Matilde Serao, la prima donna italiana ad aver fondato e diretto un quotidiano

Nuovo appuntamento dedicato alle grandi personalità del passato che hanno fatto la Storia. Oggi vi parlo di Matilde Serao, la prima donna italiana ad aver fondato e diretto un quotidiano (Il Corriere di Roma), ripentendo l’esperienza con Il Mattino e Il Giorno.

Nasce a Patrasso il 7 marzo 1856 da Paolina Borely, nobile greca decaduta, e da Francesco Serao avvocato e giornalista; la famiglia tornerà in Italia dopo l’Unità stabilendosi a Napoli, città in cui Matilde compie i propri studi.

Si ritrova a dover aiutare economicamente la famiglia, ma questo non la allontana dalla sua passione per la lettura e la scrittura, dedicandosi presto e a pieno tempo alla stesura di articoli e di alcune novelle che le spianano la strada verso le redazioni giornalistiche. Collabora per oltre cinque anni con il «Capitan Fracassa», occupandosi di argomenti di vario genere, passando dalla cronaca rosa alla critica letteraria.

Nel 1883 viene pubblicato il primo romanzo lungo scritto da Matilde Serao, Fantasia che verrà aspramente criticato da Eduardo Scarfoglio, lo stesso Scarfoglio che 2 anni dopo diventerà suo marito e compagno nei suoi ambizioni progetti e percorsi. Dal matrimonio nascono quattro figli Antonio, Carlo, Paolo e Michele.
Il primo incontro tra i due, Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, avvenne proprio nella redazione del Capitan Fracassa.

Tra la Serao e Scarfoglio il rapporto non si fermò ai sentimenti, ma divenne anche un sodalizio professionale: nel 1885 fondarono il Corriere di Roma, giornale che purtroppo non decollò a causa della forte concorrenza de La Tribuna, il quotidiano romano allora più diffuso.
Matilde da questa esperienza prese grande spunto e pubblicò un corposo romanzo Vita e avventure di Riccardo Joanna, che Benedetto Croce (un altro dei miei nemici) definì “il romanzo del giornalismo“.

La Serao era solita sfruttare le sue esperienze nel mondo del giornalismo da cui prendeva osservazioni, costumi, che portava poi nei suoi romanzi.
Matilde Serao parlava di tutto, dalla moda, al cibo, allo sport, ma anche gli eventi mondati, le novità, il progresso, usi e costumi, senza farsi mancare un’attenzione particolare a fatti e avvenimenti sociali. Scrisse anche per il Giornale delle Donne, una delle principali riviste emancipazioniste del tempo.

Purtroppo però la loro storia vide anche un lungo periodo di crisi, in cui il marito ebbe una relazione da cui nacque una bambina. Una storia terribile, terminata con il suicidio di Gabrielle Bessard (l’amante di Scarfoglio) e la figlia venne affidata proprio a Matilde. La Serao inizialmente perdonò il marito, ma dopo qualche anno decise di rompere definitivamente la relazione.

In seguito alla morte di Edoardo Scarfoglio (nel 1917), Matilde Serao sposò Giuseppe Natale, che morì qualche anno dopo.

La Serao continuò a scrivere e nel 1926 fu candidata al Premio Nobel per la letteratura, ma la sua candidatura fu fermata da Mussolini a causa delle sue posizioni contro il fascismo (il Nobel fu assegnato a Grazia Deledda).

Matilde Serao morì il 25 luglio 1927,colpita da un infarto mentre era intenta a scrivere.

«Scrivere, scrivere, scrivere. Questo è il mio mestiere, questo è il mio destino. Scrivere fino alla morte».
Con queste parole possiamo racchiudere tutta la carriera e l’amore per la scrittura di Matilde Serao, un’altra di quelle donne di cui si dovrebbe parlare di più.

Noemi Spasari

Nellie Bly, una giornalista da record

Il mestiere del giornalista è spesso “maltrattato”, di storia del giornalismo si conosce poco o nulla nella cultura media comune, così ho pensato di sfruttare il mio piccolo spazio per parlarne un po’.

Oggi vi parlo della prima donna che si è dedicata al giornalismo investigativo, nonché creatrice del genere del giornalismo “sotto copertura”: Nellie Bly.

Ma il suo conto dei record non finisce qui: godeva di una personalità tenace e caparbia, e decise di emulare il fantomatico viaggio di Phileas Fogg (protagonista del romanzo di Jules Verne Il giro del mondo in 80 giorni), riuscendo non senza difficoltà a completare il viaggio in 72 giorni.
Inoltre, Nellie Bly fu la prima donna a viaggiare attorno al mondo senza essere accompagnata da uomini divenendo così un modello per l’emancipazione femminile.

Facciamo un passo indietro: Elizabeth Jane Cochran (Burrell, 5 maggio 1864 – New York, 27 gennaio 1922), conosciuta al mondo come Nellie Bly, è stata una giornalista statunitense. Tredicesima di quindici figli, dopo la morte del padre, si ritrova in una situazione finanziaria precaria.
Siamo nella seconda metà dell’Ottocento e Elizabeth, studia con l’obiettivo di diventare maestra, scelta quasi obbligata essendo una delle poche professioni aperte alle donne.

Non riuscendo a pagare la retta, inizia a cercare dei piccoli lavori adatti alla sua età, quando finalmente arriva la svolta: inizia a lavorare per un giornale, il Pittsburgh Dispatch usando un nome d’arte, Nellie Bly.

La sua era una personalità irrefrenabile, basti pensare a come ha iniziato questo lavoro come giornalista.
Nel 1885 era uscito sul Pittsburgh Dispatch un articolo di Erasmus Wilson intitolato A cosa servono le ragazze (What Girls Are Good For), in cui scriveva che le donne appartengono alla sfera domestica e il loro compito era cucire, cucinare e crescere i bambini e che lavorare per loro era un’idea abominevole.
Al giornale ovviamente arrivano lettere di protesta fra cui una firmata da una “little orphan girl” e convinto che sia scritta da un uomo, il direttore del giornale, George Madden, pubblica un annuncio proponendogli un lavoro. Alla sua porta si presenta una ventunenne Elizabeth Cochran, che da lì diventerà Nellie Bly.

Ovviamente lavorare come giornalista a quei tempi era sconveniente per una donna (come quasi tutto), soprattutto se questa donna usa il suo ruolo per raccontare storie di ingiustizie come lavoratrici sfruttate, lavoro minorile, salari e mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro. Come se non bastasse decide di intervistare tutte le donne che avevano divorziato.

Non sarà però al Dispatch che incontrerà la vera fama. Fu infatti assunta al New York World diretto da Joseph Pulitzer (sì, quello del premio) e lì Nellie si propose per condurre una inchiesta sulle condizioni presenti nel reparto femminile dell’ospedale psichiatrico New York City Mental Health Hospital sull’isola Roosevelt. Sarà una delle più grandi inchieste della sua vita. La Bly si finge mentalmente disturbata per farsi ricoverare nel manicomio femminile di Blackwell’s Island. Su questa esperienza scrisse un libro Dieci giorni in Manicomio in cui raccontò soprusi e violenze a cui erano sottoposte le donne internate, definendolo una trappola umana per topi. “È facile entrare ma, una volta lì, è impossibile uscire“.

L’inchiesta destò grande scalpore, tanto che furono presi provvedimenti e vennero aumentate le sovvenzioni per migliorare le condizioni delle pazienti. Così questa nuova forma di giornalismo in incognito, iniziò a diffondersi anche grazie a lei, che divenne un modello di riferimento.

Si fa arrestare per raccontare le condizioni delle detenute e trova il modo per mostrare le storie delle donne che lavorano nelle fabbriche ridotte a schiavitù. Nellie non si limita al racconto, ma nei suoi scritti unisce la sua personalità alle sue emozioni.

Nel 1895 sposò il milionario Robert Seaman e lasciò il giornalismo, e dopo la morte del marito (nel 1904) si dedicò alla gestione delle sue aziende. Ma quando si nasce con un talento non sempre ci si riesce ad adattare ad altro e, gravata dai debiti, dovette dichiarare bancarotta nel 1914. E proprio in quell’anno scoppiò la prima guerra mondiale e una penna come quella di Nellie Bly non poteva star ferma troppo a lungo. Decise allora di tornare al giornalismo, si trasferì in Europa lavorando come inviata per il New York Evening Journal aggiungendo così tra i suoi primati anche quello di primo corrispondente di guerra donna.

Ritornata negli Stati Uniti cinque anni più tardi, continuò a scrivere e a mobilitarsi per vedove e orfani, continuando a scrivere articoli di cronaca e parlando al congresso delle suffragette.

Muore all’età di 57 anni, il 27 gennaio 1922,di polmonite al St. Mark’s Hospital di New York.

Noemi Spasari

Auguste Renoir: le sperimentazioni artistiche

Un po’ di gioia e ottimismo fanno sempre bene, in questo periodo ancora di più. Così oggi ho pensato di parlarvi di un artista che di energia e gioia di vivere ne aveva in abbondanza, Pierre-Auguste Renoir. Le sue opere sono il riflesso della vita bohemien di fine Ottocento, pervasa da quella gioia di vivere, povertà e amore per l’arte.

Pierre-Auguste Renoir, La Bohémienne

Il pittore francese nasce il 25 febbraio 1841 a Limogesè. La sua formazione artistica inizia nel 1862 frequentando i corsi all’Ecole de Dessin et des Arts Dècoratifs, diretta dallo scultore Callouette. Qui conosce Claude Monet, Bazille e Sisley a cui si lega molto per via di affinità poetiche ed elettive. Bazille presenterà ai compagni Cézanne e Pissarro, dando così vita al nucleo fondamentale del movimento impressionista.

Il gruppo di pittori si distacca dalla tradizione del tempo che era legata al concetto di pittura al chiuso, dentro uno studio, anche quando si trattava di rappresentare un paesaggio, scegliendo dipingere direttamente la natura all’esterno, un metodo poi denominato appunto “en plein air“.

Auguste Renoir, The Painter Le Coeur Hunting in the Forest of Fontainebleau

Tramite un uso nuovo e libero del colore l’artista cerca di suggerirci non solo il senso del movimento, ma addirittura lo stato d’animo collettivo. Forma e colore diventano così un tutt’uno.

La data di nascita dell’impressionismo è generalmente considerata il 15 aprile del 1874, giorno in cui questo gruppo di pittori espose le loro opere nella mostra allestita presso la galleria del fotografo Nadar a Parigi, dando vita a uno scandalo generale.

Pierre-Auguste Renoir, Bal au moulin de la Galette, 1876,

Tra il 1881 e il 1882 Renoir fa un viaggio in Italia, come sognava da lungo tempo, per studiare dal vivo la pittura rinascimentale e così l’incontro con i Maestri italiani avrà un’influenza enorme sul pittore, che si allontanerà dallo stile degli impressionisti. Seguirà così l’intima esigenza di studiare le forme, così da farle apparire modellate, scultoree.

La colazione dei canottieri (Le déjeuner des canotiers) 

In questo periodo Renoir è tormentato da un sentimento di insufficienza, pensando di non saper “né dipingere, né disegnare” (pensate un po’), così Renoir si concentra sulla qualità del disegno. Il pittore comincia a guardare alla vita borghese parigina abolendo i contorni delle forme, i chiaroscuri e approfondendo gli effetti della luce.

Intorno all’inizio del Novecento le sue condizioni di salute vanno peggiorando così come l’artrite alle mani. Renoir continuò a dipingere anche quando, ormai vecchio e colpito da artrite reumatoide fu costretto su un sedia a rotelle. Per realizzare il suo ultimo capolavoro, Le bagnanti (1919), si fece legare il pennello al polso così che non gli cadesse dalla mano ormai malferma. Si spegne il 3 dicembre 1919.

Pierre-Auguste Renoir, Le bagnanti, 1918-1919

Noemi Spasari

Ritorno al futuro: cinque curiosità sul film

Ci sono quei film che per motivi diversi ti entrano del cuore e non se ne vanno più. Quei film che arrivi a considerare fra i tuoi “preferiti”. Per me in questa serie rientra Ritorno al futuro. Conosco le battute a memoria, ogni scena fa parte della mia familiarità, è un film che amo.

Oggi questo meraviglioso film compie 36 anni e sfrutto l’occasione per raccontarvi qualche curiosità! Grande Giove!

  1. Partiamo con la mia preferita. Sapevate che la Delorean avrebbe dovuto essere, inizialmente… un frigorifero!

2. La sceneggiatura di Ritorno al futuro è stata rifiutata ben 40 volte prima che la Universal la acquistasse! Pensate che la Disney l’ha rifiutata dopo aver detto che si trattava di un “film sull’incesto” (ho riso molto quando l’ho letto) in rifererimento alla scena in cui Marty bacia la versione diciottenne di sua madre.

3. Ritorno al futuro avrebbe potuto avere un altro titolo! Alcuni pensavano che il titolo del film potesse confondere, suggerendo in alternativa Spaceman From Pluto.

4. Anche il nostro amato Einstein (il cane di Doc che viene spedito nel primo viaggio nel tempo) poteva non esserci, in origine era stato pensato a uno scimpanzè!

5. Grande Giove! è una delle mie frasi preferite e anche fra le più famose del film in realtà nella prima pellicola non viene mai pronunciata (ovviamente nella versione italiana), sostituita invece dalla frase Bontà divina!. Nella versione originale l’esclamazione usata è Great Scott!

Qual è la vostra scena preferita del film? Quale dei tre è il più bello secondo voi?

Noemi Spasari

Un po’ di Orgoglio e Pregiudizio per Simple & Madama

Immaginatevi di essere in uno di quei momenti apatici in cui girate sui social senza neanche dare importanza a quello che vedere. Fra foto di gattini, presse idrauliche e cibo fatto in casa per voi spuntano delle vignette di coppia che mostrano una scena di vita quotidiana. Ridacchi perché è carina.
Allora apri il profilo e trovi una serie di vignette del genere e pensi “ma sta parlando di me… oddio siamo io e lui… quando sono stata sgamata a fare questa cosa?”. Ecco questo è capitato a me con Simple & Madama, li ho scoperti e da lì mai abbandonati.

Chi sono? Oltre ad essere gente che stalkero tutti gli anni al Lucca Comics (insieme a Paolo Barbieri), Lorenza Di Sepio (la mano dietro i fumetti) e Marco Barretta (fotografo e videomaker) sono i creatori di questa serie di strisce di fumetti prima solo social, poi anche su carta stampata. Da giornalista sogno anche di intervistarli.

Oggi vi parlo del loro fumetto Orgoglio e Pregiudizio (2015), che no, non è una versione a fumetto del classico della zia Jane.

Come nelle loro vignette, anche in questa graphic novel la coppia Simple & Madama affronta in chiave comica, ma veritiera episodi di una realtà quotidiana in cui ognuno di noi può realmente rivedersi! In questo fumetto vediamo proprio un rapporto dalle origini, come un Lui e una Lei si rapportano nelle uscite e nelle “festività” tipo San Valentino, e nei momenti di ansia che tutti ben conosciamo come il “oddio cosa mi metto”, tutto quello che ruota intorno a una coppia innamorata.

Lorenza Di Sepio ha la capacità di raccogliere la più ingenua quotidianità prendendo(si) in giro per tutte quelle piccole abitudini e fissazioni che tutti un po’ abbiamo. Leggerli e conoscerli è un consiglio dal cuore.

Noemi Spasari

La profezia dell’armadillo di Zerocalcare

Ci sono dei momenti mentre leggi in cui pensi “ma sta parlando di me”. A me accade spesso con Zerocalcare: le sue ansie, dubbi amletici ed esistenziali, sono anche le mie ansie, i miei dubbi, come lo strano pensiero sul carciofo come strumento del maligno.

Oggi vi parlo del primo libro a fumetti realizzato dal fumettista: La profezia dell’armadillo, libro che ha vinto il premio Gran Guinigi nel 2012, nella categoria “miglior storia breve”

Che cosa sarebbe? Cito testualmente: «Si chiama “profezia dell’armadillo” qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli. Amen».

Di cosa parla questa graphic novel[1]? È la storia di Zero, un ventisettenne che vive nel quartiere romano di Rebibbia accompagnato dal suo amico armadillo, che per lui è un po’ come il grillo parlante, ma a volte anche un po’ politicamente scorretto, mentre si destreggia fra un lavoro stancante e ripetizioni di francese.

La sua vita subisce un colpo quando riceve la notizia che Camille, sua vecchia amica e primo grande amore, è morta a causa di un brutto male che non viene specificato, ma lasciato intuire. L’opera è disegnata come un susseguirsi di varie tavole autoconclusive per poi nel complesso portare a una più grande riflessione.

Così la storia si sviluppa con flashback adolescenziali che descrivono la storia della sua amicizia con Camille e insieme ai racconti della sua vita quotidiana e l’avvicinarsi dei trent’anni.

L’armadillo sempre presente è l’incarnazione delle sue paure, incertezze e insicurezze; si alternano nella storia anche personaggi ricorrenti fra cui gli amici Secco e Greta e i propri genitori la madre rappresentata con le fattezze di Lady Cocca (adoro) e il padre con l’aspetto del Signor Ping. Inoltre, il “brutto male” che assale Camille è rappresentato come un enorme mostro nero che la segue.

Il fumetto nella sua interezza è una satira amara che apre a riflessioni profonde; un modo assolutamente personale di immortalare una persona cara attraverso la propria arte.

E poi come si può non amare uno che ha come amico immaginario un armadillo gigante?

 

N.B. Di questa graphic novel esistono due edizioni:
la prima del 2012 – La profezia dell’armadillo – Colore 8 bit, BAO Publishing
la seconda del 2017 – La profezia dell’armadillo. Artist edition, BAO Publishing (che è quella che ho io).

[1] Ci sono diverse discussioni riguardo il genere da dare a “graphic novel”, a me piace al femminile.

@Noemi Spasari, 2021

Il grande noir americano fra investigatori e dark lady

Delitti, investigatori e femme fatale sono gli ingredienti di un perfetto film noir.
Quello che conosciuto come “genere noir” è uno stile cinematografico collocato tendenzialmente nel periodo che va dalla Seconda guerra mondiale fino alla fine degli anni Cinquanta.

Per dare un inizio e una fine, si tende a dare il via al genere con l’uscita del film Il mistero del falcone di John Huston nel 1941 e definendo come ultimo momento il 1958 con L’infernale Quinlan di Orson Welles, anche se alcuni critici sostengono che i dati fondamentali dell’estetica noir sono rintracciabili già in Stranger on the third floor (1940 – Lo sconosciuto del terzo piano) di Boris Ingster.

Il mistero del falco (1941)

Successivamente a quegli anni ci saranno numerosi film accomunati da uno stile narrativo e temi simili al noir classico, che possiamo definire postnoir e neonoir.

Come nasce il noir?
Negli anni Trenta dello scorso secolo erano in voga dei romanzi polizieschi che però abbandonano il classico mystery inglese alla Conan Doyle, quel genere misterioso e poco realistico; gli autori di questi nuovi romanzi usano dialoghi secchi, serrati, insieme a tantissima azione, con ambientazioni realistiche, senza farsi mancare molta violenza e riferimenti sessuali espliciti. Venivano chiamati “Hard boiled”. Il maestro riconosciuto di questa scuola fu Dashiel Hammett.

Vi è in quegli anni un grande dialogo fra cinema e letteratura e da questi racconti nascono i film noir, tutti caratterizzati da elementi comuni.

Quali sono le caratteristiche dei film noir?
Sono storie senza speranza, i cui personaggi vivono brutte esperienze, talvolta narrate da una voce fuori campo, e si muovono nell’incertezza, in una realtà ingannevole, in un universo disperato e corrotto.

C’è un testo molto interessante che analizza questo genere a cura di Borde e Chaumeton Panorama du Film Noir américain: in questo testo i due autori usano cinque termini chiave per definire il noir: onirico, strano, erotico, contraddittorio, crudele.

La polizia bussa alla porta (1955)

Ci sono due personaggi-tipo delle storie noir: l’antieroe, che generalmente è un investigatore privato, un uomo disilluso, tendenzialmente non sposato, opposto al detective classico alla Sherlock Holmes; dall’altra parte la dark lady o femme fatale, una donna seducente e pericolosa che cerca di ottenere l’indipendenza tramite il denaro o l’uccisione dell’uomo che la opprime, quasi sempre sposata e infelice.

Al fianco di questi personaggi si aggirano assassini o perseguitati, vittime e figure dalla moralità dubbia. Uno degli elementi ricorrenti in questo genere di film è il “triangolo” (con l’amante di turno).

Caratteristico del noir è anche un particolare stile visivo e un’atmosfera comune a questi film, con delle tematiche ricorrenti. Per esempio, le immagini sono molto stilizzate o distorte date da angolazioni particolari e l’utilizzo di lenti da ripresa grandangolari (sono quegli obiettivi che riprendono un’ampia porzione di immagine, creando un effetto distorto). A questo si aggiunge un ricorrente uso del chiaroscuro che viene ottenuto attraverso un’illuminazione particolare, a sottolineare i contrasti fra luci e ombre.

Le catene della colpa (1947)

Alle immagini si aggiunge l’atmosfera allucinata e pessimistica delle storie raccontate e in aggiunta nel noir è spesso notte e piove. L’oscurità è sempre presente e riveste grande importanza a partire dall’ambientazione, che si tratti di interni oppure di esterni. In particolare, le riprese interne contribuiscono a creare un’atmosfera particolarmente opprimente, con stanze solcate da strisce di luce e ombra che penetrano attraverso le veneziane e claustrofobici uffici di detective privati.

Anche l’abbigliamento ha alcune caratteristiche che ricorrono, come per gli uomini impermeabile e borsalino ed eleganti tailleur o seducenti abiti da sera per le donne.

I film e le icone
Non si può parlare di Noir senza parlare di Humphrey Bogart, protagonista proprio nel già citato Il mistero del falco (The Maltese Falcon).

Il mistero del falco (1941)

Fra gli interpreti che si sono distinti in questo genere citiamo ancora Burt Lancaster che interpreta “Lo svedese” nel film I gangsters (The Killers), ma anche Alan Ladd, Fred MacMurray, Robert Mitchum e Dick Powell fra gli uomini.

Le dark lady hanno invece i volti di Lauren Bacall, Barbara Stanwyck, Joan Bennett, Veronica Lake, Jane Greer e ovviamente Ava Gardner.

Quello che conosciamo come noir classico si conclude alla fine degli anni Cinquanta, con L’infernale Quinlan (Touch of evil), che è ricco di richiami al genere, ma fa anche un cambio di rotta trasformando il detective in un personaggio negativo (era interpretato da Orson Welles e vorrei ben dire) e fa invece della dark lady una figura rassicurante.

Come abbiamo detto il noir influenzerà alcune correnti successive definite neo-noir o post-noir.

Se volete farvi una cultura del genere vi consiglio oltre ai già citati anche Il grande sonno (1946), Il viale del tramonto (1950) e fra gli eredi ovviamente Chinatown (1974).

@Noemi Spasari, 2021

La Smorfia napoletana: sogni tradotti in numeri

Napoli non è una città, è un mondo. Un mondo che ha dato i natali a grandi artisti, che ha sviluppato tradizioni che si son poi diffuse (come quella del presepe), un mondo ricco di cibo, di passioni e di storia.
E fra queste tradizioni e innovazioni partenopee annoveriamo quella della Smorfia.

Che cos’è la Smorfia?
La Smorfia è una sorta di enciclopedia dei sogni che viene usata per tradurre questi in numeri da giocare al lotto. Non esiste un’unica Smorfia, ma quella napoletana è la più famosa: in ogni smorfia un vocabolo, un evento, una persona o un oggetto è trasformato in uno o più numeri, attraverso una traduzione anche abbastanza precisa che prevede un numero diverso a seconda del contesto.

Guarda qui.

L’origine della smorfia è popolare e inizialmente veniva tramandata oralmente, in seguito venne trascritta su carta; non sono poche le edizioni della smorfia che utilizzano le figure, apposite per gli analfabeti, affiancate ai numeri.
La smorfia è, come dicevamo, tradizionalmente legata alla città di Napoli e al gioco del lotto. È spesso stata fonte di ispirazione anche per il cinema, diventando talvolta protagonista di dialoghi e sketch ideati e proposti soprattutto da attori napoletani, ma anche di modi di dire comuni come la frase “la paura fa 90”?

Da dove deriva?
L’origine del termine “smorfia” non è certa, ma la spiegazione che più frequentemente viene data è che sia legata al nome di Morfeo, il dio dei sogni nell’antica Grecia, in quanto è uso tradurre in numeri da giocare la descrizione di un sogno.
Altre teorie vedono invece un collegamento fra l’origine della Smorfia e la tradizione cabalistica ebraica, secondo la quale nella Bibbia non esiste parola, lettera o segno che non abbia qualche significato nascosto correlato.
Altre teorie ancora affidano l’origine della tradizione già in epoca greca, quando Artemidoro da Daldi pensò di affidare ai sogni i messaggi dall’aldilà.
Altri ancora ipotizzano che l’usanza di associare numeri a eventi risalga addirittura al matematico e filosofo greco Pitagora
L’espressione “smorfia napoletana” sta inoltre ad indicare i numeri del gioco della tombola, che fonda le sue regole sulla buona sorte: è al fato, sempre centrale all’interno della cultura napoletana, che viene affidato l’esito della partita.

Alcuni numeri e significati
Il numero 1 è l’Italia, in alcune versioni molto antiche era in realtà Napoli, nelle versioni moderne ogni città d’Italia ha il proprio numero, così come ogni figura ha il suo numero che cambia in base al contesto, come dicevamo.

Il primo numero legato a una figura della religione è l’8, la Madonna, e sembrerebbe essere abbinata a questo numero proprio in coincidenza con la festa della Madonna Immacolata che cade l’otto di dicembre.

da nuovasocietà.it

Il primo riferimento alimentare è associato ai fagioli, numero 10, o più generalmente ai legumi (ceci, lenticchie, piselli, fave). I fagioli sono un piatto della tradizione culinaria mediterranea, alimento sostitutivo della carne e volgarmente chiamati “carne dei poveri”. Ricordiamo anche che il numero 10 è stato attribuito a Diego Armando Maradona.

Il 17 è ovviamente la Sfortuna. La sfortuna, la disgrazia, la iella, il cattivo presagio, tutto è racchiuso nel funesto numero 17 ,se poi nel calendario lo si abbina al venerdì è da ritenersi un vero e proprio flagello. A Napoli malocchio e scaramanzia sono cose serissime!
Abbiamo poi ‘O ssango (18), ‘A resata (19), seguiti poi da due numeri molto importanti il 25 e il 28.

Per il numero 25 l’associazione è abbastanza ovvia: Natale, la ricorrenza cardine della religione cattolica e della cultura religiosa italiana. Il significato del Natale nei sogni è fortemente connesso alle emozioni che questo giorno di festa porta ad ognuno di noi, emozioni fortemente legate alla famiglia. Il Natale nei sogni mette in contatto il sognatore con i propri sentimenti, con i suoi desideri in una sorta di proiezione di quanto si desidera in maniera più o meno consapevole. Per me Natale è casa, famiglia, cibo.

Il numero 28 è un numero particolare e magico, tendenzialmente indicato per il seno. 28 sono i giorni del ciclo lunare e si sa che non esiste nulla di più mistico del fenomeno lunare.
Come dicevo, alcuni sono entrati nel linguaggio comune, perlomeno nelle regioni del Sud Italia; un esempio ne è il 33 – “Ll’anne ‘e Cristo”, gli anni di Cristo.

Un altro numero molto importante è il 42, ‘O ccafè – il caffè! Se siete stati a Napoli (in caso contrario vi consiglio di recuperare), conoscerete sicuramente l’odore tipico che inonda le strade della città, un misto fra pane, dolci, frittura e ovviamente caffè. Napoli ha una forte cultura e passione per tutto ciò che ruota attorno al caffè; esiste una caffettiera detta appunto napoletana (chi conosce De Filippo lo saprà bene) e dura fino ai giorni nostri la tradizione del “caffè sospeso”, ossia un caffè già pagato per chi non se lo può permettere.

da cooltura.com

Un codice al passo con i tempi
Come abbiamo già detto, di “smorfie” ne esistono di diverse versioni nel nostro Paese, la partenopea è senza dubbio la più diffusa anche grazie ai personaggi che ne hanno parlato.
Con il passare del tempo nuovi elementi hanno trovato spazio nella raccolta, rendendo la Smorfia sempre più aggiornata: un codice preciso e al passo con i tempi, che varia anche a seconda delle situazioni.

 

 

@Noemi Spasari, 2020

Il Cinema prima del Cinema, il sogno del cinematrografo

Il cinema come lo conosciamo oggi (o lo conoscevamo, non vado in un cinema da quasi un anno!) è figlio, o meglio nipote, di un susseguirsi di spettacoli, sperimentazioni, imbonitori e sognatori.
Cosa c’era prima del cinema? Prima della stanza con i sedili auto-chiudenti, del 3D e dei film come li intendiamo noi?

Prendiamo una macchina del tempo qualsiasi (che sia una DeLorean, una cabina blu o un portale) e trasportiamoci come prima tappa a metà del Seicento: appaiono per la prima volta testimonianze di quella che venne chiamata la “Lanterna magica”, una macchina (che ha origini probabilmente provenienti dalla Cina) che attraverso un gioco di specchi e candele riusciva a proiettare un’immagine fissa; successivamente, una serie di invenzioni accessorie consentì di moltiplicare le immagini e di muoverle, almeno in parte.

La lanterna magica non era l’unica meraviglia di quegli anni, un’altra macchina ottica permetteva di immergersi in un’esperienza completamente nuova: il “Mondo nuovo” era un macchinario che funzionava nel senso opposto alla lanterna magica. In che senso? Invece di proiettare sul muro, per vedere le immagini bisognava guardare dentro una scatola: si trattava di una cassa di grandi dimensioni, quasi umane, con alcune fessure attraverso cui si potevano guardare delle figure all’interno, a volte in movimento.


Sia la lanterna magica che il Mondo nuovo proiettavano delle immagini che da sole erano poco comprensibili, è così che entra in scena la figura dell’imbonitore, un predicatore che racconta la storia dietro le immagini.
Ricordate bene questi due macchinari perché sono loro i “nonni” del nostro cinema!

Come potete ben immaginare la nascita del cinema è strettamente legata alla fotografia, perciò con un balzo temporale facciamo una capatina del 1826, quando Niepce scattò la prima fotografia della storia!


Il governo francese pensò bene di comprare il brevetto dell’invenzione di Niepce e la liberò dai diritti in modo che tutti potessero usarla e perfezionarla; la tecnica della fotografia ebbe così modo di svilupparsi rapidamente e diffondersi in tutto il mondo!

Attraverso un nuovo macchinario dal nome bellissimo, il fenachitoscopio, si scoprì che poteva essere creata l’illusione del movimento attraverso la successione velocissima di immagini.


Aneddoto curioso: Edward Muybridge, uno scienziato, per una scommessa riprese la corsa di un cavallo e la camminata di un uomo posizionando diverse macchine fotografiche lungo il percorso.

Quindi abbiamo la lanterna magica e il Mondo nuovo che proiettano delle immagini, la fotografia che riprende immagini dal vero, il fenachitoscopio che dà movimento: unendo questi elementi si arriva all’animazioni di immagini fotografiche.

 

Ed ecco che con un ultimo balzo temporale arriviamo alla fine dell’Ottocento.
Scienziati, fotografi, sognatori sono a lavoro per riuscire a creare una macchina che animi le immagini. Solo in Inghilterra si registrarono circa 350 brevetti e nomi.
Due grandi concorrenti arrivano alla sfida finale: da una parte abbiamo i fratelli Lumière con il loro Cinematografo, dall’altra Edison con il kinetoscopio.
Il Cinematografo di Auguste e Louis Lumière, concettualmente simile alla lanterna magica, riprendeva e proiettava immagini in movimento su una parete. Consentiva una visione pubblica e collettiva. Era senza mirino, quindi la ripresa era un po’ a caso.
Il kinetoscopio di Edison invece strutturalmente era simile al Mondo nuovo: una scatola dentro cui guardare che dava una visione singola e privata, quasi segreta. Spesso funzionava come spettacolo per soli adulti.

Ovviamente sulla scena si impose in Cinematografo dei Lumière per maggiore possibilità di sfruttamento economico e comodità, riprendeva e proiettava (bastava cambiare obiettivo).
Il 28 dicembre 1985 è definito come il giorno della nascita del cinema, poiché quel giorno i Lumière proiettarono per la prima volta alcune vedute (brevi scene), come la famosa Uscita dalle officine Lumière.

Subito dopo i Lumière misero in vendita lo strumento, lo acquistarono in molti e iniziarono a fare riprese per proprio conto, in tutto il mondo, catturando scene esotiche da mostrare a chi non poteva viaggiare se non con la fantasia.
Nacque una nuova professione, i “cinematografisti” ambulanti, che proiettavano e, talvolta, accompagnavano la visione con racconti (per il sonoro ci vorranno ancora degli anni).
C’è da dire che le immagini del Cinematografo non erano belle e limpide, ma per gli occhi ancora “ingenui” dell’epoca erano aperture a nuovi mondi.
Piccolo dettaglio tecnico: la pellicola, ovviamente in bianco e nero, scorreva a mano grazie a una manovella, le immagini giravano a 16 fotogrammi al secondo e non erano fisse e stabili.

I primi “film” erano composti di un solo quadro, pochi secondi di visione e avevano un carattere prettamente centrifugo nelle inquadrature (fisse, ovviamente): i personaggi entravano e uscivano dalla ripresa, era sempre presente un movimento di persone, macchine, treni.

Insomma, il Cinematografo dei Lumière contribuisce a trasformare il mondo in un palcoscenico fra sogno e realtà, aprendo la strada a nuove fantastiche invenzioni.

Il curioso caso di “Leggermente fuori fuoco”

La stampa e i giornali hanno spesso il potere di “distorcere” la realtà e riportare la storia da un punto di vista diverso rispetto a chi l’ha vissuto.
È quello che successe a Robert Capa, il grande fotografo e foto-reporter, durante la Seconda guerra mondiale.

Gerda Taro, Robert Capa during the Spanish civil war

Capa, forse il più famoso fotografo di guerra, è l’artefice di grandi reportage di importanti conflitti bellici: dalla Guerra civile spagnola alla Seconda guerra sino-giapponese, la Seconda guerra mondiale, la Guerra arabo-israeliana e la Prima guerra d’Indocina.

Ed è proprio durante il secondo grande conflitto mondiale che si data il curioso caso di “Leggermente fuori fuoco”.

Cosa è successo?
Non vi starò a raccontare la storia della guerra perché la dovreste già sapere, ma durante lo sbarco degli alleati in Normandia (quello che ha fatto finire la Guerra per intenderci) Capa era inviato sul fronte dalla rivista Life.
Le fotografie che Capa scattò quel giorno (il 6 giugno del ’44) sono tra le più famose dello scorso secolo. Pensate che addirittura Spielberg per girare il film Salvate il soldato Ryan ne trasse ispirazione.

Capa consumò quel giorno ben quattro rullini da trentasei pose, per un totale di 144 scatti, scatti dalla natura unica in quanto Capa fu il solo ad essere sbarcato nel cuore della battaglia, fianco a fianco dei soldati.
Fin qui tutto bene.

Questi scatti erano attesi nella redazione di Life dove sarebbero stati sviluppati nel laboratorio interno. La stanza parrebbe essere stata troppo calda e poco areata. A causa di ciò solo undici scatti si salvarono, gli altri negativi erano irrimediabilmente rovinati, fusi e grigi e le undici che si salvarono erano state in ogni caso danneggiate.

Quando fu il momento di pubblicare queste foto, gli autori della rivista Life pensarono bene di glissare su quanto accaduto e pubblicarono le foto con la seguente didascalia: “Per la grande agitazione del momento, Capa ha mosso la sua fotocamera e le foto sono venute sfocate”.

Robert Capa, D-Day landing, 1944 – da artspecialday

Fu proprio questa didascalia che ispirò a Capa il titolo Slightly out of focus, “Leggermente fuori fuoco” per il suo memoriale.

Robert Capa, D-Day landing, 1944 – da Sky Arte

 

@Noemi Spasari, 2020 – in collaborazione con Mattia Barbella