Eleonora Duse, la Divina

In occasione della Giornata Mondiale del Teatro (che si celebra il 27 marzo dal 1962) e del mese dedicato alle donne, vi parlo della divina, una delle più grandi attrici teatrali di tutti i tempi: Eleonora Duse.

I primi passi sul palcoscenico

Nata da due attori, Eleonora Giulia Amalia Duse (Vigevano, 3 ottobre 1858 – Pittsburgh, 21 aprile 1924), cresce sul palcoscenico: a quattro anni recita nella parte di Cosetta dei Miserabili di Victor Hugo, mentre a dodici sostituisce la madre ammalata nella parte di Francesca da Rimini di Silvio Pellico, e a quattordici è Giulietta. A vent’anni entra a far parte della Compagnia Ciotti-Belli Blanes e successivamente, ventenne fu a capo di una compagnia con Giacinta Pezzana, facendo parte successivamente della Compagnia Semistabile di Torino.

Adorata dal pubblico e apprezzata dalla critica, inizia a lasciare il segno si da giovane età. Nel 1881 sposa il collega Tebaldo Cecchi, non un attore eccellente, ma un ottimo manager della moglie: a lui si deve la costruzione della leggendaria figura della Duse.

Fondamentale per la Duse sarà l’incontro con Sarah Bernhardt, ritenuta allora la più grande attrice vivente. Continuando ad affermarsi sempre di più sul palcoscenico, Eleonora Duse porta in scena personaggi nati da grandi nomi come Zola, Dumas o Ibsen.

circa 1875: Studio portrait of Italian actor Eleonora Duse (1859 – 1924) standing in profile, holding her hands to her lips and looking down. Duse is wearing a gown with layers of ruffles and a flower print fabric and elbow-length gloves. (Photo by Hulton Archive/Getty Images)

L’incontro con D’Annunzio

Fondamentale sarà la sua relazione con Gabriele D’Annunzio: il loro legame artistico e sentimentale fu tempestoso e dominato da alti e bassi, durando circa una decina d’anni, contribuendo in modo determinante alla fama di D’Annunzio. Difatti, la Duse era già celebre e amata in Europa e portò sulle scene molti drammi dannunziani, come Il sogno di un mattino di primavera, La Gioconda, Francesca da Rimini, La figlia di Iorio, spesso finanziando lei stessa le produzioni e assicurando loro il successo e l’attenzione della critica anche fuori dall’Italia.

In ogni caso, la Duse ispirò una parte molto importante dell’opera dannunziana, tale da essere la musa ispiratrice della raccolta poetica Alcyone, la più celebre delle raccolte poetiche dannunziane.

Abbandono e ritorno al teatro

La loro storia d’amore finisce nel 1904, per la conflittualità dei caratteri ma anche per i debiti che Eleonora accumula per aiutarlo. Il 25 gennaio 1909 a Berlino, dopo la rappresentazione di La donna del mare, la Duse decide di lasciare il teatro, ma vi ritornò nel 1921, spinta dalle necessità economiche.

Nel frattempo, nel 1916, interpretò il suo unico film, Cenere, tratto dall’omonimo romanzo di Grazia Deledda. Morì di polmonite nel corso dell’ultima tournée statunitense, a Pittsburgh, il 21 aprile 1924.

Eleonora Duse nel corso della sua vita instaura intensi rapporti di amicizia e di stima con molte altre donne artiste, scrittrici, intellettuali del suo tempo: Matilde Serao, Laura Orvieto, Ada Negri, Sibilla Aleramo, Yvette Guilbert, Isadora Duncan, Camille Claudel.

Il metodo recitativo

Perché tutt’oggi Eleonora Duse è considerata una colonna fondamentale della storia del teatro?

L’attrice fu decisiva per il teatro moderno in quanto ruppe totalmente gli schemi del teatro ottocentesco, divenuto ormai incombente su una società del tutto nuova e diversa.

Il teatro dell’epoca era infatti caratterizzato da battute enfatizzate e innaturali, con trucchi scenici pesanti e parrucche che facevano diventare il viso dell’attore una maschera.

La Duse abbandona questi usi e basa il suo metodo recitativo sull’istinto: recitare era infatti un avvenimento naturale e spesso improvvisava, a volte camminava lungo il palcoscenico e gesticolava, poi si sedeva e cominciava a parlare. La Duse non era solita truccarsi né a teatro, né nella sua vita privata, ed era molto fiera dei suoi lineamenti marcati, non affatto in linea con i canoni estetici dell’epoca.

Eleonora scelse di usare pochissime decorazioni di scena lasciando il palco quasi vuoto e di affidarsi alle espressioni del volto e all’uso sapiente del ritmo fra parole e silenzi. È per questo che può essere considerata una proto-regista.

Recitò sempre in italiano, ma fu compresa e amata dal pubblico per questo suo nuovo modo di recitare.

Fu chiamata Divina da D’Annunzio e con questo nome passò alla storia.

Le due Franca, Rame e Valeri: due vite per l’arte

Melius abundare quam deficere, così oggi ho deciso di dedicare questo spazio non a una sola donna, ma a due: le due Franca del mondo del teatro.
Sto ovviamente parlando di Franca Rame e Franca Valeri, attrice teatrale, drammaturga e politica una, attrice, sceneggiatrice e drammaturga sia di teatro sia di cinema l’altra.

Sono due donne che hanno lasciato il segno non solo nel teatro, ma anche nella storia del nostro Paese, due artiste dall’istrionica e coinvolgente personalità, uniche nel loro genere. Riuscire a riassumere in poche righe il loro essere è un lavoro quanto mai arduo, quindi cercherò di darvi almeno un’idea di chi sono state queste due donne.

Franca Rame (Parabiago, 18 luglio 1929 – Milano, 29 maggio 2013)
Era figlia d’arte, il padre Domenico era un attore e la madre Emilia Baldini fu prima maestra, poi attrice. Impara a gattonare nel mondo dell’arte: sin da neonata interpreta i ruoli da infante nelle commedie portate in scena dalla compagnia di famiglia.

C’è una sua frase che mi è rimasta impressa e che secondo me mostra proprio come fosse nata per fare teatro: «C’è un momento della mia infanzia che spesso mi ritorna in mente. Sto giocando con delle compagne di scuola sul balcone e sento mio padre che parla con la mamma: “È ora che Franca incominci a recitare, ormai è grande”. Avevo tre anni».

A 25 anni sposa l’attore Dario Fo, con cui avrà un figlio, Jacopo. Insieme al marito fonda la Compagnia Dario Fo-Franca Rame, di cui Fo è il regista e il drammaturgo del gruppo e lei la prima attrice, collaboratrice all’allestimento dei testi e l’amministratrice.

con il marito Dario Fo

La storia d’amore e d’arte Fo-Rame durerà per oltre cinquant’anni contando centinaia di spettacoli di generi sempre diversi: dalla farsa e la commedia dell’arte al teatro politico, ma anche teatro civile e sociale.

Fra questi ultimi cito un’opera difficile da descrivere, cruda e terribile: Lo stupro, la drammatica rappresentazione teatrale di un’esperienza vissuta direttamente dall’attrice anni prima, quando fu violentata e torturata da un gruppo di neofascisti. Vi lascio il link al video, ma vi avverto prima di guardarlo, non è di facile digestione.

da Lo stupro

Per quanto riguarda la sua attività politica, Franca Rame abbraccia l’utopia sessantottina al fianco di Dario Fo; fondano il collettivo “Nuova Scena”, ma dopo aver assunto la direzione di uno dei tre gruppi in cui era diviso il collettivo, a causa di divergenze politiche si separa – assieme al marito – facendo nascere un altro gruppo di lavoro, detto “La Comune”.

Con la sua “Comune” porta in scena testi di satira e di controinformazione politica, che si presentano spesso con un carattere molto feroce, come per esempio Morte accidentale di un anarchico e Non si paga! Non si paga.
Alla fine degli anni Settanta si unisce al movimento femminista, portando a teatro queste ideologie in testi come Tutta casa, letto e chiesa, Grasso è bello! e La madre.

Per non farsi mancare nulla nel 2006 si candida in politica e diventa senatrice, ma lascerà la posizione dopo un paio d’anni.

Nel corso della sua vita in scena, la sua conoscenza del mondo teatrale le ha permesso di trattare in modo ironico e provocatorio anche temi scottanti, trasformando la commedia dell’arte in un focolaio culturale attuale.
Lei e Dario scrivono un’autobiografia intitolata Una vita all’improvvisa nel 2009.

Franca Rame muore il 29 maggio 2013 all’età di 84 anni.

La sua storia d’amore e d’arte con Dario Fo è fra le più belle di cui abbia mai sentito parlare, sono sempre ritratti sorridenti, ovviamente non si son fatti mancare lunghe crisi, tradimenti, incomprensioni, ma com’erano belli insieme, innamorati fino all’ultimo giorno.

http://www.archivio.francarame.it/

Franca Valeri (Milano, 31 luglio1920 – Roma, 9 agosto 2020)
Nasce come Franca Maria Norsa, ma lo cambierà in Valeri negli anni Cinquanta, dopo aver maturato una passione per lo scrittore e poeta francese Paul Valery.
Si appassiona sin da piccola al teatro di prosa, segue un percorso di studi umanistici. È vittima delle leggi razziali del periodo fascista, che hanno portato suo padre e suo fratello a rifugiarsi in Svizzera, riuscendo lei ad evitare la deportazione grazie a un documento falso.

Debutta a teatro dopo la Seconda guerra mondiale, ottenendo grandi successi, mostrandosi sin da subito come una fenomenale attrice: la signorina snob è forse il suo personaggio più celebre, nato quando Franca era ancora adolescente, un personaggio che durerà per lunghi anni e diventerà specchio di un’Italia borghese.

La signorina snob – da connessiallopera.it

Insieme ad Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli forma la Compagnia del Teatro dei Gobbi, che si trasferisce a Parigi portando una serie di sketch satirici sulla società contemporanea senza ausilio di scene e costumi: filosofia della compagnia era proprio quella di non fare indossare costumi agli attori per caratterizzare uno o l’altro personaggio, ma mostrandoli al naturale così che venisse premiata l’improvvisazione.

La “vulcanica Franca” esordisce al cinema con Federico Fellini, prendendo poi parte alle migliori commedie della tradizione italiana: la vediamo in Totò a colori, Piccola posta, Il segno di Venere, Il vedovo, etc. 

Franca Valeri era una personalità dalle molteplici doti, sempre pronta a sperimentare nuovi mondi. Difatti, insieme a cinema e teatro si occupa anche di doppiaggio, sceneggiatura, regia, e soprattutto, di televisione spopolando con il noto personaggio della Signora Cecioni che apparirà in differenti programmi televisivi.

La signora Cecioni – da Wikipedia

Nel corso degli anni Sessanta pubblica una serie di dischi nei quali vengono registrati i suoi personaggi femminili: nascono così gli album Le donne di Franca Valeri (1962), Una serata con Franca Valeri (1965) e La signora Cecioni e le altre (1968). Negli album ogni traccia racchiude un breve monologo dei personaggi più celebri e conosciuti di Franca Valeri, attraverso la radio e la televisione.

Franca Valeri è stata sposata con Vittorio Caprioli, attore e regista con il quale ha lavorato assieme in teatro e al cinema, i due si conoscono negli anni Quaranta, mentre la Valeri recita i suoi monologhi caratteristici a Parigi.  Successivamente si legherà per altri dieci anni al direttore d’orchestra Maurizio Rinaldi, scomparso nel 1995.

Legata al Teatro alla Scala di Milano, dove ha maturato la sua passione per l’opera lirica, Franca Valeri si è anche cimentata come regista di melodrammi (per non farsi mancare niente). Per tutta la vita continua a cimentarsi in ruoli e arti, dal teatro al cinema, alle fiction RAI.

Peculiare dello stile di Franca Valeri è sicuramente l’uso intelligente e raffinato dell’ironia, unito alla sua capacità di riuscire a far riflettere su quelli che sono i vizi e le virtù della società.

https://www.open.online/2020/08/09/100-anni-franca-valeri-video/

Attrice di teatro e cinema, sceneggiatrice, regista, cantante, cosa manca all’appello? Scrittrice, perché sì, la Valeri ha anche pubblicato tantissimi libri: per citarne alcuni Il diario della signorina snob del 1951, oppure più recente Animali e altri attori e il suo lavoro autobiografico intitolato Bugiarda no, reticente.

Come se non bastasse fondò anche l’Associazione Franca Valeri – Onlus per l’assistenza agli animali abbandonati, per contrastare il randagismo.

Muore all’alba del 9 agosto 2020 nella sua casa di Roma, pochi giorni dopo aver festeggiato il suo 100º compleanno.

Due donne diverse, che hanno vissuto una vita piena di arte e hanno lasciato il segno nella società e nel mondo.

@Noemi Spasari, 2021

Anfitrione e la commedia degli equivoci

In un articolo di qualche settimana fa vi ho parlato di come alcune frasi delle opere di Shakespeare siano entrate a far parte del nostro modo di esprimerci quotidiano; oggi andiamo ancora più indietro nel tempo, più o meno alla fine del III secolo a.c., nel momento in cui un famoso commediografo latino componeva un’opera che avrebbe dato vita (non proprio consapevolmente) a dei termini che oggi si trovano nel nostro vocabolario. Stiamo parlando di Plauto e del suo Anfitrione.

I termini che da questa opera abbiamo ereditato sono essenzialmente due: Anfitrione, appunto, e sosia.

Vediamo insieme la storia così da capire meglio l’origine di questi due termini

Amphitruo Anfitrione è un’opera attribuita a Tito Maccio Plauto, autore latino, esponente del genere teatrale della palliata (prossimamente forse farò un articolo dedicato al teatro greco e latino), ed è inoltre un perfetto esempio di quel genere di opere identificate come “commedia degli equivoci”.

Cosa succede? Fondamentalmente è colpa di Zeus, come sempre accade nella mitologia, che aveva voglia di abbandonare ancora una volta il letto coniugale per congiungersi con una povera e inconsapevole mortale.
Il ruolo della povera mortale è in questo caso interpretato da Alcmena (eh sì, avete capito bene, la mamma di un certo signorino molto famoso che ha fatto una dozzina di fatiche eroiche).

Andiamo con ordine: Anfitrione è impegnato nella guerra ai Teleboi, così il furbo Giove (Zeus era per i greci, qui siamo a Roma) prende le sue sembianze e giace con la sua sposa, Alcmena, ovviamente ignara di tutto (pensava fosse il marito).

Dove inizia il problema? Quando una notte Sosia, schiavo di Anfitrione, per suo ordine si reca da Alcmena per darle il resoconto della guerra, ma sulla strada incontra Mercurio che aveva preso anche lui la pozione polisucco e ha le sembianze proprio di Sosia!

Mercurio, convince Sosia con la violenza, che è il vero Sosia è lui e così lo schiavo torna indietro dal padrone, nel frattempo Giove-Anfitrione saluta Alcmena dicendo di dover tornare a combattere.
La situazione si complica ulteriormente quando Anfitrione e Sosia tornano a casa del padrone e vengono accolti con freddezza da Alcmena che sostiene di essere stata col marito fino a poco prima (povera donna, ha ragione, tutta colpa di Giove).

Per farla breve vengono chiamati in causa testimoni, le accuse volano, la povera Alcmena non capisce cosa sia successo, Anfitrione è fuori di sé; finché Giove non decide di degnare tutti della sua divina presenza e spiega cosa sia realmente accaduto (è accaduto che ha un problema di incontinenza, ecco che è accaduto).

Ma ovviamente non finisce qui: Alcmena è incinta di due gemelli, uno dei quali è proprio Ercole che dimostrerà la sua forza sin nel fasciatoio strozzando due serpenti che si erano infilati nella culla (erano stati inviati da Giunone, la moglie di Giove, gelosa per l’ennesima scappatella del marito, ma davvero la vogliamo incolpare?).

Alla fine, Giove come deus ex machina (sì, farò un articolo sul teatro antico, va bene) arriva in scena per convincere Anfitrione a non dar colpe a sua moglie. Pace fatta, grazie Giove.

Anfitrione e Sosia
Come abbiamo visto, Anfitrione e Sosia sono i nomi di due personaggi del testo. Che significato hanno assunto al giorno d’oggi?

L’Anfitrione, per chi non lo sapesse, è il padrone di casa che ospita e intrattiene i convitati, un po’ ironico per il protagonista della storia.

Sosia invece indica una persona che somiglia moltissimo a un’altra, tanto da poter essere scambiata per questa, come appunto succede in questo caso.

Alcune informazioni sull’opera
Come dicevamo, L’AnfitrioneAmphitruo è una commedia composta da cinque atti e un prologo, scritta dal commediografo latino Plauto ipoteticamente verso la fine del III secolo a.C. e rappresentata, sempre ipoteticamente, nel 206 a.C.

Fatto curioso, solitamente le commedie rappresentavano eventi riguardanti personaggi popolari, non divinità o soggetti mitici, che erano invece protagonisti della tragedia; infatti proprio per questo motivo nel prologo sarà Plauto stesso, per bocca di Mercurio, a definire la sua opera una tragicommedia.

La genialità di Plauto
Plauto è un po’ il comico dei giorni nostri, che gioca su argomenti di politica e cronaca quotidiana, studia molto i giochi di parole e il linguaggio.

Una curiosità interessante è nell’introduzione dell’opera, la prima lettera di ogni riga va a formare la parola “ANPHITRVO” (V =U). (In realtà questo accade in tutte le commedie plautine, questo tipo di componimento si chiama acrostico).

«Amore captus Alcumenas Iuppiter
Mutauit sese in formam eius coniugis
Pro patria Amphitruo dum decernit cum hostibus.
Habitu Mercurius ei subseruit Sosiae:
Is aduenientis seruum ac dominum frustra habet.
Turbas uxori ciet Amphitruo: atque inuicem
Raptant pro moechis. Blepharo captus arbiter
Vter sit non quit Amphitruo decernere.
Omnem rem noscunt; geminos Alcumena enititur».

Vi metto la traduzione a cura di Mario Scàndola che ho nella mia edizione BUR: «Giove, preso d’amore per Alcmena, ha assunto le sembianze del marito di lei, Anfitrione, mentre costui combatte contro i nemici della patria. Gli dà manforte Mercurio, travestito da Sosia; egli si prende gioco, al loro ritorno, del servo e del padrone. Anfitrione fa una scenata alla moglie; e i due rivali si danno l’un l’altro dell’adultero. Blefarone preso come arbitro, non può decidere quale dei due sia Anfitrione. Poi si scopre tutto; Alcmena dà alla luce due gemelli».

L’immagine dell’articolo è di Carlo Maria Mariani, La mano ubbidisce all’intelletto, 1983

@Noemi Spasari, 2021

L’uomo dal fiore in bocca: un dialogo sulla morte

Quando parliamo di teatro italiano, fra i primi nomi che ci risuonano in bocca c’è senza dubbio quello di Luigi Pirandello, uno fra i più grandi drammaturghi del nostro Paese.

Le sue opere e il suo pensiero riempiono libri, menti e dialoghi, sono fra le più studiate nelle scuole superiori; personalmente ho un rapporto complicato con il caro Luigi. Amo le sue opere, è stato una sorta di mentore nelle mie scelte, una figura importante nella mia crescita, che col suo pensiero umorista mi ha “rovinato” l’ingenuità dell’adolescenza.

Oggi non andremo a parlare delle sue opere più famose, ma di una che in poche pagine riesce a trattare un argomento tabù e molto importante: la morte, che sia prevista o imprevista. L’opera è L’uomo dal fiore in bocca.

L’opera
L’uomo dal fiore in bocca fa parte di quella che può essere definita come la terza fase del teatro pirandelliano, quella del “teatro nel teatro”, in cui viene abolito il concetto della quarta parete.
Un breve racconto, un dialogo quotidiano. La scena si svolge in un semplice caffè di una piccola stazione di provincia; due uomini si ritrovano a tarda notte e conversano.

I dialoghi potrebbero essere stati pronunciati da chiunque di noi, gli argomenti molto ricorrenti: l’aver perso il treno per un minimo ritardo, le compere a cui gli uomini sono incaricati dalle mogli in villeggiatura, i commessi dei negozi particolarmente bravi a confezionare i pacchetti.

I due uomini sono in parte gli opposti: uno dei due parla molto più spesso, mentre l’altro si limita ad ascoltare interloquendo ogni tanto, con frasi ovvie e quasi scontate.

È solo gradualmente che da questo dialogo emerge la vera natura del dramma, arrivando a richiamare il significato del titolo dell’opera “il fiore in bocca”.

«Venga… le faccio vedere una cosa. Guardi, qua, sotto questo baffo, qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo… più dolce d’una caramella: – Epitelioma, si chiama. Pronunzii, sentirà che dolcezza: epitelioma… La morte capisce? È passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca, e m’ha detto “Tienitelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!”».

L’uomo “chiacchierone” rivela all’altro la sua triste verità: ha scoperto di essere affetto da un tumore della bocca, un male che lo condanna a morte nel giro di pochi mesi. Si confida a questo sconosciuto con minuzia di particolari, spiegando come la sua condizione lo spinga al bisogno di entrare nella vita degli sconosciuti cercando di ricostruirne il modo di essere, per cercare di comprendere la natura delle persone.

Spiega anche come si ritrovi spesso a fuggire ai conoscenti e alla moglie, per sentirsi libero di immaginare e di affermare la sua illusoria volontà di vivere.

L’incomunicabilità
Protagonista di L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello è l’incomunicabilità, accompagnata dalla solitudine, alla ricerca della banalità dei particolari più piccoli e insignificanti del quotidiano per tentare di dare alla vita un valore maggiore rispetto alla morte. Tutta l’opera è così incentrata sulla morte, quella prevista e quella imprevista.

Com’è tipico di Pirandello, alla vita non viene dato nessun valore in sé, ma quando l’individuo – sulla strada della morte – la osserva, anche i gesti quotidiani insignificanti acquistano un valore vitale.

Non conosciamo la vita, ma sentiamo il bisogno di viverla nel momento in cui pensiamo di esserne privati.

 

 

@Noemi Spasari, 2021

“Te piace ‘o presepio?” Il Natale in casa Cupiello

Natale è quasi arrivato e continuano gli articoli a tema! Oggi parliamo di teatro: è facile il collegamento all’opera ambientata in questo periodo dell’anno, nata dalla penna del grande artista, regista, attore e tanto ancora, napoletano Eduardo De Filippo.
L’opera di cui parliamo è ovviamente Natale in casa Cupiello, un grande classico della letteratura teatrale.
Eduardo per me è uno di quei grandi nomi per cui ho sempre un po’ di ansia da prestazione nel rapportarmi, per quel timore reverenziale che mi provoca la loro idea, grandi nomi, grandi personaggi, grandi artisti.

Natale in Casa Cupiello è un’opera tragicomica portata per la prima volta in scena il 25 dicembre 1931 al Teatro Kursaal di Napoli (oggi Cinema Filangieri) dalla da poco formata Compagnia del “Teatro Umoristico I De Filippo”, composta dai tre fratelli e da attori già famosi o giovani alle prime armi che lo diventeranno.

I fratelli De Filippo

In questa prima rappresentazione l’opera venne messa in scena come atto unico, che è corrispondente al secondo atto della versione definitiva.

Come è arrivata la versione definitiva in tre atti?
La storia è un po’ confusa, ma possiamo dire che è avvenuta in due momenti diversi: il primo atto sembrerebbe essere stato aggiunto nel 1932-33, mentre il terzo e quindi a completare la versione definitiva nel 1934.
La complessa genesi della commedia ha portato lo stesso Eduardo a definirla come un “parto trigemino con una gravidanza di quattro anni“!

Come succede a molte opere, anche Natale in Casa Cupiello ha visto diverse rappresentazioni e traduzioni, come ad esempio la versione televisiva in bianco e nero per RAI del 1962, che presenta alcune differenze col copione originale. Piccolo dettaglio che può interessare: tutte le opere teatrali di Eduardo hanno visto una trasposizione televisiva (e menomale! Abbiamo così modo di vedere le opere di Eduardo per intero).

Un’altra trasposizione sempre per RAI e Istituto Luce a colori è del 1977, oppure una versione teatrale del 2014 con la regia di Antonio Latella e tante altre.
L’ultima esce proprio oggi (22 dicembre), nell’anno in cui ricorrono 120 anni dalla nascita del drammaturgo: Natale in casa Cupiello vede in questa nuova edizione la regia di Edoardo De Angeli e la produzione di RAI-Picomedia ed è interpretato da Sergio Castellitto, Marina Confalone, Adriano Pantaleo Tony Laudadio, Pina Turco, Alessio Lapice e Antonio Milo (potrete vederlo stasera su RAI1).

Natale in casa Cupiello, 2020 – da RAI

Di cosa parla l’opera?
La storia si svolge nell’arco di circa cinque giorni nella casa della famiglia Cupiello, Christmas spirit is in the air!

Non vi racconterò tutta la storia (leggete l’opera o vedetela stasera in tv), ma è un susseguirsi di gag divertenti, confusioni e incomprensioni.

I personaggi dell’opera sono rappresentati dai membri della famiglia Cupiello e Vittorio, amante della figlia.

Luca Cupiello – “Lucariello” è un amante del natale e delle tradizioni, in particolar modo quella del Presepe da bravo napoletano, in contrasto con la moglie e il figlio Tommasino che ritengono la tradizione del presepe anacronistica.
A complicare la realizzazione del presepe interverrà Pasqualino, fratello di Luca, scapolo iroso, sempre in lite con Nennillo. Fra gli elementi tragicomici ricorrenti vi è senza dubbio la difficoltà motoria di Lucariello, nonché la sua difficoltà a ricordare le cose e non arrivare a capire subito cosa sta succedendo.

La già traballante armonia familiare viene resa ancor più complicata dalla decisione della figlia di lasciare il marito e la sua confessione di avere un amante.

Iconica la domanda che ritorna spesso nel susseguirsi degli eventi che Luca rivolge al figlio Tommasino, anche in punto di morte: «Te piace ‘o presepio?» (“Ti piace il presepe?“).

Cosa rappresenta il presepe in questa storia?
Luca è un amante della tradizione con una fissazione per il presepe, simbolo della tradizione napoletana nonché rappresentazione della famiglia unita.
Per il protagonista la costruzione del presepe diventa un modo per sfuggire alla realtà e crearsene una nuova.

Cosa possiamo imparare da quest’opera che accompagna molti natali da quasi novant’anni? Che comunicare meglio non sarebbe una cattiva idea!
E che la genialità dell’opera eduardiana non ha confini.

 

@Noemi Spasari, 2020

Molto rumore per nulla

Alcuni forse non lo sanno, o non ne sono consapevoli, ma nel nostro modo di esprimerci quotidiano ci sono delle espressioni che derivano direttamente dal sommo Bardo, Shakespeare!
Qualche esempio? Non avete mai detto una frase come “quel che fatto è fatto!” o “tutto è bene quel che finisce bene”? Senza saperlo stavate citando Shakespeare e precisamente Macbeth e All’s well that ends well.
Un altro esempio? Avete presente quelle situazioni in cui si fa un gran fracasso, si mobilitano in mille, ma poi finisce con un nulla di fatto? Bene io in quei casi spesso dico “Molto rumore per nulla” e (consapevolmente) faccio riferimento all’omonima opera di Shakespeare. Ed è proprio di quest’opera che vi andrò a parlare.

Molto rumore per nulla
Much Ado About Nothing è stata scritta da William Shakespeare tra l’estate del 1598 e la primavera del 1599. La storia è ambientata a Messina.
Come tutte le opere shakespeariane è stata più volte riproposta a teatro, al cinema e in televisione, con traduzioni più o meno coerenti rispetto all’originale.
Fra le trasposizioni cinematografiche più famose forse ricorderete il film del 1993 con Emma Thompson, Denzel Washington, Keanu Reeves e Michael Keaton oppure quello del 2012 diretto da Joss Whedon (sì, l’ideatore di Buffy e regista degli Avengers) e con un cast mega-nerd con Amy Acker, Alexis Denisof, Nathan Fillion e Clark Gregg.

La storia
Vi racconto la trama più brevemente possibile, ma come sempre il mio consiglio è di leggere il testo perché ne vale la pena, soprattutto per il Bardo! Essendo una commedia, anzi una tragicommedia, è anche di veloce e piacevole lettura; se poi vi capitasse l’occasione di vederla a teatro non fatevela scappare… io l’ho fatto ed è stata un’esperienza indescrivibile (ma ve ne parlo dopo).

Come molte opere di Shakespeare, anche Molto rumore per nulla si sviluppa su due vicende parallele, come abbiamo già detto ambientate a Messina: fra i primi personaggi vediamo Leonato, un rispettato nobiluomo, che vive con la figlia, la giovane Hero, suo fratello maggiore Antonio con la figlia Beatrice.
La storia ha inizio con Leonato che prepara il benvenuto ad alcuni amici di torno dalla guerra, fra cui il principe Don Pedro e due compagni di battaglia Claudio e Benedick; insieme a loro c’è Don Juan, il fratello illegittimo di Don Pedro.

Sin da subito, Claudio si innamora perdutamente di Hero mentre Benedick e Beatrice riprendono una pungente diatriba che era iniziata in passato. Fra Claudio e Hero scocca subito la scintilla e decidono di sposarsi (ecco da chi hanno preso le principesse Disney). Per ingannare il tempo nella settimana che occorre per preparare il matrimonio, gli amanti e i loro amici decidono di fare un gioco: vogliono far smettere di litigare Beatrice e Benedick e farli innamorare, riuscendoci infine.

Don Juan, nel mentre, con la complicità dei suoi servi, riesce a disonorare Hero agli occhi di Claudio, che al momento delle nozze la ripudia pubblicamente, accusandola di lussuria (quando uno si mette in testa di voler rovinare la vita alla gente per forza!).
In attesa di capire cosa sia realmente accaduto, i membri della famiglia decidono di fingere che la giovane sia morta di dolore e di nasconderla fino a quando non sarà possibile rivendicarne l’innocenza.
Nel frattempo, i due simpaticoni, Benedick e Beatrice si confessano amore reciproco (canticchiate con me All you need is love).

Per fortuna è una tragicommedia e non tragedia, quindi il risvolto positivo della trama arriva nel momento in cui una guardia sente i servi di Don Juan vantarsi della propria meschinata e vengono arrestati, provando così l’innocenza di quella poverina di Hero, che nel frattempo Claudio crede morta e si strugge dal dolore (anche lui un po’ di fiducia prima dell’accusa). Come “punizione” Leonato impone a Claudio di sposare sua nipote, ma sarà sull’altare che scoprirà con magistrale colpo di scena che la ragazza in realtà era proprio la sua Hero.
Benedick preso dall’atmosfera di gioia e festa chiede a Beatrice di sposarlo. La commedia si chiude con una danza degli amanti che celebrano il doppio matrimonio.
E qui un “vissero tutti felici e contenti” ci sta!

Le probabili fonti
Leggendo e analizzando il testo è ipotizzabile che nel comporre la commedia il nostro caro William sia stato influenzato da differenti fonti letterarie, come per esempio la novellistica o l’epica tipica del Cinquecento.
Vediamo un esempio concreto: la vicenda di Beatrice e Benedick si basa essenzialmente su dialoghi arguti e brillanti, di questo possiamo vedere come modello Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione.
Oppure per tutta la vicenda che si snoda attorno all’inganno di Don Juan, l’ispirazione potrebbe arrivare dall’Orlando Fuorioso di Arioso con la storia di Ariodante e Ginevra (se ve lo state chiedendo, sì, è molto probabile che Shakespeare conoscesse Ariosto grazie alle numerose traduzioni inglesi).

In conclusione
Per analizzare in toto un’opera shakespeariana servirebbe una tesi di laurea, ne ho già fatte due e mi son bastate! C’è una cosa che forse non sapete, in realtà la versione arrivata a noi delle opere di Shakespeare non è l’originale, ma la versione riadattata dopo le differenti messinscene e se dovessimo provare a rappresentare molte delle opere utilizzando il testo completo lo spettacolo sarebbe molto lungo!
Per concludere, vi cito la versione che ho avuto modo di vedere io di quest’opera: un cliché meraviglioso, a Londra, al Theatre Royal Haymarket e in scena la Royal Shakespeare Company. Un’emozione indescrivibile, un teatro bellissimo, Much Ado about nothing a tema natalizio e in versione musical.

 

@Noemi Spasari, 2020

L’eterna attesa di Waiting for Godot

Waiting for GodotAspettando Godot è senza alcun dubbio l’opera più famosa del drammaturgo Samuel Beckett, ma è anche uno dei testi cardine del teatro del Novecento.
È fra le opere più discusse, su cui sono state scritte tonnellate di pagine e avanzate tantissime teorie sul significato e sul messaggio dell’opera stessa.
Perché ne parlo? Innanzi tutto, è una delle mie opere teatrali preferite, che consiglio a tutti di leggere almeno una volta nella vita e, se siete fortunati, di andarne a vedere una rappresentazione a teatro!
Uno dei miei sogni nel cassetto era di vedere dal vivo la versione di quest’opera portata in scena da Sir Ian McKellen e Patrick Stewart, ma non va in scena da un po’. Se vi interessa qui c’è un piccolo estratto.

Il dramma viene pubblicato nel 1952 in francese con il titolo En attendant Godot. La prima rappresentazione si tenne a Parigi l’anno successivo al Théâtre de Babylone sotto la regia di Roger Blin, regista e attore teatrale francese, che per l’occasione rivestì anche il ruolo di Pozzo.

Solo due anni dopo la pubblicazione, Beckett (irlandese di nascita) la tradusse in inglese.
Ma perché fu scritta in francese? Questa è una delle particolarità di quest’opera. Il motivo è che per Beckett il francese era una lingua conosciuta, ma non la lingua madre: dovendo scrivere dei dialoghi pronunciati da due clochard – senzatetto, ha utilizzato un linguaggio in cui lui stesso si esprimeva in maniera più semplice.

@samuelbeckett.it

Un raro evento nella storia del teatro: gli eventi si svolgono intorno all’attesa del protagonista, Godot, che è assente dalla scena e non arriverà.

C’è un altro elemento particolare in questa pièce, non esiste una vera e propria trama, ma il fulcro degli eventi è concentrato nei dialoghi tra i personaggi.

Vediamo brevemente cosa succede in questa storia.
L’azione si svolge in un paesaggio desolato, in campagna, ai piedi di un albero spoglio; due clochard, Estagon (Gogo) e Vladimir (Didi), che attendono l’arrivo di Godot, un personaggio misterioso. Non sanno né chi sia né se il luogo e l’ora dell’appuntamento siano esatti

Ai due vagabondi si aggiungono altri due singolari personaggi, il proprietario terriero Pozzo e il suo servo Lucky, tenuto al guinzaglio.
Alla fine della prima giornata arriva in scena un ragazzo che afferma he quel giorno Godot non era potuto venire ma sicuramente si sarebbe presentato l’indomani.

Il primo atto termina col calare della notte; nel secondo la vicenda si ripete, sull’albero sono spuntate alcune foglie, questo ci fa capire che è passato del tempo.

Vladimir ed Estragon trascorrono il tempo in attesa di Godot, sempre raggiunti dai due singolari personaggi, Pozzo, che è diventato cieco, e Lucky, che ora è muto, ma con una differenza: ora la corda che li unisce è più corta.
Ma il messaggero giunge nuovamente a fine giornata, annunciando l’impossibilità di Godot di presentarsi all’appuntamento, con la promessa che sarebbe giunto l’indomani.

I due senzatetto decidono di andarsene, ma cambiando ben presto il proposito.

Vladimir: Well? Shall we go?Quindi? Andiamo?
Estragon: Yes, let’s goSì, andiamo
They do not move – Non si muovono
Al termine della giornata la tragicommedia si conclude.

Aspettando Godot è una delle opere più rappresentative del teatro dell’assurdo, che ha fra i suoi maggiori esponenti, oltre a Beckett, Jean Tardieu, Eugène Ionesco, Arthur Adamov e Georges Schehadé.
A differenza delle opere di Ionesco, ad esempio, in cui assurdo è sinonimo di surreale, in Aspettando Godot è tutto reale e al tempo stesso meta-reale.
Come già detto, la tragicommedia è costruita intorno alla condizione dell’attesa, ma molti critici hanno cercato il significato dell’opera in altre risposte: in Godot molti hanno visto Dio o il destino, la morte, ma qualcuno anche la fortuna; per Pozzo e Lucky l’opinione generale è abbastanza condivisa, vedendoli come rappresentazione del capitalista (Pozzo) e dell’intellettuale (Lucky).

 

Beckett ovviamente si è sempre rifiutato di fornire spiegazioni, la sua frase più nota, in questo senso, è “se avessi saputo chi è Godot l’avrei scritto nel copione“.
Fatto sta che Waiting for Godot è un punto cardine della cultura dello scorso secolo; l’opera ha dato il via ad una rivoluzione del teatro contemporeaneo, con il suo linguaggio misto, dal registro alto e basso, insieme all’unione dei generi (tragedia, commedia, teatro comico, etc), con l’assenza della trama e di un finale non finito.

Fatto curioso: intorno a questo nuovo assurdo lavoro teatrale si era creata una tale aspettativa che la sera della prima si registrò il tutto esaurito. Il pubblico era popolato da artisti, intellettuali, ma anche di semplici curiosi.
I commenti all’opera non furono tutti positivi, ma Aspettando Godot divenne un fenomeno sociale: si dice che all’epoca la gente si divideva in due categorie, quelli che avevano visto Aspettando Godot e quelli che ancora dovevano vederlo.

@Noemi Spasari, 2020

Happening: l’arte fuori dal quadro

Il titolo che ho dato a questo blog è ispirato agli Happening, una forma d’arte d’avanguardia nata alla fine degli anni ’50.

Allan Kaprow (1927 – 2006), pittore, è il primo ideatore e promotore degli Happening. Questa “nuova” forma d’arte basa le sue origini sul pensiero di un altro artista più che famoso, Jackson Pollock: Kaprow riflette, infatti, sull’eredità artistica lasciataci da Pollock (morto nel 1956), e immagina una creazione artistica che contiene vista, suoni, movimenti, ma anche odori e persone, insieme a materiali di vario tipo e oggetti.

@crearts.it

Tutto questo si unisce al pensiero che si stava sviluppando negli artisti che le manifestazioni artistiche non dovessero essere confinate in musei, teatri o sale da concerto, ma dovessero avvenire ovunque, per strada o in un magazzino. Solitamente un happening era un evento unico, avveniva una sola volta, proprio per sottolineare l’irripetibilità dell’evento.

Nell’idea di Kaprow il termine happening stava a significare un’attività spontanea, “something that just happens to happen”.

Michael Kirby, studioso di teatro, nella sua opera dedicata a questo fenomeno artistico, afferma:

«L'”happening” è una forma di teatro in cui diversi elementi alogici, compresa l’azione scenica priva di matrice, sono montati deliberatamente insieme e organizzati in una struttura a compartimenti».

Non ci avete capito nulla?

In altre parole l’happening è un momento in cui diverse arti vengono esibite nello stesso tempo e spazio, senza un vero e proprio filo conduttore: un pittore dipinge, mentre un ballerino balla, un cantante canta e qualcuno magari diffonde nell’aria un qualche profumo, quasi sempre improvvisato. Ovviamente non sono tutti uguali, hanno caratteristiche e “attori” diversi.

Grazie anche all’apporto dato dal compositore e musicista John Cage, nell’autunno del 1959 Allan Kaprow presentò alla galleria Reuben di New York lo “spettacolo” che darà il nome a questa forma artistica: 18 happenings in 6 parts.

Agli spettatori che parteciparono all’evento vennero consegnate delle istruzioni: «La performance è divisa in sei parti. Ogni parte contiene tre happenings che accadono contemporaneamente. L’inizio e la conclusione di ciascuna performance saranno segnalati da una campana. Alla fine della performance verranno uditi due colpi di campana. Non ci sarà applauso dopo ogni insieme, ma potete applaudire dopo il sesto insieme se lo desiderate».

@Fred W. McDarrah, moma.org

Nello spazio dedicato allo svolgimento dell’opera erano presenti collage e opere degli artisti Jasper Johns and Robert Rauschenberg in estemporanea.

@wikiart

Erano previste delle sedie e i partecipanti ricevevano cartellini numerati e quindi invitati a cambiare sedia alla fine di ogni “atto”, come indicato dalle regole stabilite nel programma. Ed è così che contemporaneamente si poteva assistere a proiezione di diapositive, ascolto di musica improvvisata, una donna nuda che sprofonda in un divano, un’altra che spreme arance, un gruppo di artisti che dipingono tele appese a tramezzi, altri che fanno girare cartelli e recitano testi o suonano uno strumento.

@Fred W. McDarrah, moma.org

Fra le forti particolarità dell’happening è che lo spettatore si ritrova dentro l’opera d’arte, come trovarsi dentro il quadro della Primavera di Botticelli, mentre Botticelli la crea!

Gli happenings più famosi di Kaprow si svolgeranno negli anni ’60, contando come protagonisti i suoi studenti e amici invitati in determinati luoghi per svolgere piccole azioni: fra le più note Words (1962) e Eat (1964), che si svolse in una grotta con pavimenti irregolari attraversati da pozzanghere e ruscelli.

Sulla scia di Kaprow altri artisti sperimenteranno questa nuova forma d’arte, come ad esempio Carolee Schneemann o Red Grooms con suo “spettacolo non-narrativo” Walking Man, e anche Robert Whitman, Claes Oldenburg e Robert Rauschenberg.

Fra gli artisti più influenti sicuramente non si può non citare Jim Dine anche se il suo contributo al genere è stato di soli cinque lavori negli anni ’60.

Jim Dine, The Smiling Workman

La teoria dell’Happening arriverà in tutto il mondo, reclutando vari esponenti, come il francese Yves Klein o l’inglese Adrian Henri e i tedeschi Joseph Beuys, Wolf Vostell, Nam June Paik e altri.

Da questa teoria dell’arte fuori dai luoghi convenzionali nasceranno altre forme di rappresentazione artistica, come i moderni flash mob o la performance art con esponente Marina Abramovic.

Un esempio di “nipote” culturale degli happening può essere visto nel famoso “bed-in” organizzato dall’artista Yoko Ono nel 1969 insieme al marito John Lennon: i due artisti tennero un Bed-In di protesta per la guerra in Vietman, una ribellione silente per la Pace della durata di due settimane nelle città di Amsterdam e Montréal.

@Eric Koch / Anefo

@Noemi Spasari, 2020