Nellie Bly, una giornalista da record

Il mestiere del giornalista è spesso “maltrattato”, di storia del giornalismo si conosce poco o nulla nella cultura media comune, così ho pensato di sfruttare il mio piccolo spazio per parlarne un po’.

Oggi vi parlo della prima donna che si è dedicata al giornalismo investigativo, nonché creatrice del genere del giornalismo “sotto copertura”: Nellie Bly.

Ma il suo conto dei record non finisce qui: godeva di una personalità tenace e caparbia, e decise di emulare il fantomatico viaggio di Phileas Fogg (protagonista del romanzo di Jules Verne Il giro del mondo in 80 giorni), riuscendo non senza difficoltà a completare il viaggio in 72 giorni.
Inoltre, Nellie Bly fu la prima donna a viaggiare attorno al mondo senza essere accompagnata da uomini divenendo così un modello per l’emancipazione femminile.

Facciamo un passo indietro: Elizabeth Jane Cochran (Burrell, 5 maggio 1864 – New York, 27 gennaio 1922), conosciuta al mondo come Nellie Bly, è stata una giornalista statunitense. Tredicesima di quindici figli, dopo la morte del padre, si ritrova in una situazione finanziaria precaria.
Siamo nella seconda metà dell’Ottocento e Elizabeth, studia con l’obiettivo di diventare maestra, scelta quasi obbligata essendo una delle poche professioni aperte alle donne.

Non riuscendo a pagare la retta, inizia a cercare dei piccoli lavori adatti alla sua età, quando finalmente arriva la svolta: inizia a lavorare per un giornale, il Pittsburgh Dispatch usando un nome d’arte, Nellie Bly.

La sua era una personalità irrefrenabile, basti pensare a come ha iniziato questo lavoro come giornalista.
Nel 1885 era uscito sul Pittsburgh Dispatch un articolo di Erasmus Wilson intitolato A cosa servono le ragazze (What Girls Are Good For), in cui scriveva che le donne appartengono alla sfera domestica e il loro compito era cucire, cucinare e crescere i bambini e che lavorare per loro era un’idea abominevole.
Al giornale ovviamente arrivano lettere di protesta fra cui una firmata da una “little orphan girl” e convinto che sia scritta da un uomo, il direttore del giornale, George Madden, pubblica un annuncio proponendogli un lavoro. Alla sua porta si presenta una ventunenne Elizabeth Cochran, che da lì diventerà Nellie Bly.

Ovviamente lavorare come giornalista a quei tempi era sconveniente per una donna (come quasi tutto), soprattutto se questa donna usa il suo ruolo per raccontare storie di ingiustizie come lavoratrici sfruttate, lavoro minorile, salari e mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro. Come se non bastasse decide di intervistare tutte le donne che avevano divorziato.

Non sarà però al Dispatch che incontrerà la vera fama. Fu infatti assunta al New York World diretto da Joseph Pulitzer (sì, quello del premio) e lì Nellie si propose per condurre una inchiesta sulle condizioni presenti nel reparto femminile dell’ospedale psichiatrico New York City Mental Health Hospital sull’isola Roosevelt. Sarà una delle più grandi inchieste della sua vita. La Bly si finge mentalmente disturbata per farsi ricoverare nel manicomio femminile di Blackwell’s Island. Su questa esperienza scrisse un libro Dieci giorni in Manicomio in cui raccontò soprusi e violenze a cui erano sottoposte le donne internate, definendolo una trappola umana per topi. “È facile entrare ma, una volta lì, è impossibile uscire“.

L’inchiesta destò grande scalpore, tanto che furono presi provvedimenti e vennero aumentate le sovvenzioni per migliorare le condizioni delle pazienti. Così questa nuova forma di giornalismo in incognito, iniziò a diffondersi anche grazie a lei, che divenne un modello di riferimento.

Si fa arrestare per raccontare le condizioni delle detenute e trova il modo per mostrare le storie delle donne che lavorano nelle fabbriche ridotte a schiavitù. Nellie non si limita al racconto, ma nei suoi scritti unisce la sua personalità alle sue emozioni.

Nel 1895 sposò il milionario Robert Seaman e lasciò il giornalismo, e dopo la morte del marito (nel 1904) si dedicò alla gestione delle sue aziende. Ma quando si nasce con un talento non sempre ci si riesce ad adattare ad altro e, gravata dai debiti, dovette dichiarare bancarotta nel 1914. E proprio in quell’anno scoppiò la prima guerra mondiale e una penna come quella di Nellie Bly non poteva star ferma troppo a lungo. Decise allora di tornare al giornalismo, si trasferì in Europa lavorando come inviata per il New York Evening Journal aggiungendo così tra i suoi primati anche quello di primo corrispondente di guerra donna.

Ritornata negli Stati Uniti cinque anni più tardi, continuò a scrivere e a mobilitarsi per vedove e orfani, continuando a scrivere articoli di cronaca e parlando al congresso delle suffragette.

Muore all’età di 57 anni, il 27 gennaio 1922,di polmonite al St. Mark’s Hospital di New York.

Noemi Spasari

La strada delle donne nella scienza

È ormai risaputo che le donne, fin dall’antichità, hanno svolto un ruolo fondamentale nella scoperta, nel progresso e nello sviluppo delle scienze seppur la strada delle “donne scienziato” sia stata variamente lastricata di ostacoli.

Nell’antichità le donne erano partecipi in ambito medico, filosofico e alchimistico; ripensando ai tempi più remoti sicuramente tanti sapranno citare Ipazia, maestra di astronomia, filosofia e matematica alla scuola neoplatonica di Alessandria che alla scienza dedicò la sua intera vita. Viene considerata da molti la prima scienziata della storia ed alcuni sostengono addirittura che la sua morte sia stata causa dell’assenza delle donne in ambito scientifico per centinaia di anni.

Non tutti, invece, potrebbero conoscere una figura ancor più antica, Merit Ptah (2700 a.C) descritta in un’iscrizione nell’antico Egitto come “capo-medico”, la prima donna nota per nome nella medicina e probabilmente in ambito scientifico. Nelle sue attività essa combinava la spiritualità con la medicina e l’ostetricia.

Fin dall’antichità le donne svolsero un ruolo significativo negli studi di chimica applicata e di alchimia consentendo la preparazione dei composti medicinali ma anche della birra. Tra le alchimiste Maria la Giudea fu ideatrice di numerosi strumenti chimici tra cui il più famoso è ancora oggi adoperato: si tratta del dispositivo di Bagnomaria (che deve a lei il suo nome).

Maria la Giudea

A seguire nel tempo, il medioevo non è sicuramente un periodo florido per le arti scientifiche, men che meno per le donne che desideravano cimentarcisi. Si trattò di un periodo di grandi difficoltà per tutta la produzione intellettuale che ne restò drammaticamente coinvolta comportando una grande carenza nei campi della ricerca e dell’innovazione. Il ripristino della civiltà avvenne lentamente e fu possibile anche grazie a monasteri e conventi, ultimi baluardi in cui venivano coltivate le scritture e le copie di molti studiosi del passato.

Ildegarda di Bingen

Per le donne i conventi furono importanti luoghi di istruzione e per alcune di esse rappresentarono anche lo strumento che permise loro di partecipare e contribuire alle opere di ricerca scientifica. In questo contesto troviamo Ildegarda di Bingen, famosa filosofa e scrittrice che trattò di molti argomenti scientifici tra cui la medicina e la storia naturale (nota inoltre per aver denunciato gli scandali di cui si coprì la Chiesa già da allora!). In uno dei suoi scritti sviluppò anche una teoria femminista sostenendo la superiorità della donna sull’uomo in quanto plasmata dalla carne e dal sangue di Adamo e non dal fango come lui.

La crescita del numero e del conseguente potere di questi “circoli di menti femminili” spaventò il clero maschile che quindi non sostenne tale condizione portando ad attacchi e conflitti contro il progresso delle donne negli ambiti scientifici e arrivando persino ad escludere ad esse la possibilità di imparare a leggere e scrivere. Tutto il mondo scientifico subì un collasso nei cosiddetti secoli bui e con esso il coinvolgimento delle donne nel sapere e nella scienza.

Trotula de Ruggiero

Quando nell’XI secolo iniziarono a comparire le prime università le donne furono per larga parte escluse dal parteciparvi, vi sono tuttavia per fortuna alcune eccezioni: ad esempio l’università di Bologna che fin dalla sua fondazione nel 1088 consentì alle donne di frequentarne le lezioni. In Italia l’atteggiamento nei confronti dell’educazione femminile, in particolare in campo medico, fu più liberale che in altri stati. Presso la scuola Medica Salernitana, Trotula de Ruggiero, cui sono attributi scritti di ostetricia e ginecologia, insegnò a molte nobildonne italiane formando il cosiddetto gruppo delle “Signore di Salerno”.

Maria Margaretha Kirch


In Germania, invece, grazie alla tradizione per cui le donne partecipavano alla produzione artigianale, fu consentito ad alcune il coinvolgimento nella scienza dell’osservazione, in particolare l’astronomia.
Maria Margaretha Kirch ebbe la possibilità praticare l’astronomia dopo il matrimonio con Gottfried Kirch, primo astronomo di Prussia, divenendo sua assistente all’osservatorio astronomico a Berlino essa poté dare contributi interessanti tra cui anche la scoperta di una cometa.

Laura Bassi


Il XVII secolo vedeva ancora la vita delle donne interamente dedicata ai lavori domestici cui erano “obbligate per natura”. Mentre neanche la rivoluzione scientifica contribuì ad eradicare quest’idea dalla società, l’età dei lumi portò a un ruolo più ampio e più esteso del genere femminile nelle scienze. Nei salotti letterari, sia uomini che donne dei ceti più agiati trovarono lo spazio ideale per poter discutere di argomenti più disparati dalle scienze alla politica, alla filosofia e via dicendo. In questo periodo la prima donna ad ottenere una cattedra universitaria in ambito scientifico in Europa fu l’italiana Laura Bassi i cui studi sulla gravità furono fondamentali per l’introduzione delle idee di Isaac Newton.


Per lungo tempo la scienza rimase una professione ampiamente amata dalle donne; tuttavia i contributi femminili faticarono a farsi riconoscere per i pregiudizi ancora diffusi ed imperanti. Nel XIX secolo molte giovani poterono perseguire gli studi tramite corrispondenza con i propri insegnanti; fra queste, Ada Byron, figlia di Lord Byron è meglio conosciuta come Ada Lovelace (titolo che ricevette dal marito Lord William King conte di Lovelace, fermissimo sostenitore dei suoi interessi scientifici). Nonostante non avesse rinunciato alla famiglia, essendo già madre e moglie a soli 24 anni, Ada si mantenne un’allieva affamata di conoscenza e impaziente di apprendere.

Ada Lovelace


Con Charles Babbage intrattenne una ricca corrispondenza sulle possibili applicazioni della sua macchina analitica e tradusse su sua richiesta in inglese il testo di Luigi Menabrea sui motori ampliandolo con una serie di appendici. L’ultima di queste note, la famosa Nota G è considerata il primo programma informatico mai scritto, facendo di lei la prima programmatrice di computer al mondo, intuendo inoltre la capacità dei computer di andare al di là del mero calcolo numerico. Oggi il secondo martedì di ottobre viene celebrato il Giorno di Ada Lovelace per ricordare la prima informatica della storia, e in generale i successi delle donne nella scienza, nella tecnologia, nell’ingegneria e nella matematica.

Florence Nightingale

Sul finire del XIX secolo si assistette ad un ampliamento delle possibilità educative delle donne, grazie anche alla creazione di scuole per ragazze con impostazioni uguali a quelle maschili. Si assisté finalmente ad un momento cruciale per la salute pubblica e l’assistenza infermieristica moderna che ha in Florence Nightingale la sua pioniera fondatrice la quale per prima applicò il metodo scientifico attraverso la statistica.


In questo contesto, inoltre, emerge una delle più grandi figure non solamente femminili e non di esclusivo ambito scientifico ma a mio avviso della storia: Marie Curie. La prima persona a vincere due Premi Nobel (per la fisica 1903 e per la chimica nel 1911) un record da allora raggiunto solo da altri tre scienziati, e in più in due ambiti scientifici diversi. Grazie alla scoperta della radioattività Marie Curie passò alla storia e inaugurò ufficialmente l’era della fisica atomica. La tradizione scientifica della famiglia Curie proseguì con la figlia Irène Joliot-Curie i cui studi insieme al marito, sugli isotopi radioattivi che conducono alla fissione nucleare valsero loro il premio Nobel per la chimica nel 1935.

Marie Curie con le figlie
Maria Montessori


Il XX secolo è fra tutti quello più ricco di figure femminili impegnate nell’attività scientifica, fra queste ricordiamo: Lise Meitner che svolse un ruolo importante nella scoperta della fissione nucleare. Maria Montessori prima donna medico dell’Europa Meridionale famosa ancora oggi per il suo programma educativo avendo cura anche dei bambini con difficoltà dell’apprendimento.

Annie Jump Cannon

Emmy Noether diede nuova immagine all’algebra astratta, e creò un teorema critico sulle quantità conservate della fisica. Inge Lehmann, sismologa che suggerì per la prima volta la possibilità di un nucleo solido all’interno del nucleo terrestre fuso. Ad Annie Jump Cannon si deve la classificazione delle tipologie stellari in A-B-C sulla base della temperatura che venne poi successivamente estesa. Sempre in astronomia ad Henrietta Swan Leavitt si deve la scoperta della “relazione periodo-luminosità” della variabile Cefeide da cui deriva la nostra attuale idea dell’intero universo.

Rosalind Franklin

Gerty Theresa Cori scoprì il meccanismo attraverso il quale il glicogeno, si trasforma nei muscoli per formare l’acido lattico e su come viene poi riformato per la produzione di energia, che valse per lei ed i suoi colleghi il Nobel per la medicina nel 1947. Rosalind Franklin, cristallografa il cui lavoro sulla conformazione della struttura del DNA fu fondamentale ai suoi più famosi collaboratori James Watson e Francis Crick per terminare la ricerca sul loro modello della struttura del DNA per la quale furono premiati con il Nobel. Nessun merito venne riconosciuto al lavoro della Franklin che morì per una neoplasia nel 1958.

Rita Levi-Montalcini


Parlando di scienziate del XX secolo che dedicarono la vita alla scienza non possiamo dimenticare la neurologa Rita Levi-Montalcini, Premio Nobel per la medicina 1986 per la scoperta del fattore di crescita nervoso (NGF). Ricordiamo inoltre la figura controversa di Hedy Lamarr, attrice e brillante inventrice che sviluppò insieme al compositore George Antheil un sistema di guida a distanza per siluri che ad oggi rappresenta la base della tecnologia di trasmissione segnale usata nella telefonia e nelle reti wireless.


Grazie agli studi di Barbara McClintock sulla genetica del granturco si scoprì l’esistenza dei trasposoni, delle porzioni di DNA in grado di spostarsi da un cromosoma all’altro; la scienziata ottenne il premio Nobel per la medicina solo nel 1983 essendo stata per molti anni poco apprezzata negli ambienti scientifici.

Barbara McClintock

Indubbiamente quest’elenco non è e non può essere esaustivo della presenza e della totalità dei contributi portati dalle donne in ambito scientifico, né purtroppo abbiamo contezza di quale sia stato a tutti gli effetti il coinvolgimento femminile nella storia delle scienze. Oggi ci sono sempre più donne, scienziate e ricercatrici che impegnano le loro menti in campi non più ad esclusiva partecipazione maschile, come l’ingegneria, la matematica, la fisica, la chimica, l’informatica, la medicina rappresentando per le giovani generazioni un modello poliedrico da seguire ed emulare in una società che purtroppo ancora per molti aspetti tende a delineare un modello femminile stereotipato e monodimensionale.

Se il XIX e XX secolo sono stati il trampolino di lancio per la presenza femminile nei settori scientifici, il nostro è il primo secolo in cui le donne finalmente hanno grandi opportunità quasi al pari dei loro colleghi; è per questo di grandissima importanza che le giovani di oggi possano essere incoraggiate ad appassionarsi alle scienze per arrivare finalmente ad eradicare l’idea che le materie scientifiche siano prerogativa di una mente maschile.

Gaia Spasari

Dantedì: Beatrice, la donna amata dal Sommo

Oggi il Dantedì si unisce al #didonneamarzo e vi parlo della figura femminile centrale nella poetica e nella vita dantesca: Beatrice, la tanto gentil e tanto onesta, la bella e beata dall’angelica voce.

Chi sia stata realmente questa donna lo possiamo solo supporre: sebbene non unanime, la tradizione la identifica in Beatrice Portinari, detta Bice, coniugata de’ Bardi; lo stesso Giovanni Boccaccio, nel commento alla Commedia, fa esplicitamente riferimento alla giovane.

Ci sono pochi documenti certi che parlano di Beatrice, alcuni hanno addirittura dubitato della sua reale esistenza. Alcuni dati ce li fornisce lo stesso Dante, la data di nascita è presumibilmente ricavata per analogia con quella di Dante (coetanea o di un anno più piccola del poeta, che si crede nato nel 1265); la data di morte la possiamo ricavare invece dalla Vita Nova, come l’unico incontro con Dante, il saluto, il fatto che i due non si scambiarono mai parola, ecc.

Un’ipotesi plausibile è che Beatrice sia morta così giovane forse a causa del parto del suo primo e unico figlio.

Henry Holiday, l’incontro immaginario fra Dante e Beatrice (con il vestito bianco) accompagnata dall’amica Vanna (con il vestito rosso), sul Ponte Santa Trinita a Firenze (1883)

Per quanto riguarda il personaggio descritto e amato dal caro Dante, possiamo tranquillamente pensare che il Sommo abbia un po’ esagerato alcune cose (probabilmente sognava tanto).

Prima di andare avanti ricordiamo che quasi sicuramente Dante e Beatrice non si parlarono mai, tutto fu frutto dell’immaginazione del Poeta, tipo me e Chris Hemsworth.

Beatrice è la protagonista di molte delle prime poesie di Dante nello stile stilnovista che furono poi raccolte nella Vita Nuova e nelle Rime: secondo lo Stilnovo la donna prende le sembianze di donna-angelo, passando poi ad un upgrade arrivando a essere quasi raffigurazione di Cristo e sembra anzi anticipare il valore allegorico che avrà nel poema di grazia divina.

Vito d’Ancona – Dante e Beatrice

La Vita Nova è proprio dedicata a Beatrice: in base a quanto detto da Dante al suo interno Beatrice fu vista da Dante per la prima volta quando aveva nove anni e i due si conobbero quando lui aveva diciotto anni. Morì molto giovane e questo causò in Dante un grande dolore, che trovò conforto nello studio della filosofia e in testi latini

Per quanto riguarda la Divina Commedia, Beatrice fa la sua prima apparizione nel II Canto dell’Inferno, nel momento in cui si ritrova a scendere nel Limbo e pregare Virgilio di soccorrere Dante.

Ricompare poi nel XXX Canto del Purgatorio, al termine della processione simbolica nel Paradiso Terrestre: qui vediamo la donna amata da Dante coperta da un velo bianco su cui è posta una corona di ulivo, indossa un abito rosso e un mantello verde, colori che simboleggiano le tre virtù teologali (il bianco è la fede, il verde è la speranza, il rosso è la carità).

Il solo vederla provoca profondo turbamento in Dante (uno svenimento in più, uno in meno, che sarà mai. Ripeto come me e Chris Hemsworth).

Infine, nella terza Cantica, Beatrice assume il ruolo di guida e maestra di Dante, come era stato Virgilio nelle prime due. Come è ovvio pensare, il loro rapporto sarà molto diverso: a lei Dante si rivolge con tutti i termini stilnovisti del caso, mentre Beatrice avrà nei confronti del Sommo un atteggiamento severo e di rimprovero.

Sapevate che a Firenze nella chiesa di Santa Margherita de’ Cerchi si trova il luogo di sepoltura di Beatrice, o almeno quello tradizionalmente indicato?  La Chiesa si trova, infatti, vicina alle abitazioni degli Alighieri e dei Portinari, dove si troverebbero i sepolcri di Folco e della sua famiglia. In realtà ci sono delle ipotesi che indicano come possibile luogo di sepoltura il sepolcro dei Bardi situato nella basilica di Santa Croce, sempre a Firenze, tutt’oggi segnalato nel chiostro da una lapide con lo stemma familiare, vicino alla Cappella dei Pazzi.

Quel che si può dire è che Dante amò questa donna con un amore divino e irreale, non fisico e materiale. Sicuramente è uno degli amori meno amati dagli studenti!

L’immagine usata come copertina dell’articolo è un’opera di @Paolo Barbieri art contenuta nel libro “L’inferno di Dante” illustrato da Barbieri e rappresenta proprio Beatrice.

Religiosità al femminile

Il contributo di oggi parla ancora di donna nell’antica Grecia: ho promesso alla mia amica Mia che non avrei fatto “la solita grecista”, quindi per le prossime uscite prometto di impegnarmi un po’ di più per spaziare in altri ambiti!

Parliamo di religione, un campo in cui le donne hanno avuto un ruolo da protagoniste, a differenza di quanto avveniva in quasi tutti gli altri aspetti della loro vita (vd. l’articolo precedente sulla condizione femminile). Le dee nel Pantheon greco avevano un ruolo di assoluto primo piano, spesso a loro erano dedicati i santuari principali delle città e le città stesse.

Il tempio di Atena dell’area archeologica di Paestum (SA). Foto dell’autore

I culti rivolti alle divinità femminili erano quasi sempre partecipati esclusivamente da donne, di vario grado di età a seconda del rito specifico da compiere. Per sottolineare ancora di più l’importanza del loro ruolo è da tener presente che la polis greca, cioè la città-stato, faceva della religione una delle sue fondamentali basi di unione civica, dei templi i suoi punti di riferimento, del calendario delle festività religiose quello che ne scandiva la vita.

Nel mondo greco, la concezione della vita della donna era essenzialmente quella di un percorso, strutturato in una serie di tappe: la ragazza che diventava adulta, poi sposa, poi madre, e che necessitava di essere inserita nell’ordine sociale attraverso la partecipazione a particolari “riti di passaggio”. Le donne erano anche responsabili della ritualità sulla riproduzione quindi la fertilità, i figli quindi la nascita, e il mantenimento della famiglia quindi il benessere agricolo.

Uno dei momenti sacri legati al mondo femminile più importanti nell’intero mondo greco è quello delle Arreforie ateniesi, le feste dedicate alla dea Atena. Il rituale arreforico aveva come scopo il trasformare le “figlie di ateniesi” in “mogli e madri di ateniesi” e si svolgeva con una processione notturna in cui delle ragazze prescelte per il rito, portavano doni alla dea. Altri eventi simili, molto importanti, erano ad esempio le Tesmoforie, riti propiziatori della fertilità della terra, rivolti a Demetra e a sua figlia Persefone.

Il rito delle Arreforie raffigurato sul fregio del Partenone, parte dei marmi “Elgin” conservati al British Museum di Londra – Fonte: Wikipedia Netherland

Ciò non significa che l’uomo non avesse trovato il modo di dare una connotazione negativa al ruolo della donna nei riti religiosi, ovviamente: la donna è un essere “selvaggio”, perché incapace di controllare alcuni processi naturali, soprattutto il ciclo mestruale, che la rende impura. Come vedete non è cambiato molto e tutti gli uomini inorridiscono – oggi come allora – al solo sentire pronunciare la parola mestruazione! Si verificavano addirittura veri casi di allontanamento temporaneo dalla società, ad esempio per le donne che avessero appena partorito, che venivano condotte in speciali “casette” con altre donne nella stessa condizione, proprio per la loro impurità che poteva “inquinare” l’ambiente in cui si trovavano. Come se tutti gli uomini non fossero a questo mondo grazie a una donna che li ha partoriti!

Era necessario quindi che questa e altre condizioni di impurità si sottoponessero a riti di purificazione e il mezzo con cui la si otteneva era ovviamente “l’assoluzione” divina, attraverso riti, processioni, sacrifici, danze, preghiere e l’uso di elementi quali acqua e fuoco.

L’acqua era considerata di grande potere: scaturisce dalla “Madre Terra”, quella che dona la vita, e quindi possiede proprietà rigeneratrici. Svariate forme di lavaggi rituali (se vogliamo usare un termine specifico diremo abluzioni), venivano praticate in occasione di cerimonie religiose sia private che pubbliche: ad esempio, sappiamo che il bagno era una delle tappe rituali verso la pratica dell’iniziazione, ma anche preliminare al matrimonio per la futura sposa.

Perirrhanterion dal santuario dell’Incoronata di Metaponto. Si tratta di un grande contenitore da acqua che veniva utilizzato nei santuari per i rituali. Fonte http://www.museoradio3.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-842aeb57-0bbf-45de-ac49-f74bafe14456.html

La pratica dell’immersione, totale o parziale, non riguardava solo le fedeli, ma poteva essere praticata anche alle statue di culto o agli oggetti donati in voto, che in tal modo venivano purificati e consacrati. In queste occasioni la statua della dea veniva lavata, vestita e ornata di gioielli, perché in quel momento così importante e carico di significato smetteva di essere semplice immagine divina per diventare la dea stessa. Per il bagno la statua veniva portata in processione verso una fonte, un fiume o un apposito spazio all’interno dei santuari. Scopo del bagno prenuziale non era solo la purificazione ma anche utilizzare le proprietà rigenerative e benefiche dell’acqua per la fecondità della sposa: le divinità connesse all’acqua e tutelari di questi riti si faranno protettrici anche dei nascituri. Una vasca dedicata a questo genere di culti era presente in un sito che mi è molto caro, il santuario di Punta Stilo a Kaulonia, in Calabria, a cui ho avuto il grande piacere di dedicare molti anni della mia vita da studentessa universitaria e che ho studiato nella mia tesi di laurea.

Ecco un esempio di Hydria, il vaso utilizzato per trasportare e versare l’acqua per eccellenza, che si distingue dalla classica anfora per la presenza di tre manici, in termine tecnico anse, di cui una verticale.

Fonte: http://www.comune.bologna.it/archeologico/percorsi/47680/id/8988/oggetto/2344/

Un’idea concreta di come si svolgessero questi rituali ci viene data da alcune rappresentazioni iconografiche, quindi dalle immagini, che ci mostrano scene di rituali femminili, dagli scavi archeologici nei santuari, da cui spesso emergono vasche e pozzi, oltre a utensili per il culto e vasi specifici per trasportare e contenere l’acqua o che servivano come bruciatori, che si uniscono a quanto tramandato dai testi scritti.
Vediamo ad esempio delle scene di peplophorie, cioè di giovani donne prossime al matrimonio che portano in processione il peplo nuziale, così si chiamava il vestito, alla dea perché lo benedica insieme alla sua futura unione. Oltre al peplo portavano ovviamente doni alla loro dea, simboli della loro devozione e legati alla natura stessa della divinità.

Disegno di un pinax dalla pubblicazione I Pinakes di Loci Epizefiri. Musei di Reggio Calabria e di Locri, 2003

Il mondo della religiosità al femminile è molto complesso e affascinante e se ci riflettete bene, molti echi di queste pratiche si posso ritrovare anche oggi in molti riti e usanze che venivano praticati fino a non molto tempo fa in occasione degli stessi eventi, come appunto il matrimonio o la nascita. Concludo con una riflessione sul mondo femminile che nei momenti più importanti della vita si unisce, consolidando relazioni e affetti, intorno alla religiosità e alla ritualità condivisa. Le donne fanno gruppo compatto che si sostiene a vicenda e si uniscono con la loro divinità, che a sua volta le protegge e le guida.

Non so a voi ma a me questo quadro così delineato dà una certa emozione e mi sento vicina con lo spirito a quelle donne di un tempo, quasi come se partecipassi alle loro processioni e alle loro danze.

Simone de Beauvoir e le sue memorie da ragazza perbene

Continua linea dedicata alle grandi donne del mondo della cultura. Oggi parliamo di una scrittrice, saggista, filosofa, insegnante, considerata la madre del movimento femminista. Avete capito a chi mi riferisco? Naturalmente a Simone de Beauvoir (Parigi, 9 gennaio 1908 – Parigi, 14 aprile 1986).

Simone fu un’esponente della corrente filosofica dell’esistenzialismo e condivise con Jean-Paul Sartre la vita privata e professionale.

In questo articolo ci soffermiamo su una delle sue raccolte: Memorie di una ragazza perbene.

È un racconto molto dettagliato che parte dall’infanzia della filosofa fino all’incontro con Sartre, un romanzo impegnativo che fornisce interessanti spunti per la riflessione.

Il racconto è diviso in quattro parti, quattro lunghi diari che narrano la vita di una delle più interessanti figure del Novecento francese.

Questo memoir ha inizio proprio dall’infanzia, scritto in prima persona da Simone de Beauvoir che ci racconta con estremo dettaglio e cura la sua fanciullezza, l’educazione cattolica impartitale dalla madre e dall’istituto dove andava a scuola.

È molto interessante il racconto del suo avvicinamento intimo a Dio e successivo allontanamento. racconta come si è avvicinata a Dio e come se ne è allontanata. Ogni dettaglio in questa narrazione segna un punto fondamentale, il rapporto con la madre, il padre e la sorella più piccola, l’incontro con l’amica che sarà una presenza fondamentale fino alla fine. La scrittrice scava nelle sue memorie e riporta riflessioni profonde e impietose, su se stessa e sul mondo che la circondava, offrendo a noi lettori uno specchio del suo percorso di crescita da bambina a donna.

Quel che si nota è che sin da piccola Simone sembra avere le idee chiare, consapevole di ciò che vuole diventare: sente di non essere portata per il matrimonio, la casa e la cura dei figli come molte donne a lei contemporanee. Simone vuole studiare, scrivere, vuole diventare qualcuno.

Attraverso le fasi della sua crescita, dalle stanza della casa, passando alla formazione scolastica, si delinea man mano la figura, la donna, la scrittrice divenuta poi immortale.

Sempre con lucidità e spirito critico dai racconti dell’infanzia passa a quelli del liceo e poi a quelli universitari, raccontando di come fosse difficile, ma bella la vita, di come fosse passata davanti a tanti uomini, di come ha sempre lasciato il segno.

È in queste pagine ricche di riflessioni e incontri, disillusioni, rabbie, scontri familiari che nasce e affiora l’animo da anticonformista, anticonvenzionale, sovvertitrice di Simone de Beauvoir.

Sa che essere una ragazza vuol dire avere un posto differente rispetto a quello degli uomini, ma non lo accetta e lotta.

C’è un filo conduttore in tutto il racconto: l’amore per la vita e per il vivere. La voglia di vivere che non riesce ad abbandonarla, perché vi è troppo innamorata. Il desiderio di essere qualcuno, di fare della propria vita qualcosa di cui potere essere un giorno fieri, di non essere solo un numero in mezzo al mondo.

 

Simone de Beauvoir è un modello per chi non vuole arrendersi e non vuole accettare che “così è sempre stato e così sarà per sempre”.

Un libro che alla fine tocca l’anima.

@Noemi Spasari, 2021

#didonneamarzo: Oriana Fallaci e Il sesso inutile

Primo appuntamento di questo mese dedicato alle donne nella cultura, donne che hanno lasciato il segno, donne che hanno fatto la storia.

Iniziamo con una grande donna, fra i migliori del suo campo, una Giornalista schierata sul fronte.

Sto parlando ovviamente di Oriana Fallaci e in questo caso vedremo un suo lavoro proprio sulle donne: Il sesso inutile. Viaggio intorno alla donna (1961, Rizzoli Editore), è un’inchiesta che riflette la condizione femminile nel mondo, principalmente in Oriente. Il risultato finale è un racconto di persone, tradizioni e cose dai risvolti sorprendenti, reso ancora più interessante dalla sua vena giornalistica, resoconto di un viaggio di quasi cinquantamila chilometri, in compagnia del fotografo Duilio Pallottelli. È un viaggio alla scoperta di culture spesso diametralmente opposte, in un periodo storico (l’inizio degli anni Sessanta) in cui il mondo stava subendo un grande cambiamento, e spesso la donna si è ritrovata in una posizione svantaggiata rispetto all’uomo.

«Volevo solo percorrere un lungo tratto di terra che mi consentisse di studiare tutte le situazioni possibili in cui vengono a trovarsi le donne, per colpa loro o di certi tabù».

L’introduzione è curata da Giovanna Botteri che fa ben notare come non fu un lavoro semplice per una donna come la Fallaci, combattiva e indipendente, quello di dedicarsi a questa ricerca.

Il titolo, Il sesso inutile, deriva dalla battuta di una giovane amica dell’autrice e viene spiegata nella prefazione del volume: «Mi lamento proprio di quello che ho. Ti senti più felice all’idea di poter fare ciò che fanno gli uomini e divenire magari presidente della Repubblica? Dio, quanto vorrei essere nata in uno di quei Paesi dove le donne non contano nulla. Tanto, il nostro, è un sesso inutile».

Il viaggio della Fallaci inizia in Pakistan e finisce a New York e ha come obiettivo quello di scoprire la “ricetta della felicità” delle donne, partendo da domande come “quali sono le donne più felici?” e soprattutto “la felicità per le donne può esistere davvero?.

In Pakistan la giornalista assiste a un matrimonio di una sposa bambina e vari esempi di matrimoni combinati; in questo ambiente nota come l’essere donna in quella società è un valore quasi a sfavore, la presenza femminile quasi non si percepisce.

Dal Pakistan si sposta a Nuova Delhi in India e qui conosce quel gruppo di donne conosciuto come le “farfalle di ferro” che lotta per l’emancipazione femminile; in Malesia incontra le matriarche e poi si sposta verso il Giappone dove ha la possibilità di intervistare Han Suyn, una donna dalla storia molto intricata (che ispirerà il film L’amore è una cosa bellissima); sempre in Oriente si sposta fra Hong Kong, Tokyo e Kyoto, dove incontra le ultime geishe.

Si sposta poi nelle isole Hawaii e lì trova delle donne che sono ormai pupazzi alla mercé delle richieste turistiche. Arriva in fine a New York, città in cui le donne ricoprono un ruolo sociale di rilievo, ma anche loro non hanno ancora trovato la felicità.

Non è una storia come tante, non è un libro come tanti, non è una donna come tante.

Oriana Fallaci incontra tante donne e si prende il tempo necessario per conoscerle bene, di cercare di entrare in contatto con loro e di vedere la vita con i loro occhi; ci narra le loro storie con il suo stile semplice e chiaro, riportando i fatti, senza voler influenzare troppo il nostro pensiero.

Un libro che ogni essere umano dovrebbe leggere, un racconto che dopo sessant’anni è ancora terribilmente attuale.

 

@Noemi Spasari,2021