La canzone di Achille

Confesso di aver comprato questo libro, insieme a Circe della stessa autrice, perché condiviso da molte persone e descritto come libro da leggere assolutamente. Oggi mi ringrazio per averlo fatto.
Questo non è un libro, è un’esperienza, è calarsi completamente nelle fragili pelli di Patrolo, nell’indescrivibile amore che lo unisce all’Aristos achaion – il migliore dei greci – il Pelide Achille.
La canzone di Achille. Chi avrebbe mai pensato che Achille, descritto come una sorta di bestia inarrestabile, inscalfibile, intoccabile, potesse celare un animo puro, dolce, innamorato di Patroclo più della sua stessa vita?

Ogni parola è un’emozione condivisa, dai capelli d’oro di Achille, alla cicatrice rosea di Odisseo, all’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei, al coraggio e all’onore. Un pathos continuo, dalla prima all’ultima pagina.

Ho pianto, non lo negherò, ed è stato bello. Un pianto che porta con sé un racconto bellissimo, un’esperienza di lettura vissuta come se fossi stata anche io lì accanto a loro a Ftia, con Chirone, sulla spiaggia di Troia.

La canzone di Achille – The Song of Achilles è il romanzo di esordio di Madeline Miller, che insieme a Circe e al racconto Galatea (che spero di leggere a breve) costituiscono la sua unica bibliografia. Ti prego Madeline, scrivi ancora.

E con questa che non è una recensione, ma una dichiarazione d’amore, vi lascio e vi invito a leggere quest’esperienza.

Noemi Spasari

Dalla Mesopotamia alla Grecia: miti e leggende

Non so voi, ma io sono sempre stata affascinata da miti e leggende. Da piccola avevo una versione a fumetti dell’Iliade e dell’Odissea che ho praticamente consumato; non vi dico poi la fine fatta dalle videocassette di “Hercules” e “Troy” (sì, lo so! Ma l’archeologia è venuta dopo!).

Oggi quasi tutti siamo abbastanza ferrati sui miti greci e leggende bibliche, e recentemente anche sulle leggende nordiche anche grazie a serie tv e film come “Vikings” e “Avengers”. Sapete però che alcuni miti e topoi letterari greci e biblici hanno in realtà origine in Anatolia (Turchia centrale) e in Mesopotamia?

Tutti conosciamo la storia di Mosè abbandonato in una cesta (e se non la conoscete, consiglio la visione del film “Il Principe d’Egitto”). Ma lo sapevate che questa storia ricalca leggende Mesopotamiche e Anatoliche?

Testa in bronzo attribuita a Sargon di AkkadMuseo nazionale di Baghdad – Wiki Commons

Sargon, nella storia mesopotamica, è quasi una leggenda. Fu re di Akkad nel III millennio a.e.c. e il primo re a unire i territori sumeri (per intenderci, la bassa Mesopotamia). La leggenda narra che sua madre lo concepì in segreto, lo mise in una cesta di giunchi e bitume e lo affidò al fiume Eufrate. La cesta venne raccolta da Akki che salvò Sargon e lo allevò come suo figlio, facendolo diventare un giardiniere. Solo dopo, grazie all’aiuto della dea Ishtar, riuscì a sconfiggere il re di Uruk e a diventare re.

Se Sargon è quasi una leggenda che venne raccontata fino al I millennio a.e.c., meno conosciuta è la storia della Regina di Kaneš, in Anatolia centrale. La leggenda è uno dei miti di fondazione degli ittiti. Per essere brevi, gli ittiti erano una popolazione che ha abitato la Turchia centrale tra II e I millennio a.e.c. (se vi interessa, ve ne parlerò prossimamente).

La leggenda narra che la regina partorì 30 figli maschi e, sconvolta dall’evento, li mise in una cesta e li affido al fiume Kızılırmak. Seguendo il fiume, arrivarono nella città di Zalpa, sul Mar Nero e vennero cresciuti dagli dei. La regina, in seguito, partorì 30 figlie che decise di tenere. Quando, ormai grandi, i suoi figli ritornarono a Kaneš, non li riconobbe e decise quindi di farli sposare con le sue 30 figlie, commettendo un incesto e incorrendo nella rabbia gli dei che distrussero per punizione le città di Kaneš e Zalpa. Con molta probabilità, la storia della Regina di Kaneš ispirò il mito delle Danaidi e l’origine dei Danai, uno dei nomi che indica gli antichi greci.

Questo mito non è l’unico ad essere arrivato in Grecia dall’oriente. I contatti tra Anatolia e Grecia e tra Ittiti (popolo che ha abitato gran parte della Turchia tra II e I millennio a.e.c.) e Greci sono numerosi. Ad esempio, Zeus, divinità principale del pantheon greco e “signore dei fulmini”, altro non è che un riadattamento di Teshub, il potente dio della Tempesta ittita.

Foto mia scattata al Museo Archeologico di Hatay

Molti di noi conoscono la Teogonia di Esiodo, che narra la nascita del mondo e degli dei. Da Chaos e Gaia nasce Urano, da Urano nasce Kronos che genera Zeus. Il dio evira suo padre Kronos e sconfigge i Titani diventando il capo delle divinità (guardate “Hercules”!). Questa storia è probabilmente influenzata dalla leggenda ittita della Regalità celeste. Questa leggenda, arrivata a noi tramite una serie di tavolette in argilla cruda, è frammentaria. A grandi linee racconta di come Alalu, il primo re degli dei, venne spodestato dal suo coppiere Anu e si rifugiò sotto terra. Anu, a sua volta, venne spodestato da Kumarbi, discendente di Alalu. Kumarbi evira Anu ma ne inghiotte lo sperma e da alla luce diverse divinità, tra cui il dio della Tempesta che poi spodesterà Kumarbi e diventerà una sorta di re degli dei.

Kumarbi – Wiki Commons

Le analogie con la Teogonia di Esiodo sono chiare, dalla sequenza Alalu-Anu-Kumarbi/Urano-Kronos-Zeus, all’episodio dell’evirazione del dio del cielo (Anu/Urano).
Non sono state solo le leggende ittite a influenzare le storie greche, ma anche eventi storici. Tutti conosciamo l’Iliade e il destino di Troia e dei suoi abitanti (se non conoscete la storia, consiglio, ahimè, la visione di “Troy” e di “Troy. La caduta di Troia”. Attenzione: leggete prima l’articolo di Tanya).

Troia è veramente esistita e si trova vicino la moderna Çanakkale, è stata una città contemporanea alle città e regni micenei (Micene, Tirinto, Pylos) e anche all’impero ittita. Tra i trattati rinvenuti tra i re ittiti e le coalizioni e i regni vicini ce n’è uno stipulato tra il re ittita Muwatalli II (1320-1272 a.e.c.), quello della famosa battaglia di Qadesh, e Alaksandu, re di Wilusa per formare un’alleanza contro Ahhiyawa (i regni micenei). Dal trattato si capisce che Wilusa doveva trovarsi a ovest della capitale ittita situata in Turchia centrale, quindi tra il Mar Egeo e la Grecia, e alcuni studiosi pensano che il nome Wilusa possa essere collegato al greco Ilios e il nome Alaksandu ad Alessandro Paride (Alessandro era il nome datogli da Priamo ed Ecuba).

Ovviamente i contatti tra Greci e Anatolia e Mesopotamia, occidente e oriente, non si limitano solo ai miti e alle leggende, ma questo ci aiuta a capire come alcuni aspetti delle civiltà orientali siano arrivati fino ai nostri giorni e si siano integrati nella nostra cultura.

Mia Montesanto

Religiosità al femminile

Il contributo di oggi parla ancora di donna nell’antica Grecia: ho promesso alla mia amica Mia che non avrei fatto “la solita grecista”, quindi per le prossime uscite prometto di impegnarmi un po’ di più per spaziare in altri ambiti!

Parliamo di religione, un campo in cui le donne hanno avuto un ruolo da protagoniste, a differenza di quanto avveniva in quasi tutti gli altri aspetti della loro vita (vd. l’articolo precedente sulla condizione femminile). Le dee nel Pantheon greco avevano un ruolo di assoluto primo piano, spesso a loro erano dedicati i santuari principali delle città e le città stesse.

Il tempio di Atena dell’area archeologica di Paestum (SA). Foto dell’autore

I culti rivolti alle divinità femminili erano quasi sempre partecipati esclusivamente da donne, di vario grado di età a seconda del rito specifico da compiere. Per sottolineare ancora di più l’importanza del loro ruolo è da tener presente che la polis greca, cioè la città-stato, faceva della religione una delle sue fondamentali basi di unione civica, dei templi i suoi punti di riferimento, del calendario delle festività religiose quello che ne scandiva la vita.

Nel mondo greco, la concezione della vita della donna era essenzialmente quella di un percorso, strutturato in una serie di tappe: la ragazza che diventava adulta, poi sposa, poi madre, e che necessitava di essere inserita nell’ordine sociale attraverso la partecipazione a particolari “riti di passaggio”. Le donne erano anche responsabili della ritualità sulla riproduzione quindi la fertilità, i figli quindi la nascita, e il mantenimento della famiglia quindi il benessere agricolo.

Uno dei momenti sacri legati al mondo femminile più importanti nell’intero mondo greco è quello delle Arreforie ateniesi, le feste dedicate alla dea Atena. Il rituale arreforico aveva come scopo il trasformare le “figlie di ateniesi” in “mogli e madri di ateniesi” e si svolgeva con una processione notturna in cui delle ragazze prescelte per il rito, portavano doni alla dea. Altri eventi simili, molto importanti, erano ad esempio le Tesmoforie, riti propiziatori della fertilità della terra, rivolti a Demetra e a sua figlia Persefone.

Il rito delle Arreforie raffigurato sul fregio del Partenone, parte dei marmi “Elgin” conservati al British Museum di Londra – Fonte: Wikipedia Netherland

Ciò non significa che l’uomo non avesse trovato il modo di dare una connotazione negativa al ruolo della donna nei riti religiosi, ovviamente: la donna è un essere “selvaggio”, perché incapace di controllare alcuni processi naturali, soprattutto il ciclo mestruale, che la rende impura. Come vedete non è cambiato molto e tutti gli uomini inorridiscono – oggi come allora – al solo sentire pronunciare la parola mestruazione! Si verificavano addirittura veri casi di allontanamento temporaneo dalla società, ad esempio per le donne che avessero appena partorito, che venivano condotte in speciali “casette” con altre donne nella stessa condizione, proprio per la loro impurità che poteva “inquinare” l’ambiente in cui si trovavano. Come se tutti gli uomini non fossero a questo mondo grazie a una donna che li ha partoriti!

Era necessario quindi che questa e altre condizioni di impurità si sottoponessero a riti di purificazione e il mezzo con cui la si otteneva era ovviamente “l’assoluzione” divina, attraverso riti, processioni, sacrifici, danze, preghiere e l’uso di elementi quali acqua e fuoco.

L’acqua era considerata di grande potere: scaturisce dalla “Madre Terra”, quella che dona la vita, e quindi possiede proprietà rigeneratrici. Svariate forme di lavaggi rituali (se vogliamo usare un termine specifico diremo abluzioni), venivano praticate in occasione di cerimonie religiose sia private che pubbliche: ad esempio, sappiamo che il bagno era una delle tappe rituali verso la pratica dell’iniziazione, ma anche preliminare al matrimonio per la futura sposa.

Perirrhanterion dal santuario dell’Incoronata di Metaponto. Si tratta di un grande contenitore da acqua che veniva utilizzato nei santuari per i rituali. Fonte http://www.museoradio3.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-842aeb57-0bbf-45de-ac49-f74bafe14456.html

La pratica dell’immersione, totale o parziale, non riguardava solo le fedeli, ma poteva essere praticata anche alle statue di culto o agli oggetti donati in voto, che in tal modo venivano purificati e consacrati. In queste occasioni la statua della dea veniva lavata, vestita e ornata di gioielli, perché in quel momento così importante e carico di significato smetteva di essere semplice immagine divina per diventare la dea stessa. Per il bagno la statua veniva portata in processione verso una fonte, un fiume o un apposito spazio all’interno dei santuari. Scopo del bagno prenuziale non era solo la purificazione ma anche utilizzare le proprietà rigenerative e benefiche dell’acqua per la fecondità della sposa: le divinità connesse all’acqua e tutelari di questi riti si faranno protettrici anche dei nascituri. Una vasca dedicata a questo genere di culti era presente in un sito che mi è molto caro, il santuario di Punta Stilo a Kaulonia, in Calabria, a cui ho avuto il grande piacere di dedicare molti anni della mia vita da studentessa universitaria e che ho studiato nella mia tesi di laurea.

Ecco un esempio di Hydria, il vaso utilizzato per trasportare e versare l’acqua per eccellenza, che si distingue dalla classica anfora per la presenza di tre manici, in termine tecnico anse, di cui una verticale.

Fonte: http://www.comune.bologna.it/archeologico/percorsi/47680/id/8988/oggetto/2344/

Un’idea concreta di come si svolgessero questi rituali ci viene data da alcune rappresentazioni iconografiche, quindi dalle immagini, che ci mostrano scene di rituali femminili, dagli scavi archeologici nei santuari, da cui spesso emergono vasche e pozzi, oltre a utensili per il culto e vasi specifici per trasportare e contenere l’acqua o che servivano come bruciatori, che si uniscono a quanto tramandato dai testi scritti.
Vediamo ad esempio delle scene di peplophorie, cioè di giovani donne prossime al matrimonio che portano in processione il peplo nuziale, così si chiamava il vestito, alla dea perché lo benedica insieme alla sua futura unione. Oltre al peplo portavano ovviamente doni alla loro dea, simboli della loro devozione e legati alla natura stessa della divinità.

Disegno di un pinax dalla pubblicazione I Pinakes di Loci Epizefiri. Musei di Reggio Calabria e di Locri, 2003

Il mondo della religiosità al femminile è molto complesso e affascinante e se ci riflettete bene, molti echi di queste pratiche si posso ritrovare anche oggi in molti riti e usanze che venivano praticati fino a non molto tempo fa in occasione degli stessi eventi, come appunto il matrimonio o la nascita. Concludo con una riflessione sul mondo femminile che nei momenti più importanti della vita si unisce, consolidando relazioni e affetti, intorno alla religiosità e alla ritualità condivisa. Le donne fanno gruppo compatto che si sostiene a vicenda e si uniscono con la loro divinità, che a sua volta le protegge e le guida.

Non so a voi ma a me questo quadro così delineato dà una certa emozione e mi sento vicina con lo spirito a quelle donne di un tempo, quasi come se partecipassi alle loro processioni e alle loro danze.