La strada delle donne nella scienza

È ormai risaputo che le donne, fin dall’antichità, hanno svolto un ruolo fondamentale nella scoperta, nel progresso e nello sviluppo delle scienze seppur la strada delle “donne scienziato” sia stata variamente lastricata di ostacoli.

Nell’antichità le donne erano partecipi in ambito medico, filosofico e alchimistico; ripensando ai tempi più remoti sicuramente tanti sapranno citare Ipazia, maestra di astronomia, filosofia e matematica alla scuola neoplatonica di Alessandria che alla scienza dedicò la sua intera vita. Viene considerata da molti la prima scienziata della storia ed alcuni sostengono addirittura che la sua morte sia stata causa dell’assenza delle donne in ambito scientifico per centinaia di anni.

Non tutti, invece, potrebbero conoscere una figura ancor più antica, Merit Ptah (2700 a.C) descritta in un’iscrizione nell’antico Egitto come “capo-medico”, la prima donna nota per nome nella medicina e probabilmente in ambito scientifico. Nelle sue attività essa combinava la spiritualità con la medicina e l’ostetricia.

Fin dall’antichità le donne svolsero un ruolo significativo negli studi di chimica applicata e di alchimia consentendo la preparazione dei composti medicinali ma anche della birra. Tra le alchimiste Maria la Giudea fu ideatrice di numerosi strumenti chimici tra cui il più famoso è ancora oggi adoperato: si tratta del dispositivo di Bagnomaria (che deve a lei il suo nome).

Maria la Giudea

A seguire nel tempo, il medioevo non è sicuramente un periodo florido per le arti scientifiche, men che meno per le donne che desideravano cimentarcisi. Si trattò di un periodo di grandi difficoltà per tutta la produzione intellettuale che ne restò drammaticamente coinvolta comportando una grande carenza nei campi della ricerca e dell’innovazione. Il ripristino della civiltà avvenne lentamente e fu possibile anche grazie a monasteri e conventi, ultimi baluardi in cui venivano coltivate le scritture e le copie di molti studiosi del passato.

Ildegarda di Bingen

Per le donne i conventi furono importanti luoghi di istruzione e per alcune di esse rappresentarono anche lo strumento che permise loro di partecipare e contribuire alle opere di ricerca scientifica. In questo contesto troviamo Ildegarda di Bingen, famosa filosofa e scrittrice che trattò di molti argomenti scientifici tra cui la medicina e la storia naturale (nota inoltre per aver denunciato gli scandali di cui si coprì la Chiesa già da allora!). In uno dei suoi scritti sviluppò anche una teoria femminista sostenendo la superiorità della donna sull’uomo in quanto plasmata dalla carne e dal sangue di Adamo e non dal fango come lui.

La crescita del numero e del conseguente potere di questi “circoli di menti femminili” spaventò il clero maschile che quindi non sostenne tale condizione portando ad attacchi e conflitti contro il progresso delle donne negli ambiti scientifici e arrivando persino ad escludere ad esse la possibilità di imparare a leggere e scrivere. Tutto il mondo scientifico subì un collasso nei cosiddetti secoli bui e con esso il coinvolgimento delle donne nel sapere e nella scienza.

Trotula de Ruggiero

Quando nell’XI secolo iniziarono a comparire le prime università le donne furono per larga parte escluse dal parteciparvi, vi sono tuttavia per fortuna alcune eccezioni: ad esempio l’università di Bologna che fin dalla sua fondazione nel 1088 consentì alle donne di frequentarne le lezioni. In Italia l’atteggiamento nei confronti dell’educazione femminile, in particolare in campo medico, fu più liberale che in altri stati. Presso la scuola Medica Salernitana, Trotula de Ruggiero, cui sono attributi scritti di ostetricia e ginecologia, insegnò a molte nobildonne italiane formando il cosiddetto gruppo delle “Signore di Salerno”.

Maria Margaretha Kirch


In Germania, invece, grazie alla tradizione per cui le donne partecipavano alla produzione artigianale, fu consentito ad alcune il coinvolgimento nella scienza dell’osservazione, in particolare l’astronomia.
Maria Margaretha Kirch ebbe la possibilità praticare l’astronomia dopo il matrimonio con Gottfried Kirch, primo astronomo di Prussia, divenendo sua assistente all’osservatorio astronomico a Berlino essa poté dare contributi interessanti tra cui anche la scoperta di una cometa.

Laura Bassi


Il XVII secolo vedeva ancora la vita delle donne interamente dedicata ai lavori domestici cui erano “obbligate per natura”. Mentre neanche la rivoluzione scientifica contribuì ad eradicare quest’idea dalla società, l’età dei lumi portò a un ruolo più ampio e più esteso del genere femminile nelle scienze. Nei salotti letterari, sia uomini che donne dei ceti più agiati trovarono lo spazio ideale per poter discutere di argomenti più disparati dalle scienze alla politica, alla filosofia e via dicendo. In questo periodo la prima donna ad ottenere una cattedra universitaria in ambito scientifico in Europa fu l’italiana Laura Bassi i cui studi sulla gravità furono fondamentali per l’introduzione delle idee di Isaac Newton.


Per lungo tempo la scienza rimase una professione ampiamente amata dalle donne; tuttavia i contributi femminili faticarono a farsi riconoscere per i pregiudizi ancora diffusi ed imperanti. Nel XIX secolo molte giovani poterono perseguire gli studi tramite corrispondenza con i propri insegnanti; fra queste, Ada Byron, figlia di Lord Byron è meglio conosciuta come Ada Lovelace (titolo che ricevette dal marito Lord William King conte di Lovelace, fermissimo sostenitore dei suoi interessi scientifici). Nonostante non avesse rinunciato alla famiglia, essendo già madre e moglie a soli 24 anni, Ada si mantenne un’allieva affamata di conoscenza e impaziente di apprendere.

Ada Lovelace


Con Charles Babbage intrattenne una ricca corrispondenza sulle possibili applicazioni della sua macchina analitica e tradusse su sua richiesta in inglese il testo di Luigi Menabrea sui motori ampliandolo con una serie di appendici. L’ultima di queste note, la famosa Nota G è considerata il primo programma informatico mai scritto, facendo di lei la prima programmatrice di computer al mondo, intuendo inoltre la capacità dei computer di andare al di là del mero calcolo numerico. Oggi il secondo martedì di ottobre viene celebrato il Giorno di Ada Lovelace per ricordare la prima informatica della storia, e in generale i successi delle donne nella scienza, nella tecnologia, nell’ingegneria e nella matematica.

Florence Nightingale

Sul finire del XIX secolo si assistette ad un ampliamento delle possibilità educative delle donne, grazie anche alla creazione di scuole per ragazze con impostazioni uguali a quelle maschili. Si assisté finalmente ad un momento cruciale per la salute pubblica e l’assistenza infermieristica moderna che ha in Florence Nightingale la sua pioniera fondatrice la quale per prima applicò il metodo scientifico attraverso la statistica.


In questo contesto, inoltre, emerge una delle più grandi figure non solamente femminili e non di esclusivo ambito scientifico ma a mio avviso della storia: Marie Curie. La prima persona a vincere due Premi Nobel (per la fisica 1903 e per la chimica nel 1911) un record da allora raggiunto solo da altri tre scienziati, e in più in due ambiti scientifici diversi. Grazie alla scoperta della radioattività Marie Curie passò alla storia e inaugurò ufficialmente l’era della fisica atomica. La tradizione scientifica della famiglia Curie proseguì con la figlia Irène Joliot-Curie i cui studi insieme al marito, sugli isotopi radioattivi che conducono alla fissione nucleare valsero loro il premio Nobel per la chimica nel 1935.

Marie Curie con le figlie
Maria Montessori


Il XX secolo è fra tutti quello più ricco di figure femminili impegnate nell’attività scientifica, fra queste ricordiamo: Lise Meitner che svolse un ruolo importante nella scoperta della fissione nucleare. Maria Montessori prima donna medico dell’Europa Meridionale famosa ancora oggi per il suo programma educativo avendo cura anche dei bambini con difficoltà dell’apprendimento.

Annie Jump Cannon

Emmy Noether diede nuova immagine all’algebra astratta, e creò un teorema critico sulle quantità conservate della fisica. Inge Lehmann, sismologa che suggerì per la prima volta la possibilità di un nucleo solido all’interno del nucleo terrestre fuso. Ad Annie Jump Cannon si deve la classificazione delle tipologie stellari in A-B-C sulla base della temperatura che venne poi successivamente estesa. Sempre in astronomia ad Henrietta Swan Leavitt si deve la scoperta della “relazione periodo-luminosità” della variabile Cefeide da cui deriva la nostra attuale idea dell’intero universo.

Rosalind Franklin

Gerty Theresa Cori scoprì il meccanismo attraverso il quale il glicogeno, si trasforma nei muscoli per formare l’acido lattico e su come viene poi riformato per la produzione di energia, che valse per lei ed i suoi colleghi il Nobel per la medicina nel 1947. Rosalind Franklin, cristallografa il cui lavoro sulla conformazione della struttura del DNA fu fondamentale ai suoi più famosi collaboratori James Watson e Francis Crick per terminare la ricerca sul loro modello della struttura del DNA per la quale furono premiati con il Nobel. Nessun merito venne riconosciuto al lavoro della Franklin che morì per una neoplasia nel 1958.

Rita Levi-Montalcini


Parlando di scienziate del XX secolo che dedicarono la vita alla scienza non possiamo dimenticare la neurologa Rita Levi-Montalcini, Premio Nobel per la medicina 1986 per la scoperta del fattore di crescita nervoso (NGF). Ricordiamo inoltre la figura controversa di Hedy Lamarr, attrice e brillante inventrice che sviluppò insieme al compositore George Antheil un sistema di guida a distanza per siluri che ad oggi rappresenta la base della tecnologia di trasmissione segnale usata nella telefonia e nelle reti wireless.


Grazie agli studi di Barbara McClintock sulla genetica del granturco si scoprì l’esistenza dei trasposoni, delle porzioni di DNA in grado di spostarsi da un cromosoma all’altro; la scienziata ottenne il premio Nobel per la medicina solo nel 1983 essendo stata per molti anni poco apprezzata negli ambienti scientifici.

Barbara McClintock

Indubbiamente quest’elenco non è e non può essere esaustivo della presenza e della totalità dei contributi portati dalle donne in ambito scientifico, né purtroppo abbiamo contezza di quale sia stato a tutti gli effetti il coinvolgimento femminile nella storia delle scienze. Oggi ci sono sempre più donne, scienziate e ricercatrici che impegnano le loro menti in campi non più ad esclusiva partecipazione maschile, come l’ingegneria, la matematica, la fisica, la chimica, l’informatica, la medicina rappresentando per le giovani generazioni un modello poliedrico da seguire ed emulare in una società che purtroppo ancora per molti aspetti tende a delineare un modello femminile stereotipato e monodimensionale.

Se il XIX e XX secolo sono stati il trampolino di lancio per la presenza femminile nei settori scientifici, il nostro è il primo secolo in cui le donne finalmente hanno grandi opportunità quasi al pari dei loro colleghi; è per questo di grandissima importanza che le giovani di oggi possano essere incoraggiate ad appassionarsi alle scienze per arrivare finalmente ad eradicare l’idea che le materie scientifiche siano prerogativa di una mente maschile.

Gaia Spasari

Eleonora Duse, la Divina

In occasione della Giornata Mondiale del Teatro (che si celebra il 27 marzo dal 1962) e del mese dedicato alle donne, vi parlo della divina, una delle più grandi attrici teatrali di tutti i tempi: Eleonora Duse.

I primi passi sul palcoscenico

Nata da due attori, Eleonora Giulia Amalia Duse (Vigevano, 3 ottobre 1858 – Pittsburgh, 21 aprile 1924), cresce sul palcoscenico: a quattro anni recita nella parte di Cosetta dei Miserabili di Victor Hugo, mentre a dodici sostituisce la madre ammalata nella parte di Francesca da Rimini di Silvio Pellico, e a quattordici è Giulietta. A vent’anni entra a far parte della Compagnia Ciotti-Belli Blanes e successivamente, ventenne fu a capo di una compagnia con Giacinta Pezzana, facendo parte successivamente della Compagnia Semistabile di Torino.

Adorata dal pubblico e apprezzata dalla critica, inizia a lasciare il segno si da giovane età. Nel 1881 sposa il collega Tebaldo Cecchi, non un attore eccellente, ma un ottimo manager della moglie: a lui si deve la costruzione della leggendaria figura della Duse.

Fondamentale per la Duse sarà l’incontro con Sarah Bernhardt, ritenuta allora la più grande attrice vivente. Continuando ad affermarsi sempre di più sul palcoscenico, Eleonora Duse porta in scena personaggi nati da grandi nomi come Zola, Dumas o Ibsen.

circa 1875: Studio portrait of Italian actor Eleonora Duse (1859 – 1924) standing in profile, holding her hands to her lips and looking down. Duse is wearing a gown with layers of ruffles and a flower print fabric and elbow-length gloves. (Photo by Hulton Archive/Getty Images)

L’incontro con D’Annunzio

Fondamentale sarà la sua relazione con Gabriele D’Annunzio: il loro legame artistico e sentimentale fu tempestoso e dominato da alti e bassi, durando circa una decina d’anni, contribuendo in modo determinante alla fama di D’Annunzio. Difatti, la Duse era già celebre e amata in Europa e portò sulle scene molti drammi dannunziani, come Il sogno di un mattino di primavera, La Gioconda, Francesca da Rimini, La figlia di Iorio, spesso finanziando lei stessa le produzioni e assicurando loro il successo e l’attenzione della critica anche fuori dall’Italia.

In ogni caso, la Duse ispirò una parte molto importante dell’opera dannunziana, tale da essere la musa ispiratrice della raccolta poetica Alcyone, la più celebre delle raccolte poetiche dannunziane.

Abbandono e ritorno al teatro

La loro storia d’amore finisce nel 1904, per la conflittualità dei caratteri ma anche per i debiti che Eleonora accumula per aiutarlo. Il 25 gennaio 1909 a Berlino, dopo la rappresentazione di La donna del mare, la Duse decide di lasciare il teatro, ma vi ritornò nel 1921, spinta dalle necessità economiche.

Nel frattempo, nel 1916, interpretò il suo unico film, Cenere, tratto dall’omonimo romanzo di Grazia Deledda. Morì di polmonite nel corso dell’ultima tournée statunitense, a Pittsburgh, il 21 aprile 1924.

Eleonora Duse nel corso della sua vita instaura intensi rapporti di amicizia e di stima con molte altre donne artiste, scrittrici, intellettuali del suo tempo: Matilde Serao, Laura Orvieto, Ada Negri, Sibilla Aleramo, Yvette Guilbert, Isadora Duncan, Camille Claudel.

Il metodo recitativo

Perché tutt’oggi Eleonora Duse è considerata una colonna fondamentale della storia del teatro?

L’attrice fu decisiva per il teatro moderno in quanto ruppe totalmente gli schemi del teatro ottocentesco, divenuto ormai incombente su una società del tutto nuova e diversa.

Il teatro dell’epoca era infatti caratterizzato da battute enfatizzate e innaturali, con trucchi scenici pesanti e parrucche che facevano diventare il viso dell’attore una maschera.

La Duse abbandona questi usi e basa il suo metodo recitativo sull’istinto: recitare era infatti un avvenimento naturale e spesso improvvisava, a volte camminava lungo il palcoscenico e gesticolava, poi si sedeva e cominciava a parlare. La Duse non era solita truccarsi né a teatro, né nella sua vita privata, ed era molto fiera dei suoi lineamenti marcati, non affatto in linea con i canoni estetici dell’epoca.

Eleonora scelse di usare pochissime decorazioni di scena lasciando il palco quasi vuoto e di affidarsi alle espressioni del volto e all’uso sapiente del ritmo fra parole e silenzi. È per questo che può essere considerata una proto-regista.

Recitò sempre in italiano, ma fu compresa e amata dal pubblico per questo suo nuovo modo di recitare.

Fu chiamata Divina da D’Annunzio e con questo nome passò alla storia.

Dantedì: Beatrice, la donna amata dal Sommo

Oggi il Dantedì si unisce al #didonneamarzo e vi parlo della figura femminile centrale nella poetica e nella vita dantesca: Beatrice, la tanto gentil e tanto onesta, la bella e beata dall’angelica voce.

Chi sia stata realmente questa donna lo possiamo solo supporre: sebbene non unanime, la tradizione la identifica in Beatrice Portinari, detta Bice, coniugata de’ Bardi; lo stesso Giovanni Boccaccio, nel commento alla Commedia, fa esplicitamente riferimento alla giovane.

Ci sono pochi documenti certi che parlano di Beatrice, alcuni hanno addirittura dubitato della sua reale esistenza. Alcuni dati ce li fornisce lo stesso Dante, la data di nascita è presumibilmente ricavata per analogia con quella di Dante (coetanea o di un anno più piccola del poeta, che si crede nato nel 1265); la data di morte la possiamo ricavare invece dalla Vita Nova, come l’unico incontro con Dante, il saluto, il fatto che i due non si scambiarono mai parola, ecc.

Un’ipotesi plausibile è che Beatrice sia morta così giovane forse a causa del parto del suo primo e unico figlio.

Henry Holiday, l’incontro immaginario fra Dante e Beatrice (con il vestito bianco) accompagnata dall’amica Vanna (con il vestito rosso), sul Ponte Santa Trinita a Firenze (1883)

Per quanto riguarda il personaggio descritto e amato dal caro Dante, possiamo tranquillamente pensare che il Sommo abbia un po’ esagerato alcune cose (probabilmente sognava tanto).

Prima di andare avanti ricordiamo che quasi sicuramente Dante e Beatrice non si parlarono mai, tutto fu frutto dell’immaginazione del Poeta, tipo me e Chris Hemsworth.

Beatrice è la protagonista di molte delle prime poesie di Dante nello stile stilnovista che furono poi raccolte nella Vita Nuova e nelle Rime: secondo lo Stilnovo la donna prende le sembianze di donna-angelo, passando poi ad un upgrade arrivando a essere quasi raffigurazione di Cristo e sembra anzi anticipare il valore allegorico che avrà nel poema di grazia divina.

Vito d’Ancona – Dante e Beatrice

La Vita Nova è proprio dedicata a Beatrice: in base a quanto detto da Dante al suo interno Beatrice fu vista da Dante per la prima volta quando aveva nove anni e i due si conobbero quando lui aveva diciotto anni. Morì molto giovane e questo causò in Dante un grande dolore, che trovò conforto nello studio della filosofia e in testi latini

Per quanto riguarda la Divina Commedia, Beatrice fa la sua prima apparizione nel II Canto dell’Inferno, nel momento in cui si ritrova a scendere nel Limbo e pregare Virgilio di soccorrere Dante.

Ricompare poi nel XXX Canto del Purgatorio, al termine della processione simbolica nel Paradiso Terrestre: qui vediamo la donna amata da Dante coperta da un velo bianco su cui è posta una corona di ulivo, indossa un abito rosso e un mantello verde, colori che simboleggiano le tre virtù teologali (il bianco è la fede, il verde è la speranza, il rosso è la carità).

Il solo vederla provoca profondo turbamento in Dante (uno svenimento in più, uno in meno, che sarà mai. Ripeto come me e Chris Hemsworth).

Infine, nella terza Cantica, Beatrice assume il ruolo di guida e maestra di Dante, come era stato Virgilio nelle prime due. Come è ovvio pensare, il loro rapporto sarà molto diverso: a lei Dante si rivolge con tutti i termini stilnovisti del caso, mentre Beatrice avrà nei confronti del Sommo un atteggiamento severo e di rimprovero.

Sapevate che a Firenze nella chiesa di Santa Margherita de’ Cerchi si trova il luogo di sepoltura di Beatrice, o almeno quello tradizionalmente indicato?  La Chiesa si trova, infatti, vicina alle abitazioni degli Alighieri e dei Portinari, dove si troverebbero i sepolcri di Folco e della sua famiglia. In realtà ci sono delle ipotesi che indicano come possibile luogo di sepoltura il sepolcro dei Bardi situato nella basilica di Santa Croce, sempre a Firenze, tutt’oggi segnalato nel chiostro da una lapide con lo stemma familiare, vicino alla Cappella dei Pazzi.

Quel che si può dire è che Dante amò questa donna con un amore divino e irreale, non fisico e materiale. Sicuramente è uno degli amori meno amati dagli studenti!

L’immagine usata come copertina dell’articolo è un’opera di @Paolo Barbieri art contenuta nel libro “L’inferno di Dante” illustrato da Barbieri e rappresenta proprio Beatrice.

Buffy l’eroina anche nella vita vera

Al giorno d’oggi le serie tv fanno parte delle vite di tutti noi, ci tengono compagnia, sono fra i nostri argomenti di conversazioni preferiti, ci affezioniamo, piangiamo, ridiamo. Ci son poi quei personaggi che ci entrano nel cuore, con cui cresciamo e che diventano in qualche modo dei modelli e degli amici.

Uno dei miei personaggi preferiti in questo senso è Buffy, la Cacciatrice.

Premesso che sono una fan sfegatata del genere fantascienza/fantasy/etc, ma Buffy mi piacerebbe a prescindere. La sigla di Buffy fra l’altro è una delle più belle della storia delle serie tv, ma anche tutta la colonna sonora è bellissima.

«Per ogni generazione c’è una prescelta, che si erge contro i vampiri, i demoni e le forze delle tenebre…lei è la Cacciatrice!» (brividi).

Titolo della serie è Buffy l’ammazzavampiri (Buffy the Vampire Slayer), che già suona dannatamente figo, è andata in onda tra il 1997 e il 2003 ed è stata scritta da Joss Whedon (sì, quello di The Avengers e Avengers: Age of Ultron). La serie ha avuto anche una continuazione fumettistica, con un’ottava stagione pubblicata dalla Dark Horse Comics, scritta dallo stesso Whedon e da altri autori.

Sapete che Whedon aveva già fatto un esperimento su Buffy? Ebbene sì, nel 1992 era uscito un film omonimo che fu un insuccesso commerciale (vi dico però che nel film c’era un giovanissimo Luke Perry insieme a Hilary Swank e a un irriconoscibile Donald Sutherland).

La storia di Buffy non ve la racconto davvero, perché tutti dovrebbero conoscere le avventure della cacciatrice/prescelta/ammazzavampiri. È una delle serie tv più belle della storia, che vedere unirsi diversi generi cinematografici: horror, arti marziali, urban fantasy, drammatico e splatter; in più la serie ha avuto un episodio musical (come lo adoro), dal titolo La vita è un musical. Dovete averlo visto, altrimenti recuperate, ci sono tutte le stagioni su Prime Video.

Quel che apprezzo in Buffy è che è un’eroina scelta per essere tale, non avendo bisogno di difendere la sua posizione, lei è The Vampire Slayer e nessuno può negarle il suo ruolo solo perché è una donna (ragazzina in realtà) o perché non mostra una scollatura provocante.

Il suo personaggio è ironico, forte e rispecchia anche l’abusato concetto di indipendenza. Affronta difficoltà stereotipate come i vampiri dal terribile trucco, ma si ritrova a dover fare i conti anche con la vita vera, senza che nessuno le regali nulla. Frequenta la scuola come tutti, e dopo la tragica morte della madre, si ritrova a dover mantenere se stessa e la sorella accettando lavori poco qualificanti, passando da problemi che chiunque di noi può aver vissuto: le bollette da pagare, lavori di ristrutturazione della casa, la spesa da fare e le macchie di sangue da pulire.

Non dimentichiamo, inoltre, che accanto a lei lottano i suoi fidati amici: Xander, un ragazzo impacciato che anche grazie alla vicinanza della Cacciatrice crescerà come personaggio, e Willow, probabilmente uno dei personaggi più forti delle serie televisive, una giovane strega molto potente che vivrà anche la difficile comprensione del suo vero io e che poi per il dolore della perdita scatenerà l’inferno in terra.

Insomma, Buffy e il suo gruppo di amici si ritrovano a dover combattere tutti i giorni il Male proprio sulla Bocca dell’Inferno (se non avete capito, ripeto recuperate la serie), ma anche a dover affrontare i problemi di ogni persona “normale”: delusioni d’amore, compiti in classe, bulletti della scuola, la vita quotidiana.

Come dimenticare la grande storia d’amore fra Buffy e Angel e tutto il tormento che ne è conseguito (vorrei dire a tal proposito che grazie a Buffy il mondo ha conosciuto David Boreanaz, devo davvero aggiungere altro?). E la storia di Angel stesso che è così piena di sangue e tormento o di Spike con altrettanto sangue e tormento.

È facile così rispecchiarsi in personaggi irreali, ma anche reali come Buffy, in cui vediamo non solo la lotta al male, ma anche la difficoltà della vita quotidiana. Eroine a tutto tondo.

@Noemi Spasari, 2021

Religiosità al femminile

Il contributo di oggi parla ancora di donna nell’antica Grecia: ho promesso alla mia amica Mia che non avrei fatto “la solita grecista”, quindi per le prossime uscite prometto di impegnarmi un po’ di più per spaziare in altri ambiti!

Parliamo di religione, un campo in cui le donne hanno avuto un ruolo da protagoniste, a differenza di quanto avveniva in quasi tutti gli altri aspetti della loro vita (vd. l’articolo precedente sulla condizione femminile). Le dee nel Pantheon greco avevano un ruolo di assoluto primo piano, spesso a loro erano dedicati i santuari principali delle città e le città stesse.

Il tempio di Atena dell’area archeologica di Paestum (SA). Foto dell’autore

I culti rivolti alle divinità femminili erano quasi sempre partecipati esclusivamente da donne, di vario grado di età a seconda del rito specifico da compiere. Per sottolineare ancora di più l’importanza del loro ruolo è da tener presente che la polis greca, cioè la città-stato, faceva della religione una delle sue fondamentali basi di unione civica, dei templi i suoi punti di riferimento, del calendario delle festività religiose quello che ne scandiva la vita.

Nel mondo greco, la concezione della vita della donna era essenzialmente quella di un percorso, strutturato in una serie di tappe: la ragazza che diventava adulta, poi sposa, poi madre, e che necessitava di essere inserita nell’ordine sociale attraverso la partecipazione a particolari “riti di passaggio”. Le donne erano anche responsabili della ritualità sulla riproduzione quindi la fertilità, i figli quindi la nascita, e il mantenimento della famiglia quindi il benessere agricolo.

Uno dei momenti sacri legati al mondo femminile più importanti nell’intero mondo greco è quello delle Arreforie ateniesi, le feste dedicate alla dea Atena. Il rituale arreforico aveva come scopo il trasformare le “figlie di ateniesi” in “mogli e madri di ateniesi” e si svolgeva con una processione notturna in cui delle ragazze prescelte per il rito, portavano doni alla dea. Altri eventi simili, molto importanti, erano ad esempio le Tesmoforie, riti propiziatori della fertilità della terra, rivolti a Demetra e a sua figlia Persefone.

Il rito delle Arreforie raffigurato sul fregio del Partenone, parte dei marmi “Elgin” conservati al British Museum di Londra – Fonte: Wikipedia Netherland

Ciò non significa che l’uomo non avesse trovato il modo di dare una connotazione negativa al ruolo della donna nei riti religiosi, ovviamente: la donna è un essere “selvaggio”, perché incapace di controllare alcuni processi naturali, soprattutto il ciclo mestruale, che la rende impura. Come vedete non è cambiato molto e tutti gli uomini inorridiscono – oggi come allora – al solo sentire pronunciare la parola mestruazione! Si verificavano addirittura veri casi di allontanamento temporaneo dalla società, ad esempio per le donne che avessero appena partorito, che venivano condotte in speciali “casette” con altre donne nella stessa condizione, proprio per la loro impurità che poteva “inquinare” l’ambiente in cui si trovavano. Come se tutti gli uomini non fossero a questo mondo grazie a una donna che li ha partoriti!

Era necessario quindi che questa e altre condizioni di impurità si sottoponessero a riti di purificazione e il mezzo con cui la si otteneva era ovviamente “l’assoluzione” divina, attraverso riti, processioni, sacrifici, danze, preghiere e l’uso di elementi quali acqua e fuoco.

L’acqua era considerata di grande potere: scaturisce dalla “Madre Terra”, quella che dona la vita, e quindi possiede proprietà rigeneratrici. Svariate forme di lavaggi rituali (se vogliamo usare un termine specifico diremo abluzioni), venivano praticate in occasione di cerimonie religiose sia private che pubbliche: ad esempio, sappiamo che il bagno era una delle tappe rituali verso la pratica dell’iniziazione, ma anche preliminare al matrimonio per la futura sposa.

Perirrhanterion dal santuario dell’Incoronata di Metaponto. Si tratta di un grande contenitore da acqua che veniva utilizzato nei santuari per i rituali. Fonte http://www.museoradio3.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-842aeb57-0bbf-45de-ac49-f74bafe14456.html

La pratica dell’immersione, totale o parziale, non riguardava solo le fedeli, ma poteva essere praticata anche alle statue di culto o agli oggetti donati in voto, che in tal modo venivano purificati e consacrati. In queste occasioni la statua della dea veniva lavata, vestita e ornata di gioielli, perché in quel momento così importante e carico di significato smetteva di essere semplice immagine divina per diventare la dea stessa. Per il bagno la statua veniva portata in processione verso una fonte, un fiume o un apposito spazio all’interno dei santuari. Scopo del bagno prenuziale non era solo la purificazione ma anche utilizzare le proprietà rigenerative e benefiche dell’acqua per la fecondità della sposa: le divinità connesse all’acqua e tutelari di questi riti si faranno protettrici anche dei nascituri. Una vasca dedicata a questo genere di culti era presente in un sito che mi è molto caro, il santuario di Punta Stilo a Kaulonia, in Calabria, a cui ho avuto il grande piacere di dedicare molti anni della mia vita da studentessa universitaria e che ho studiato nella mia tesi di laurea.

Ecco un esempio di Hydria, il vaso utilizzato per trasportare e versare l’acqua per eccellenza, che si distingue dalla classica anfora per la presenza di tre manici, in termine tecnico anse, di cui una verticale.

Fonte: http://www.comune.bologna.it/archeologico/percorsi/47680/id/8988/oggetto/2344/

Un’idea concreta di come si svolgessero questi rituali ci viene data da alcune rappresentazioni iconografiche, quindi dalle immagini, che ci mostrano scene di rituali femminili, dagli scavi archeologici nei santuari, da cui spesso emergono vasche e pozzi, oltre a utensili per il culto e vasi specifici per trasportare e contenere l’acqua o che servivano come bruciatori, che si uniscono a quanto tramandato dai testi scritti.
Vediamo ad esempio delle scene di peplophorie, cioè di giovani donne prossime al matrimonio che portano in processione il peplo nuziale, così si chiamava il vestito, alla dea perché lo benedica insieme alla sua futura unione. Oltre al peplo portavano ovviamente doni alla loro dea, simboli della loro devozione e legati alla natura stessa della divinità.

Disegno di un pinax dalla pubblicazione I Pinakes di Loci Epizefiri. Musei di Reggio Calabria e di Locri, 2003

Il mondo della religiosità al femminile è molto complesso e affascinante e se ci riflettete bene, molti echi di queste pratiche si posso ritrovare anche oggi in molti riti e usanze che venivano praticati fino a non molto tempo fa in occasione degli stessi eventi, come appunto il matrimonio o la nascita. Concludo con una riflessione sul mondo femminile che nei momenti più importanti della vita si unisce, consolidando relazioni e affetti, intorno alla religiosità e alla ritualità condivisa. Le donne fanno gruppo compatto che si sostiene a vicenda e si uniscono con la loro divinità, che a sua volta le protegge e le guida.

Non so a voi ma a me questo quadro così delineato dà una certa emozione e mi sento vicina con lo spirito a quelle donne di un tempo, quasi come se partecipassi alle loro processioni e alle loro danze.

Simone de Beauvoir e le sue memorie da ragazza perbene

Continua linea dedicata alle grandi donne del mondo della cultura. Oggi parliamo di una scrittrice, saggista, filosofa, insegnante, considerata la madre del movimento femminista. Avete capito a chi mi riferisco? Naturalmente a Simone de Beauvoir (Parigi, 9 gennaio 1908 – Parigi, 14 aprile 1986).

Simone fu un’esponente della corrente filosofica dell’esistenzialismo e condivise con Jean-Paul Sartre la vita privata e professionale.

In questo articolo ci soffermiamo su una delle sue raccolte: Memorie di una ragazza perbene.

È un racconto molto dettagliato che parte dall’infanzia della filosofa fino all’incontro con Sartre, un romanzo impegnativo che fornisce interessanti spunti per la riflessione.

Il racconto è diviso in quattro parti, quattro lunghi diari che narrano la vita di una delle più interessanti figure del Novecento francese.

Questo memoir ha inizio proprio dall’infanzia, scritto in prima persona da Simone de Beauvoir che ci racconta con estremo dettaglio e cura la sua fanciullezza, l’educazione cattolica impartitale dalla madre e dall’istituto dove andava a scuola.

È molto interessante il racconto del suo avvicinamento intimo a Dio e successivo allontanamento. racconta come si è avvicinata a Dio e come se ne è allontanata. Ogni dettaglio in questa narrazione segna un punto fondamentale, il rapporto con la madre, il padre e la sorella più piccola, l’incontro con l’amica che sarà una presenza fondamentale fino alla fine. La scrittrice scava nelle sue memorie e riporta riflessioni profonde e impietose, su se stessa e sul mondo che la circondava, offrendo a noi lettori uno specchio del suo percorso di crescita da bambina a donna.

Quel che si nota è che sin da piccola Simone sembra avere le idee chiare, consapevole di ciò che vuole diventare: sente di non essere portata per il matrimonio, la casa e la cura dei figli come molte donne a lei contemporanee. Simone vuole studiare, scrivere, vuole diventare qualcuno.

Attraverso le fasi della sua crescita, dalle stanza della casa, passando alla formazione scolastica, si delinea man mano la figura, la donna, la scrittrice divenuta poi immortale.

Sempre con lucidità e spirito critico dai racconti dell’infanzia passa a quelli del liceo e poi a quelli universitari, raccontando di come fosse difficile, ma bella la vita, di come fosse passata davanti a tanti uomini, di come ha sempre lasciato il segno.

È in queste pagine ricche di riflessioni e incontri, disillusioni, rabbie, scontri familiari che nasce e affiora l’animo da anticonformista, anticonvenzionale, sovvertitrice di Simone de Beauvoir.

Sa che essere una ragazza vuol dire avere un posto differente rispetto a quello degli uomini, ma non lo accetta e lotta.

C’è un filo conduttore in tutto il racconto: l’amore per la vita e per il vivere. La voglia di vivere che non riesce ad abbandonarla, perché vi è troppo innamorata. Il desiderio di essere qualcuno, di fare della propria vita qualcosa di cui potere essere un giorno fieri, di non essere solo un numero in mezzo al mondo.

 

Simone de Beauvoir è un modello per chi non vuole arrendersi e non vuole accettare che “così è sempre stato e così sarà per sempre”.

Un libro che alla fine tocca l’anima.

@Noemi Spasari, 2021

The GrandMother of Performance Marina Abramović

Se parliamo di performance art, quella corrente artistica che consiste in un’esperienza effimera e autentica sia per gli artisti che per il pubblico, un evento irripetibile e unico, il pensiero immediato va a Lei, la regina di questa arte: Marina Abramović. Lei stessa si è autodefinita la «nonna della performance art», per sottolineare la portata rivoluzionaria del suo modo di intendere la performance artistica che, nel suo caso, prevede spesso la partecipazione del pubblico, sia a livello mentale che fisico. Con il suo lavoro esplora le relazioni tra l’artista e il pubblico, mettendo in contrasto i limiti del corpo e le possibilità della mente.

http://www.instyle.com

Chi è Marina Abramović?
Nata a Belgrado nel 1946, è un’artista serba, naturalizzata statunitense, i genitori erano partigiani della Seconda Guerra Mondiale, mentre suo nonno, un patriarca della chiesa ortodossa serba, fu addirittura proclamato santo!

Pensate che ricevette la sua prima lezione d’arte proprio dal padre all’età di 14 anni, quando chiese al genitore di comprarle dei colori: il padre arrivò con un amico con il quale iniziò a tagliare a caso un pezzo di tela, gettandovi sopra materiali e colori vari.

Studia prima all’Accademia di Belle Arti di Belgrado, poi a quella di Zagabria. In questi anni comincia a usare il corpo come strumento artistico e a dedicarsi al suono e all’arte performativa.

Nel 1973 porta in vita la sua prima performance Rhythm 10 al Museo d’Arte Contemporanea di Villa Borghese a Roma, in cui esplora elementi di ritualità gestuale.

Usando dieci coltelli e due registratori, l’artista esegue un gioco russo nel quale ritmici colpi di coltello sono diretti tra le dita aperte della mano (il gioco del coltello).

L’anno successivo presenta Rhythm 0 allo studio Morra a Napoli, qui l’Abramović si presenta al pubblico posando sul tavolo diversi strumenti di “piacere” e “dolore”; fu detto agli spettatori che per un periodo di sei ore l’artista sarebbe rimasta passivamente priva di volontà e avrebbero potuto usare liberamente quegli strumenti con qualsiasi volontà.

rhythm 0

Nel ’76 un incontro cambia e segna la sua vita: ad Amsterdam conosce il performer tedesco Uwe Laysiepen, meglio noto come Ulay. Entrambi nati il 30 novembre, sembravano essere destinati a conoscersi.

Fra loro nacque subito una forte intesa sentimentale e artistica, dando vita insieme a una serie di opere performative, segnando anni di amore e arte, un sentimento unico e indescrivibile.

Insieme realizzano la serie di opere Relation Works e hanno ideato il manifesto Art Vital, che definisce la direzione della loro pratica artistica. Tra le loro realizzazioni più note cito la performance Imponderabilia, tenuta presso la Galleria Comunale di Arte Moderna di Bologna: i due artisti, completamente nudi, erano posizionati l’uno di fronte all’altra all’ingresso di un passaggio molto stretto attraverso cui gli spettatori dovevano passare se volevano visitare il museo. Questa performance fu considerata scandalosa e fu interrotta dopo alcune ore dalle forze dell’ordine.

Il loro sodalizio artistico e affettivo prosegue per anni, fino al 1988. Due artisti del genere non potevano lasciarsi come due “persone normali”: la fine della loro relazione fu segnata da una performance, The Lovers. Intraprendendo una sorta di viaggio spirituale, i due hanno percorso, in solitaria, metà della Grande Muraglia Cinese, partendo dalle due estremità e incontrandosi a metà di essa.

Marina continua a viaggiare e a proporre nuove performance e ha “diffuso” il suo percorso artistico per aiutare le persone a entrare in contatto con la parte più profonda di sé stessi.

Nel 2010 al MoMA di New York presenta una delle sue opere più complesse The artisti is present che in tre mesi ha ripercorso le tappe della sua storia artistica, riportate in vita da performer “addestrati” da lei. In questi tre mesi l’artista sceglie di sedere immobile e in silenzio davanti a un tavolo per sette ore al giorno, a incontrare gli sguardi del pubblico, che quasi come in un solenne rituale pagano, le si avvicina lentamente e le si siede di fronte, per tutto il tempo che ritiene necessario.

moma.org

Chi non ha visto l’immagine di lei e Ulay toccarsi le mani e piangere seduti a quel tavolo? Ebbene, Ulay fu un visitatore inaspettato, l’artista alla sua vista non ha resistito e ha “infranto” le regole della performance spingendosi in avanti e stringendo le mani all’uomo che ha segnato una parte fondamentale della sua vita.

Il “Metodo Abramović” ha avuto luogo a Milano presso il PAC di via Palestro, parteciparono tantissimi sostenitori nel mondo dell’arte fra cui Lady Gaga. La performance consisteva nell’entrare nel mondo del silenzio, lontani dai rumori, rimanere soli con se stessi e allontanarsi per poche ore dalla realtà.

Non stupisce sapere che Marina ha già preparato la sua ultima performance: GrandMother Of Performance avverrà solo il giorno del suo funerale. Quel giorno ci saranno tre bare e ciascuna sarà mandata in una delle tre città che hanno segnato la sua vita, quindi Belgrado, Amsterdam, New York. Solo una conterrà il corpo dell’artista, ma nessuno potrà saperlo.

Un’artista unica, che ha segnato il mondo dell’arte.

@Noemi Spasari, 2021

Le due Franca, Rame e Valeri: due vite per l’arte

Melius abundare quam deficere, così oggi ho deciso di dedicare questo spazio non a una sola donna, ma a due: le due Franca del mondo del teatro.
Sto ovviamente parlando di Franca Rame e Franca Valeri, attrice teatrale, drammaturga e politica una, attrice, sceneggiatrice e drammaturga sia di teatro sia di cinema l’altra.

Sono due donne che hanno lasciato il segno non solo nel teatro, ma anche nella storia del nostro Paese, due artiste dall’istrionica e coinvolgente personalità, uniche nel loro genere. Riuscire a riassumere in poche righe il loro essere è un lavoro quanto mai arduo, quindi cercherò di darvi almeno un’idea di chi sono state queste due donne.

Franca Rame (Parabiago, 18 luglio 1929 – Milano, 29 maggio 2013)
Era figlia d’arte, il padre Domenico era un attore e la madre Emilia Baldini fu prima maestra, poi attrice. Impara a gattonare nel mondo dell’arte: sin da neonata interpreta i ruoli da infante nelle commedie portate in scena dalla compagnia di famiglia.

C’è una sua frase che mi è rimasta impressa e che secondo me mostra proprio come fosse nata per fare teatro: «C’è un momento della mia infanzia che spesso mi ritorna in mente. Sto giocando con delle compagne di scuola sul balcone e sento mio padre che parla con la mamma: “È ora che Franca incominci a recitare, ormai è grande”. Avevo tre anni».

A 25 anni sposa l’attore Dario Fo, con cui avrà un figlio, Jacopo. Insieme al marito fonda la Compagnia Dario Fo-Franca Rame, di cui Fo è il regista e il drammaturgo del gruppo e lei la prima attrice, collaboratrice all’allestimento dei testi e l’amministratrice.

con il marito Dario Fo

La storia d’amore e d’arte Fo-Rame durerà per oltre cinquant’anni contando centinaia di spettacoli di generi sempre diversi: dalla farsa e la commedia dell’arte al teatro politico, ma anche teatro civile e sociale.

Fra questi ultimi cito un’opera difficile da descrivere, cruda e terribile: Lo stupro, la drammatica rappresentazione teatrale di un’esperienza vissuta direttamente dall’attrice anni prima, quando fu violentata e torturata da un gruppo di neofascisti. Vi lascio il link al video, ma vi avverto prima di guardarlo, non è di facile digestione.

da Lo stupro

Per quanto riguarda la sua attività politica, Franca Rame abbraccia l’utopia sessantottina al fianco di Dario Fo; fondano il collettivo “Nuova Scena”, ma dopo aver assunto la direzione di uno dei tre gruppi in cui era diviso il collettivo, a causa di divergenze politiche si separa – assieme al marito – facendo nascere un altro gruppo di lavoro, detto “La Comune”.

Con la sua “Comune” porta in scena testi di satira e di controinformazione politica, che si presentano spesso con un carattere molto feroce, come per esempio Morte accidentale di un anarchico e Non si paga! Non si paga.
Alla fine degli anni Settanta si unisce al movimento femminista, portando a teatro queste ideologie in testi come Tutta casa, letto e chiesa, Grasso è bello! e La madre.

Per non farsi mancare nulla nel 2006 si candida in politica e diventa senatrice, ma lascerà la posizione dopo un paio d’anni.

Nel corso della sua vita in scena, la sua conoscenza del mondo teatrale le ha permesso di trattare in modo ironico e provocatorio anche temi scottanti, trasformando la commedia dell’arte in un focolaio culturale attuale.
Lei e Dario scrivono un’autobiografia intitolata Una vita all’improvvisa nel 2009.

Franca Rame muore il 29 maggio 2013 all’età di 84 anni.

La sua storia d’amore e d’arte con Dario Fo è fra le più belle di cui abbia mai sentito parlare, sono sempre ritratti sorridenti, ovviamente non si son fatti mancare lunghe crisi, tradimenti, incomprensioni, ma com’erano belli insieme, innamorati fino all’ultimo giorno.

http://www.archivio.francarame.it/

Franca Valeri (Milano, 31 luglio1920 – Roma, 9 agosto 2020)
Nasce come Franca Maria Norsa, ma lo cambierà in Valeri negli anni Cinquanta, dopo aver maturato una passione per lo scrittore e poeta francese Paul Valery.
Si appassiona sin da piccola al teatro di prosa, segue un percorso di studi umanistici. È vittima delle leggi razziali del periodo fascista, che hanno portato suo padre e suo fratello a rifugiarsi in Svizzera, riuscendo lei ad evitare la deportazione grazie a un documento falso.

Debutta a teatro dopo la Seconda guerra mondiale, ottenendo grandi successi, mostrandosi sin da subito come una fenomenale attrice: la signorina snob è forse il suo personaggio più celebre, nato quando Franca era ancora adolescente, un personaggio che durerà per lunghi anni e diventerà specchio di un’Italia borghese.

La signorina snob – da connessiallopera.it

Insieme ad Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli forma la Compagnia del Teatro dei Gobbi, che si trasferisce a Parigi portando una serie di sketch satirici sulla società contemporanea senza ausilio di scene e costumi: filosofia della compagnia era proprio quella di non fare indossare costumi agli attori per caratterizzare uno o l’altro personaggio, ma mostrandoli al naturale così che venisse premiata l’improvvisazione.

La “vulcanica Franca” esordisce al cinema con Federico Fellini, prendendo poi parte alle migliori commedie della tradizione italiana: la vediamo in Totò a colori, Piccola posta, Il segno di Venere, Il vedovo, etc. 

Franca Valeri era una personalità dalle molteplici doti, sempre pronta a sperimentare nuovi mondi. Difatti, insieme a cinema e teatro si occupa anche di doppiaggio, sceneggiatura, regia, e soprattutto, di televisione spopolando con il noto personaggio della Signora Cecioni che apparirà in differenti programmi televisivi.

La signora Cecioni – da Wikipedia

Nel corso degli anni Sessanta pubblica una serie di dischi nei quali vengono registrati i suoi personaggi femminili: nascono così gli album Le donne di Franca Valeri (1962), Una serata con Franca Valeri (1965) e La signora Cecioni e le altre (1968). Negli album ogni traccia racchiude un breve monologo dei personaggi più celebri e conosciuti di Franca Valeri, attraverso la radio e la televisione.

Franca Valeri è stata sposata con Vittorio Caprioli, attore e regista con il quale ha lavorato assieme in teatro e al cinema, i due si conoscono negli anni Quaranta, mentre la Valeri recita i suoi monologhi caratteristici a Parigi.  Successivamente si legherà per altri dieci anni al direttore d’orchestra Maurizio Rinaldi, scomparso nel 1995.

Legata al Teatro alla Scala di Milano, dove ha maturato la sua passione per l’opera lirica, Franca Valeri si è anche cimentata come regista di melodrammi (per non farsi mancare niente). Per tutta la vita continua a cimentarsi in ruoli e arti, dal teatro al cinema, alle fiction RAI.

Peculiare dello stile di Franca Valeri è sicuramente l’uso intelligente e raffinato dell’ironia, unito alla sua capacità di riuscire a far riflettere su quelli che sono i vizi e le virtù della società.

https://www.open.online/2020/08/09/100-anni-franca-valeri-video/

Attrice di teatro e cinema, sceneggiatrice, regista, cantante, cosa manca all’appello? Scrittrice, perché sì, la Valeri ha anche pubblicato tantissimi libri: per citarne alcuni Il diario della signorina snob del 1951, oppure più recente Animali e altri attori e il suo lavoro autobiografico intitolato Bugiarda no, reticente.

Come se non bastasse fondò anche l’Associazione Franca Valeri – Onlus per l’assistenza agli animali abbandonati, per contrastare il randagismo.

Muore all’alba del 9 agosto 2020 nella sua casa di Roma, pochi giorni dopo aver festeggiato il suo 100º compleanno.

Due donne diverse, che hanno vissuto una vita piena di arte e hanno lasciato il segno nella società e nel mondo.

@Noemi Spasari, 2021

La donna nell’antica Grecia

Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale della società.” È una frase pronunciata da Rita Levi Montalcini che può essere considerata di portata universale, parlando della condizione femminile.

Essere donna è sempre stato un compito difficile, ma nella Grecia classica lo era forse ancora di più: per quanto la mia ammirazione per la cultura che ci ha lasciato quel popolo sia immensa, è necessario porre l’accento su quanto quella stessa società, tanto evoluta sulle arti e le scienze, fosse tuttavia governata da leggi maschili e maschiliste, con costumi orientati a mantenere una subalternità formale della donna.

La γυνή (si legge ghiunè), la donna greca, anche e soprattutto quella che viveva nella democratica Atene, non aveva diritti che oggi chiameremmo “civili”, non poteva avere un suo personale patrimonio, non poteva esercitare nessuna professione – figuriamoci votare! – ed era relegata nel suo ambiente domestico, prima nella casa del padre e poi in quella del marito e a questi era sottomessa. La donna è tenuta alla gestione della casa, alle attività di tessitura, alla cucina, il resto spetta all’uomo.

Immagine di gineceo dipinta su un epìnetron, un particolare vaso che si poggiava sulle ginocchia per filare la lana. Fonte: https://parentesistoriche.altervista.org/donna-grecia-antica

Se leggendo queste poche frasi vi siete innervosite/i, siete in buona compagnia!

Anche Omero è un maschilista: chi è la causa della guerra di Troia? Elena, una donna. Quasi volendo insinuare che il povero Paride fosse stato costretto a rapirla! Anche una donna importante come Andromaca, la moglie di Ettore, principe erede al trono di Troia, era relegata a crescere i figli, gestire la casa e il gineceo, mentre il marito si occupava degli affari di Stato. Poveretta, peccato che questo non l’abbia salvata da una brutta fine.
E tutti i mali del mondo da dove arrivano? Da Pandora, ehm, una donna.
Chiaro no? Donna = stai a casa che se no combini guai; uomo = forte, coraggioso, intelligente, ecc ecc.

La misoginia dilagante nel mondo della letteratura, scritta da uomini, è evidente nel loro divertirsi a sottolineare quelli che ritengono i difetti congeniti del genere femminile, come nel caso di Pandora, la curiosità e la frivolezza.

John William Waterhouse, Pandora apre lo scrigno (1896)

Questo vale soprattutto per le classi medio-alte, mentre si distinguevano le classi più popolari, che incredibilmente, vivevano direi meglio da questo punto di vista, perchè potevano lavorare e uscire di casa a piacimento per tutte le loro necessità.

Altra eccezione era costituita dalle etère, come definirle? Si potrebbero dire escort di alto borgo, figure molto sofisticate, le uniche donne indipendenti nella società greca! Avevano delle vere relazioni durature con personaggi spesso molto influenti della società e, ovviamente, con le loro “arti persuasive” riuscivano a influenzare le loro decisioni… gli uomini non cambiano mai! Queste donne avevano denaro proprio di cui potevano disporre ed erano rinomate per la loro istruzione e per il loro padronaggiare le arti della musica e della danza.

Si distingue da tutte le altre la donna di Sparta, evidentemente la virilità degli spartani era tale da non sentirsi minacciata dall’indipendenza delle loro donne! Le ragazze venivano cresciute in modo molto simile ai ragazzi, con uno stile di vita dedito all’attivà sportiva e alla cura del corpo. È vero che non abbiamo molte testimonianze dirette ma possiamo dire che sicuramente l’uomo spartano era spesso impegnato in guerra e allora era la donna che assumeva il comando della casa, gestendo anche i beni di famiglia.


La regina Gorgo, moglie del re spartano Leonida. Dal film 300. Fonte: https://300.fandom.com/wiki/Gorgo

Per avere un altro punto di vista ci viene in soccorso, come sempre, l’archeologia.
L’archeologia ci permette di ammirare oggetti dell’uso quotidiano del mondo femminile, di ogni classe sociale. Dalle figure in terracotta di grandi o piccole dimensioni, apprendiamo il modo di pettinarsi e di vestirsi, con tanto di cambio nelle mode, ad esempio dalla famosa statua di Kore col peplo vediamo come nel VI secolo a. C. i capelli fossero raccolti in lunghe trecce. Dalle arti figurative apprendiamo usi e costumi: ad esempio da questi pinakes da Locri Epizephiri, colonia greca in Calabria, vediamo parti dell’arredamento della casa, in particolare la “cassa” per i vestiti, la culla per i neonati, la preparazione della sposa. Dalle famose Cariatidi dell’Eretteo di Atene possiamo vedere un esempio di peplo, la veste tradizionale della donna greca, e una elaboratissima acconciatura.

fonte: Wikipedia; http://www.comune.bologna.it/iperbole/llgalv/iperte/scommessa/arredo_casa_greca/arredo_casa_greca.htm

Dagli scavi urbani e delle aree sacre emergono sempre moltissimi pesi da telaio, di tante forme e dimensioni diverse, tipica espressione della presenza femminile in quegli ambienti, che potevano essere le loro abitazioni o le sedi per i loro riti sacri. La ritualità legata al mondo femminile e alle divinità femminile rivestiva una grandissima importanza nella società greca.

La donna greca era però anche amante del lusso, che poteva sfoggiare in società quando si riuniva con le altre donne: oggetti preziosissimi per la toilette femminile ci dimostrano l’attenzione per la cosmesi; la parola “cosmetico” deriva proprio dal greco “kosmèo” che significa adornare. Olii preziosi, profumi ed essenze erano contenuti in piccoli vasi, spesso finemente decorati, come aryballoi, lekythoi, alabastra e askoi o in scatoline, anche in metallo o avorio – superlusso! – che contenevano creme e unguenti.

Fonte: Wikipedia

Non ultima l’oreficeria e la gioielleria: vi assicuro che nessuna donna di oggi disdegnerebbe un bel paio di orecchini d’oro di fattura greca! Ma le donne greche si ornavano anche di collane, spilloni e avevano specchi e oggetti personali in materiale prezioso.

Sul perchè questo processo di sottomissione femminile avvenga frequentemente nella storia sono state avanzate tantissime ipotesi da filosofi, psicologi, storici e professionisti di ogni genere; la mia personalissima opinione è che l’uomo si sia sempre sentito minacciato dall’intelligenza e dallo spirito femminile…o almeno è quello che mi piace pensare.

In conclusione possiamo dire che, sebbene l’uomo abbia in molti casi tentato di limitare l’influenza femminile relegandola in ambiente domestico, questa si esercitava in ogni caso in ogni ambito della vita della società, dagli aspetti religiosi, all’arte, all’economia e anche, uomini malgrado, alla politica.

L’uomo sarà anche la testa, ma la donna è sempre il collo, quella che la testa la fa girare!
(semicit. da Il mio grosso grasso matrimonio greco)

Pina Bausch, la grande Maestra che ha cambiato la danza

Ci sono delle personalità nel mondo dell’arte che a parer mio andrebbero studiate a scuola, per il ruolo fondamentale che hanno ricoperto, per ciò che hanno fatto e per l’eredità che hanno lasciato: fra questi un posto di rilievo lo occupa Pina Bausch, coreografa, ballerina e insegnante tedesca, una delle più grandi artiste della storia recente.

da http://www.riccioneteatro.it/

Di chi stiamo parlando?
Philippine Bausch, meglio nota semplicemente come Pina Bausch, nasce a Solingen, nella Renania tedesca, il 27 luglio del 1940.

Il suo nome è legato a un termine che potrà sembrarvi un po’ strano, “Tanztheater”, che in italiano traduciamo con teatrodanza, adottato negli anni ’70 da alcuni coreografi tedeschi, di cui vi parlerò dopo.

Inizia la sua carriera artistica sin da adolescente, studia inizialmente alla “Folkwang Hochschule” di Essen, diretta da Kurt Jooss, per poi ottenere una borsa di studio per un corso di perfezionamento e di scambio negli USA. Qui studierà alla famosa “Julliard School of Music” di New York. Successivamente viene scritturata, come ballerina, dal New American Ballet e dal Metropolitan Opera House.

da https://vitaminevaganti.com/2019/06/29/pina-bausch-quando-avere-i-piedi-troppo-lunghi-fa-la-differenza/

Poi rientra in Germania, sono gli anni ’60, gli anni delle sperimentazioni dei cambiamenti, gli anni di Kennedy, dei Beatles e dei Pink Floyd, gli anni d’oro del cinema italiano, gli anni delle rivoluzioni, degli Hippie: Pina inizia a comporre le prime coreografie per il corpo di ballo della sua prima scuola, la Folkwang Hochschule di Essen fondata da Kurt Jooss, che dirigerà dall’anno successivo. Iniziano a vedersi le basi della sua rivoluzione.

Arrivano gli anni Settanta, anche il mondo della danza è nel pieno delle rivoluzioni: vengono rivalutate le potenzialità del corpo come mezzo espressivo, ma anche il rapporto con lo spazio e con la musica, viene sperimentata un’esplorazione più libera del movimento, insieme a nuovi codici gestuali.

da New York Times

È il 1973 quando Pina Bausch fonda il Tanztheater Wuppertal Pina Bausch. È un successo sin dal principio per i suoi spettacoli, che prendono ispirazioni da capolavori artistici, letterari e teatrali, come ad esempio Le sacre du printemps del 1975; Pina Bausch accumula successi in tutto il mondo.

Sarà con Café Müller (1978), uno dei suoi spettacoli più celebri, nel quale si possono intuire anche gli echi del suo passato di giovane lavoratrice nel ristorante paterno, che si assisterà alla svolta decisiva nello stile e nello studio del componimento in tutti i suoi elementi, andando ad approfondire sia il contrasto uomo-società, sia la visione intima della coreografa e dei suoi danzatori, che sono chiamati direttamente ad esprimere le proprie personali interpretazioni dei sentimenti.

Pina Bausch muore di cancro ai polmoni il 30 giugno 2009 all’età di 68 anni.

Il Tanztheater
Cosa si nasconde dietro questa parola? Il teatro danza è un progetto artistico che unisce alcuni elementi del teatro inteso in senso classico con la corporeità e la potenza espressiva della danza, usati per precisi scopi drammaturgici.

In cosa consiste la rivoluzione di Pina Bausch? La grande artista coinvolgeva in prima persona i suoi danzatori, chiamati anche danzattori, e partendo da un elemento base, chiedeva loro di proporre una rilettura personale e quindi a contribuire attivamente alla creazione dell’opera, rendendo così ogni gesto carico di un potente significato.

Il lavoro di Pina si basa sul rapporto fra forza e fragilità, che rinnova facendolo vivere in modo sentito e riempito del vissuto di ciascun interprete.

da https://www.kampnagel.de/en/program/viktor/

L’eredità
Riassumere in poche parole cosa tutt’oggi l’importanza che ricopre la figura di Pina Bausch sarebbe riduttivo. La memoria di questa donna, maestra, artista continua a influenzare ed essere presente nella vita di grandi artisti a noi contemporanei, dal teatro alla danza, ma anche al cinema, alla pubblicità e anche alla moda e il circo. La sua compagnia continua ad essere attiva e a rimettere in scena il repertorio della Bausch, considerato ormai un classico della danza contemporanea.

In particolare, mi soffermo sulla moda. Pina è una ballerina senza tutù, nelle sue opere indossa e fa indossare abiti che mostrano le forme del corpo, quasi sottovesti intime. Questo ha ispirato molti artisti nel campo della moda.

Il regista Wim Wenders le dedica un documentario, dal semplice titolo “Pina”, perché non serve altro, e che ci mostra come creatività, emozione e comunicazione si fondano nel lavoro straordinario di Pina, una donna che ha dedicato tutta la vita alla propria arte, e che è stata un punto di riferimento per il mondo della danza, ispirando ballerini di tutto il mondo.

Pina, Wim Wenders

Mi emoziona molto parlare di personaggi come Pina Bausch che considero una sorta di divinità nel campo artistico.

 

Immagine in evidenza da wsimag.com

@Noemi Spasari, 2021