L’Action Painting di Jackson Pollock

Molto spesso, in riferimento a opere d’arte contemporanea, ho sentito dire “potevo farlo anche io”, in particolar modo con le opere di Jackson Pollock. In questi casi, non potendo strappare guigulari, cerco di mantenere la calma e o ignoro o cerco di spiegare perché “proprio no”.

A parer mio, ma anche di altri il cui parere conta più del mio, l’opera d’arte non è solo quella che possiamo osservare, ma è in realtà l’intero processo di creazione dell’opera. E in questa concezione rientra sicuramente l’opera di Pollock.

Paul Jackson Pollock (1912-1956) è stato uno più importanti pittori degli Stati Uniti ed è considerato uno dei maggiori rappresentanti dell’Action painting. Cresciuto in Wyoming, era il più giovane di 5 fratelli. Studia pittura presso la Manual Arts High School di Los Angeles e poi all’Art Students League di New York. Sebbene viaggi molto negli Stati Uniti, trascorre la maggior parte del tempo a New York, città in cui si stabilisce definitivamente nel 1934. Ed è in quell’anno che Peggy Guggenheim (di cui prima o poi vi parlerò) non solo gli dedica la sua prima personale nella galleria-museo Art of This Century, New York, ma gli offre un contratto che gli permette di dedicarsi esclusivamente alla pittura fino al 1947.
In più, quando nel 1945 sposa con Lee Krasner, la cara e furba Peggy Guggenheim contribuisce a finanziare l’acquisto della loro casa con annesso un fienile, luogo il cui Pollock perfeziona la tecnica del dripping.

Cos’è questa action painting di cui tanto si parla? Consiste nel creare l’opera d’arte lasciando cadere la pittura sulla tela, o lanciandovi contro i colori in maniera apparentemente casuale. L’atto fisico di creazione diventa parte integrante dell’opera. Pollock realizza le sue opere in uno stato di trance, durante il quale a guidare l’atto creativo è l’inconscio, come in una sorta di rituale. Le sue opere alla fine appaiono come un groviglio di colori multiformi, che vengono espressi con un movimento che richiama la danza.

Quella di Pollock non è stata una vita serena: abuso di alcool e psicofarmaci lo porteranno ad avere un incidente a soli 44 anni in cui perderà la vita.

Checché se ne dica, Jackson Pollock è stato un artista rivoluzionario, che si è rivelato essere in grado di sfidare i comuni limiti pittorici, così da andare al di là della tela.

Noemi Spasari

Auguste Renoir: le sperimentazioni artistiche

Un po’ di gioia e ottimismo fanno sempre bene, in questo periodo ancora di più. Così oggi ho pensato di parlarvi di un artista che di energia e gioia di vivere ne aveva in abbondanza, Pierre-Auguste Renoir. Le sue opere sono il riflesso della vita bohemien di fine Ottocento, pervasa da quella gioia di vivere, povertà e amore per l’arte.

Pierre-Auguste Renoir, La Bohémienne

Il pittore francese nasce il 25 febbraio 1841 a Limogesè. La sua formazione artistica inizia nel 1862 frequentando i corsi all’Ecole de Dessin et des Arts Dècoratifs, diretta dallo scultore Callouette. Qui conosce Claude Monet, Bazille e Sisley a cui si lega molto per via di affinità poetiche ed elettive. Bazille presenterà ai compagni Cézanne e Pissarro, dando così vita al nucleo fondamentale del movimento impressionista.

Il gruppo di pittori si distacca dalla tradizione del tempo che era legata al concetto di pittura al chiuso, dentro uno studio, anche quando si trattava di rappresentare un paesaggio, scegliendo dipingere direttamente la natura all’esterno, un metodo poi denominato appunto “en plein air“.

Auguste Renoir, The Painter Le Coeur Hunting in the Forest of Fontainebleau

Tramite un uso nuovo e libero del colore l’artista cerca di suggerirci non solo il senso del movimento, ma addirittura lo stato d’animo collettivo. Forma e colore diventano così un tutt’uno.

La data di nascita dell’impressionismo è generalmente considerata il 15 aprile del 1874, giorno in cui questo gruppo di pittori espose le loro opere nella mostra allestita presso la galleria del fotografo Nadar a Parigi, dando vita a uno scandalo generale.

Pierre-Auguste Renoir, Bal au moulin de la Galette, 1876,

Tra il 1881 e il 1882 Renoir fa un viaggio in Italia, come sognava da lungo tempo, per studiare dal vivo la pittura rinascimentale e così l’incontro con i Maestri italiani avrà un’influenza enorme sul pittore, che si allontanerà dallo stile degli impressionisti. Seguirà così l’intima esigenza di studiare le forme, così da farle apparire modellate, scultoree.

La colazione dei canottieri (Le déjeuner des canotiers) 

In questo periodo Renoir è tormentato da un sentimento di insufficienza, pensando di non saper “né dipingere, né disegnare” (pensate un po’), così Renoir si concentra sulla qualità del disegno. Il pittore comincia a guardare alla vita borghese parigina abolendo i contorni delle forme, i chiaroscuri e approfondendo gli effetti della luce.

Intorno all’inizio del Novecento le sue condizioni di salute vanno peggiorando così come l’artrite alle mani. Renoir continuò a dipingere anche quando, ormai vecchio e colpito da artrite reumatoide fu costretto su un sedia a rotelle. Per realizzare il suo ultimo capolavoro, Le bagnanti (1919), si fece legare il pennello al polso così che non gli cadesse dalla mano ormai malferma. Si spegne il 3 dicembre 1919.

Pierre-Auguste Renoir, Le bagnanti, 1918-1919

Noemi Spasari

Antoni Gaudì, l’architetto di Dio

Sfrutto la consumata scia degli anniversari per parlarvi di un artista che mi affascina molto, il cui lavoro mi ha lasciata assolutamente senza parole.

Antoni Gaudí i Cornet (Reus, 25 giugno 1852 – Barcellona, 10 giugno 1926) fu architetto spagnolo, massimo esponente del modernismo catalano, il “padre” di alcuni meravigliosi edifici che decorano la città di Barcellona come come il parco Güell, le case Batlló e Milá, la cattedrale della Sagrada Familia, dallo stile inconfondibile, con le loro forme ondulate e plastiche, con rivestimenti colorati in ceramica e decorazioni in ferro battuto. Gaudì realizzò i suoi progetti rifacendosi alle forme della natura, con invenzioni di spazi e decorazioni che avrebbero costituito uno stile unico e irripetibile.

Interno Sagrada Familia – Antoni Gaudì

Il grande architetto nasce a Reus – nella Catalogna meridionale – nel 1852, si trasferisce a Barcellona nel 1869, dove entra in contatto con alcuni esponenti della cosiddetta Renaixença, un movimento culturale e politico che aveva come fine il recupero della lingua e della cultura catalane e la rivendicazione dell’autonomia regionale rispetto al governo castigliano.

Il padre dell’architettura moderna, Le Corbusier (1887-1965) definì Gaudí: “plasmatore della pietra, del laterizio e del ferro”. I cittadini di Barcellona lo battezzarono: “architetto di Dio”. Barcellona e Gaudì hanno avuto un rapporto simbiotico: né la città, né il grande artista, potrebbero esistere senza l’altro.

Il suo talento fu chiaro sin da giovane e fu ben chiaro a tutti, tanto che l’industriale catalano Eusebi Güell gli commissionò alcune delle sue opere più importanti: fra queste per esempio il parco Güell a Barcellona, assolutamente suggestivo e bellissimo (da vedere almeno una volta nella vita), un esempio dell’onirismo che caratterizza le opere dell’artista catalano, che sin da subito si mostra maestro nell’arte di inserire motivi simbolici nei suoi lavori, integrandoli perfettamente con l’equilibrio e l’armonia delle forme.

parco Güell a Barcellona -Antoni Gaudì

A soli 31 anni (disperiamoci un po’, che è quasi la mia età), gli viene affidato il cantiere della più famosa di tutte le sue opere, la chiesa della Sagrada Familia il cui nome completo in lingua catalana è Temple Expiatori de la Sagrada Família (Tempio espiatorio della Sacra Famiglia). Questa costruzione è un eterno cantiere, è incompiuta ed oggi è ancora in costruzione dal 1882. Dal 1914 Gaudí si ritira dalla vita pubblica per dedicarsi interamente a quest’opera sacra, decidendo di vivere in una stanzetta nel cantiere e conducendo una vita monacale.

Il 7 giugno del 1926 Antoni Gaudí viene investito da un tram, ma i soccorritori – vedendo il suo aspetto dismesso – lo scambiarono per un vagabondo e lo accompagnarono all’ospedale della Santa Croce, un ospizio per mendicanti. Verrà riconosciuto solo il giorno dopo, quando ormai sarà troppo tardi. Morirà il 10 giugno, oggi riposa nella cripta della Sagrada Famiglia.

Il Parc Güell
Nell’ideazione di questo parco (1900/05), Gaudí esprime al massimo livello la sua abilità di architetto paesaggista: egli sfrutta le pendenze della collinetta su cui viene situato il parco per adattarvi i suoi percorsi, caratterizzati da viadotti, portici, grotte e terrazze. Al centro vi è un piazzale coperto del tempio dorico: uno spazio caratterizzato da 86 colonne doriche che sostengono un soffitto a cupolette, alcune delle quali realizzate in ceramica e cristalli colorati. Sopra il teatro invece si apre la vasta terrazza delimitata da un lungo sedile a forma di serpentina, rivestito in tessere di ceramica dai colori sgargianti (super instagrammabile).

Parco Güell a Barcellona – Antoni Gaudì (particolare)

Casa Batlló (1905-07) è un altro degli edifici più fotografati di Barcellona, si tratta di un piccolo edificio, noto per la caratteristica di cambiare colore a seconda della luce esterna: la facciata ondulata è difatti rivestita in mosaico di ceramica con sfumature dal verde all’azzurro, realizzata per contrastare le aperture regolari di finestre e balconi. La copertura della casa è composta da una torretta asimmetrica e da un tetto curvilineo rivestito da tegole colorate a forma di squame, dando l’impressione di un vero dorso di drago.

Casa Batllò – Antoni Gaudì

La cattedrale della Sagrada Familia
Il progetto a cui Gaudì dedicò gran parte della sua vita senza vederlo completato, si ispirava alle grandi cattedrali gotiche e simbolicamente ripercorreva la vita di Gesù: le tre facciate avrebbero dovuto rappresentare la Natività, la Passione e la Gloria, ma di queste è stata realizzata solo quella della Natività.

Antoni Gaudì – La Sagrada Familia (facciata natività)

Sapevate che lo vorrebbero beatificare? Ebbene sì! Un comitato di 30 ecclesiastici, accademici, designer e architetti han recentemente promosso l’iniziativa di proporre Gaudì per la beatificazione e la canonizzazione.

Che dire, io un giretto a Barcellona vorrei farlo di nuovo!

Noemi Spasari

Gustav Klimt, l’artista aureo

Fra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, la storia dell’arte fu segnata da una secessione (secessionstil in tedesco). Di cosa si tratta? È uno sviluppo di stili artistici che ebbero vita a Monaco di Baviera, Berlino e Vienna, o per meglio intendersi segna la creazione di un’associazione formata da 19 artisti, fra cui pittori e architetti, che si staccarono dall’Accademia di Belle Arti per formare un gruppo autonomo.

Il loro ideale stava nella “Gesamtkunstwerk” (non so neanche come pronunciarlo), cioè l’opera d’arte totale.

Fra questi Gustav Klimt è stato uno degli artisti più attivi e importanti.

Qualche informazione biografica

Gustav Klimt- Wikipedia

Il caro Gustav nasce il 14 luglio 1862 a Baumgarten, un quartiere di Vienna. Figlio di padre orafo e madre appassionata di musica classica, secondo di sette figli.
Sapevate che di questi sette figli della famiglia Klimt ben tre si dedicarono alla pittura, ma solo Gustav passo alla storia?

Gustav Klimt viene ammesso alla scuola d’arte e mestieri d’Austria a quattordici anni. Il talento del giovane Klimt non passa inosservato e infatti nel 1880 dipinse le quattro allegorie del Palazzo Sturany a Vienna e il soffitto della Kurhaus di Karlsbad e nel 1886 gli viene commissionata la decorazione del cortile del Kunsthistorisches Museu di Vienna. Da qui il suo successo andrà sempre aumentando, così come le richieste di lavori, difatti poté sempre godere di una situazione economica molto stabile (fattore non scontato per gli artisti, sigh).

Il 1892 fu un anno difficile per la famiglia Klimt, vennero a mancare prima il padre e poi uno dei figli, Ernst: il colpo fu duro per il nostro pittore, al punto che decise di interrompere la propria attività artistica per quasi sei anni.

In questo periodo inizia la relazione con Emilie Flöge che, pur essendo a conoscenza delle relazioni che il pittore intratteneva con altre donne, gli sarà compagna fino alla morte. Per capire il livello di tradimento, negli anni Novanta del XIX secolo Klimt sarà il padre riconosciuto di almeno quattordici figli.

La Secessione Viennese

Intorno alla fine del secolo nacque il movimento artistico della Secessione Viennese a cui facevamo riferimento all’inizio, Klimt ne fu il presidente.
Gli esponenti di questo movimento culturale avevano come obiettivo la creazione di uno stile che si distaccasse da quello accademico.

Alla prima mostra nel 1898 della Secessione vennero esposte, oltre a quelle di Klimt, le opere di Auguste Rodin, Puvis de Chavannes, Arnold Böcklin, Alfons Mucha e Fernand Khnopff. La seconda mostra inaugurò il Palazzo della Secessione, appositamente progettato da Joseph Maria Olbrich.

Pallade Atena (Pallas Athene) – 1898

Nel 1903 Klimt visita Ravenna e questo segna una tappa importante per lo stile del pittore: infatti, osservando lo sfarzo dei mosaici bizantini, ricchi di oro, il pittore resta profondamente ammirato dallo stile. Klimt era già approdato alla bidimensionalità e al linearismo delle figure con il dipinto “Giuditta I” e i due viaggi a Ravenna non fecero altro che accentuare le scelte dell’artista che già si muovevano in quella direzione. Da quel momento in poi per Klimt l’oro acquista una valenza espressiva sempre maggiore, fino al 1909 con il quadro “Giuditta II”, che segna la fine di questo periodo “aureo”.

La Secessione viennese entra in crisi, così Klimt si avvicina ai cosiddetti Laboratori Viennesi: in questa fase, il pittore abbandona l’eleganza delle linee liberty, per concentrarsi sul colore, che divenne più acceso e vivace.

Al ritorno da un viaggio in Romania, l’11 gennaio 1918, venne colpito da un ictus che lo condurrà alla morte. Klimt si spense il 6 febbraio del 1918 a Neubau.

Cosa ci resta di Klimt?

Il nostro pittore si era formato stilisticamente seguendo canoni di pittura tradizionali, ma seppe presto allontanarsene per avvicinarsi a una pittura più simbolica.
Quel che caratterizzò sempre lo stile di Klimt sono le linee eleganti e morbide, la bidimensionalità delle forme e l’attenzione al colore, nonché la centralità della figura femminile.
Le donne di Klimt sono tratte da personaggi della vita quotidiana, anche nel caso in cui rappresentino figure allegoriche, dai cui volti traspare una forza interiore straordinaria.

Qualche aneddoto e curiosità

Klimt era un inguaribile perfezionista: per completare il ritratto di Elisabeth Bachofen-Echt, figlia di una sua importante mecenate, ci impiego ben tre anni. Elisabeth era costretta a posare per ore. Klimt prendeva degli schizzi della ragazza in diverse pose, senza essere mai soddisfatto. Alla fine disse: “Non le assomiglia per nulla”.
Come dicevamo, Klimt era un gran dongiovanni. Si pensa infatti che fu una delle sue amanti, Mizzi Zimmermann, all’epoca incinta, a fornirgli l’ispirazione per il motivo della donna in gravidanza, ricorrente nei suoi lavori.
Autocelebrativo e quasi per niente interessato agli altri artisti, pronunciò un’iconica affermazione che riassume il suo pensiero: “Esistono solo due pittori: Velázquez e io“.

Noemi Spasari

Joan Mirò, l’artista sperimentatore

Quanti di voi guardando un’opera di un artista contemporaneo hanno pensato “ma che roba è?”.

L’arte contemporanea è l’arte più difficile da comprendere da alcuni punti di vista, ma da altri è molto semplice. Per alcuni artisti basta capire chi sono e cercare la loro prospettiva per aprirsi al loro mondo. Uno di questi, a parer mio, è Joan Mirò, che amo profondamente (tanto da dare il suo nome al mio cagnolino).

L’artista

Joan Mirò i Ferrà è stato un artista poliedrico: pittore, ceramista, disegnatore, incisore e scultore.
Nacque a Barcellona il 20 aprile 1893 (sì, avrei potuto aspettare la ricorrenza del suo compleanno per questo articolo, ma ormai è andata) ed è noto per essere uno dei maggiori esponenti del surrealismo.

Il disegno lo conquista sin da bambino, continuando con gli studi d’arte come “hobby”, per poi dedicarsi completamente alla pittura.

Nella sua Barcellona frequenta l’Accademia Galí fino al 1915, passando poi al Circolo Artistico di Sant Lluc. A ventitrè anni prende in affitto uno studio ed entra in contatto con diverse personalità del mondo dell’arte: sarà in questi anni che il giovane Joan conoscerà il fauvismo e terrà la sua prima esposizione personale alle Galeries Dalmau nel 1918.

Ma sono gli anni Venti e le discussioni d’arte si tengono a Parigi, così anche Mirò decide di partire attratto dalla comunità artistica che era solita riunirsi a Montparnasse (anche oggi in quel quartiere si respira l’aurea magica di quegli anni).

Mirò. Il Carnevale di Arlecchino, 1924-1925. Tecnica: olio su tela, 66 x 90,5 cm. Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, New York

Sapete chi c’era anche in quello stesso periodo a Parigi? Artisti come Picasso, il circolo dadaista di Tzara, ma anche Hemingway e Henry Miller (citerei anche Modigliani, anche se morì proprio nel ’20 a Parigi).

Già in questo periodo inizia a delinearsi il suo stile originale, inizialmente influenzato dai dadaisti, avvicinandosi poi al surrealismo.

Data importante (sempre secondo me) è il 1925 quando collabora con Max Ernst per la scenografia del balletto Romeo e Giulietta (se dico nomi che non conoscete fatemelo sapere, infondo all’articolo c’è una sezione per i commenti).

Romeo and Juliet Costume Design, 1926 by Joan Miro
https://www.joan-miro.net/romeo-and-juliet-costume-design.jsp

Il caro Joan oltre l’arte conosce anche l’amore e nel 1929 sposa Pilar Juncosa a Palma di Maiorca con cui avrà una figlia, Maria Dolores.

Inizia in questi anni la sua sperimentazione artistica con litografie, acquaforte, scultura, vetro, etc. A partire dagli anni Quaranta, Joan Mirò vive stabilmente a Maiorca (terra d’origine di sua madre) o a Montroig.

Fu uno dei più radicali teorici del surrealismo, tanto che André Breton (che era il fondatore di questa corrente artistica) lo descriveva come “il più surrealista di tutti noi”: in numerosi scritti e interviste espresse il suo profondo disprezzo per la pittura convenzionale e il desiderio di “ucciderla” o “massacrarla” al fine di arrivare a nuovi mezzi di espressione.
Successivamente abbandona anche il percorso surrealista, per dedicarsi a disegni primitivi.

Nel 1941 si tiene la sua prima grande retrospettiva al Museum of Modern Art di New York: amato da critici, storici e appassionati, verrà giudicato come uno dei più grandi artisti dell’arte contemporanea.

Miró. Figure di Notte guidate da tracce fosforescenti di lumache, dalla serie Costellazioni, 1940. Tecnica: Acquerello e Gouache su Carta, 37,9 x 45,7 cm. Filadelfia, Philadelphia Museum of Art

Negli anni successivi si susseguono grande fama e riconoscimenti (come premio per la grafica alla Biennale di Venezia e il Premio Internazionale Guggenheim), viaggiò molto ed ebbe numerose occasioni di esporre la sua arte, sia in collettive sia in personali; si dedica nuovamente alla scenografia teatrale e alle sculture per la città di Barcellona.

Nel 1972 fonda la Fundació Joan Miró a Barcellona, oggi un museo (bellissimo) che colleziona gran parte delle opere dell’artista. Negli ultimi anni della sua vita si dedica alle idee più radicali e quadrimensionali.

Muore il giorno di Natale, a novant’anni.

L’arte di Joan Mirò
È stato un artista particolarmente prolifico, poliedrico e fra i più influenti dello scorso secolo. Mirò ha avuto la capacità di sviluppare un linguaggio visivo assolutamente unico, distinguendosi per la sua voglia di sperimentazione.

Picasso una volta disse una cosa tipo “tutti i bambini nascono artisti, il problema è come rimanere artisti una volta cresciuti”. Mirò è uno di quegli artisti che ha capito come fare.

La sua arte è fresca e infantile, primitiva. Era solito celebrare il suo inconscio attraverso i colori della tavolozza, al punto da diventare un tutt’uno pittore-tela.

La grande sperimentazione che lo caratterizza produrrà un forte impatto in America, con movimenti rivoluzionari che porteranno all’action painting di Pollock, al Living Theatre (di cui spero di parlarvi presto) e agli Happening (momento di commozione).

L’arte di Mirò è una continua creazione di microcosmi, atomi, spirali, occhi, sfere, una simbologia dell’universo e dell’uomo.

Mirò danzava con la fantasia, esprimendo con i suoi colori emozioni primitive e profonde, note anarchiche di un alfabeto poetico.

Foto in evidenza: https://www.joan-miro.net/biography.jsp

@Noemi Spasari, 2021

La natività dal gotico al contemporaneo

Sono molte le tematiche che si sono ripetute nel corso dell’evoluzione artistica, temi mitologici, d’amore, di morte. Considerando che siamo vicini a Natale oggi vedremo insieme alcune fra le più famose e interessanti rappresentazioni della natività dal gotico al contemporaneo.

Confesso, i dipinti rappresentanti “Madonne con bambino” o “madonne con bambino e san Giovanni” e amici simili, mi hanno perseguitato negli anni universitari, in particolar modo mentre studiavo per l’esame di Storia dell’arte moderna. Un incubo.

Però, studiando, analizzando e valutando mi sono sempre più resa conto del valore che svolgevano per la società in cui son stati composti e la bellezza effettiva di alcuni (non può piacere tutto!).
Quello che farò sarà una breve carrellata di alcune delle opere più famose che ritraggono il gruppo della Natività nei secoli, con eventuale piccolo commento critico.

Partiamo da uno dei massimi esponenti del gotico, Giotto. L’opera (1303-5) in questione si trova all’interno della Cappella degli Scrovegni a Padova, quest’immagine di Natività è molto realistica, quasi credibile.
Maria è una giovane donna che ha appena dato alla luce suo figlio, è sdraiata e provata dal parto, ma con una torsione pone il piccolo nella sua povera culla, incrociandone lo sguardo. Un gesto che qualunque madre riconoscerebbe come proprio. Il piccolo Gesù ha un viso adulto, difatti sarà soltanto nel Rinascimento che acquisterà aspetto e atteggiamento di un vero neonato.

Giotto, Natività dalle Storie di Cristo, Cappella degli Scrovegni – Padova

Un altro esempio (datato 1308-11) che possiamo citare è tratto da un grande polittico (una pala d’altare costituita da vari elementi accostati insieme) realizzato da Duccio di Buoninsegna e destinato al Duomo di Siena. In questa rappresentazione abbiamo un’immagine diversa di Maria, è quasi monumentale, col suo corpo allungato che contrasta con il telo rosso steso sotto di lei. I vari personaggi sono disposti in proporzioni gerarchiche. Una scena di devozione, che non trasmette altro che riverenza.

Duccio di Buoninsegna, Duomo di Siena

Non potendo citare tutte le rappresentazioni della Natività facciamo un salto avanti e arriviamo a Sandro Botticelli, il grande artista ha riprodotto il Santo gruppo in differenti versioni (come la Natività Mistica), ma qui vi citerò L’Adorazione dei Magi (circa 1475), non tanto per il quadro in sé, ma per un dettaglio che a me personalmente fa molta tenerezza: Giuseppe si trova nel punto più alto della scena, simbolicamente dietro Maria e il bambino, con la testa poggiata su una mano e li osserva.

Sandro Botticelli, Adorazione dei Magi, 1475 – Galleria degli Uffizi

Passiamo ora a uno dei miei rinascimentali preferiti, Tiziano; in particolare L’Adorazione dei pastori (1570).
In questo dipinto possiamo notare come il Bambino prenda sempre più le forme di un neonato, con i suoi “rotolini” e tenerezze. Un dettaglio però è divertente nella scena: un cagnolino che fa i suoi bisogni al centro della scena. L’intento di Tiziano era di dare un carattere più realistico alla scena, ma fu visto come oltraggio e disonore (su di te, sulla tua famiglia e sulla tua mucca) e fu cancellato; solo dopo anni e dopo il restauro il cagnolino fu riportato alla luce.

Tiziano, Adorazione dei Magi

Il prossimo esempio è più noto forse per la sua storia, che per il dipinto in sé: Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi (1600) nota anche come la Natività palermitana di Caravaggio che fu trafugato nell’ottobre del 1969 e mai più ritrovato. La particolarità di quest’opera sta nel fatto che ogni personaggio è colto in un atteggiamento spontaneo; Giuseppe volge le spalle, ma si intuisce essere più giovane che come tradizionalmente raffigurato, la Madonna ha qui con le sembianze di una donna comune con un aspetto malinconico. Ciò che conferisce particolare drammaticità all’evento è il gioco di colori e luci che caratterizzano questa fase creativa del pittore.

Natività palermitana, Caravaggio

Per quanto riguarda invece l’Adorazione dei pastori (1689) di Charles Le Brun sicuramente vi è una diretta evocazione del divino, “Luce da Luce”. È il bambino a emanare la luce divina che farà accorrere i pastori nell’ampia capanna in cui è ambientata la scena, tra glorificazione e timore referenziale.

Adorazione dei pastori, Charles Le Brun (1689)

Facciamo un salto avanti nel tempo e arriviamo a Paul Gauguin.
L’arte non è più soggetta a committenze religiose, non è più legata a modelli, ma esprime l’animo dell’artista. Gauguin era in pieno periodo polinesiano e con Te tamari no atua – Il figlio di Dio (1896) rappresenta una Natività ispirata da ciò che lo circonda: Maria dorme distesa su di un letto in primo piano coperta da un pareo che sostituisce l’abito tradizionale, intorno al capo, contro il cuscino, si nota una aureola chiara. Anche Gesù dorme sereno, nelle braccia di un’altra donna e anche intorno al suo capo si trova una aureola chiara. Una scena tenera, familiare.

Paul Gauguin, Te tamari no atua – Il figlio di Dio (1896)

Henri Matisse, nel 1951, rappresenta non proprio una Natività, ma una Madonna col Bambino in semplici tratti neri. Un essenzialismo che trasmette quel che di fondo c’è in questa storia, una madre che abbraccia suo figlio, l’amore puro, la famiglia.

Madonna con bambino, Henri Matisse

L’ultima rappresentazione la cito perché non posso farne a meno, non verrà apprezzata o capita, ma secondo me è geniale. È una rappresentazione del designer Sebastian Bergne, la sua Natività ricorda un po’ i quadri di Piet Mondrian, visto che si basa esclusivamente su forma e colore.
I personaggi ci sono tutti: Maria, Giuseppe, Gesù, i tre re magi e un pastore, semplicemente sono resi ai minimi termini in forme cubiche.

Sebastian Bergne

Ci sarebbe moltissime opere da citare in questo breve excursus, opere di Leonardo, Michelangelo, Giorgione o Mantegna.
Ho voluto citare quelle che rappresentano, a parer mio, l’evoluzione artistica di questa scena.

 

@Noemi Spasari, 2020

Nasce WONDERFUL! il premio a sostegno dell’arte italiana under 40

L’arte non si ferma e neanche il sostegno agli artisti, per questo il Museo Novecento di Firenze presenta WONDERFUL! Premio a sostegno dell’arte italiana indirizzato ad artisti e collettivi under 40, promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Firenze in collaborazione con MUS.E e realizzato grazie grazie all’impegno di Publiacqua.

In cosa consiste? è un contributo del valore di 5000 euro, che sarà destinato al sostegno dell’attività di giovani artisti e collettivi nati e/o residenti in Italia.
Per partecipare alla selezione basterà inviare la propria candidatura attraverso la open call pubblicata sul sito del museo entro il mese di dicembre.

La prima edizione di WONDERFUL! sarà accompagnata dalla pubblicazione di un catalogo e da una mostra dedicati al progetto. Verrà inoltre dato inizio ad un archivio sull’arte italiana che raccoglierà i dossier inviati dai partecipanti alla call, che si arricchirà negli anni restando a disposizione di curatori, storici dell’arte, critici e collezionisti come materiale di studio e approfondimento.

Fonte: http://www.museonovecento.it/

Jeff Koons ritorna a Firenze nel 2021

Jeff Koons sarebbe dovuto tornare nel capoluogo toscano quest’anno con una grande mostra, rinviata a causa dell’emergenza sanitaria.

Fondazione Palazzo Strozzi ha annunciato le nuove date, questa volta si spera, definitive: dal 23 settembre 2021 al 23 gennaio 2022 si terrà Shine, una mostra che raccoglierà le opere più significative della carriera di Koons a partire dagli anni Settanta, sviluppata in rapporto diretto con l’artista, a cura del direttore Arturo Galansino e del teorico dell’arte Joachim Pissarro.

MAXXI: riapre la biblioteca del Museo e continuano gli incontri online

#nonfermiamoleidee: è con questo motto che al MAXXI riaprono le porte della biblioteca e del centro archivi di architettura.

Continuano anche gli appuntamenti online che possono essere seguiti sul sito e sui social del Museo.

In attesa di tornare insieme al MAXXI, si entra negli spazi di mostra con i suoi protagonisti: Hou Hanru incontra Isaac Julien e dalla galleria in cui sta nascendo Aldo Rossi. L’architetto e le città, Pippo Ciorra e Alberto Ferlenga raccontano lo straordinario Maestro.

La biblioteca del Museo riapre dal 9 al 23 dicembre e, dopo le feste, da giovedì 7 gennaio. È necessario prenotare una postazione scrivendo una email a bibliomaxxi@fondazionemaxxi.it

Il centro archivi riapre dal 9 al 22 dicembre e, dopo le feste, da giovedì 7 gennaio. L’accesso, su prenotazione, è consentito il martedì, mercoledì e giovedì dalle ore 11:00 alle 16:00. Per fissare un appuntamento: centro.archivi@fondazionemaxxi.it

EVENTI ONLINE

PRIMA VISIONE: LIBRI AL MAXXI PHOTOBOOK. L’IMMAGINE DI UN’IMMAGINE DI SILVIA BORDINI
MERCOLEDÌ 9 DICEMBRE ORE 18:30

LIVE: CONVERSAZIONI D’AUTORE ISAAC JULIEN CON HOU HANRU GIOVEDÌ 10 DICEMBRE ORE 19:00

LIVE: TALK ALDO ROSSI. PICTURES AT AN ANOTHER EXHIBITION VENERDÌ 11 DICEMBRE ORE 18:00

PRIMA VISIONE: TALK SWATCH ART-TALK SABATO 12 DICEMBRE ORE 12:00

PRIMA VISIONE: COLLEZIONE DA ASCOLTARE MICHELA MURGIA LEGGE MARIA LAI DOMENICA 13 DICEMBRE ORE 12:30

WORKSHOP ONLINE MAXXI IN FAMIGLIA SCOPRIAMO LA COLLEZIONE: CLAUDIO PARMIGGIANI
DOMENICA 13 DICEMBRE ORE 16:30

XVI GIORNATA DEL CONTEMPORANEO ANIMAL CINEMA DI EMILIO VAVARELLA ONLINE FINO ALL’11 DICEMBRE

 

info sul sito del Museo

Ulay Was Here: la grande retrospettiva dell’artista

La prima retrospettiva, dopo la morte dell’artista lo scorso marzo, è stata recentemente inaugurata allo Stedelijk Museum di Amsterdam: Ulay Was Here conta 200 opere, di cui molte mai esposte prima.

La mostra è dedicata a Frank Uwe Laysiepen, (Solingen, 1943 – Lubiana, 2020), noto in tutto il mondo come Ulay.

Ulay was here ripercorre la vita e la carriera del celebre artista, tra i pionieri della fotografia Polaroid e tra i principali esponenti della body art e della performance, forma d’arte, quest’ultima, approfondita per molto tempo insieme alla compagna Marina Abramović.

La grande retrospettiva mette in esame l’intera opera dell’artista, concentrando l’analisi su quattro temi chiave della sua vita e del suo lavoro: la sua attenzione alla performance e agli aspetti performativi della fotografia; la ricerca sull’identità e il corpo come medium; l’impegno e l’interesse verso temi sociali e politiche; il suo rapporto con Amsterdam, la città in cui ha vissuto e lavorato per quattro decenni.

Esposti fotografie, Polaroid (in bianco e nero e a colori, di diverso formato), sculture, proiezioni video e fotografiche di performance, materiale documentario.

Ulay, S’he, 1973–1974, Copyright The Artist, Courtesy ULAY Foundation – da stedelijk.nl