La tragedia nell’antica Roma

Dopo aver parlato della commedia nell’Antica Roma, oggi parliamo di tragedia.
Il caro Cicerone era un appassionato frequentatore di teatri e nei suoi (lunghi) scritti documenta l’evolversi del pubblico romano, da semplice spettatore che vuol fare vita sociale a una sorta di “critico” osservatore (tanto da fischiare agli attori che sbagliavano la metrica!).
E così la popolazione latina frequentatrice di teatri inizia ad appassionarsi anche alle tragedie, ovviamente più impegnate rispetto alle commedie.

Ovviamente quale miglior fonte d’ispirazione se non la perfetta tragedia greca?

Possiamo differenziare la tragedia latina in due sottogeneri:
– la fabula cothurnata, che generalmente ha ambientazione e argomento greco, e deve il proprio nome agli stivali a suola alta indossati dagli attori tragici greci, detti cothurni. La cothurnata si distingue per alcune caratteristiche peculiari come un certo gusto per l’orrido e la violenza, con abbondanza di scene macabre, cruente e violente in particolare nella produzione di Accio, Pacuvio e di Ennio, dei quali purtroppo non ci restano che frammenti;
– la fabula praetexta che è invece la tragedia di argomento romano, e che spesso era un adattamento dalle opere di tragediografi greci quali Eschilo, Sofocle, Euripide.

Sempre secondo la testimonianza del buon vecchio Cicerone, la prima rappresentazione di una cothurnata risalirebbe al 240 a.C., e sarebbe ad opera di Livio Andronico, ma la datazione è ancora in gran parte discussa.

Lucio Anneo Seneca
Il buon vecchio Seneca si è stoicamente dedicato anche al teatro, componendo (almeno per quanto ci risulta ad oggi) nove opere del genere della cothuranta e un’unica superstite di praetexta, Octavia (ma anche su questa ci son dei dubbi).

Un’ipotesi probabile è che le tragedie di Seneca fossero destinate soprattutto alla lettura, ma ciò non toglie che potessero comunque essere rappresentate in scena, anche considerando la macchinosità e la spettacolarità di alcune scene. Le vicende narrate si configurano come scontri di forze contrastanti e un conflitto fra la ragione e la passione in una realtà dai toni cupi e atroci.
C’è una figura in particolare delle tragedie senechiane che va messa in risalto, che è quella del del tiranno sanguinario e bramoso di potere, chiuso alla moderazione e alla clemenza, tormentato dalla paura e dall’angoscia, un despota che offre spunto al dibattito etico sul potere, che sappiamo essere importantissimo nella riflessione di Seneca.

Fra le tragedie senechiane ricordiamo Medea, ispirata all’omonima tragedia di Euripide e narra la cupa vicenda della principessa della Colchide; Oedipus, dall’Edipo re sofocleo; Troades probabilmente ispirata da due drammi euripidei, Le troiane e l’Ecuba.

Vi è inoltre anche un dramma satiresco attribuito a Seneca dal titolo Apokolokyntosis o anche Ludus de morte Claudii.

Noemi Spasari

Il teatro nell’antica Roma: la commedia

Come ben sappiamo fra Romani e Greci le differenze furono molte. I greci contribuirono grandemente allo sviluppo della creatività, in particolare con arte, architettura e soprattutto filosofia, i romani erano maestri nelle arti pratiche come ingegneria e conquiste militari. Anche in ambito teatrale le differenze fra le due civiltà furono differenti. Per un ripasso sul teatro greco leggi questo articolo per la tragedia, questo per la commedia e questo proprio per la struttura fisica del teatro greco.

I romani erano più interessati a spettacoli di massa, paragonabili a un moderno concerto. Il teatro era infatti una forma di intrattenimento, occasione di svago, non più riflessione esistenziale, ma divertimento.

La civiltà romana era solita assorbire usi e tradizioni di altre civiltà, come quella etrusca, i cui riti comprendevano varie forme spettacolari e performance di danzatori, giocolieri e musicisti. I romani rielaborarono alcune di queste attività spettacolari. La stessa commedia romana ebbe origine dalle improvvisazioni comiche degli etruschi e i primi attori professionisti che giunsero a Roma provenivano proprio dall’Etruria.

Nel 364 a.C. furono istituiti i ludi scenici per far cessare una terribile pestilenza! In seguito a questo fiorirono una sere di generi teatrali popolari, come ad esempio le atellane, rappresentazioni comiche in gran parte improvvisate, dal carattere volgare, che avevano dei personaggi ricorrenti come il Pappus (il vecchio rimbambito). Un altro genere, di derivazione etrusca, è il fescennino ossia un componimento comico molto scurrile, invettivo, solito nelle feste rurali. Altra forma drammatica è la satura, una miscellanea di elementi comici e seri, musica e canti.

Fondamentale per lo sviluppo del teatro romano fu il contatto con il mondo greco, sia con la tradizione delle tragedie, ma soprattutto quella delle commedie, in particolar modo quella di Menandro.

In cosa la commedia romana si distingue da quella greca? Viene eliminato il coro, aggiungendo invece un accompagnamento musicale ai dialoghi, unendo parti cantate (cantica) a parti recitate (diverbia). Elemento fondamentale e di differenza è anche una tendenza a prediligere gli intrecci ricchi di equivoci e fraintendimenti.

Tito Maccio Plauto fu il commediografo romano più popolare, le cui opere sono apprezzate tutt’ora. Plauto è un po’ il comico dei giorni nostri, che gioca su argomenti di politica e cronaca quotidiana e studia molto i giochi di parole e il linguaggio. Le sue commedie sono fondate su un’accentuata caratterizzazione comica dei personaggi, come il Miles gloriosus, il soldato codardo che vanta però grandi prodezze, o il vecchio avaro dell’Aulularia che sarà ispirazione per l‘Avaro di Molière.

Di Plauto sono sopravvissute circa una ventina di opere, fra queste vi cito l’Anfitrione di cui avevo parlato in un articolo e i Menaechmi basata sullo scambio d’identità fra gemelli.

L’altro grande autore di commedie nell’antica Roma è Terenzio, che di differenzia molto da Plauto che è solito usare una comicità popolare e volgare. La commedia di Terenzio è invece caratterizzata da una maggiore caratterizzazione psicologica dei personaggi e una eleganza d’espressione.
Il commediografo nelle sue opere una costruzione di intreccio più riuscita rispetto a quella di Plauto, i suoi personaggi sono meno caricaturali e più corrispondenti alla realtà.

Era uno stile più sofisticato e colto, rispetto a quelle più popolari e popolane di Plauto, così che la sua opera La suocera vide il pubblico abbandonare il teatro ben due volte durante la rappresentazione della commedia. Lo stile più elegante di Terenzio sarà utile per insegnare latino ai giovani.

Noemi Spasari

Il dramma satiresco e la commedia greca

Dopo aver parlato della tragedia e della struttura del teatro nell’Antica Grecia, arriviamo al dramma satiresco e alla commedia.

Durante le feste in cui venivano rappresentate le tragedie, ogni poeta presentava una tetralogia, ovvero tre tragedie e un dramma satiresco.

Di cosa si tratta? Di un componimento comico-grottesco caratterizzato dalla presenza sia di eroi sia di satiri, ovvero creature mitologiche semiferine (metà animali).

Era una parodia della tragedia e dei temi eroici elevanti, bello denso di volgarità e riferimenti sessuali espliciti. Aveva un fine ben preciso, infatti, quello di allentare la tensione dopo la visione delle tre tragedie.

È fondamentale nel dramma satiresco la connessione fra la realtà bestiale e la sfera ideale e perfetta degli dèi: i satiri del mito erano uomini-capri seguaci di Dioniso, con coda, orecchie e corna ferine.

Quello che possiamo supporre è che le danze dei satiri fossero eseguite con movimenti scomposti, rapidi e a scatti, tutto incluso in una cornice grottesca.

La commedia era l’altra tipologia drammatica rappresentata ai festival teatrali in Grecia. Quella che viene definita “commedia antica” è generalmente caratterizzata da intrecci originali, ambientazioni fantastiche e un intento satirico e, purtroppo, ad oggi ci sono pervenute solo quelle di Aristofane.

Era ispirata da fatti politici e culturali contemporanei, non aveva un numero fisso o limitato di personaggi e si potevano anche riscontrare riferimenti a personaggi della società del tempo.

Ad esempio, nelle Nuvole troviamo Socrate che vive in un cesto sospeso in aria e nella Lisistrata vengono condannate le guerre del Peloponneso.

Aristofane nelle sue commedie usa un linguaggio ricco di allusioni e senza mezzi termini, specchio di una società un po’ in decadenza.

Nel IV secolo a.c. la commedia subirà un mutamento, si svilupperà infatti una “commedia nuova” ed esponente di questa novità sarà Menandro (almeno solo di lui abbiamo testimonianza).

La differenza sta nella ricerca di temi più quotidiani abbandonando lo stile fantastico e immaginativo, molto più realistico. Le commedie di Menandro concentrano l’attenzione dello spettatore su un intreccio più elaborato, con fraintendimenti ed equivoci, abbiamo anche una nota romantica del sentimento amoroso, non più legato unicamente alla sfera sessuale.

Viene così abbandonata l’oscenità e la scurrilità, lasciando spazio a una satira più soft e mai lesiva della dignità dei personaggi.

La nascita del teatro greco: la tragedia

Oggi proviamo con un nuovo esperimento, ripercorriamo insieme le tappe della storia del teatro dalle origini ai giorni nostri. Cercherò di raccontarvelo e spero che vi piaccia come è piaciuto a me, semplificando il racconto per quanto possibile.

Come sappiamo il teatro è un’arte fra le più complesse, richiede l’unione di più elementi come una storia da narrare, un testo, un luogo, attori, costumi, ma soprattutto un pubblico.

Dove troviamo tutti questi elementi? Nella Grecia degli anni d’oro del V secolo a.C.

Le cerimonie religiose, che erano parte integrante della società greca, anticipano lo sviluppo del teatro. Molto importanti per le arti sceniche furono le cerimonie in onore di Dioniso, in particolare la Grandi Dionisie, che avevano luogo verso la fine di marzo e le Lenee (più ridotta) a fine gennaio.

Maschere del Teatro Greco

Cosa guardavano gli spettatori dell’Antica Grecia? Essenzialmente tragedie, drammi satireschi e commedie.

La tragedia attinge i suoi soggetti dalla mitologia, che ormai faceva parte della tradizione collettiva, ma talvolta erano ispirate a fatti reali.

Sei erano gli elementi costitutivi della tragedia: intreccio o mythos, i personaggi, l’espressione dell’argomento, il linguaggio, il canto e la messa in scena.

Sono tre gli autori della tragedia greca più noti: Eschilo, Sofocle ed Euripide.

Eschilo fu il primo a dare all’arte drammatica un profilo specifico, separandola dal canto, dalle danze e dalla narrazione epica, per questo è considerato il “padre” del teatro occidentale.

Prima di Eschilo la tragedia era recitata da un solo attore, che coincideva con l’autore e interagiva con il coro. Eschilo ne aggiunge un secondo (Sofocle ne aggiungerà un terzo).

Durante gli eventi teatrali svolgeva le funzioni di autore e “regista” delle proprie opere (metto le virgolette perché il ruolo del regista come lo intendiamo oggi è state definita secoli e secoli più tardi su idea di Wagner).

A Eschilo sono attribuite circa 90 opere, ma a noi ne sono giunte soltanto sette: I Persiani, I sette contro Tebe, Le supplici, Prometeo incatenato e la trilogia dell’Orestea che comprende Agamennone, Le Coefore e Le Eumenidi.

Sofocle perfezionò la tecnica drammatica di Eschilo e fu noto per la sua capacità di reinterpretare il mito in un intreccio, una sorta di thriller moderno.

L’Edipo Re di Sofocle è alla base di molti studi, fra cui quelli di Aristotele sulla struttura della tragedia e di Freud per teorizzare il suo “complesso di Edipo”.

Gli eroi di Sofocle lottano contro il destino, sono eroi che con le loro gesta, le loro lotte e (dis)avventure continuano a vivere ancora oggi.

Anche di Sofocle sono giunte fino a noi solo sette tragedie: Edipo Re, Antigone (di cui vi parlerò meglio) e Edipo a Colono generalmente raggruppati come trilogia, Aiace, Elettra, Le Trachinie, Filottete. Sono stati anche trovati dei frammenti di un dramma satiresco, I segugi.

Euripide fra i tre è considerato il più moderno, soprattutto per il suo atteggiamento scettico nei confronti delle divinità e per l’attenzione all’aspetto umano e psicologico dei suoi personaggi. Rappresenta gli uomini così come sono, a differenza di Eschilo che li mostra come dovrebbero essere.

Per questa sua modernità fu criticato, proprio perché i suoi personaggi sono così vicini alle persone reali e questo era considerato un “abbassamento” della tragedia. I suoi personaggi sono così molto complessi e tormentati, come Medea, la sposa rifiutata che alla fine uccide i propri figli; oppure Fedra e Agave.

Di Euripide sono pervenute 18 opere, fra cui Alcesti, Medea, Ippolito, Ifigenia in Aulide e in Tauride, Le baccanti, etc.

Il coro era un elemento essenziale nella drammaturgia greca del V sec. In origine aveva la funzione di esporre l’antefatto e descrivere alcune azioni avvenute fuori scena, ma in particolar modo per commentare la situazione interagendo con i personaggi.

Nella tragedia il coro rappresenta spesso la gente comune della città a cui appartiene l’eroe; nella commedia invece spesso i cori erano costituiti da animali, come in Gli uccelli e Le rane di Aristofane, e potevano essere presenti anche due cori.

Nel prossimo articolo vi parlerò della commedia e del dramma satiresco.

Noemi Spasari

Eduardo, 121 anni dalla nascita del grande autore

“Fare teatro significa vivere sul serio quello che gli altri, nella vita, recitano male”.

Questa è una di quelle frasi che leggi e pensi “ah” e da lì la vita inizia a prendere un altro senso.

Oggi sfrutto l’occasione dell’anniversario della sua nascita per parlarvi brevemente di un personaggio che tutti dovrebbero conoscere, amare e studiare: Eduardo de Filippo.

Eduardo, perché basta il nome per parlare di lui, è stato uno dei più importanti autori teatrali italiani del Novecento, ha firmato numerose opere che lui stesso ha messo in scena e interpretate.

Fu un autore prolifico, portando anche al cinema traduzioni dei suoi scritti per il teatro.

Fra le miriadi di particolarità che hanno caratterizzato Eduardo, una che sottolineo è la creazione di una nuova “lingua” (se siete interessati ad avere altri dettagli ditemelo, vi suggerisco dei libri): nelle sue commedie dialetto napoletano e italiano si affiancano e si alternano nella volontà di adottare un registro linguistico meno “letterario” possibile, dotato di naturalezza e colloquialità tipiche del dialetto.

La forza comunicativa delle opere eduardiane si è manifestata direttamente attraverso la voce dei personaggi portati in scena per diversi decenni dallo stesso autore.

Di Eduardo si potrebbe parlare per ore, giorni, mesi. Mi riprometto di parlarvene meglio, se vi interessa.

Intanto buon compleanno, Eduardo. E grazie.

MDLSX, uno spettacolo con Silvia Calderoni

Approfitto di oggi, Giornata Internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, per parlarvi di uno degli spettacoli teatrali che più mi sono rimasti impressi: “MDLSX” (2015) della compagnia Motus, interpretato dalla meravigliosa Silvia Calderoni, ispirato al romanzo “Middlesex” di Jeffrey Eugenides.

Ho visto quest’opera nel marzo del 2016 al Teatro Era di Pontedera.

Lo spettacolo è una complessa riflessione sull’androginia, sul bisogno di identificazione e la necessità di una classificazione (maschio o femmina), ma anche una lotta continua fra l’universo femminile e quello maschile. La riflessione è strutturata in un monologo giocato come un vj-set, guidato dalla stessa Calderoni, con l’uso di diversi linguaggi e mezzi, come una webcam, diversi microfoni, filmati di famiglia (della stessa attrice), video vari, luci, laser, la lacca che viene usata quasi ossessivamente.

Vi è inoltre una colonna sonora talmente ben scelta e strutturata da costituire lo scheletro della storia e dell’animo della protagonista, passando dai Rem, agli Yeah Yeah Yeahs (con la struggente Despair), per finire con gli Smiths con “Please, please, please, let me get what i want”, che ingloba perfettamente il sentimento espresso nell’opera.

MDLSX è la ricerca di un’identità, inizialmente impossibile da definire per Calliope, se non con disumanizzanti termini medico-patologici come «ipospadia», «ermafroditismo», o ancora «mostro». Il suo dolore si esprime nell’uso crudele del corpo, ripetutamente denudato, esplorato esasperatamente, e mostrato senza riserva alcuna.

Un inno all’amore, senza etichette.

Grazie a questo spettacolo ho scoperto Silvia Calderoni, un’artista unica, con la quale ho avuto l’onore di frequentare un workshop.

La foto in evidenza è di @Alessandro Sala ed è presa dal sito di Motus

con Silvia Calderoni
regia Enrico Casagrande e Daniela Nicolò
drammaturgia Daniela Nicolò e Silvia Calderoni
suoni Enrico Casagrande
in collaborazione con Paolo Panella e Damiano Bagli
luce e video Alessio Spirli e Simone Palma
produzione Elisa Bartolucci e Valentina Zangari
distribuzione estera Lisa Gilardino produzione Motus 2015
in collaborazione con La Villette – Résidence d’artistes 2015 Parigi, Create to Connect (EU project) Bunker/ Mladi Levi Festival Lubiana, Santarcangelo 2015 Festival Internazionale del Teatro in Piazza, L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino, MARCHE TEATRO
con il sostegno di MiBACT, Regione Emilia Romagna

Eleonora Duse, la Divina

In occasione della Giornata Mondiale del Teatro (che si celebra il 27 marzo dal 1962) e del mese dedicato alle donne, vi parlo della divina, una delle più grandi attrici teatrali di tutti i tempi: Eleonora Duse.

I primi passi sul palcoscenico

Nata da due attori, Eleonora Giulia Amalia Duse (Vigevano, 3 ottobre 1858 – Pittsburgh, 21 aprile 1924), cresce sul palcoscenico: a quattro anni recita nella parte di Cosetta dei Miserabili di Victor Hugo, mentre a dodici sostituisce la madre ammalata nella parte di Francesca da Rimini di Silvio Pellico, e a quattordici è Giulietta. A vent’anni entra a far parte della Compagnia Ciotti-Belli Blanes e successivamente, ventenne fu a capo di una compagnia con Giacinta Pezzana, facendo parte successivamente della Compagnia Semistabile di Torino.

Adorata dal pubblico e apprezzata dalla critica, inizia a lasciare il segno si da giovane età. Nel 1881 sposa il collega Tebaldo Cecchi, non un attore eccellente, ma un ottimo manager della moglie: a lui si deve la costruzione della leggendaria figura della Duse.

Fondamentale per la Duse sarà l’incontro con Sarah Bernhardt, ritenuta allora la più grande attrice vivente. Continuando ad affermarsi sempre di più sul palcoscenico, Eleonora Duse porta in scena personaggi nati da grandi nomi come Zola, Dumas o Ibsen.

circa 1875: Studio portrait of Italian actor Eleonora Duse (1859 – 1924) standing in profile, holding her hands to her lips and looking down. Duse is wearing a gown with layers of ruffles and a flower print fabric and elbow-length gloves. (Photo by Hulton Archive/Getty Images)

L’incontro con D’Annunzio

Fondamentale sarà la sua relazione con Gabriele D’Annunzio: il loro legame artistico e sentimentale fu tempestoso e dominato da alti e bassi, durando circa una decina d’anni, contribuendo in modo determinante alla fama di D’Annunzio. Difatti, la Duse era già celebre e amata in Europa e portò sulle scene molti drammi dannunziani, come Il sogno di un mattino di primavera, La Gioconda, Francesca da Rimini, La figlia di Iorio, spesso finanziando lei stessa le produzioni e assicurando loro il successo e l’attenzione della critica anche fuori dall’Italia.

In ogni caso, la Duse ispirò una parte molto importante dell’opera dannunziana, tale da essere la musa ispiratrice della raccolta poetica Alcyone, la più celebre delle raccolte poetiche dannunziane.

Abbandono e ritorno al teatro

La loro storia d’amore finisce nel 1904, per la conflittualità dei caratteri ma anche per i debiti che Eleonora accumula per aiutarlo. Il 25 gennaio 1909 a Berlino, dopo la rappresentazione di La donna del mare, la Duse decide di lasciare il teatro, ma vi ritornò nel 1921, spinta dalle necessità economiche.

Nel frattempo, nel 1916, interpretò il suo unico film, Cenere, tratto dall’omonimo romanzo di Grazia Deledda. Morì di polmonite nel corso dell’ultima tournée statunitense, a Pittsburgh, il 21 aprile 1924.

Eleonora Duse nel corso della sua vita instaura intensi rapporti di amicizia e di stima con molte altre donne artiste, scrittrici, intellettuali del suo tempo: Matilde Serao, Laura Orvieto, Ada Negri, Sibilla Aleramo, Yvette Guilbert, Isadora Duncan, Camille Claudel.

Il metodo recitativo

Perché tutt’oggi Eleonora Duse è considerata una colonna fondamentale della storia del teatro?

L’attrice fu decisiva per il teatro moderno in quanto ruppe totalmente gli schemi del teatro ottocentesco, divenuto ormai incombente su una società del tutto nuova e diversa.

Il teatro dell’epoca era infatti caratterizzato da battute enfatizzate e innaturali, con trucchi scenici pesanti e parrucche che facevano diventare il viso dell’attore una maschera.

La Duse abbandona questi usi e basa il suo metodo recitativo sull’istinto: recitare era infatti un avvenimento naturale e spesso improvvisava, a volte camminava lungo il palcoscenico e gesticolava, poi si sedeva e cominciava a parlare. La Duse non era solita truccarsi né a teatro, né nella sua vita privata, ed era molto fiera dei suoi lineamenti marcati, non affatto in linea con i canoni estetici dell’epoca.

Eleonora scelse di usare pochissime decorazioni di scena lasciando il palco quasi vuoto e di affidarsi alle espressioni del volto e all’uso sapiente del ritmo fra parole e silenzi. È per questo che può essere considerata una proto-regista.

Recitò sempre in italiano, ma fu compresa e amata dal pubblico per questo suo nuovo modo di recitare.

Fu chiamata Divina da D’Annunzio e con questo nome passò alla storia.

Le due Franca, Rame e Valeri: due vite per l’arte

Melius abundare quam deficere, così oggi ho deciso di dedicare questo spazio non a una sola donna, ma a due: le due Franca del mondo del teatro.
Sto ovviamente parlando di Franca Rame e Franca Valeri, attrice teatrale, drammaturga e politica una, attrice, sceneggiatrice e drammaturga sia di teatro sia di cinema l’altra.

Sono due donne che hanno lasciato il segno non solo nel teatro, ma anche nella storia del nostro Paese, due artiste dall’istrionica e coinvolgente personalità, uniche nel loro genere. Riuscire a riassumere in poche righe il loro essere è un lavoro quanto mai arduo, quindi cercherò di darvi almeno un’idea di chi sono state queste due donne.

Franca Rame (Parabiago, 18 luglio 1929 – Milano, 29 maggio 2013)
Era figlia d’arte, il padre Domenico era un attore e la madre Emilia Baldini fu prima maestra, poi attrice. Impara a gattonare nel mondo dell’arte: sin da neonata interpreta i ruoli da infante nelle commedie portate in scena dalla compagnia di famiglia.

C’è una sua frase che mi è rimasta impressa e che secondo me mostra proprio come fosse nata per fare teatro: «C’è un momento della mia infanzia che spesso mi ritorna in mente. Sto giocando con delle compagne di scuola sul balcone e sento mio padre che parla con la mamma: “È ora che Franca incominci a recitare, ormai è grande”. Avevo tre anni».

A 25 anni sposa l’attore Dario Fo, con cui avrà un figlio, Jacopo. Insieme al marito fonda la Compagnia Dario Fo-Franca Rame, di cui Fo è il regista e il drammaturgo del gruppo e lei la prima attrice, collaboratrice all’allestimento dei testi e l’amministratrice.

con il marito Dario Fo

La storia d’amore e d’arte Fo-Rame durerà per oltre cinquant’anni contando centinaia di spettacoli di generi sempre diversi: dalla farsa e la commedia dell’arte al teatro politico, ma anche teatro civile e sociale.

Fra questi ultimi cito un’opera difficile da descrivere, cruda e terribile: Lo stupro, la drammatica rappresentazione teatrale di un’esperienza vissuta direttamente dall’attrice anni prima, quando fu violentata e torturata da un gruppo di neofascisti. Vi lascio il link al video, ma vi avverto prima di guardarlo, non è di facile digestione.

da Lo stupro

Per quanto riguarda la sua attività politica, Franca Rame abbraccia l’utopia sessantottina al fianco di Dario Fo; fondano il collettivo “Nuova Scena”, ma dopo aver assunto la direzione di uno dei tre gruppi in cui era diviso il collettivo, a causa di divergenze politiche si separa – assieme al marito – facendo nascere un altro gruppo di lavoro, detto “La Comune”.

Con la sua “Comune” porta in scena testi di satira e di controinformazione politica, che si presentano spesso con un carattere molto feroce, come per esempio Morte accidentale di un anarchico e Non si paga! Non si paga.
Alla fine degli anni Settanta si unisce al movimento femminista, portando a teatro queste ideologie in testi come Tutta casa, letto e chiesa, Grasso è bello! e La madre.

Per non farsi mancare nulla nel 2006 si candida in politica e diventa senatrice, ma lascerà la posizione dopo un paio d’anni.

Nel corso della sua vita in scena, la sua conoscenza del mondo teatrale le ha permesso di trattare in modo ironico e provocatorio anche temi scottanti, trasformando la commedia dell’arte in un focolaio culturale attuale.
Lei e Dario scrivono un’autobiografia intitolata Una vita all’improvvisa nel 2009.

Franca Rame muore il 29 maggio 2013 all’età di 84 anni.

La sua storia d’amore e d’arte con Dario Fo è fra le più belle di cui abbia mai sentito parlare, sono sempre ritratti sorridenti, ovviamente non si son fatti mancare lunghe crisi, tradimenti, incomprensioni, ma com’erano belli insieme, innamorati fino all’ultimo giorno.

http://www.archivio.francarame.it/

Franca Valeri (Milano, 31 luglio1920 – Roma, 9 agosto 2020)
Nasce come Franca Maria Norsa, ma lo cambierà in Valeri negli anni Cinquanta, dopo aver maturato una passione per lo scrittore e poeta francese Paul Valery.
Si appassiona sin da piccola al teatro di prosa, segue un percorso di studi umanistici. È vittima delle leggi razziali del periodo fascista, che hanno portato suo padre e suo fratello a rifugiarsi in Svizzera, riuscendo lei ad evitare la deportazione grazie a un documento falso.

Debutta a teatro dopo la Seconda guerra mondiale, ottenendo grandi successi, mostrandosi sin da subito come una fenomenale attrice: la signorina snob è forse il suo personaggio più celebre, nato quando Franca era ancora adolescente, un personaggio che durerà per lunghi anni e diventerà specchio di un’Italia borghese.

La signorina snob – da connessiallopera.it

Insieme ad Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli forma la Compagnia del Teatro dei Gobbi, che si trasferisce a Parigi portando una serie di sketch satirici sulla società contemporanea senza ausilio di scene e costumi: filosofia della compagnia era proprio quella di non fare indossare costumi agli attori per caratterizzare uno o l’altro personaggio, ma mostrandoli al naturale così che venisse premiata l’improvvisazione.

La “vulcanica Franca” esordisce al cinema con Federico Fellini, prendendo poi parte alle migliori commedie della tradizione italiana: la vediamo in Totò a colori, Piccola posta, Il segno di Venere, Il vedovo, etc. 

Franca Valeri era una personalità dalle molteplici doti, sempre pronta a sperimentare nuovi mondi. Difatti, insieme a cinema e teatro si occupa anche di doppiaggio, sceneggiatura, regia, e soprattutto, di televisione spopolando con il noto personaggio della Signora Cecioni che apparirà in differenti programmi televisivi.

La signora Cecioni – da Wikipedia

Nel corso degli anni Sessanta pubblica una serie di dischi nei quali vengono registrati i suoi personaggi femminili: nascono così gli album Le donne di Franca Valeri (1962), Una serata con Franca Valeri (1965) e La signora Cecioni e le altre (1968). Negli album ogni traccia racchiude un breve monologo dei personaggi più celebri e conosciuti di Franca Valeri, attraverso la radio e la televisione.

Franca Valeri è stata sposata con Vittorio Caprioli, attore e regista con il quale ha lavorato assieme in teatro e al cinema, i due si conoscono negli anni Quaranta, mentre la Valeri recita i suoi monologhi caratteristici a Parigi.  Successivamente si legherà per altri dieci anni al direttore d’orchestra Maurizio Rinaldi, scomparso nel 1995.

Legata al Teatro alla Scala di Milano, dove ha maturato la sua passione per l’opera lirica, Franca Valeri si è anche cimentata come regista di melodrammi (per non farsi mancare niente). Per tutta la vita continua a cimentarsi in ruoli e arti, dal teatro al cinema, alle fiction RAI.

Peculiare dello stile di Franca Valeri è sicuramente l’uso intelligente e raffinato dell’ironia, unito alla sua capacità di riuscire a far riflettere su quelli che sono i vizi e le virtù della società.

https://www.open.online/2020/08/09/100-anni-franca-valeri-video/

Attrice di teatro e cinema, sceneggiatrice, regista, cantante, cosa manca all’appello? Scrittrice, perché sì, la Valeri ha anche pubblicato tantissimi libri: per citarne alcuni Il diario della signorina snob del 1951, oppure più recente Animali e altri attori e il suo lavoro autobiografico intitolato Bugiarda no, reticente.

Come se non bastasse fondò anche l’Associazione Franca Valeri – Onlus per l’assistenza agli animali abbandonati, per contrastare il randagismo.

Muore all’alba del 9 agosto 2020 nella sua casa di Roma, pochi giorni dopo aver festeggiato il suo 100º compleanno.

Due donne diverse, che hanno vissuto una vita piena di arte e hanno lasciato il segno nella società e nel mondo.

@Noemi Spasari, 2021

Anfitrione e la commedia degli equivoci

In un articolo di qualche settimana fa vi ho parlato di come alcune frasi delle opere di Shakespeare siano entrate a far parte del nostro modo di esprimerci quotidiano; oggi andiamo ancora più indietro nel tempo, più o meno alla fine del III secolo a.c., nel momento in cui un famoso commediografo latino componeva un’opera che avrebbe dato vita (non proprio consapevolmente) a dei termini che oggi si trovano nel nostro vocabolario. Stiamo parlando di Plauto e del suo Anfitrione.

I termini che da questa opera abbiamo ereditato sono essenzialmente due: Anfitrione, appunto, e sosia.

Vediamo insieme la storia così da capire meglio l’origine di questi due termini

Amphitruo Anfitrione è un’opera attribuita a Tito Maccio Plauto, autore latino, esponente del genere teatrale della palliata (prossimamente forse farò un articolo dedicato al teatro greco e latino), ed è inoltre un perfetto esempio di quel genere di opere identificate come “commedia degli equivoci”.

Cosa succede? Fondamentalmente è colpa di Zeus, come sempre accade nella mitologia, che aveva voglia di abbandonare ancora una volta il letto coniugale per congiungersi con una povera e inconsapevole mortale.
Il ruolo della povera mortale è in questo caso interpretato da Alcmena (eh sì, avete capito bene, la mamma di un certo signorino molto famoso che ha fatto una dozzina di fatiche eroiche).

Andiamo con ordine: Anfitrione è impegnato nella guerra ai Teleboi, così il furbo Giove (Zeus era per i greci, qui siamo a Roma) prende le sue sembianze e giace con la sua sposa, Alcmena, ovviamente ignara di tutto (pensava fosse il marito).

Dove inizia il problema? Quando una notte Sosia, schiavo di Anfitrione, per suo ordine si reca da Alcmena per darle il resoconto della guerra, ma sulla strada incontra Mercurio che aveva preso anche lui la pozione polisucco e ha le sembianze proprio di Sosia!

Mercurio, convince Sosia con la violenza, che è il vero Sosia è lui e così lo schiavo torna indietro dal padrone, nel frattempo Giove-Anfitrione saluta Alcmena dicendo di dover tornare a combattere.
La situazione si complica ulteriormente quando Anfitrione e Sosia tornano a casa del padrone e vengono accolti con freddezza da Alcmena che sostiene di essere stata col marito fino a poco prima (povera donna, ha ragione, tutta colpa di Giove).

Per farla breve vengono chiamati in causa testimoni, le accuse volano, la povera Alcmena non capisce cosa sia successo, Anfitrione è fuori di sé; finché Giove non decide di degnare tutti della sua divina presenza e spiega cosa sia realmente accaduto (è accaduto che ha un problema di incontinenza, ecco che è accaduto).

Ma ovviamente non finisce qui: Alcmena è incinta di due gemelli, uno dei quali è proprio Ercole che dimostrerà la sua forza sin nel fasciatoio strozzando due serpenti che si erano infilati nella culla (erano stati inviati da Giunone, la moglie di Giove, gelosa per l’ennesima scappatella del marito, ma davvero la vogliamo incolpare?).

Alla fine, Giove come deus ex machina (sì, farò un articolo sul teatro antico, va bene) arriva in scena per convincere Anfitrione a non dar colpe a sua moglie. Pace fatta, grazie Giove.

Anfitrione e Sosia
Come abbiamo visto, Anfitrione e Sosia sono i nomi di due personaggi del testo. Che significato hanno assunto al giorno d’oggi?

L’Anfitrione, per chi non lo sapesse, è il padrone di casa che ospita e intrattiene i convitati, un po’ ironico per il protagonista della storia.

Sosia invece indica una persona che somiglia moltissimo a un’altra, tanto da poter essere scambiata per questa, come appunto succede in questo caso.

Alcune informazioni sull’opera
Come dicevamo, L’AnfitrioneAmphitruo è una commedia composta da cinque atti e un prologo, scritta dal commediografo latino Plauto ipoteticamente verso la fine del III secolo a.C. e rappresentata, sempre ipoteticamente, nel 206 a.C.

Fatto curioso, solitamente le commedie rappresentavano eventi riguardanti personaggi popolari, non divinità o soggetti mitici, che erano invece protagonisti della tragedia; infatti proprio per questo motivo nel prologo sarà Plauto stesso, per bocca di Mercurio, a definire la sua opera una tragicommedia.

La genialità di Plauto
Plauto è un po’ il comico dei giorni nostri, che gioca su argomenti di politica e cronaca quotidiana, studia molto i giochi di parole e il linguaggio.

Una curiosità interessante è nell’introduzione dell’opera, la prima lettera di ogni riga va a formare la parola “ANPHITRVO” (V =U). (In realtà questo accade in tutte le commedie plautine, questo tipo di componimento si chiama acrostico).

«Amore captus Alcumenas Iuppiter
Mutauit sese in formam eius coniugis
Pro patria Amphitruo dum decernit cum hostibus.
Habitu Mercurius ei subseruit Sosiae:
Is aduenientis seruum ac dominum frustra habet.
Turbas uxori ciet Amphitruo: atque inuicem
Raptant pro moechis. Blepharo captus arbiter
Vter sit non quit Amphitruo decernere.
Omnem rem noscunt; geminos Alcumena enititur».

Vi metto la traduzione a cura di Mario Scàndola che ho nella mia edizione BUR: «Giove, preso d’amore per Alcmena, ha assunto le sembianze del marito di lei, Anfitrione, mentre costui combatte contro i nemici della patria. Gli dà manforte Mercurio, travestito da Sosia; egli si prende gioco, al loro ritorno, del servo e del padrone. Anfitrione fa una scenata alla moglie; e i due rivali si danno l’un l’altro dell’adultero. Blefarone preso come arbitro, non può decidere quale dei due sia Anfitrione. Poi si scopre tutto; Alcmena dà alla luce due gemelli».

L’immagine dell’articolo è di Carlo Maria Mariani, La mano ubbidisce all’intelletto, 1983

@Noemi Spasari, 2021

L’uomo dal fiore in bocca: un dialogo sulla morte

Quando parliamo di teatro italiano, fra i primi nomi che ci risuonano in bocca c’è senza dubbio quello di Luigi Pirandello, uno fra i più grandi drammaturghi del nostro Paese.

Le sue opere e il suo pensiero riempiono libri, menti e dialoghi, sono fra le più studiate nelle scuole superiori; personalmente ho un rapporto complicato con il caro Luigi. Amo le sue opere, è stato una sorta di mentore nelle mie scelte, una figura importante nella mia crescita, che col suo pensiero umorista mi ha “rovinato” l’ingenuità dell’adolescenza.

Oggi non andremo a parlare delle sue opere più famose, ma di una che in poche pagine riesce a trattare un argomento tabù e molto importante: la morte, che sia prevista o imprevista. L’opera è L’uomo dal fiore in bocca.

L’opera
L’uomo dal fiore in bocca fa parte di quella che può essere definita come la terza fase del teatro pirandelliano, quella del “teatro nel teatro”, in cui viene abolito il concetto della quarta parete.
Un breve racconto, un dialogo quotidiano. La scena si svolge in un semplice caffè di una piccola stazione di provincia; due uomini si ritrovano a tarda notte e conversano.

I dialoghi potrebbero essere stati pronunciati da chiunque di noi, gli argomenti molto ricorrenti: l’aver perso il treno per un minimo ritardo, le compere a cui gli uomini sono incaricati dalle mogli in villeggiatura, i commessi dei negozi particolarmente bravi a confezionare i pacchetti.

I due uomini sono in parte gli opposti: uno dei due parla molto più spesso, mentre l’altro si limita ad ascoltare interloquendo ogni tanto, con frasi ovvie e quasi scontate.

È solo gradualmente che da questo dialogo emerge la vera natura del dramma, arrivando a richiamare il significato del titolo dell’opera “il fiore in bocca”.

«Venga… le faccio vedere una cosa. Guardi, qua, sotto questo baffo, qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo… più dolce d’una caramella: – Epitelioma, si chiama. Pronunzii, sentirà che dolcezza: epitelioma… La morte capisce? È passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca, e m’ha detto “Tienitelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!”».

L’uomo “chiacchierone” rivela all’altro la sua triste verità: ha scoperto di essere affetto da un tumore della bocca, un male che lo condanna a morte nel giro di pochi mesi. Si confida a questo sconosciuto con minuzia di particolari, spiegando come la sua condizione lo spinga al bisogno di entrare nella vita degli sconosciuti cercando di ricostruirne il modo di essere, per cercare di comprendere la natura delle persone.

Spiega anche come si ritrovi spesso a fuggire ai conoscenti e alla moglie, per sentirsi libero di immaginare e di affermare la sua illusoria volontà di vivere.

L’incomunicabilità
Protagonista di L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello è l’incomunicabilità, accompagnata dalla solitudine, alla ricerca della banalità dei particolari più piccoli e insignificanti del quotidiano per tentare di dare alla vita un valore maggiore rispetto alla morte. Tutta l’opera è così incentrata sulla morte, quella prevista e quella imprevista.

Com’è tipico di Pirandello, alla vita non viene dato nessun valore in sé, ma quando l’individuo – sulla strada della morte – la osserva, anche i gesti quotidiani insignificanti acquistano un valore vitale.

Non conosciamo la vita, ma sentiamo il bisogno di viverla nel momento in cui pensiamo di esserne privati.

 

 

@Noemi Spasari, 2021