduttore in tutto il racconto: l’amore per la vita e per il vivere. La voglia di vivere che non riesce ad abbandonarla, perché vi è troppo innamorata. Il desiderio di essere qualcuno, di fare della propria vita qualcosa di cui potere essere un giorno fieri, di non essere solo un numero in mezzo al mondo.

 

Simone de Beauvoir è un modello per chi non vuole arrendersi e non vuole accettare che “così è sempre stato e così sarà per sempre”.

Un libro che alla fine tocca l’anima.

@Noemi Spasari, 2021

#didonneamarzo: Oriana Fallaci e Il sesso inutile

Primo appuntamento di questo mese dedicato alle donne nella cultura, donne che hanno lasciato il segno, donne che hanno fatto la storia.

Iniziamo con una grande donna, fra i migliori del suo campo, una Giornalista schierata sul fronte.

Sto parlando ovviamente di Oriana Fallaci e in questo caso vedremo un suo lavoro proprio sulle donne: Il sesso inutile. Viaggio intorno alla donna (1961, Rizzoli Editore), è un’inchiesta che riflette la condizione femminile nel mondo, principalmente in Oriente. Il risultato finale è un racconto di persone, tradizioni e cose dai risvolti sorprendenti, reso ancora più interessante dalla sua vena giornalistica, resoconto di un viaggio di quasi cinquantamila chilometri, in compagnia del fotografo Duilio Pallottelli. È un viaggio alla scoperta di culture spesso diametralmente opposte, in un periodo storico (l’inizio degli anni Sessanta) in cui il mondo stava subendo un grande cambiamento, e spesso la donna si è ritrovata in una posizione svantaggiata rispetto all’uomo.

«Volevo solo percorrere un lungo tratto di terra che mi consentisse di studiare tutte le situazioni possibili in cui vengono a trovarsi le donne, per colpa loro o di certi tabù».

L’introduzione è curata da Giovanna Botteri che fa ben notare come non fu un lavoro semplice per una donna come la Fallaci, combattiva e indipendente, quello di dedicarsi a questa ricerca.

Il titolo, Il sesso inutile, deriva dalla battuta di una giovane amica dell’autrice e viene spiegata nella prefazione del volume: «Mi lamento proprio di quello che ho. Ti senti più felice all’idea di poter fare ciò che fanno gli uomini e divenire magari presidente della Repubblica? Dio, quanto vorrei essere nata in uno di quei Paesi dove le donne non contano nulla. Tanto, il nostro, è un sesso inutile».

Il viaggio della Fallaci inizia in Pakistan e finisce a New York e ha come obiettivo quello di scoprire la “ricetta della felicità” delle donne, partendo da domande come “quali sono le donne più felici?” e soprattutto “la felicità per le donne può esistere davvero?.

In Pakistan la giornalista assiste a un matrimonio di una sposa bambina e vari esempi di matrimoni combinati; in questo ambiente nota come l’essere donna in quella società è un valore quasi a sfavore, la presenza femminile quasi non si percepisce.

Dal Pakistan si sposta a Nuova Delhi in India e qui conosce quel gruppo di donne conosciuto come le “farfalle di ferro” che lotta per l’emancipazione femminile; in Malesia incontra le matriarche e poi si sposta verso il Giappone dove ha la possibilità di intervistare Han Suyn, una donna dalla storia molto intricata (che ispirerà il film L’amore è una cosa bellissima); sempre in Oriente si sposta fra Hong Kong, Tokyo e Kyoto, dove incontra le ultime geishe.

Si sposta poi nelle isole Hawaii e lì trova delle donne che sono ormai pupazzi alla mercé delle richieste turistiche. Arriva in fine a New York, città in cui le donne ricoprono un ruolo sociale di rilievo, ma anche loro non hanno ancora trovato la felicità.

Non è una storia come tante, non è un libro come tanti, non è una donna come tante.

Oriana Fallaci incontra tante donne e si prende il tempo necessario per conoscerle bene, di cercare di entrare in contatto con loro e di vedere la vita con i loro occhi; ci narra le loro storie con il suo stile semplice e chiaro, riportando i fatti, senza voler influenzare troppo il nostro pensiero.

Un libro che ogni essere umano dovrebbe leggere, un racconto che dopo sessant’anni è ancora terribilmente attuale.

 

@Noemi Spasari,2021

Orgoglio e Pregiudizio, il classico immortale di Jane Austen

Ci sono dei libri che almeno una volta nella vita vanno letti e fra questi senza dubbio c’è l’intramontabile Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen.

Di cosa parla?
Chi non conosce la storia delle sorelle Bennet e del misterioso Mr. Darcy? Al solito, la trama non ve la dovrei raccontare, ma lo faccio lo stesso.

Siamo in Inghilterra e precisamente a Longbourn nell’Hertfordshire, qui vive la famiglia Bennet composta dal Signore e la Signora Bennet e le cinque figlie: Jane, Elizabeth, Mary, Kitty e Lydia. La signora Bennet, vista la mancanza di un figlio maschio a cui lasciare in eredità la propria tenuta di Longbourn vorrebbe vedere sposate le sue figlie.

Nel momento in cui il ricco e soprattutto celibe signor Bingley si trasferisce nelle vicinanze, la signora Bennet pensa bene di riuscire a sistemare una delle figlie. Viene dato un ballo (fra le cose più belle di O&P sono questi balli) da Sir Lucas, un vicino di casa, a cui partecipano tutti, anche il nuovo arrivato in compagnia delle sue due sorelle, Caroline e la signora Hurst, del marito di quest’ultima e del suo più caro amico, il signor Darcy.

Sin da subito è evidente una simpatia fra il celibe signor Bingley e Jane Bennet (la maggiore delle sorelle), mentre Mr. Darcy inizialmente sulle sue e con la puzza sotto al naso sembra non avere interesse per nessuno e riesce anche a risultare antipatico a Elizabeth.

Cosa succede? Che successivamente Jane viene invitata dalle sorelle del signor Bingley a pranzo nella tenuta di Netherfield e la signora Bennet pensa bene di mandarla a cavallo, sperando nella pioggia così da obbligarla trattenersi. La povera Jane invece si ammala e rimane lì per diversi giorni (la signora Bennet non la sopporto molto) ed Elizabeth preoccupata raggiunge la sorella (quella matta va a piedi e per la camminata e la fatica ha addirittura il viso arrossato, che cosa sconveniente!). Durante la visita Elizabeth e il signor Darcy discutono vivacemente.
C’è sempre la questione dell’eredità da ricordare e infatti dopo qualche giorno la famiglia di Longbourn riceve la visita del signor Collins, cugino delle ragazze nonché pastore anglicano, per legge il legittimo erede e che spera di poter sposare una delle figlie dei Bennet. All’inizio pensa a Jane, ma poi la sua scelta ricade su Elizabeth che nel mentre cerca in tutti i modi di evitarlo.

Per non farci mancare niente, la famiglia Bennet conosce Wickham, un affascinante ufficiale dell’esercito che racconta di essere stato privato dell’eredità e trattato molto crudelmente da Darcy; questa storia inasprisce l’opinione che Elizabeth ha di Darcy.

Riassumendo un po’: Bingley va a Londra, sembra aver perso interesse per Jane; il signor Collins chiede la mano di Elizabeth che lo rifiuta senza pieta, allora decide di sposare Charlotte Lucas, la migliore amica di Elizabeth.

Dopo il matrimonio la secondogenita Bennet va a visitare la sua amica e in quell’occasione chi arriva? Proprio il signor Darcy che in un modo poco commovente le dichiara il suo amore e le fa una proposta di matrimonio che Elizabeth rifiuta (la vuoi proprio fare soffrire tua madre, Lizzy), perché scopre che è stato lui a far allontanare Bingley da Jane e per tutta la faccenda con Wickham. Così Darcy le scrive una lunga lettera in cui le spiega come stanno davvero le cose, che in realtà lui non è poi così male, anzi è il sogno di ogni fanciulla.

In estate Elizabeth parte con gli zii londinesi e incontrano proprio Mr. Darcy (guarda caso erano andati nella sua tenuta, pensa un po’), lui è diverso, lei si sta sciogliendo come burro al sole, ma è orgogliosa.

Ma ecco che Lydia, la più piccola delle sorelle, fa danni e scappa con Wickham senza sapere che in realtà lui è un disonesto (era uno scandalo una cosa del genere, se la doveva sposare per forza o l’onore di tutta la famiglia sarebbe stato macchiato).
La situazione la risolve Mr. Darcy che trova un accordo e fa sposare Lydia da Wickham, anche se non vuole che si sappia, ma come tutti i segreti alla fine viene a galla. Tutto finisce bene, Elizabeth sposa Darcy, Jane sposa Bingley e la signora Bennet finalmente è felice.

da Wikipedia

Qualche curiosità
Partiamo dalle prime parole del libro: «È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie». Al giorno d’oggi una frase del genere risulta assurda, ma nel 1813 quando l’opera venne pubblicata non era così. Difatti tutta la storia gira un po’ intorno a matrimoni e combinazioni varie, non è assurdo, funzionava più o meno così.

In realtà il 1813 è solo l’anno dell’edizione definitiva di Orgoglio e Pregiudizio, infatti la prima stesura del romanzo risale al 1796 e si intitolava Prime impressioni: la storia come la conosciamo noi ha avuto una lunga gestazione.

Quasi tutti gli adattamenti cinematografici di O&P sono ambientati nel 1813 tranne l’omonimo film del 2005 con Keira Knightley come Elizabeth Bennet, Matthew Macfadyen nel ruolo di Mr. Darcy e il sommo Donald Sutherland ad interpretare il Signor Bennet, che è invece ambientato nel 1796, anno della prima stesura.

immagine dal film del 2005

Il primo film o meglio lungometraggio che narra le storie della famiglia Bennet e contorno risale al 1940 e ha la regia di Robert Z. Leonard; è anche il primo film tratto da un romanzo della Austen, in quest’occasione Elisabeth e Mr. Darcy sono interpretati da due grandi attori del passato, nonché premi Oscar, Greer Garson e Lawrence Oliver.

Avete presente Bridget Jones, la pasticciona protagonista del romanzo di Helen Fielding? La sua storia è fortemente ispirata a Orgoglio e Pregiudizio (è abbastanza palese, anche nel rapporto fra Mark e Daniel), non a caso il nome del protagonista interpretato da Colin Firth (che nella miniserie TV del ’95 interpreta Mr. Darcy) è proprio Darcy!

Commento
Cosa possiamo dire di questo romanzo che in due secoli non sia stato già detto? Probabilmente nulla.

Orgoglio e Pregiudizio è un’opera senza tempo, che in un modo o nell’altro entrerà nella vita di un lettore. Ma perché è un’opera senza tempo? Forse per la minuta descrizione della società del tempo? Forse per queste storie d’amore travagliate, ma a lieto fine? Forse perché, con il personaggio di Elizabeth che contro i desideri della madre e la convinzione della società rifiuta ben due proposte di matrimonio e non si fa problemi nel “dire la sua” con ironia pungente, la Austen rappresenta una sorta di protofemminismo con lo scopo di andar contro le convenzioni sociali dell’epoca? Forse un po’ tutto.

Vi dirò perché piace a me. Innanzitutto, mi piace molto la letteratura inglese al femminile del periodo, Sono innamorata delle descrizioni dei balli e dei modi di quell’epoca in cui tutto era più elegante e cerimoniale.

In più O&P vi è una descrizione molto profonda del rapporto fra le due sorelle Jane ed Elizabeth (un po’ meno delle altre tre), sorelle che si sostengono e si supportano.

Aggiungo infine che forse la dovremmo smettere di fare una distinzione fra libri “per donne” e “per uomini”, i libri son libri e i gusti son gusti.

@Noemi Spasari, 2021