Josef Koudelka in mostra al Museo dell’Ara Pacis

Nell’unica tappa in Italia arriva al Museo dell’Ara Pacis a Roma arriva la mostra “Josef Koudelka. Radici. Evidenza della storia, enigma della bellezza”: trent’anni di fotografie nei più affascinanti siti archeologici del Mediterraneo raccolti in poco più di cento scatti.

Un viaggio attraverso l’opera di un grande maestro per riscoprire il nostro passato e apprezzare ancora di più il nostro presente.

Radici è un viaggio attraverso l’opera di uno degli ultimi grandi maestri della fotografia moderna che si dedica alla ricerca della bellezza caotica delle rovine e del paesaggio antico, trasformati dal tempo, dalla natura, dall’uomo.

Fonte: http://www.arapacis.it/it/mostra-evento/josef-koudelka-radici

Il curioso caso di “Leggermente fuori fuoco”

La stampa e i giornali hanno spesso il potere di “distorcere” la realtà e riportare la storia da un punto di vista diverso rispetto a chi l’ha vissuto.
È quello che successe a Robert Capa, il grande fotografo e foto-reporter, durante la Seconda guerra mondiale.

Gerda Taro, Robert Capa during the Spanish civil war

Capa, forse il più famoso fotografo di guerra, è l’artefice di grandi reportage di importanti conflitti bellici: dalla Guerra civile spagnola alla Seconda guerra sino-giapponese, la Seconda guerra mondiale, la Guerra arabo-israeliana e la Prima guerra d’Indocina.

Ed è proprio durante il secondo grande conflitto mondiale che si data il curioso caso di “Leggermente fuori fuoco”.

Cosa è successo?
Non vi starò a raccontare la storia della guerra perché la dovreste già sapere, ma durante lo sbarco degli alleati in Normandia (quello che ha fatto finire la Guerra per intenderci) Capa era inviato sul fronte dalla rivista Life.
Le fotografie che Capa scattò quel giorno (il 6 giugno del ’44) sono tra le più famose dello scorso secolo. Pensate che addirittura Spielberg per girare il film Salvate il soldato Ryan ne trasse ispirazione.

Capa consumò quel giorno ben quattro rullini da trentasei pose, per un totale di 144 scatti, scatti dalla natura unica in quanto Capa fu il solo ad essere sbarcato nel cuore della battaglia, fianco a fianco dei soldati.
Fin qui tutto bene.

Questi scatti erano attesi nella redazione di Life dove sarebbero stati sviluppati nel laboratorio interno. La stanza parrebbe essere stata troppo calda e poco areata. A causa di ciò solo undici scatti si salvarono, gli altri negativi erano irrimediabilmente rovinati, fusi e grigi e le undici che si salvarono erano state in ogni caso danneggiate.

Quando fu il momento di pubblicare queste foto, gli autori della rivista Life pensarono bene di glissare su quanto accaduto e pubblicarono le foto con la seguente didascalia: “Per la grande agitazione del momento, Capa ha mosso la sua fotocamera e le foto sono venute sfocate”.

Robert Capa, D-Day landing, 1944 – da artspecialday

Fu proprio questa didascalia che ispirò a Capa il titolo Slightly out of focus, “Leggermente fuori fuoco” per il suo memoriale.

Robert Capa, D-Day landing, 1944 – da Sky Arte

 

@Noemi Spasari, 2020 – in collaborazione con Mattia Barbella

Ulay Was Here: la grande retrospettiva dell’artista

La prima retrospettiva, dopo la morte dell’artista lo scorso marzo, è stata recentemente inaugurata allo Stedelijk Museum di Amsterdam: Ulay Was Here conta 200 opere, di cui molte mai esposte prima.

La mostra è dedicata a Frank Uwe Laysiepen, (Solingen, 1943 – Lubiana, 2020), noto in tutto il mondo come Ulay.

Ulay was here ripercorre la vita e la carriera del celebre artista, tra i pionieri della fotografia Polaroid e tra i principali esponenti della body art e della performance, forma d’arte, quest’ultima, approfondita per molto tempo insieme alla compagna Marina Abramović.

La grande retrospettiva mette in esame l’intera opera dell’artista, concentrando l’analisi su quattro temi chiave della sua vita e del suo lavoro: la sua attenzione alla performance e agli aspetti performativi della fotografia; la ricerca sull’identità e il corpo come medium; l’impegno e l’interesse verso temi sociali e politiche; il suo rapporto con Amsterdam, la città in cui ha vissuto e lavorato per quattro decenni.

Esposti fotografie, Polaroid (in bianco e nero e a colori, di diverso formato), sculture, proiezioni video e fotografiche di performance, materiale documentario.

Ulay, S’he, 1973–1974, Copyright The Artist, Courtesy ULAY Foundation – da stedelijk.nl