Gustav Klimt, l’artista aureo

Fra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, la storia dell’arte fu segnata da una secessione (secessionstil in tedesco). Di cosa si tratta? È uno sviluppo di stili artistici che ebbero vita a Monaco di Baviera, Berlino e Vienna, o per meglio intendersi segna la creazione di un’associazione formata da 19 artisti, fra cui pittori e architetti, che si staccarono dall’Accademia di Belle Arti per formare un gruppo autonomo.

Il loro ideale stava nella “Gesamtkunstwerk” (non so neanche come pronunciarlo), cioè l’opera d’arte totale.

Fra questi Gustav Klimt è stato uno degli artisti più attivi e importanti.

Qualche informazione biografica

Gustav Klimt- Wikipedia

Il caro Gustav nasce il 14 luglio 1862 a Baumgarten, un quartiere di Vienna. Figlio di padre orafo e madre appassionata di musica classica, secondo di sette figli.
Sapevate che di questi sette figli della famiglia Klimt ben tre si dedicarono alla pittura, ma solo Gustav passo alla storia?

Gustav Klimt viene ammesso alla scuola d’arte e mestieri d’Austria a quattordici anni. Il talento del giovane Klimt non passa inosservato e infatti nel 1880 dipinse le quattro allegorie del Palazzo Sturany a Vienna e il soffitto della Kurhaus di Karlsbad e nel 1886 gli viene commissionata la decorazione del cortile del Kunsthistorisches Museu di Vienna. Da qui il suo successo andrà sempre aumentando, così come le richieste di lavori, difatti poté sempre godere di una situazione economica molto stabile (fattore non scontato per gli artisti, sigh).

Il 1892 fu un anno difficile per la famiglia Klimt, vennero a mancare prima il padre e poi uno dei figli, Ernst: il colpo fu duro per il nostro pittore, al punto che decise di interrompere la propria attività artistica per quasi sei anni.

In questo periodo inizia la relazione con Emilie Flöge che, pur essendo a conoscenza delle relazioni che il pittore intratteneva con altre donne, gli sarà compagna fino alla morte. Per capire il livello di tradimento, negli anni Novanta del XIX secolo Klimt sarà il padre riconosciuto di almeno quattordici figli.

La Secessione Viennese

Intorno alla fine del secolo nacque il movimento artistico della Secessione Viennese a cui facevamo riferimento all’inizio, Klimt ne fu il presidente.
Gli esponenti di questo movimento culturale avevano come obiettivo la creazione di uno stile che si distaccasse da quello accademico.

Alla prima mostra nel 1898 della Secessione vennero esposte, oltre a quelle di Klimt, le opere di Auguste Rodin, Puvis de Chavannes, Arnold Böcklin, Alfons Mucha e Fernand Khnopff. La seconda mostra inaugurò il Palazzo della Secessione, appositamente progettato da Joseph Maria Olbrich.

Pallade Atena (Pallas Athene) – 1898

Nel 1903 Klimt visita Ravenna e questo segna una tappa importante per lo stile del pittore: infatti, osservando lo sfarzo dei mosaici bizantini, ricchi di oro, il pittore resta profondamente ammirato dallo stile. Klimt era già approdato alla bidimensionalità e al linearismo delle figure con il dipinto “Giuditta I” e i due viaggi a Ravenna non fecero altro che accentuare le scelte dell’artista che già si muovevano in quella direzione. Da quel momento in poi per Klimt l’oro acquista una valenza espressiva sempre maggiore, fino al 1909 con il quadro “Giuditta II”, che segna la fine di questo periodo “aureo”.

La Secessione viennese entra in crisi, così Klimt si avvicina ai cosiddetti Laboratori Viennesi: in questa fase, il pittore abbandona l’eleganza delle linee liberty, per concentrarsi sul colore, che divenne più acceso e vivace.

Al ritorno da un viaggio in Romania, l’11 gennaio 1918, venne colpito da un ictus che lo condurrà alla morte. Klimt si spense il 6 febbraio del 1918 a Neubau.

Cosa ci resta di Klimt?

Il nostro pittore si era formato stilisticamente seguendo canoni di pittura tradizionali, ma seppe presto allontanarsene per avvicinarsi a una pittura più simbolica.
Quel che caratterizzò sempre lo stile di Klimt sono le linee eleganti e morbide, la bidimensionalità delle forme e l’attenzione al colore, nonché la centralità della figura femminile.
Le donne di Klimt sono tratte da personaggi della vita quotidiana, anche nel caso in cui rappresentino figure allegoriche, dai cui volti traspare una forza interiore straordinaria.

Qualche aneddoto e curiosità

Klimt era un inguaribile perfezionista: per completare il ritratto di Elisabeth Bachofen-Echt, figlia di una sua importante mecenate, ci impiego ben tre anni. Elisabeth era costretta a posare per ore. Klimt prendeva degli schizzi della ragazza in diverse pose, senza essere mai soddisfatto. Alla fine disse: “Non le assomiglia per nulla”.
Come dicevamo, Klimt era un gran dongiovanni. Si pensa infatti che fu una delle sue amanti, Mizzi Zimmermann, all’epoca incinta, a fornirgli l’ispirazione per il motivo della donna in gravidanza, ricorrente nei suoi lavori.
Autocelebrativo e quasi per niente interessato agli altri artisti, pronunciò un’iconica affermazione che riassume il suo pensiero: “Esistono solo due pittori: Velázquez e io“.

Noemi Spasari

Joan Mirò, l’artista sperimentatore

Quanti di voi guardando un’opera di un artista contemporaneo hanno pensato “ma che roba è?”.

L’arte contemporanea è l’arte più difficile da comprendere da alcuni punti di vista, ma da altri è molto semplice. Per alcuni artisti basta capire chi sono e cercare la loro prospettiva per aprirsi al loro mondo. Uno di questi, a parer mio, è Joan Mirò, che amo profondamente (tanto da dare il suo nome al mio cagnolino).

L’artista

Joan Mirò i Ferrà è stato un artista poliedrico: pittore, ceramista, disegnatore, incisore e scultore.
Nacque a Barcellona il 20 aprile 1893 (sì, avrei potuto aspettare la ricorrenza del suo compleanno per questo articolo, ma ormai è andata) ed è noto per essere uno dei maggiori esponenti del surrealismo.

Il disegno lo conquista sin da bambino, continuando con gli studi d’arte come “hobby”, per poi dedicarsi completamente alla pittura.

Nella sua Barcellona frequenta l’Accademia Galí fino al 1915, passando poi al Circolo Artistico di Sant Lluc. A ventitrè anni prende in affitto uno studio ed entra in contatto con diverse personalità del mondo dell’arte: sarà in questi anni che il giovane Joan conoscerà il fauvismo e terrà la sua prima esposizione personale alle Galeries Dalmau nel 1918.

Ma sono gli anni Venti e le discussioni d’arte si tengono a Parigi, così anche Mirò decide di partire attratto dalla comunità artistica che era solita riunirsi a Montparnasse (anche oggi in quel quartiere si respira l’aurea magica di quegli anni).

Mirò. Il Carnevale di Arlecchino, 1924-1925. Tecnica: olio su tela, 66 x 90,5 cm. Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, New York

Sapete chi c’era anche in quello stesso periodo a Parigi? Artisti come Picasso, il circolo dadaista di Tzara, ma anche Hemingway e Henry Miller (citerei anche Modigliani, anche se morì proprio nel ’20 a Parigi).

Già in questo periodo inizia a delinearsi il suo stile originale, inizialmente influenzato dai dadaisti, avvicinandosi poi al surrealismo.

Data importante (sempre secondo me) è il 1925 quando collabora con Max Ernst per la scenografia del balletto Romeo e Giulietta (se dico nomi che non conoscete fatemelo sapere, infondo all’articolo c’è una sezione per i commenti).

Romeo and Juliet Costume Design, 1926 by Joan Miro
https://www.joan-miro.net/romeo-and-juliet-costume-design.jsp

Il caro Joan oltre l’arte conosce anche l’amore e nel 1929 sposa Pilar Juncosa a Palma di Maiorca con cui avrà una figlia, Maria Dolores.

Inizia in questi anni la sua sperimentazione artistica con litografie, acquaforte, scultura, vetro, etc. A partire dagli anni Quaranta, Joan Mirò vive stabilmente a Maiorca (terra d’origine di sua madre) o a Montroig.

Fu uno dei più radicali teorici del surrealismo, tanto che André Breton (che era il fondatore di questa corrente artistica) lo descriveva come “il più surrealista di tutti noi”: in numerosi scritti e interviste espresse il suo profondo disprezzo per la pittura convenzionale e il desiderio di “ucciderla” o “massacrarla” al fine di arrivare a nuovi mezzi di espressione.
Successivamente abbandona anche il percorso surrealista, per dedicarsi a disegni primitivi.

Nel 1941 si tiene la sua prima grande retrospettiva al Museum of Modern Art di New York: amato da critici, storici e appassionati, verrà giudicato come uno dei più grandi artisti dell’arte contemporanea.

Miró. Figure di Notte guidate da tracce fosforescenti di lumache, dalla serie Costellazioni, 1940. Tecnica: Acquerello e Gouache su Carta, 37,9 x 45,7 cm. Filadelfia, Philadelphia Museum of Art

Negli anni successivi si susseguono grande fama e riconoscimenti (come premio per la grafica alla Biennale di Venezia e il Premio Internazionale Guggenheim), viaggiò molto ed ebbe numerose occasioni di esporre la sua arte, sia in collettive sia in personali; si dedica nuovamente alla scenografia teatrale e alle sculture per la città di Barcellona.

Nel 1972 fonda la Fundació Joan Miró a Barcellona, oggi un museo (bellissimo) che colleziona gran parte delle opere dell’artista. Negli ultimi anni della sua vita si dedica alle idee più radicali e quadrimensionali.

Muore il giorno di Natale, a novant’anni.

L’arte di Joan Mirò
È stato un artista particolarmente prolifico, poliedrico e fra i più influenti dello scorso secolo. Mirò ha avuto la capacità di sviluppare un linguaggio visivo assolutamente unico, distinguendosi per la sua voglia di sperimentazione.

Picasso una volta disse una cosa tipo “tutti i bambini nascono artisti, il problema è come rimanere artisti una volta cresciuti”. Mirò è uno di quegli artisti che ha capito come fare.

La sua arte è fresca e infantile, primitiva. Era solito celebrare il suo inconscio attraverso i colori della tavolozza, al punto da diventare un tutt’uno pittore-tela.

La grande sperimentazione che lo caratterizza produrrà un forte impatto in America, con movimenti rivoluzionari che porteranno all’action painting di Pollock, al Living Theatre (di cui spero di parlarvi presto) e agli Happening (momento di commozione).

L’arte di Mirò è una continua creazione di microcosmi, atomi, spirali, occhi, sfere, una simbologia dell’universo e dell’uomo.

Mirò danzava con la fantasia, esprimendo con i suoi colori emozioni primitive e profonde, note anarchiche di un alfabeto poetico.

Foto in evidenza: https://www.joan-miro.net/biography.jsp

@Noemi Spasari, 2021

The GrandMother of Performance Marina Abramović

Se parliamo di performance art, quella corrente artistica che consiste in un’esperienza effimera e autentica sia per gli artisti che per il pubblico, un evento irripetibile e unico, il pensiero immediato va a Lei, la regina di questa arte: Marina Abramović. Lei stessa si è autodefinita la «nonna della performance art», per sottolineare la portata rivoluzionaria del suo modo di intendere la performance artistica che, nel suo caso, prevede spesso la partecipazione del pubblico, sia a livello mentale che fisico. Con il suo lavoro esplora le relazioni tra l’artista e il pubblico, mettendo in contrasto i limiti del corpo e le possibilità della mente.

http://www.instyle.com

Chi è Marina Abramović?
Nata a Belgrado nel 1946, è un’artista serba, naturalizzata statunitense, i genitori erano partigiani della Seconda Guerra Mondiale, mentre suo nonno, un patriarca della chiesa ortodossa serba, fu addirittura proclamato santo!

Pensate che ricevette la sua prima lezione d’arte proprio dal padre all’età di 14 anni, quando chiese al genitore di comprarle dei colori: il padre arrivò con un amico con il quale iniziò a tagliare a caso un pezzo di tela, gettandovi sopra materiali e colori vari.

Studia prima all’Accademia di Belle Arti di Belgrado, poi a quella di Zagabria. In questi anni comincia a usare il corpo come strumento artistico e a dedicarsi al suono e all’arte performativa.

Nel 1973 porta in vita la sua prima performance Rhythm 10 al Museo d’Arte Contemporanea di Villa Borghese a Roma, in cui esplora elementi di ritualità gestuale.

Usando dieci coltelli e due registratori, l’artista esegue un gioco russo nel quale ritmici colpi di coltello sono diretti tra le dita aperte della mano (il gioco del coltello).

L’anno successivo presenta Rhythm 0 allo studio Morra a Napoli, qui l’Abramović si presenta al pubblico posando sul tavolo diversi strumenti di “piacere” e “dolore”; fu detto agli spettatori che per un periodo di sei ore l’artista sarebbe rimasta passivamente priva di volontà e avrebbero potuto usare liberamente quegli strumenti con qualsiasi volontà.

rhythm 0

Nel ’76 un incontro cambia e segna la sua vita: ad Amsterdam conosce il performer tedesco Uwe Laysiepen, meglio noto come Ulay. Entrambi nati il 30 novembre, sembravano essere destinati a conoscersi.

Fra loro nacque subito una forte intesa sentimentale e artistica, dando vita insieme a una serie di opere performative, segnando anni di amore e arte, un sentimento unico e indescrivibile.

Insieme realizzano la serie di opere Relation Works e hanno ideato il manifesto Art Vital, che definisce la direzione della loro pratica artistica. Tra le loro realizzazioni più note cito la performance Imponderabilia, tenuta presso la Galleria Comunale di Arte Moderna di Bologna: i due artisti, completamente nudi, erano posizionati l’uno di fronte all’altra all’ingresso di un passaggio molto stretto attraverso cui gli spettatori dovevano passare se volevano visitare il museo. Questa performance fu considerata scandalosa e fu interrotta dopo alcune ore dalle forze dell’ordine.

Il loro sodalizio artistico e affettivo prosegue per anni, fino al 1988. Due artisti del genere non potevano lasciarsi come due “persone normali”: la fine della loro relazione fu segnata da una performance, The Lovers. Intraprendendo una sorta di viaggio spirituale, i due hanno percorso, in solitaria, metà della Grande Muraglia Cinese, partendo dalle due estremità e incontrandosi a metà di essa.

Marina continua a viaggiare e a proporre nuove performance e ha “diffuso” il suo percorso artistico per aiutare le persone a entrare in contatto con la parte più profonda di sé stessi.

Nel 2010 al MoMA di New York presenta una delle sue opere più complesse The artisti is present che in tre mesi ha ripercorso le tappe della sua storia artistica, riportate in vita da performer “addestrati” da lei. In questi tre mesi l’artista sceglie di sedere immobile e in silenzio davanti a un tavolo per sette ore al giorno, a incontrare gli sguardi del pubblico, che quasi come in un solenne rituale pagano, le si avvicina lentamente e le si siede di fronte, per tutto il tempo che ritiene necessario.

moma.org

Chi non ha visto l’immagine di lei e Ulay toccarsi le mani e piangere seduti a quel tavolo? Ebbene, Ulay fu un visitatore inaspettato, l’artista alla sua vista non ha resistito e ha “infranto” le regole della performance spingendosi in avanti e stringendo le mani all’uomo che ha segnato una parte fondamentale della sua vita.

Il “Metodo Abramović” ha avuto luogo a Milano presso il PAC di via Palestro, parteciparono tantissimi sostenitori nel mondo dell’arte fra cui Lady Gaga. La performance consisteva nell’entrare nel mondo del silenzio, lontani dai rumori, rimanere soli con se stessi e allontanarsi per poche ore dalla realtà.

Non stupisce sapere che Marina ha già preparato la sua ultima performance: GrandMother Of Performance avverrà solo il giorno del suo funerale. Quel giorno ci saranno tre bare e ciascuna sarà mandata in una delle tre città che hanno segnato la sua vita, quindi Belgrado, Amsterdam, New York. Solo una conterrà il corpo dell’artista, ma nessuno potrà saperlo.

Un’artista unica, che ha segnato il mondo dell’arte.

@Noemi Spasari, 2021

Le due Franca, Rame e Valeri: due vite per l’arte

Melius abundare quam deficere, così oggi ho deciso di dedicare questo spazio non a una sola donna, ma a due: le due Franca del mondo del teatro.
Sto ovviamente parlando di Franca Rame e Franca Valeri, attrice teatrale, drammaturga e politica una, attrice, sceneggiatrice e drammaturga sia di teatro sia di cinema l’altra.

Sono due donne che hanno lasciato il segno non solo nel teatro, ma anche nella storia del nostro Paese, due artiste dall’istrionica e coinvolgente personalità, uniche nel loro genere. Riuscire a riassumere in poche righe il loro essere è un lavoro quanto mai arduo, quindi cercherò di darvi almeno un’idea di chi sono state queste due donne.

Franca Rame (Parabiago, 18 luglio 1929 – Milano, 29 maggio 2013)
Era figlia d’arte, il padre Domenico era un attore e la madre Emilia Baldini fu prima maestra, poi attrice. Impara a gattonare nel mondo dell’arte: sin da neonata interpreta i ruoli da infante nelle commedie portate in scena dalla compagnia di famiglia.

C’è una sua frase che mi è rimasta impressa e che secondo me mostra proprio come fosse nata per fare teatro: «C’è un momento della mia infanzia che spesso mi ritorna in mente. Sto giocando con delle compagne di scuola sul balcone e sento mio padre che parla con la mamma: “È ora che Franca incominci a recitare, ormai è grande”. Avevo tre anni».

A 25 anni sposa l’attore Dario Fo, con cui avrà un figlio, Jacopo. Insieme al marito fonda la Compagnia Dario Fo-Franca Rame, di cui Fo è il regista e il drammaturgo del gruppo e lei la prima attrice, collaboratrice all’allestimento dei testi e l’amministratrice.

con il marito Dario Fo

La storia d’amore e d’arte Fo-Rame durerà per oltre cinquant’anni contando centinaia di spettacoli di generi sempre diversi: dalla farsa e la commedia dell’arte al teatro politico, ma anche teatro civile e sociale.

Fra questi ultimi cito un’opera difficile da descrivere, cruda e terribile: Lo stupro, la drammatica rappresentazione teatrale di un’esperienza vissuta direttamente dall’attrice anni prima, quando fu violentata e torturata da un gruppo di neofascisti. Vi lascio il link al video, ma vi avverto prima di guardarlo, non è di facile digestione.

da Lo stupro

Per quanto riguarda la sua attività politica, Franca Rame abbraccia l’utopia sessantottina al fianco di Dario Fo; fondano il collettivo “Nuova Scena”, ma dopo aver assunto la direzione di uno dei tre gruppi in cui era diviso il collettivo, a causa di divergenze politiche si separa – assieme al marito – facendo nascere un altro gruppo di lavoro, detto “La Comune”.

Con la sua “Comune” porta in scena testi di satira e di controinformazione politica, che si presentano spesso con un carattere molto feroce, come per esempio Morte accidentale di un anarchico e Non si paga! Non si paga.
Alla fine degli anni Settanta si unisce al movimento femminista, portando a teatro queste ideologie in testi come Tutta casa, letto e chiesa, Grasso è bello! e La madre.

Per non farsi mancare nulla nel 2006 si candida in politica e diventa senatrice, ma lascerà la posizione dopo un paio d’anni.

Nel corso della sua vita in scena, la sua conoscenza del mondo teatrale le ha permesso di trattare in modo ironico e provocatorio anche temi scottanti, trasformando la commedia dell’arte in un focolaio culturale attuale.
Lei e Dario scrivono un’autobiografia intitolata Una vita all’improvvisa nel 2009.

Franca Rame muore il 29 maggio 2013 all’età di 84 anni.

La sua storia d’amore e d’arte con Dario Fo è fra le più belle di cui abbia mai sentito parlare, sono sempre ritratti sorridenti, ovviamente non si son fatti mancare lunghe crisi, tradimenti, incomprensioni, ma com’erano belli insieme, innamorati fino all’ultimo giorno.

http://www.archivio.francarame.it/

Franca Valeri (Milano, 31 luglio1920 – Roma, 9 agosto 2020)
Nasce come Franca Maria Norsa, ma lo cambierà in Valeri negli anni Cinquanta, dopo aver maturato una passione per lo scrittore e poeta francese Paul Valery.
Si appassiona sin da piccola al teatro di prosa, segue un percorso di studi umanistici. È vittima delle leggi razziali del periodo fascista, che hanno portato suo padre e suo fratello a rifugiarsi in Svizzera, riuscendo lei ad evitare la deportazione grazie a un documento falso.

Debutta a teatro dopo la Seconda guerra mondiale, ottenendo grandi successi, mostrandosi sin da subito come una fenomenale attrice: la signorina snob è forse il suo personaggio più celebre, nato quando Franca era ancora adolescente, un personaggio che durerà per lunghi anni e diventerà specchio di un’Italia borghese.

La signorina snob – da connessiallopera.it

Insieme ad Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli forma la Compagnia del Teatro dei Gobbi, che si trasferisce a Parigi portando una serie di sketch satirici sulla società contemporanea senza ausilio di scene e costumi: filosofia della compagnia era proprio quella di non fare indossare costumi agli attori per caratterizzare uno o l’altro personaggio, ma mostrandoli al naturale così che venisse premiata l’improvvisazione.

La “vulcanica Franca” esordisce al cinema con Federico Fellini, prendendo poi parte alle migliori commedie della tradizione italiana: la vediamo in Totò a colori, Piccola posta, Il segno di Venere, Il vedovo, etc. 

Franca Valeri era una personalità dalle molteplici doti, sempre pronta a sperimentare nuovi mondi. Difatti, insieme a cinema e teatro si occupa anche di doppiaggio, sceneggiatura, regia, e soprattutto, di televisione spopolando con il noto personaggio della Signora Cecioni che apparirà in differenti programmi televisivi.

La signora Cecioni – da Wikipedia

Nel corso degli anni Sessanta pubblica una serie di dischi nei quali vengono registrati i suoi personaggi femminili: nascono così gli album Le donne di Franca Valeri (1962), Una serata con Franca Valeri (1965) e La signora Cecioni e le altre (1968). Negli album ogni traccia racchiude un breve monologo dei personaggi più celebri e conosciuti di Franca Valeri, attraverso la radio e la televisione.

Franca Valeri è stata sposata con Vittorio Caprioli, attore e regista con il quale ha lavorato assieme in teatro e al cinema, i due si conoscono negli anni Quaranta, mentre la Valeri recita i suoi monologhi caratteristici a Parigi.  Successivamente si legherà per altri dieci anni al direttore d’orchestra Maurizio Rinaldi, scomparso nel 1995.

Legata al Teatro alla Scala di Milano, dove ha maturato la sua passione per l’opera lirica, Franca Valeri si è anche cimentata come regista di melodrammi (per non farsi mancare niente). Per tutta la vita continua a cimentarsi in ruoli e arti, dal teatro al cinema, alle fiction RAI.

Peculiare dello stile di Franca Valeri è sicuramente l’uso intelligente e raffinato dell’ironia, unito alla sua capacità di riuscire a far riflettere su quelli che sono i vizi e le virtù della società.

https://www.open.online/2020/08/09/100-anni-franca-valeri-video/

Attrice di teatro e cinema, sceneggiatrice, regista, cantante, cosa manca all’appello? Scrittrice, perché sì, la Valeri ha anche pubblicato tantissimi libri: per citarne alcuni Il diario della signorina snob del 1951, oppure più recente Animali e altri attori e il suo lavoro autobiografico intitolato Bugiarda no, reticente.

Come se non bastasse fondò anche l’Associazione Franca Valeri – Onlus per l’assistenza agli animali abbandonati, per contrastare il randagismo.

Muore all’alba del 9 agosto 2020 nella sua casa di Roma, pochi giorni dopo aver festeggiato il suo 100º compleanno.

Due donne diverse, che hanno vissuto una vita piena di arte e hanno lasciato il segno nella società e nel mondo.

@Noemi Spasari, 2021

Il mito nelle opere scultoree di Antonio Canova

Antonio Canova (1757 – 1822) è uno dei nomi più noti della scultura italiana, il massimo esponente del Neoclassicismo e per questo gli venne dato il soprannome “il nuovo Fidia” (scultore e architetto ateniese del V secolo a.C.).

Scrivo questo articolo perché mi è stato richiesto da più persone, quindi spero di farvi piacere!

Qualche informazione biografica
Canova nacque a Possagno (comune veneto) nel 1757, svolse il suo apprendistato a Venezia e successivamente si trasferì a Roma, città in cui visse per il resto della sua vita sebbene si concedesse molti viaggi.

Si avvicinò alle teorie neoclassiche di Winckelmann (uno dei miei nemici mortali) e Mengs.

Inoltre, il caro Canova ebbe committenti prestigiosi come gli Asburgo oppure i Borbone, ma anche la corte pontificia o lo stesso Napoleone e anche vari esponenti della nobiltà veneta, romana e russa, diciamo che non se la passava male.

In questo articolo vi mostrerò alcune delle più importanti opere che Antonio Canova dedicò a tematiche mitologiche (il criterio di scelta è totalmente a mia discrezione, quindi non su una base scientifica-logica, ma a gusto personale).

  • Teseo sul Minotauro

Questo gruppo scultoreo (non voglio dare termini fighetti a caso, si dice così quando ci sono più soggetti) di marmo bianco è stato realizzato dal nostro artista tra il 1781 e il 1783 ed è esposto nel Victoria and Albert Museum di Londra.

da Wikipedia

Il soggetto è ispirato a una leggenda che troviamo nelle Metamorfosi del poeta latino Ovidio e narra la storia del prode eroe greco Teseo che, con l’aiuto di Arianna (il filo di Arianna, avete presente?), riuscì a penetrare nel labirinto di Cnosso e uccidere il Minotauro, la leggendaria mostruosa creatura con la testa di toro e il corpo di uomo.

In particolare, il momento che Canova sceglie di immortalare è quello immediatamente successivo alla conclusione del conflitto, proprio seguendo la poetica neoclassica.

Nell’opera vediamo infatti l’eroe greco seduto sul mostro appena ucciso, provando quasi pena per la sua preda; il Minotauro è rappresentato esanime su una roccia. Una scultura che rappresenta la quiete dopo la tempesta, Teseo difatti è mostrato pervaso da un senso di pace e tranquillità, perfino di stanchezza.

Quest’opera ha anche una forte valenza allegorica, alludendo alla vittoria della ragione sull’irrazionalità, rispecchiando le ideologie illuministe.

  • Ercole e Lica

Un po’ meno famoso è il gruppo scultoreo in marmo dedicato a Ercole e Lica, eseguito tra il 1795 e il 1815 e conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. L’opera è frutto di una di quelle commissioni di cui parlavamo prima, questa da parte di da Onorato Gaetani dei principi d’Aragona. In occasione della prima esposizione questo gruppo scultoreo riscosse molto successo, ma in seguito fu mal visto dalla critica.

da Wikipedia

Ercole e Lica prende ispirazione da un racconto mitologico che vede Ercole impazzito dal dolore procuratogli dalla tunica intrisa dal sangue avvelenato del centauro Nesso, che scaglia in aria il giovanissimo Lica, ignaro di tutto, colpevole soltanto di avergliela consegnata su ordine di Deianira.

Quest’opera è il risultato di un attento studio che il nostro Canova fece su celebri marmi dell’antichità, il più noto fra tutti lo stupendo gruppo del Laocoonte.

  • Orfeo ed Euridice

Questo gruppo scultoreo è stato realizzato in pietra di Vicenza intorno al 1775/76 ed è custodito nel Salone da ballo del Museo Correr a Venezia ed è una delle principali opere giovanili dell’artista. Anche in questo caso l’ispirazione viene dalle Metamorfosi di Ovidio, ma anche dalle Georgiche di Virgilio, infatti sul basamento troviamo un’iscrizione che riporta alcuni versi dei due poeti latini.

da museocanova.it

Pensate che queste opere erano destinate a decorare il giardino della casa di campagna della famiglia Falier di Venezia (poracci proprio).

Qui la storia dei due amanti

Dedalo e Icaro
Torniamo al marmo con quest’opera del 1779 e conservata al Museo Correr di Venezia, anche questa è un’opera del periodo giovanile dell’artista.

da Wikipedia

Chi non conosce la storia di Dedalo, l’architetto che progettò il labirinto di Cnosso che conteneva il Minotauro, che per poter fuggire da Creta creò delle ali di cera per se stesso e per il figlio Icaro? E chi non conosce poi il resto della storia che vede Icaro volare troppo vicino al sole e poi cadere in mare perché la cera si era sciolta?

In questa composizione scultorea notiamo una contrapposizione fra le due figure poste simmetricamente: da una parte Dedalo anziano, molto realistico, dall’altra Icaro, giovane e con una bellezza irreale. Le due figure sono poste su un’asse simmetrica che forma una sorta di X. Inoltre, la scultura è caratterizzata dal contrasto luce-ombra creata dai due corpi.

  • Adone e Venere

Si tratta di un’opera composta fra il 1789 e il 1794, in marmo bianco ed esposta al Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra. Questa scultura è stata realizzata dal Canova senza commissioni, ma successivamente acquistata dal patrizio genovese Giovan Domenico Berio di Salza che lo collocò nei pressi di un tempietto nel giardino del Palazzo Berio di Napoli.

da analisidellopera.it

In quest’opera viene raffigurato il momento dell’ultimo saluto fra la dea Venere/Afrodite e il giovane Adone dalla bellezza straordinaria, che verrà poi ucciso da un cinghiale inviato da Marte/Ares in preda alla gelosia.

I due amanti vengono raffigurato dal Canova immersi in un momento di intimità profonda, sembrano quasi aver perso il contatto con la realtà, labbra socchiuse e i volti reclinati e si guardano dolcemente negli occhi, Venere sta accarezzando il viso di Adone ingredienti con i quali lo scultore intende mettere in risalto il loro rapporto d’amore.

Venere è rappresentata mentre si appoggia su di lui come se fosse una colonna con la testa abbandonata sulle sue spalle; Adone è caratterizzato da una bellezza efebica.

Sul retro del gruppo si cela un terzo personaggio: nascosto dalle figure intrecciate si trova il fedele cane da caccia di lui che osserva il padrone. Il pelo ruvido di questo personaggio è messo in contrasto con la pelle liscia delle due figure umane-divine.

  • Ebe

Questo nome è stato dato a una serie di sculture realizzate dal Canova dal 1796 al 1817, ne esistono quattro versioni, oltre l’originale modello in gesso: nella mitologia greca Ebe è la divinità della gioventù, figlia di Zeus e di Era, figura che appare più volte nei poemi omerici e viene citata anche da Esiodo.

La prima versione fu eseguita nel 1796 su commissione del conte Albrizzi e oggi si trova presso l‘Alte Nationalgalerie a Berlino.

da Wikipedia

La seconda versione dell’Ebe è stata scolpita su commissione niente di meno che di Giuseppina Beauharnais, prima moglie di Napoleone, dopo il 1815 (anno funesto per Napoleone) l’opera entrò a far parte delle collezioni imperiali russe; oggi è esposta al Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo.

da Wikipedia

Queste due prime versioni riscossero aspre critiche a causa dell’impiego del bronzo o della mancata espressione nel viso di Ebe che si trova sostenuta da una nuvola.

Successivamente Canova eseguì altre due versioni di questo soggetto: una datata 1814 su richiesta di Lord Cawdor e oggi si trova a Chatsworth, nel Regno Unito.

da Wikipedia

La quarta e ultima versione fu eseguita nel 1817 su commissione della contessa Veronica Zauli Naldi Guarini, e oggi l’opera è esposta all’interno della Pinacoteca Civica di Forlì.

da Wikipedia

Per quanto riguarda il modello in gesso, oggi lo troviamo esposto alla Galleria d’arte moderna di Milano.

 

In ultimo ho lasciato due delle opere più famose di Canova, Le Tre Grazie e Amore e Psiche, che tratterò brevemente e non quanto meriterebbero.

  • Le Tre Grazie

Questo gruppo rappresenta le tre famose dee della mitologia greca ed è stato realizzato tra il 1812 e il 1817. In realtà ne esistono due versioni: la prima è conservata al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, mentre una sua replica successiva è esposta al Victoria and Albert Museum di Londra.

La realizzazione di queste figure fu esortata da Giuseppina di Beauharnais, la prima moglie di Napoleone Bonaparte. Il soggetto che Canova rappresenta è quello mitologico delle tre Grazie, figlie di Zeus, Aglaia, Eufrosine, e Talia, le tre divinità benefiche che diffondevano splendore, gioia e prosperità nel mondo umano e naturale.

Come in alcuni dei casi precedenti, il soggetto mitologico si adatta alla volontà di Canova di rappresentare con la sua scultura l’ideale di una bellezza serenatrice femminile riprendendo l’esempio della statuaria classica, in perfetta linea con le teorie neoclassiche promosse da Winckelmann (sempre lui, uno dei miei acerrimi nemici).

da Wikipedia

Le tre Grazie sono raffigurate nella posizione più canonica, cioè dritte in piedi, abbracciate l’un l’altra.

Parlo qui della versione conservata all’Ermitage, anche se le due versioni differiscono di poco: le tre sorelle unite dall’abbraccio di quella che si trova nella posizione centrale. Sono spoglie, un unico panneggio presente è avvolto intorno al braccio di una delle sorelle, toccando tutte e tre le figure.

Come le altre opere di Canova, anche questa è rappresentazione della perfezione scultorea, l’abilità tecnica unita al marmo liscio. Inoltre, lo scultore ricopri il marmo con una patina di colore rosa al fine di dare un aspetto più realistico.

  • Amore e Psiche

Quanto si potrebbe parlare di questo attimo prima del bacio? All’infinito. Questo gruppo scultoreo è stato realizzato tra il 1787 e il 1793 e oggi è conservato al Museo del Louvre di Parigi. Inoltre, una seconda copia sempre di Canova si trova esposta al Museo Ermitage di San Pietroburgo.

da vivaparigi.com

«Amore e Psiche che si abbracciano: momento di azione cavato dalla favola dell’Asino d’oro di Apuleio», queste sono le parole con cui nel 1788 il colonnello John Campbell commissionò l’opera a Canova.

Quest’articolo è già molto lungo, altrimenti vi narrerei per bene la storia di Amore e Psiche, ma ve la riassumo. Psiche era una fanciulla molto seducente e questo fece scatenare l’ira di Afrodite che doveva essere bella solo lei. Così decide di vendicarsi e chiese al figlio Amore/Cupido di farla innamorare di un uomo rozzo, ma quello che Afrodite non si aspettava era che Amore si innamorasse di Psiche.

Passarono insieme notti d’amore, senza che Psiche potesse mai vedere il volto del proprio amante così da evitare l’ira della madre di lui, accordo pattuito fra i due amanti. Ma giustamente Psiche volle vedere il viso di quest’uomo alla fine e così lui l’abbandonò. Psiche, che poverina era pure innamorata, decise di sottoporsi a delle prove per riconquistare il suo Amore, ma venne tradita e cadde in un sonno infernale. Amore venuto a conoscenza del tragico destino dell’amante, si recherà presso Psiche e la risveglierà con un bacio: l’attimo prima di questo bacio è stato impresso per sempre da Canova.

L’opera è una perfetta rappresentazione dell’emozione prima dell’azione.

Sempre seguendo i canoni neoclassici, le opere di Canova sono assolutamente perfette. Che sia un bene o un male non sta a me giudicare.

@Noemi Spasari, 2021

Marc Chagall, l’artista che vuole essere felice

La vita di molti artisti è segnata da tormenti, tragedie e grande tristezza che si trasmettono nelle loro opere; anche Marc Chagall non ha avuto una vita facile e le disgrazie non gli sono state negate, ma questo non lo ha fermato dal cercare di trasmettere gioia e serenità attraverso i suoi dipinti. Ed è proprio quello che adoro di Chagall!

Qualche informazione biografica
Anche se il nome francesizzante potrebbe fuorviare, Marc Chagall (Moishe Segal all’anagrafe) ha origini bielorusse, nasce infatti vicino Vitebsk nel 1887. Di famiglia ebraica (tema che rientra con frequenza nelle sue opere), non ebbe una vita facile anche a causa delle sue origini.
Si avvicina all’arte sin da subito frequentando l’accademia di Pietroburgo: sarà qui che come conoscerà Léon Bakst, insegnante dell’accademia, pittore e scenografo russo.
Un momento di indubbia felicità per il nostro Chagall è l’incontro con la ragazza con “la pelle d’avorio e grandi occhi neri”, Bella Rosenfeld, la donna che sposerà nel 1915. Una storia d’amore dolce e romantica purtroppo non priva di qualche momento triste.
Antisemitismo russo e persecuzioni naziste complicarono molto la vita del nostro artista, che trasferitosi a Parigi negli anni Venti, si ritrovò costretto a fuggire negli Stati Uniti.
Il 1944 sarà un anno terribile per Chagall: l’amatissima moglie Bella, compagna inseparabile dell’artista, perde la vita a causa di un’infezione virale.
Per Marc sarà un colpo durissimo che lo porterà a una profonda depressione e ad abbandonare la pittura per lunghissimo tempo. Qualche anno più tardi tornerà a Parigi, la sua fama di artista è dilagata, gli verranno dedicate differenti mostre.
Si risposa nel 1952 con Valentina Brodsky (detta “Vavà”). Inizierà in questi anni una lunga serie di decorazioni di grandi strutture pubbliche: negli anni Sessanta si datano una vetrata per la sinagoga dell’ospedale Hadassah Ein Kerem in Israele, le vetrate per la sinagoga dello Hassadah Medical Center, presso Gerusalemme, e per la cattedrale di Metz, le pitture del soffitto dell’Opéra di Parigi e le grandi pitture murali sulla facciata della Metropolitan Opera House di New York.
Successivamente disegnerà le vetrate del coro e del rosone del Fraumünster di Zurigo e il grande mosaico a Chicago.
Il caro Chagall morirà a 97 anni a Saint-Paul de Vence.

Marc e Bella
La storia d’amore fra Marc Chagall e la prima moglie Bella è fuori dagli schermi se viene paragonata ai patimenti, tradimenti, passioni degli altri artisti noti.
Il loro rapporto è stato sincero, ingenuo e spontaneo, una storia che ha visto i due amanti restare per sempre bambini, volando via in un sogno infinito. Dal loro matrimonio nascerà anche una figlia, Ida.

Il loro amore ispirerà alcune delle opere più celebri dell’artista, fra le più note possiamo citare sicuramente La passeggiata del 1917: la donna si libra in cielo gioiosa, eterea, mentre lui le stringe la mano, un gesto di affetto puro, come per non farla volare via.
Elemento molto tenero è anche il piccolo uccello che l’artista protegge con l’altra mano: è il simbolo dell’amore innocente, posto in contrapposizione con le bottiglie di vino a terra, che sta a simboleggiare l’amore passionale. Le due componenti di un amore perfetto.

Marc Chagall, Promenade, 1917 – Pinterest

Un’altra opera che testimonia questo amore che va oltre la vita è Intorno a lei del 1947: Bella è morta da qualche anno, Chagall è un artista più maturo, attraversato da mezzo secolo di guerre e tensioni sociali.
In questo dipinto dà sfogo al sentimento e alla fantasia con figure come sempre cariche di simbolismo: la forte tensione emotiva è resa viva dai colori.

Marc Chagall, Intorno a lei, 1947 -Pinterest

L’immagine che vediamo è di Chagall al lavoro con cavalletto e pennelli, la testa capovolta, confusa; la sua Musa è lì, Bella lo sollecita a trovare nuovi stimoli e motivazioni. Una colomba con una candela al lato dell’immagine simboleggia il desiderio infinito di pace interiore e tra gli uomini; i tempi felici, il matrimonio con Bella si rappresentano con due sposi all’altare che si librano nell’aria.

La capra e il violino
La pittura di Chagall è ingenua e simbolica, testimonianza di un animo alla ricerca di pace, amore e felicità.
Ci sono degli elementi che ricorrono spesso nelle sue opere, metafore di collegamenti con le sue origini e la ricerca di qualcosa “di più”.

Avete presente Notting Hill, il film con Julia Roberts e Hugh Grant? In quel film probabilmente siete stati catturati dalla storia d’amore fra l’attrice e il libraio o dalle bellissime riprese di Londra e forse non avete prestato molta attenzione al quadro che a fine film lei regala a lui. È uno Chagall, La Mariée – La Sposa, di cui in realtà al momento non si conosce la vera ubicazione. In quel dipinto è rappresentata una sposa e una capra che suona un violino perché “La felicità non è felicità senza una capra che suona il violino”.
L’immagine della capra prende spunto dalla tradizione ebraica, in cui è il simbolo della protezione e del focolare domestico. Sarà spesso presente nei dipinti dell’artista.
Anche il violinista, spesso presente nelle sue opere, è un richiamo alle sue origini in quanto nella tradizione aveva un ruolo importante in occasione di nascite, matrimoni e funerali; il violino non è solo uno strumento musicale, ma rappresenta il mezzo per incontrare Dio e i grandi segreti della vita e della morte.

Marc Chagall, Il violinista, 1913 – cultura.biografieonline.it

In conclusione
Chagall, se non si fosse capito, è uno dei miei artisti preferiti. Anche se la sua vita è stata piena di momenti difficili, di lutti e di complicazioni, non ha mai abbandonato la sua propensione onirica, il suo mondo fatto di sogni e passeggiate nel cielo.

 

Noemi Spasari, 2021

“Donne sul fronte”, la serie di graphic journalism e la lotta per la verità

“Donne sul fronte” è la prima grande serie italiana di graphic journalism edita da PaperFirst in collaborazione con Il Fatto Quotidiano e Round Robin. Le copertine di tutte e sette i volumi sono a cura di Irene Carbone.
L’obiettivo di questa collana è di raccontare i conflitti in terre che apparentemente sembrano lontane, ma che in realtà sono più vicine che mai, mettendo al centro della scena un lavoro giornalistico tutto al femminile. In questi sette volumi, un “femminile plurale”, giornaliste raccontano altre giornaliste passate alla Storia e insieme a esperienze dirette di reporter italiane che dal fronte di guerra hanno raccontato, in prima persona, il dramma di un conflitto e delle sue vittime.
Una nuova, geniale a parer mio, idea per far conoscere una storia ancora viva.

Il primo volume è dedicato a Oriana Fallaci, indubbia protagonista del giornalismo italiano, in prima linea nel raccontare gli orrori della guerra del Vietnam. Ed è proprio di questa guerra che si parla in questo primo episodio dal titolo “Oriana Fallaci. Il Vietnam, l’America e l’anno che cambiò la Storia”, a cura di Eva Giovannini e disegni di Manuela di Cecio.


Il volume si apre con un’intervista a cura della Giovannini a Kim Phúc, la “Napalm girl”, nota per essere stata ritratta da bambina in una famosa fotografia scattata nel ‘72 durante la guerra del Vietnam, che la mostra mentre fugge completamente nuda insieme ad altri bambini, ustionata da un bombardamento al napalm delle forze aeree del Vietnam del Sud. Un’intervista che trasmette ancora dolore, dopo quasi cinquant’anni.
Si passa poi alla storia di Oriana Fallaci, prima per immagini, poi con testo narrato. La Fallaci al tempo della guerra del Vietnam era un’inviata sul luogo de L’Europeo, accompagnata a Saigon da Gianfranco Moroldo, fotografo della stessa rivista. Il suo è un reportage dal fronte, unito al suo racconto intimo, delle sue emozioni. Il racconto vede tre viaggi della Fallaci in Vietnam, unito alla rivoluzione portata avanti da Martin Luther King in America e il suo assassinio; anni pieni di eventi carichi di differenti significati, fra cui il lancio dello Shuttle sulla Luna e la nascita dei movimenti pacifisti contro la guerra in Vietnam.

In queste pagine rese vive grazie alle illustrazioni si vede la grande donna e la coraggiosa giornalista che era Oriana Fallaci, sempre in prima linea, dalla grande capacità “confessionale”, dall’infinita passione per il suo lavoro.
Oriana Fallaci ha intervistato la Storia e il Potere senza freni; in questo libro sono citati alcuni di questi personaggi come Loan, Kissinger e Nguyễn Cao Kỳ.
Episodio carico di emozioni dolorose è il suo tentativo fallito di adottare una bambina vietnamita, che lascerà un segno nella giornalista; anni dopo scriverà Lettera a un bambino mai nato.

 

Secondo volume: Ilaria Alpi. Armi e veleni, le verità interrotte, a cura di Lucia Guarano, con i disegni di Mattia Ammirati e un’intervista a Luciano Scarlettari.

La storia di Ilaria Alpi è una di quelle storie di cui non si parla abbastanza, ancora avvolte da dubbi e misteri, che purtroppo la maggior parte di noi conosce sommariamente o proprio non conosce: Ilaria Alpi era una giovane giornalista, assassinata a quasi trentatré anni in Somalia, in piena guerra civile, dove era inviata del Tg3. Il suo compito era quello di raccontare la guerra, la disperazione di un popolo, la sua attenzione era rivolta soprattutto alle vittime del conflitto, le donne e i bambini.

Vivendo sul campo si accorge di qualcosa che non torna, così il suo mirino si sposta e inizia l’inchiesta che, con molta probabilità, le costò la vita: scava nel mondo della cooperazione internazionale e tutto quello che nasconde, un traffico di armi e rifiuti tossici e radioattivi. È entrata in un circolo molto pericoloso, di quelli per cui si può arrivare ad uccidere un giornalista scomodo.
Ma Ilaria è una Giornalista, di quelle vere, non si ferma e continua a indagare, fino a quel misterioso viaggio a Bosaso di cui non si sa quasi nulla, quel 20 marzo 1994, quando in circostanze sconosciute viene assassinata insieme al suo operatore Miran Hrovatin.

Sono passati quasi ventisette anni e ancora non abbiamo una risposta per queste morti, una giustizia per questi operatori della verità, ma abbiamo avuto, invece, una terza vittima, Hashi Omar Hassan, l’uomo che ha trascorso sedici anni in carcere da innocente, un capro espiatorio usato per nascondere la verità. Tutto questo è portato nuovamente in vita dai disegni di Mattia Ammirati e dalle parole di Scalettari.

 

Il terzo volume è una testimonianza in prima persona, la storia di Giuliana Sgrena narrata dalla giornalista stessa e illustrata da Irene Carbone. Il titolo di questo volume “Giuliana Sgrena. Baghdad, i giorni del sequestro”.

È il febbraio del 2005, Giuliana Sgrena è a Baghdad, è periodo di votazioni. Dopo aver assistito a un incontro dello Sheik Hussein, la giornalista viene rapita: durerà un mese, percepito come un’eternità. Solitudine, paura, alienazione, sono queste le sensazioni riportate dalla Sgrena anche grazie alle immagini di Irene Carbone.
La giornalista racconta i dettagli più profondi di questa reclusione, dalla paura, al non distinguersi del giorno e della notte, al trascorrere del tempo scandito dal richiamo alla preghiera e a uno stratagemma ideato da lei stessa con dei nodi alla sua pashmina per segnare i giorni. Durante quel mese chiusa in una stanza le viene rivolta la parola quasi solamente da una donna misteriosa, integralmente velata, che la interroga e a cui ha potuto rivolgere alcune piccole richieste.

Intanto in Italia sorgono manifestazioni per la liberazione della giornalista. Arriva finalmente la liberazione, ma l’aria di libertà è poca: Giuliana Sgrena viene liberata grazie alla mediazione dei servizi segreti militari italiani. Durante il trasferimento all’aeroporto di Baghdad, però, mentre sulla capitale irachena imperversa un violento temporale, l’auto sulla quale viaggia la giornalista viene illuminata da un potente faro e immediatamente investita da una pioggia di colpi. I colpi provengono da “fuoco amico”, dagli americani. Uno dei funzionari del SISMI a bordo dell’auto, Nicola Calipari, rimane ucciso sul colpo, mentre cerca di proteggere la giornalista, che rimane ferita a una spalla. Portata in ospedale, in rientro a Roma sarà più lungo del previsto.

 

Quarto volume, forse quello che mi ha fatto più male. “Se chiudo gli occhi. La guerra in Siria dai racconti dei bambini”, a cura di Francesca Mannocchi con le immagini della protagonista della storia, Diala Brisly.

In realtà non è una sola storia, ma a quella di Diala se ne aggiungono altre, quelle di tutti i bambini siriani strappati alla loro terra, alla loro educazione, alla loro infanzia. Diala Brisly è un’artista e fumettista siriana di fama internazionale. È nata in Kuwait, ma a dieci anni si trasferisce in Siria e la sensazione è quella di trovarsi in un luogo di prigionia. Inizia sin da subito la sua rivoluzione privata, che la porterà a scappare dalla sua terra da adulta e a rifugiarsi in Turchia, poi in Libano e infine in Europa.

La testimonianza di Diala Brisly ci mostra un mondo di cui troppo spesso ci dimentichiamo, tutti quei siriani fuggiti dalla loro terra, profughi senza un’appartenenza, senza più una casa. E a pagarne le conseguenze più care sono proprio i bambini a cui viene privata l’innocenza dell’infanzia, l’educazione che alla fine li porterà a prendere delle scelte violente o dolorose.
La pace si può ottenere solo partendo da un popolo istruito. E così sono raccontate e illustrate le storie ipotetiche ma realistiche di quattro bambini e bambine siriani, bambini feriti, spose bambine, bambini lavoratori, bambini a cui vengono messi in mano dei fucili, bambini sulle cui spalle ricade il peso della famiglia.

Il quinto volume è dedicato a Zehra Doğan, l’artista e giornalista curda, arrestata per aver condiviso con il mondo un suo dipinto raffigurante la distruzione della città di Nusaybin dopo gli scontri tra le forze di sicurezza e gli insorti curdi. Il volume, “Zehra Doğan. La mia guerra a colori per il Kurdistan”, racconta la lotta dell’artista/giornalista per dar voce alle donne e alle sofferenze anche durante il periodo di prigionia.

A cura di Francesca Nava, illustrato da Creative Nomads Studio, il libro contiene in esclusiva la lettera clandestina che Zehra Doğan riuscì a inviare dalle carceri turche.
In questa graphic novel, l’artista curda ci mostra con immagini e parole un mondo apocalittico, quasi surreale, ma è tutto vero. In questo mondo lei e altre donne forti e piene di coraggio hanno fondato “Jinha” – un’agenzia di stampa femminista con un personale tutto femminile, per dare voce a quelle donne a cui la voce è stata tolta. Zehra è un’artista che ha bisogno di trasmettere attraverso la sua arte quello che le capita intorno, così dipinge la distruzione della città di Nusaybin e sugli edifici distrutti ci mette una bandiera turca. Questo le fa guadagnare un’accusa per propaganda terroristica; viene così arrestata e finisce in galera per quasi tre anni.

Ma la sua arte non si ferma, chiede dei materiali per dipingere e le vengono negati, decide così di usare quello che le capitava: capelli, olive, curcuma e persino il suo sangue. Grazie al suo avvocato riesce ad inviare una lettera clandestina a tre registe italiane – autrici del documentario “Terroriste, Zehra e le altre” – e così Zehra Doğan racconta la sua storia, il massacro del popolo curdo e le condizioni di tortura psicologica e di privazioni vissute nelle carceri turche da lei e dalle sue compagne di cella.

Una testimonianza fortissima, difficile da digerire, che vive anche grazie alla potenza iconografica della sua produzione artistica e alle immagini del Creative Nomads Studio (immagini del documentario). Zehra Doğan è stata scarcerata il 24 febbraio 2019. Oggi vive in Europa in modalità nomade ed espone le sue opere in tutto il mondo.

 

Il sesto volume si intitola “Rwanda. I giorni dell’oblio”, è a cura di Martina di Pirro e Francesca Ferrara e contiene un’intervista a Tiziana Ferrario.

Un massacro, un genocidio di cui si è parlato ben poco. È di questo che tratta questo volume, un massacro che fa male solo a immaginarlo. 104 giorni, 1.074.017 morti. Il genocidio dei tutsi del Ruanda fu uno dei più sanguinosi episodi della storia dell’umanità del XX secolo.
Due popolazioni portate a odiarsi: l’odio interetnico fra Hutu e Tutsi costituì la causa scatenante del conflitto, ma l’idea di una differenza di carattere razziale fra queste due etnie è estranea alla storia ruandese e rappresenta in realtà uno dei lasciti più controversi del retaggio coloniale belga. Come arrivano due popolazioni a odiarsi fino a massacrare una delle due? Attraverso privazioni, menzogne e influenze da parte di un terzo soggetto.

In questa graphic novel, attraverso personaggi immaginari, ma reali, viene mostrata l’origine dell’odio e il silenzio successivo. La storia del genocidio dei tutsi è anche la storia dell’indifferenza dell’Occidente di fronte a eventi percepiti come distanti dai propri interessi. Ed è anche questa indifferenza che attraverso questa storia e queste vivide pagine si vuole denunciare.

 

Ultimo volume: “Afghanistan. Bulletproof diaries: cronache di una reporter di guerra”, la testimonianza di Barbara Schiavulli, disegni di Emilio Lecce e una fortissima intervista a Lailuma Nasiri.

Barbara Schiavulli è una delle più famose giornaliste di guerra italiane, negli ultimi vent’anni ha lavorato come inviata dei maggiori quotidiani, settimanali e mensili e con diverse emittenti radio. Bulletproof – a prova di proiettile, questo è il termine con cui definire questa grande reporter. In questo volume viene raccontata la storia di un Paese che per quarant’anni ha visto succedersi guerre e che ha trovato una flebile pace grazie a quelle forti voci che non si arrendono.  Quattro decenni di guerra, analfabetismo, povertà, donne che lottano ma spesso soccombono alle tradizioni, «le donne possono essere fragili, ma mai deboli».

Oltre a raccontare gli avvenimenti che si sono succeduti in questi anni di lotte, fra talebani e soldati internazionali, la Schiavulli porta una riflessione sul mestiere del giornalista, che oggi sta perdendo quel mordente che testimonianze come quelle di “Donne sul fronte” hanno difeso ed elevato. Lo fa raccontando la verità dell’Afghanistan, le storie dietro ogni persona che calpesta le strade di quel Paese: «La vita della gente era come la trama dei tappeti che coprivano i pavimenti della casa».

 

Questa serie “donne sul fronte” mi ha rapita, conquistata, fatta sentire inerme, ma anche consapevole del potere dietro ogni parola. Il mondo è pieno di grandi voci che meritano di essere ascoltate.

I sette volumi usciti in edicola sono reperibili su https://www.paperfirst.it/in-edicola/

@Noemi Spasari, 2021

Restituito all’Arcidiocesi di Lucca un’opera di Giovanni Domenico Ferrucci

È stata restituita dai Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale di Bologna alla Diocesi di Lucca, un’opera seicentesca di Giovanni Domenico Ferrucci dal titolo “Madonna con Bambino e i Santi Crispino e Crispiniano”: il dipinto era stato illecitamente trafugato dalla Chiesa di Sant’Anastasio a Lucca nel periodo successivo al 1977. Il dipinto a olio su tela, delle dimensioni di 202×145 cm e risalente ai primi Anni Sessanta del Seicento

L’accurata attività di indagine è partita dopo che i Carabinieri sono venuti a conoscenza della vendita, presso una casa d’asta milanese, di una notevole pala d’altare seicentesca di probabile provenienza toscana -spiegano le autorità competenti. Meticolose verifiche hanno permesso di appurare che il dipinto, benché fosse stato posto in vendita come opera di un artista ignoto del Seicento, non era altro che il prezioso quadro realizzato nel 1662 circa da Giovanni Domenico Ferrucci per la Confraternita dei Santi Crispino e Crispiniano e rimasto conservato fino al 1977 nella Chiesa dei SS. Vincenzo e Anastasio a Lucca”.

Nasce WONDERFUL! il premio a sostegno dell’arte italiana under 40

L’arte non si ferma e neanche il sostegno agli artisti, per questo il Museo Novecento di Firenze presenta WONDERFUL! Premio a sostegno dell’arte italiana indirizzato ad artisti e collettivi under 40, promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Firenze in collaborazione con MUS.E e realizzato grazie grazie all’impegno di Publiacqua.

In cosa consiste? è un contributo del valore di 5000 euro, che sarà destinato al sostegno dell’attività di giovani artisti e collettivi nati e/o residenti in Italia.
Per partecipare alla selezione basterà inviare la propria candidatura attraverso la open call pubblicata sul sito del museo entro il mese di dicembre.

La prima edizione di WONDERFUL! sarà accompagnata dalla pubblicazione di un catalogo e da una mostra dedicati al progetto. Verrà inoltre dato inizio ad un archivio sull’arte italiana che raccoglierà i dossier inviati dai partecipanti alla call, che si arricchirà negli anni restando a disposizione di curatori, storici dell’arte, critici e collezionisti come materiale di studio e approfondimento.

Fonte: http://www.museonovecento.it/

Un film tv sulla vita di Carla Fracci

Quando si pensa alla danza, specialmente in Italia, uno dei primi nomi è senza dubbio Carla Fracci, per tutti la personificazione della danza.

Un mito, un personaggio dedito alla danza, una diva non tradizionale che ha mantenuto la sua spontaneità e genuinità popolare anche nella vita quotidiana.

Dalla sua biografia e la sua carriera prende vita il film TV che Anele, la società di produzione guidata da Gloria Giorgianni, sta preparando per Rai Fiction. Ad annunciare la notizia lei stessa, Carla Fracci ospite in Rai nel programma di Marco Liorni, qualche giorno fa.

 

Fonte: Sara Zuccari, www.giornaledelladanza.com