Eleonora Duse, la Divina

In occasione della Giornata Mondiale del Teatro (che si celebra il 27 marzo dal 1962) e del mese dedicato alle donne, vi parlo della divina, una delle più grandi attrici teatrali di tutti i tempi: Eleonora Duse.

I primi passi sul palcoscenico

Nata da due attori, Eleonora Giulia Amalia Duse (Vigevano, 3 ottobre 1858 – Pittsburgh, 21 aprile 1924), cresce sul palcoscenico: a quattro anni recita nella parte di Cosetta dei Miserabili di Victor Hugo, mentre a dodici sostituisce la madre ammalata nella parte di Francesca da Rimini di Silvio Pellico, e a quattordici è Giulietta. A vent’anni entra a far parte della Compagnia Ciotti-Belli Blanes e successivamente, ventenne fu a capo di una compagnia con Giacinta Pezzana, facendo parte successivamente della Compagnia Semistabile di Torino.

Adorata dal pubblico e apprezzata dalla critica, inizia a lasciare il segno si da giovane età. Nel 1881 sposa il collega Tebaldo Cecchi, non un attore eccellente, ma un ottimo manager della moglie: a lui si deve la costruzione della leggendaria figura della Duse.

Fondamentale per la Duse sarà l’incontro con Sarah Bernhardt, ritenuta allora la più grande attrice vivente. Continuando ad affermarsi sempre di più sul palcoscenico, Eleonora Duse porta in scena personaggi nati da grandi nomi come Zola, Dumas o Ibsen.

circa 1875: Studio portrait of Italian actor Eleonora Duse (1859 – 1924) standing in profile, holding her hands to her lips and looking down. Duse is wearing a gown with layers of ruffles and a flower print fabric and elbow-length gloves. (Photo by Hulton Archive/Getty Images)

L’incontro con D’Annunzio

Fondamentale sarà la sua relazione con Gabriele D’Annunzio: il loro legame artistico e sentimentale fu tempestoso e dominato da alti e bassi, durando circa una decina d’anni, contribuendo in modo determinante alla fama di D’Annunzio. Difatti, la Duse era già celebre e amata in Europa e portò sulle scene molti drammi dannunziani, come Il sogno di un mattino di primavera, La Gioconda, Francesca da Rimini, La figlia di Iorio, spesso finanziando lei stessa le produzioni e assicurando loro il successo e l’attenzione della critica anche fuori dall’Italia.

In ogni caso, la Duse ispirò una parte molto importante dell’opera dannunziana, tale da essere la musa ispiratrice della raccolta poetica Alcyone, la più celebre delle raccolte poetiche dannunziane.

Abbandono e ritorno al teatro

La loro storia d’amore finisce nel 1904, per la conflittualità dei caratteri ma anche per i debiti che Eleonora accumula per aiutarlo. Il 25 gennaio 1909 a Berlino, dopo la rappresentazione di La donna del mare, la Duse decide di lasciare il teatro, ma vi ritornò nel 1921, spinta dalle necessità economiche.

Nel frattempo, nel 1916, interpretò il suo unico film, Cenere, tratto dall’omonimo romanzo di Grazia Deledda. Morì di polmonite nel corso dell’ultima tournée statunitense, a Pittsburgh, il 21 aprile 1924.

Eleonora Duse nel corso della sua vita instaura intensi rapporti di amicizia e di stima con molte altre donne artiste, scrittrici, intellettuali del suo tempo: Matilde Serao, Laura Orvieto, Ada Negri, Sibilla Aleramo, Yvette Guilbert, Isadora Duncan, Camille Claudel.

Il metodo recitativo

Perché tutt’oggi Eleonora Duse è considerata una colonna fondamentale della storia del teatro?

L’attrice fu decisiva per il teatro moderno in quanto ruppe totalmente gli schemi del teatro ottocentesco, divenuto ormai incombente su una società del tutto nuova e diversa.

Il teatro dell’epoca era infatti caratterizzato da battute enfatizzate e innaturali, con trucchi scenici pesanti e parrucche che facevano diventare il viso dell’attore una maschera.

La Duse abbandona questi usi e basa il suo metodo recitativo sull’istinto: recitare era infatti un avvenimento naturale e spesso improvvisava, a volte camminava lungo il palcoscenico e gesticolava, poi si sedeva e cominciava a parlare. La Duse non era solita truccarsi né a teatro, né nella sua vita privata, ed era molto fiera dei suoi lineamenti marcati, non affatto in linea con i canoni estetici dell’epoca.

Eleonora scelse di usare pochissime decorazioni di scena lasciando il palco quasi vuoto e di affidarsi alle espressioni del volto e all’uso sapiente del ritmo fra parole e silenzi. È per questo che può essere considerata una proto-regista.

Recitò sempre in italiano, ma fu compresa e amata dal pubblico per questo suo nuovo modo di recitare.

Fu chiamata Divina da D’Annunzio e con questo nome passò alla storia.

Le due Franca, Rame e Valeri: due vite per l’arte

Melius abundare quam deficere, così oggi ho deciso di dedicare questo spazio non a una sola donna, ma a due: le due Franca del mondo del teatro.
Sto ovviamente parlando di Franca Rame e Franca Valeri, attrice teatrale, drammaturga e politica una, attrice, sceneggiatrice e drammaturga sia di teatro sia di cinema l’altra.

Sono due donne che hanno lasciato il segno non solo nel teatro, ma anche nella storia del nostro Paese, due artiste dall’istrionica e coinvolgente personalità, uniche nel loro genere. Riuscire a riassumere in poche righe il loro essere è un lavoro quanto mai arduo, quindi cercherò di darvi almeno un’idea di chi sono state queste due donne.

Franca Rame (Parabiago, 18 luglio 1929 – Milano, 29 maggio 2013)
Era figlia d’arte, il padre Domenico era un attore e la madre Emilia Baldini fu prima maestra, poi attrice. Impara a gattonare nel mondo dell’arte: sin da neonata interpreta i ruoli da infante nelle commedie portate in scena dalla compagnia di famiglia.

C’è una sua frase che mi è rimasta impressa e che secondo me mostra proprio come fosse nata per fare teatro: «C’è un momento della mia infanzia che spesso mi ritorna in mente. Sto giocando con delle compagne di scuola sul balcone e sento mio padre che parla con la mamma: “È ora che Franca incominci a recitare, ormai è grande”. Avevo tre anni».

A 25 anni sposa l’attore Dario Fo, con cui avrà un figlio, Jacopo. Insieme al marito fonda la Compagnia Dario Fo-Franca Rame, di cui Fo è il regista e il drammaturgo del gruppo e lei la prima attrice, collaboratrice all’allestimento dei testi e l’amministratrice.

con il marito Dario Fo

La storia d’amore e d’arte Fo-Rame durerà per oltre cinquant’anni contando centinaia di spettacoli di generi sempre diversi: dalla farsa e la commedia dell’arte al teatro politico, ma anche teatro civile e sociale.

Fra questi ultimi cito un’opera difficile da descrivere, cruda e terribile: Lo stupro, la drammatica rappresentazione teatrale di un’esperienza vissuta direttamente dall’attrice anni prima, quando fu violentata e torturata da un gruppo di neofascisti. Vi lascio il link al video, ma vi avverto prima di guardarlo, non è di facile digestione.

da Lo stupro

Per quanto riguarda la sua attività politica, Franca Rame abbraccia l’utopia sessantottina al fianco di Dario Fo; fondano il collettivo “Nuova Scena”, ma dopo aver assunto la direzione di uno dei tre gruppi in cui era diviso il collettivo, a causa di divergenze politiche si separa – assieme al marito – facendo nascere un altro gruppo di lavoro, detto “La Comune”.

Con la sua “Comune” porta in scena testi di satira e di controinformazione politica, che si presentano spesso con un carattere molto feroce, come per esempio Morte accidentale di un anarchico e Non si paga! Non si paga.
Alla fine degli anni Settanta si unisce al movimento femminista, portando a teatro queste ideologie in testi come Tutta casa, letto e chiesa, Grasso è bello! e La madre.

Per non farsi mancare nulla nel 2006 si candida in politica e diventa senatrice, ma lascerà la posizione dopo un paio d’anni.

Nel corso della sua vita in scena, la sua conoscenza del mondo teatrale le ha permesso di trattare in modo ironico e provocatorio anche temi scottanti, trasformando la commedia dell’arte in un focolaio culturale attuale.
Lei e Dario scrivono un’autobiografia intitolata Una vita all’improvvisa nel 2009.

Franca Rame muore il 29 maggio 2013 all’età di 84 anni.

La sua storia d’amore e d’arte con Dario Fo è fra le più belle di cui abbia mai sentito parlare, sono sempre ritratti sorridenti, ovviamente non si son fatti mancare lunghe crisi, tradimenti, incomprensioni, ma com’erano belli insieme, innamorati fino all’ultimo giorno.

http://www.archivio.francarame.it/

Franca Valeri (Milano, 31 luglio1920 – Roma, 9 agosto 2020)
Nasce come Franca Maria Norsa, ma lo cambierà in Valeri negli anni Cinquanta, dopo aver maturato una passione per lo scrittore e poeta francese Paul Valery.
Si appassiona sin da piccola al teatro di prosa, segue un percorso di studi umanistici. È vittima delle leggi razziali del periodo fascista, che hanno portato suo padre e suo fratello a rifugiarsi in Svizzera, riuscendo lei ad evitare la deportazione grazie a un documento falso.

Debutta a teatro dopo la Seconda guerra mondiale, ottenendo grandi successi, mostrandosi sin da subito come una fenomenale attrice: la signorina snob è forse il suo personaggio più celebre, nato quando Franca era ancora adolescente, un personaggio che durerà per lunghi anni e diventerà specchio di un’Italia borghese.

La signorina snob – da connessiallopera.it

Insieme ad Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli forma la Compagnia del Teatro dei Gobbi, che si trasferisce a Parigi portando una serie di sketch satirici sulla società contemporanea senza ausilio di scene e costumi: filosofia della compagnia era proprio quella di non fare indossare costumi agli attori per caratterizzare uno o l’altro personaggio, ma mostrandoli al naturale così che venisse premiata l’improvvisazione.

La “vulcanica Franca” esordisce al cinema con Federico Fellini, prendendo poi parte alle migliori commedie della tradizione italiana: la vediamo in Totò a colori, Piccola posta, Il segno di Venere, Il vedovo, etc. 

Franca Valeri era una personalità dalle molteplici doti, sempre pronta a sperimentare nuovi mondi. Difatti, insieme a cinema e teatro si occupa anche di doppiaggio, sceneggiatura, regia, e soprattutto, di televisione spopolando con il noto personaggio della Signora Cecioni che apparirà in differenti programmi televisivi.

La signora Cecioni – da Wikipedia

Nel corso degli anni Sessanta pubblica una serie di dischi nei quali vengono registrati i suoi personaggi femminili: nascono così gli album Le donne di Franca Valeri (1962), Una serata con Franca Valeri (1965) e La signora Cecioni e le altre (1968). Negli album ogni traccia racchiude un breve monologo dei personaggi più celebri e conosciuti di Franca Valeri, attraverso la radio e la televisione.

Franca Valeri è stata sposata con Vittorio Caprioli, attore e regista con il quale ha lavorato assieme in teatro e al cinema, i due si conoscono negli anni Quaranta, mentre la Valeri recita i suoi monologhi caratteristici a Parigi.  Successivamente si legherà per altri dieci anni al direttore d’orchestra Maurizio Rinaldi, scomparso nel 1995.

Legata al Teatro alla Scala di Milano, dove ha maturato la sua passione per l’opera lirica, Franca Valeri si è anche cimentata come regista di melodrammi (per non farsi mancare niente). Per tutta la vita continua a cimentarsi in ruoli e arti, dal teatro al cinema, alle fiction RAI.

Peculiare dello stile di Franca Valeri è sicuramente l’uso intelligente e raffinato dell’ironia, unito alla sua capacità di riuscire a far riflettere su quelli che sono i vizi e le virtù della società.

https://www.open.online/2020/08/09/100-anni-franca-valeri-video/

Attrice di teatro e cinema, sceneggiatrice, regista, cantante, cosa manca all’appello? Scrittrice, perché sì, la Valeri ha anche pubblicato tantissimi libri: per citarne alcuni Il diario della signorina snob del 1951, oppure più recente Animali e altri attori e il suo lavoro autobiografico intitolato Bugiarda no, reticente.

Come se non bastasse fondò anche l’Associazione Franca Valeri – Onlus per l’assistenza agli animali abbandonati, per contrastare il randagismo.

Muore all’alba del 9 agosto 2020 nella sua casa di Roma, pochi giorni dopo aver festeggiato il suo 100º compleanno.

Due donne diverse, che hanno vissuto una vita piena di arte e hanno lasciato il segno nella società e nel mondo.

@Noemi Spasari, 2021

Pina Bausch, la grande Maestra che ha cambiato la danza

Ci sono delle personalità nel mondo dell’arte che a parer mio andrebbero studiate a scuola, per il ruolo fondamentale che hanno ricoperto, per ciò che hanno fatto e per l’eredità che hanno lasciato: fra questi un posto di rilievo lo occupa Pina Bausch, coreografa, ballerina e insegnante tedesca, una delle più grandi artiste della storia recente.

da http://www.riccioneteatro.it/

Di chi stiamo parlando?
Philippine Bausch, meglio nota semplicemente come Pina Bausch, nasce a Solingen, nella Renania tedesca, il 27 luglio del 1940.

Il suo nome è legato a un termine che potrà sembrarvi un po’ strano, “Tanztheater”, che in italiano traduciamo con teatrodanza, adottato negli anni ’70 da alcuni coreografi tedeschi, di cui vi parlerò dopo.

Inizia la sua carriera artistica sin da adolescente, studia inizialmente alla “Folkwang Hochschule” di Essen, diretta da Kurt Jooss, per poi ottenere una borsa di studio per un corso di perfezionamento e di scambio negli USA. Qui studierà alla famosa “Julliard School of Music” di New York. Successivamente viene scritturata, come ballerina, dal New American Ballet e dal Metropolitan Opera House.

da https://vitaminevaganti.com/2019/06/29/pina-bausch-quando-avere-i-piedi-troppo-lunghi-fa-la-differenza/

Poi rientra in Germania, sono gli anni ’60, gli anni delle sperimentazioni dei cambiamenti, gli anni di Kennedy, dei Beatles e dei Pink Floyd, gli anni d’oro del cinema italiano, gli anni delle rivoluzioni, degli Hippie: Pina inizia a comporre le prime coreografie per il corpo di ballo della sua prima scuola, la Folkwang Hochschule di Essen fondata da Kurt Jooss, che dirigerà dall’anno successivo. Iniziano a vedersi le basi della sua rivoluzione.

Arrivano gli anni Settanta, anche il mondo della danza è nel pieno delle rivoluzioni: vengono rivalutate le potenzialità del corpo come mezzo espressivo, ma anche il rapporto con lo spazio e con la musica, viene sperimentata un’esplorazione più libera del movimento, insieme a nuovi codici gestuali.

da New York Times

È il 1973 quando Pina Bausch fonda il Tanztheater Wuppertal Pina Bausch. È un successo sin dal principio per i suoi spettacoli, che prendono ispirazioni da capolavori artistici, letterari e teatrali, come ad esempio Le sacre du printemps del 1975; Pina Bausch accumula successi in tutto il mondo.

Sarà con Café Müller (1978), uno dei suoi spettacoli più celebri, nel quale si possono intuire anche gli echi del suo passato di giovane lavoratrice nel ristorante paterno, che si assisterà alla svolta decisiva nello stile e nello studio del componimento in tutti i suoi elementi, andando ad approfondire sia il contrasto uomo-società, sia la visione intima della coreografa e dei suoi danzatori, che sono chiamati direttamente ad esprimere le proprie personali interpretazioni dei sentimenti.

Pina Bausch muore di cancro ai polmoni il 30 giugno 2009 all’età di 68 anni.

Il Tanztheater
Cosa si nasconde dietro questa parola? Il teatro danza è un progetto artistico che unisce alcuni elementi del teatro inteso in senso classico con la corporeità e la potenza espressiva della danza, usati per precisi scopi drammaturgici.

In cosa consiste la rivoluzione di Pina Bausch? La grande artista coinvolgeva in prima persona i suoi danzatori, chiamati anche danzattori, e partendo da un elemento base, chiedeva loro di proporre una rilettura personale e quindi a contribuire attivamente alla creazione dell’opera, rendendo così ogni gesto carico di un potente significato.

Il lavoro di Pina si basa sul rapporto fra forza e fragilità, che rinnova facendolo vivere in modo sentito e riempito del vissuto di ciascun interprete.

da https://www.kampnagel.de/en/program/viktor/

L’eredità
Riassumere in poche parole cosa tutt’oggi l’importanza che ricopre la figura di Pina Bausch sarebbe riduttivo. La memoria di questa donna, maestra, artista continua a influenzare ed essere presente nella vita di grandi artisti a noi contemporanei, dal teatro alla danza, ma anche al cinema, alla pubblicità e anche alla moda e il circo. La sua compagnia continua ad essere attiva e a rimettere in scena il repertorio della Bausch, considerato ormai un classico della danza contemporanea.

In particolare, mi soffermo sulla moda. Pina è una ballerina senza tutù, nelle sue opere indossa e fa indossare abiti che mostrano le forme del corpo, quasi sottovesti intime. Questo ha ispirato molti artisti nel campo della moda.

Il regista Wim Wenders le dedica un documentario, dal semplice titolo “Pina”, perché non serve altro, e che ci mostra come creatività, emozione e comunicazione si fondano nel lavoro straordinario di Pina, una donna che ha dedicato tutta la vita alla propria arte, e che è stata un punto di riferimento per il mondo della danza, ispirando ballerini di tutto il mondo.

Pina, Wim Wenders

Mi emoziona molto parlare di personaggi come Pina Bausch che considero una sorta di divinità nel campo artistico.

 

Immagine in evidenza da wsimag.com

@Noemi Spasari, 2021

Anfitrione e la commedia degli equivoci

In un articolo di qualche settimana fa vi ho parlato di come alcune frasi delle opere di Shakespeare siano entrate a far parte del nostro modo di esprimerci quotidiano; oggi andiamo ancora più indietro nel tempo, più o meno alla fine del III secolo a.c., nel momento in cui un famoso commediografo latino componeva un’opera che avrebbe dato vita (non proprio consapevolmente) a dei termini che oggi si trovano nel nostro vocabolario. Stiamo parlando di Plauto e del suo Anfitrione.

I termini che da questa opera abbiamo ereditato sono essenzialmente due: Anfitrione, appunto, e sosia.

Vediamo insieme la storia così da capire meglio l’origine di questi due termini

Amphitruo Anfitrione è un’opera attribuita a Tito Maccio Plauto, autore latino, esponente del genere teatrale della palliata (prossimamente forse farò un articolo dedicato al teatro greco e latino), ed è inoltre un perfetto esempio di quel genere di opere identificate come “commedia degli equivoci”.

Cosa succede? Fondamentalmente è colpa di Zeus, come sempre accade nella mitologia, che aveva voglia di abbandonare ancora una volta il letto coniugale per congiungersi con una povera e inconsapevole mortale.
Il ruolo della povera mortale è in questo caso interpretato da Alcmena (eh sì, avete capito bene, la mamma di un certo signorino molto famoso che ha fatto una dozzina di fatiche eroiche).

Andiamo con ordine: Anfitrione è impegnato nella guerra ai Teleboi, così il furbo Giove (Zeus era per i greci, qui siamo a Roma) prende le sue sembianze e giace con la sua sposa, Alcmena, ovviamente ignara di tutto (pensava fosse il marito).

Dove inizia il problema? Quando una notte Sosia, schiavo di Anfitrione, per suo ordine si reca da Alcmena per darle il resoconto della guerra, ma sulla strada incontra Mercurio che aveva preso anche lui la pozione polisucco e ha le sembianze proprio di Sosia!

Mercurio, convince Sosia con la violenza, che è il vero Sosia è lui e così lo schiavo torna indietro dal padrone, nel frattempo Giove-Anfitrione saluta Alcmena dicendo di dover tornare a combattere.
La situazione si complica ulteriormente quando Anfitrione e Sosia tornano a casa del padrone e vengono accolti con freddezza da Alcmena che sostiene di essere stata col marito fino a poco prima (povera donna, ha ragione, tutta colpa di Giove).

Per farla breve vengono chiamati in causa testimoni, le accuse volano, la povera Alcmena non capisce cosa sia successo, Anfitrione è fuori di sé; finché Giove non decide di degnare tutti della sua divina presenza e spiega cosa sia realmente accaduto (è accaduto che ha un problema di incontinenza, ecco che è accaduto).

Ma ovviamente non finisce qui: Alcmena è incinta di due gemelli, uno dei quali è proprio Ercole che dimostrerà la sua forza sin nel fasciatoio strozzando due serpenti che si erano infilati nella culla (erano stati inviati da Giunone, la moglie di Giove, gelosa per l’ennesima scappatella del marito, ma davvero la vogliamo incolpare?).

Alla fine, Giove come deus ex machina (sì, farò un articolo sul teatro antico, va bene) arriva in scena per convincere Anfitrione a non dar colpe a sua moglie. Pace fatta, grazie Giove.

Anfitrione e Sosia
Come abbiamo visto, Anfitrione e Sosia sono i nomi di due personaggi del testo. Che significato hanno assunto al giorno d’oggi?

L’Anfitrione, per chi non lo sapesse, è il padrone di casa che ospita e intrattiene i convitati, un po’ ironico per il protagonista della storia.

Sosia invece indica una persona che somiglia moltissimo a un’altra, tanto da poter essere scambiata per questa, come appunto succede in questo caso.

Alcune informazioni sull’opera
Come dicevamo, L’AnfitrioneAmphitruo è una commedia composta da cinque atti e un prologo, scritta dal commediografo latino Plauto ipoteticamente verso la fine del III secolo a.C. e rappresentata, sempre ipoteticamente, nel 206 a.C.

Fatto curioso, solitamente le commedie rappresentavano eventi riguardanti personaggi popolari, non divinità o soggetti mitici, che erano invece protagonisti della tragedia; infatti proprio per questo motivo nel prologo sarà Plauto stesso, per bocca di Mercurio, a definire la sua opera una tragicommedia.

La genialità di Plauto
Plauto è un po’ il comico dei giorni nostri, che gioca su argomenti di politica e cronaca quotidiana, studia molto i giochi di parole e il linguaggio.

Una curiosità interessante è nell’introduzione dell’opera, la prima lettera di ogni riga va a formare la parola “ANPHITRVO” (V =U). (In realtà questo accade in tutte le commedie plautine, questo tipo di componimento si chiama acrostico).

«Amore captus Alcumenas Iuppiter
Mutauit sese in formam eius coniugis
Pro patria Amphitruo dum decernit cum hostibus.
Habitu Mercurius ei subseruit Sosiae:
Is aduenientis seruum ac dominum frustra habet.
Turbas uxori ciet Amphitruo: atque inuicem
Raptant pro moechis. Blepharo captus arbiter
Vter sit non quit Amphitruo decernere.
Omnem rem noscunt; geminos Alcumena enititur».

Vi metto la traduzione a cura di Mario Scàndola che ho nella mia edizione BUR: «Giove, preso d’amore per Alcmena, ha assunto le sembianze del marito di lei, Anfitrione, mentre costui combatte contro i nemici della patria. Gli dà manforte Mercurio, travestito da Sosia; egli si prende gioco, al loro ritorno, del servo e del padrone. Anfitrione fa una scenata alla moglie; e i due rivali si danno l’un l’altro dell’adultero. Blefarone preso come arbitro, non può decidere quale dei due sia Anfitrione. Poi si scopre tutto; Alcmena dà alla luce due gemelli».

L’immagine dell’articolo è di Carlo Maria Mariani, La mano ubbidisce all’intelletto, 1983

@Noemi Spasari, 2021

L’uomo dal fiore in bocca: un dialogo sulla morte

Quando parliamo di teatro italiano, fra i primi nomi che ci risuonano in bocca c’è senza dubbio quello di Luigi Pirandello, uno fra i più grandi drammaturghi del nostro Paese.

Le sue opere e il suo pensiero riempiono libri, menti e dialoghi, sono fra le più studiate nelle scuole superiori; personalmente ho un rapporto complicato con il caro Luigi. Amo le sue opere, è stato una sorta di mentore nelle mie scelte, una figura importante nella mia crescita, che col suo pensiero umorista mi ha “rovinato” l’ingenuità dell’adolescenza.

Oggi non andremo a parlare delle sue opere più famose, ma di una che in poche pagine riesce a trattare un argomento tabù e molto importante: la morte, che sia prevista o imprevista. L’opera è L’uomo dal fiore in bocca.

L’opera
L’uomo dal fiore in bocca fa parte di quella che può essere definita come la terza fase del teatro pirandelliano, quella del “teatro nel teatro”, in cui viene abolito il concetto della quarta parete.
Un breve racconto, un dialogo quotidiano. La scena si svolge in un semplice caffè di una piccola stazione di provincia; due uomini si ritrovano a tarda notte e conversano.

I dialoghi potrebbero essere stati pronunciati da chiunque di noi, gli argomenti molto ricorrenti: l’aver perso il treno per un minimo ritardo, le compere a cui gli uomini sono incaricati dalle mogli in villeggiatura, i commessi dei negozi particolarmente bravi a confezionare i pacchetti.

I due uomini sono in parte gli opposti: uno dei due parla molto più spesso, mentre l’altro si limita ad ascoltare interloquendo ogni tanto, con frasi ovvie e quasi scontate.

È solo gradualmente che da questo dialogo emerge la vera natura del dramma, arrivando a richiamare il significato del titolo dell’opera “il fiore in bocca”.

«Venga… le faccio vedere una cosa. Guardi, qua, sotto questo baffo, qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo… più dolce d’una caramella: – Epitelioma, si chiama. Pronunzii, sentirà che dolcezza: epitelioma… La morte capisce? È passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca, e m’ha detto “Tienitelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!”».

L’uomo “chiacchierone” rivela all’altro la sua triste verità: ha scoperto di essere affetto da un tumore della bocca, un male che lo condanna a morte nel giro di pochi mesi. Si confida a questo sconosciuto con minuzia di particolari, spiegando come la sua condizione lo spinga al bisogno di entrare nella vita degli sconosciuti cercando di ricostruirne il modo di essere, per cercare di comprendere la natura delle persone.

Spiega anche come si ritrovi spesso a fuggire ai conoscenti e alla moglie, per sentirsi libero di immaginare e di affermare la sua illusoria volontà di vivere.

L’incomunicabilità
Protagonista di L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello è l’incomunicabilità, accompagnata dalla solitudine, alla ricerca della banalità dei particolari più piccoli e insignificanti del quotidiano per tentare di dare alla vita un valore maggiore rispetto alla morte. Tutta l’opera è così incentrata sulla morte, quella prevista e quella imprevista.

Com’è tipico di Pirandello, alla vita non viene dato nessun valore in sé, ma quando l’individuo – sulla strada della morte – la osserva, anche i gesti quotidiani insignificanti acquistano un valore vitale.

Non conosciamo la vita, ma sentiamo il bisogno di viverla nel momento in cui pensiamo di esserne privati.

 

 

@Noemi Spasari, 2021

Le principesse rivisitate di Emma Dante

Ho tergiversato un po’ prima di parlarvi di lei, di affrontare una sua opera, non perché non fosse importante, ma perché per me lo era troppo.
Emma Dante ha fatto parte della mia vita per tantissimo tempo, la sua arte è stata il tema della mia tesi Magistrale e negli anni universitari ho avuto diverse occasioni di approfondimento del suo lavoro.
È finalmente arrivato il momento di parlare di una sua raccolta di opere e non vi parlerò di lei (per il momento) a teatro, ma di un libro. La scelta è caduta sulla trilogia dedicata alle principesse più note: Cenerentola, Biancaneve e Rosaspina (la bella addormentata).

Prima di tutto, chi è Emma Dante?
È un personaggio eclettico, fra i nomi più noti e discussi del panorama teatrale contemporaneo; sin dai suoi primi spettacoli, come mPalermu (2001), ha mostrato una personalità spiccata e ha portato in teatro novità sceniche, registiche e tecniche.
Emma Dante è una donna che ama la sua terra, ed è una regista che conosce il mondo dell’attore e lo mostra nella maniera più cruda e senza filtri. Inoltre, l’utilizzo quasi costante del dialetto rende vivi i personaggi dantiani, in cui ognuno può rivedersi, o rivedere il vicino di casa o ancora la propria famiglia.

Le principesse di Emma
Il volume è edito da Baldini&Castoldi (2001), ha delle bellissime illustrazioni a cura di Maria Cristina Costa e vede le opere La bella Rosaspina addormentata, Gli alti e bassi di Biancaneve e Anastasia, Genoveffa e Cenerentola.

Partiamo dal primo La bella Rosaspina addormentata: per narrare questa storia la Dante si basa su quella dei fratelli Grimm e a differenza del racconto a cui siamo abituati, in cui viene narrata prima la vicenda dei genitori di Rosaspina che desideravano tanto un figlio e quindi successivamente la nascita della principessa, i doni delle fate e la maledizione della fata esclusa, la Dante parte da questo principe dal volto coperto che si avvicina al castello circondato da rovi, cercando di superare il labirinto di spine.

Maria Cristina Costa in Le principesse di Emma

Come nella fiaba classica, superato l’intreccio di rovi, questo principe in motocicletta dal volto coperto si trova immerso in un silenzio mortale, trovando infine la principessa addormentata.
Dopo averla svegliata, Rosaspina racconta al principe la sua vita fino al giorno in cui compie quindici anni e si punge il dito con una spina di rosa, da cui probabilmente l’origine del nome (differenza con i Grimm e il classico Disney in cui si punge il dito con un fuso).
Il vero colpo di scena la Dante lo lascia alla fine del racconto: tolti i veli che coprivano il volto di questo principe misterioso, Rosaspina scopre che in realtà è una donna e dopo un momento di stupore la bacia con passione.

 

La seconda storia è Gli alti e bassi di Biancaneve e già dal titolo, con questo gioco di parole, si intuisce l’esperienza sproporzionata che vivrà la protagonista.
La storia dantiana inizia con la regina cattiva che si rimira di fronte allo specchio, ma la regina di Emma Dante è un personaggio in parte buffo, anche nel ruolo di antagonista, in particolare con i dialoghi/monologhi con lo specchio da cui si fa lodare e con cui intrattiene discussioni animate e ironiche sulla propria bellezza e sul suo aspetto «m’ha depilare! Talè, tutta nu pilu sugnu!».

Maria Cristina Costa in Le principesse di Emma

Per quanto riguarda i piccoli amici di Biancaneve, la Dante riprende i nomi disneyani, dando loro delle caratteristiche ironiche legate ad essi; i nani sono tali, in questo caso, a seguito di un incidente in miniera che ha mozzato loro le gambe.
Anche il principe si allontana dall’immagine tradizionale di impavido eroe che salva la donzella in groppa al suo cavallo bianco, è qui, infatti, un giovane sperduto vagamente in cerca di moglie (neanche in grado di seguire il TomTom), che incontra Biancaneve nella casa nel bosco e si addormenta sul letto dei nani, proprio subito prima dell’arrivo della regina.
Emma Dante, per la versione teatrale, immerge questa favola nel clima del teatro dei pupi e impone agli attori veri virtuosismi, come recitare su trampoli o impersonare i nani muovendosi sulle ginocchia.

Maria Cristina Costa in Le principesse di Emma

 

In ultimo abbiamo Anastasia, Genoveffa e Cenerentola. La protagonista abita in una palazzina al centro di Rodìo Miliciò, «un paesino al sud della Sicilia circondato da cave di tufo e alberi di melograno»; il padre, un vecchio barone decaduto, rimasto vedovo, si è risposato con la sua donna di servizio, Ignazia, madre di Genoveffa e Anastasia, sciatte e poco eleganti nei modi.
Morto il padre, come da copione, Cenerentola viene defraudata di tutti i suoi averi e segregata in uno sgabuzzino buio e angusto da dove sente scorrere la vita quotidiana delle tre arpie.

Maria Cristina Costa in Le principesse di Emma

Ma quando il principe di Barcellona Pozzo di Gotto cerca moglie, le sorellastre smettono di guardare la tv e scappano in bagno a prepararsi, mentre Cenerentola balla con la scopa.
Come nella fiaba classica, anche Cenerentola, grazie all’aiuto della fata Smemorina, andrà al ballo del principe, trovandolo nella disperazione per la qualità delle pretendenti: «Sugnu un povero principe meschino! Mai troverò la moglie giusta per me. Tutte larie e antipatiche sunnu. Com’haiu a fari».
La protagonista viene “umanizzata” rispetto alla versione della fiaba di Perrault o del classico film Disney, infatti prende una storta scendendo dalla carrozza.
Il finale è come nella storia: il principe e Cenerentola ballano insieme (un tango in questo caso), lui la ritrova per mezzo della scarpetta, si sposano e vivono per sempre felici e contenti.
Sorte diversa spetta alla matrigna e alle sorellastre che sono trasformate dalla fata Smemorina in mastino napoletano, la matrigna, in due zecche, le sorellastre.

Maria Cristina Costa in Le principesse di Emma

 

In conclusione
Queste fiabe di Emma Dante riportano le principesse su un piano “reale”, comune e quotidiano: Cenerentola è una “come noi”, che inciampa e si imbarazza; i nani di Biancaneve sono persone comuni, a volte poco eleganti; il principe azzurro di Rosaspina non è più quell’essere perfetto che arriva a dorso di un cavallo bianco per salvare la donzella in difficoltà, ma è una giovane ragazza in sella ad una motocicletta.

Emma Dante ribalta le situazioni classiche, per riproporle ai nostri occhi in nuove vesti.

@Noemi Spasari, 2021

Nuovo direttore per il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia

Nominato il nuovo direttore del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, per il triennio 2021-2023, che succede a Franco Però: si tratta di Paolo Valerio.

Paolo Valerio, di origini veronesi, diplomato alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, apprezzato regista e attore, già direttore artistico di Fondazione Atlantide-Teatro Stabile di Verona, ha anche diretto il Circuito GAT Triveneto, è organizzatore di festival ed eventi ed è docente e direttore della Scuola di Teatro del Teatro Nuovo.

“Cosa farai da grande?” il nuovo progetto educational del Teatro San Carlo di Napoli

Il Teatro di San Carlo di Napoli un nuovo progetto educational al suo calendario, “Cosa farai da grande?” indicato per bambini dai 6 ai 13 anni: con questo progetto, apre virtualmente le porte del suo Museo a tutti i bambini con un viaggio nelle arti e nei mestieri del Teatro.

La mostra Fiabe al Museo diventerà il set di sette incontri molto speciali con maestranze e artisti del Teatro, che ci guideranno in un divertente percorso tra i segreti del proprio lavoro. È un viaggio tra i mestieri del Teatro ma anche un viaggio alla scoperta delle proprie passioni e inclinazioni, alla ricerca dell’artista nascosto in ognuno dei partecipanti.

Sette appuntamenti a partire dal 10 gennaio:

10 gennaio 2021: Bozzetti. Disegna l’abito del tuo personaggio delle fiabe preferito…la nostra Direttrice della Sartoria ti mostrerà come!
17 gennaio 2021: Canto. Esegui per noi una canzone seguendo i suggerimenti del Direttore del Coro di Voci Bianche del Teatro San Carlo!
24 gennaio 2021: Strumento Musicale. Divertiti a registrare un breve brano eseguito con il tuo strumento musicale preferito o con uno di tua invenzione (hai mai pensato ai coperchi delle pentole?)…lasciati ispirarare dalla performance di uno dei nostri Professori D’Orchestra!
31 gennaio 2021: Danza. Esibisciti in una breve performance di danza…potrai ispirarti ai passi di uno dei ballerini del San Carlo!
7 febbraio 2021: Costumi. Il Carnevale si avvicina! Una delle nostre sarte ti mostrerà come confezionare un costume o un accessorio…divertiti a confezionare il tuo!
14 febbraio 2021: Trucco. Nessun costume è perfetto senza il giusto trucco! Segui il tutorial delle nostre truccatrici e trasformarti in uno dei tuoi personaggi preferiti sara un gioco da ragazzi!
21 febbraio 2021: Storia del Teatro. E alla fine un po’ di storia di questo magico Teatro.

“Te piace ‘o presepio?” Il Natale in casa Cupiello

Natale è quasi arrivato e continuano gli articoli a tema! Oggi parliamo di teatro: è facile il collegamento all’opera ambientata in questo periodo dell’anno, nata dalla penna del grande artista, regista, attore e tanto ancora, napoletano Eduardo De Filippo.
L’opera di cui parliamo è ovviamente Natale in casa Cupiello, un grande classico della letteratura teatrale.
Eduardo per me è uno di quei grandi nomi per cui ho sempre un po’ di ansia da prestazione nel rapportarmi, per quel timore reverenziale che mi provoca la loro idea, grandi nomi, grandi personaggi, grandi artisti.

Natale in Casa Cupiello è un’opera tragicomica portata per la prima volta in scena il 25 dicembre 1931 al Teatro Kursaal di Napoli (oggi Cinema Filangieri) dalla da poco formata Compagnia del “Teatro Umoristico I De Filippo”, composta dai tre fratelli e da attori già famosi o giovani alle prime armi che lo diventeranno.

I fratelli De Filippo

In questa prima rappresentazione l’opera venne messa in scena come atto unico, che è corrispondente al secondo atto della versione definitiva.

Come è arrivata la versione definitiva in tre atti?
La storia è un po’ confusa, ma possiamo dire che è avvenuta in due momenti diversi: il primo atto sembrerebbe essere stato aggiunto nel 1932-33, mentre il terzo e quindi a completare la versione definitiva nel 1934.
La complessa genesi della commedia ha portato lo stesso Eduardo a definirla come un “parto trigemino con una gravidanza di quattro anni“!

Come succede a molte opere, anche Natale in Casa Cupiello ha visto diverse rappresentazioni e traduzioni, come ad esempio la versione televisiva in bianco e nero per RAI del 1962, che presenta alcune differenze col copione originale. Piccolo dettaglio che può interessare: tutte le opere teatrali di Eduardo hanno visto una trasposizione televisiva (e menomale! Abbiamo così modo di vedere le opere di Eduardo per intero).

Un’altra trasposizione sempre per RAI e Istituto Luce a colori è del 1977, oppure una versione teatrale del 2014 con la regia di Antonio Latella e tante altre.
L’ultima esce proprio oggi (22 dicembre), nell’anno in cui ricorrono 120 anni dalla nascita del drammaturgo: Natale in casa Cupiello vede in questa nuova edizione la regia di Edoardo De Angeli e la produzione di RAI-Picomedia ed è interpretato da Sergio Castellitto, Marina Confalone, Adriano Pantaleo Tony Laudadio, Pina Turco, Alessio Lapice e Antonio Milo (potrete vederlo stasera su RAI1).

Natale in casa Cupiello, 2020 – da RAI

Di cosa parla l’opera?
La storia si svolge nell’arco di circa cinque giorni nella casa della famiglia Cupiello, Christmas spirit is in the air!

Non vi racconterò tutta la storia (leggete l’opera o vedetela stasera in tv), ma è un susseguirsi di gag divertenti, confusioni e incomprensioni.

I personaggi dell’opera sono rappresentati dai membri della famiglia Cupiello e Vittorio, amante della figlia.

Luca Cupiello – “Lucariello” è un amante del natale e delle tradizioni, in particolar modo quella del Presepe da bravo napoletano, in contrasto con la moglie e il figlio Tommasino che ritengono la tradizione del presepe anacronistica.
A complicare la realizzazione del presepe interverrà Pasqualino, fratello di Luca, scapolo iroso, sempre in lite con Nennillo. Fra gli elementi tragicomici ricorrenti vi è senza dubbio la difficoltà motoria di Lucariello, nonché la sua difficoltà a ricordare le cose e non arrivare a capire subito cosa sta succedendo.

La già traballante armonia familiare viene resa ancor più complicata dalla decisione della figlia di lasciare il marito e la sua confessione di avere un amante.

Iconica la domanda che ritorna spesso nel susseguirsi degli eventi che Luca rivolge al figlio Tommasino, anche in punto di morte: «Te piace ‘o presepio?» (“Ti piace il presepe?“).

Cosa rappresenta il presepe in questa storia?
Luca è un amante della tradizione con una fissazione per il presepe, simbolo della tradizione napoletana nonché rappresentazione della famiglia unita.
Per il protagonista la costruzione del presepe diventa un modo per sfuggire alla realtà e crearsene una nuova.

Cosa possiamo imparare da quest’opera che accompagna molti natali da quasi novant’anni? Che comunicare meglio non sarebbe una cattiva idea!
E che la genialità dell’opera eduardiana non ha confini.

 

@Noemi Spasari, 2020

Teatro Lirico di Cagliari: Yves Abel dirige il “Concerto di Natale”

Proposta natalizia a cura del Teatro Lirico di Cagliari: il tradizionale Concerto di Natale, verrà trasmetto dal Teatro Lirico di Cagliari in diretta televisiva e sui canali web del Gruppo L’Unione Sarda, sempre grazie alla collaborazione fra la fondazione lirico-sinfonica sarda e il gruppo editoriale che riunisce il più antico quotidiano regionale, con l’emittenza televisiva e le piattaforme web.

Si tratta di un concerto sinfonico-corale che propone all’ascolto del pubblico una delle pagine di musica sacra ottocentesca di più raro ascolto, particolarmente interessante anche perché viene eseguita per la prima volta a Cagliari, e che è trasmesso in diretta dal Teatro Lirico di Cagliari, martedì 22 dicembre alle 21, sull’emittente televisiva Videolina (Canale 10 del Digitale Terrestre – su satellite al Canale 819 di Sky e TivùSat) e in live streaming su www.videolina.it, www.unionesarda.it.

Il programma musicale prevede l’esecuzione di: Messa di Gloria in Fa maggiore per soli, coro e orchestra di Pietro Mascagni.

Pietro Mascagni (Livorno, 1863 – Roma, 1945) inizia la composizione della Messa di Gloria a soli ventiquattro anni per terminarla l’anno dopo nel 1888. L’opera si colloca pienamente nel solco della musica sacra ottocentesca, ma con innovative caratteristiche di originalità e freschezza melodica inconsuete per l’epoca, unite ad uno stile musicale popolare e comunicativo che ne decretano l’immediato e pieno successo di pubblico e che si ritrovano intatte in Cavalleria rusticana, celeberrimo suo capolavoro musicale, successivo di soli due anni, con il quale partecipa e vince il concorso edito da Sonzogno.

La serata segna, anche se sempre “a porte chiuse”, il proseguo dell’attività musicale del Teatro Lirico di Cagliari: infatti in ottemperanza al Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri (4/12/2020), emanato al fine di contrastare e contenere il diffondersi del virus COVID-19, tutti gli spettacoli aperti al pubblico, in programma fino al 15 gennaio 2021, sono sospesi. Ciò non impedisce, come in questo caso, che gli spettacoli si tengano ugualmente e il pubblico possa partecipare, comodamente da casa propria, attraverso la televisione o il web. In sala, quale unico e simbolico spettatore, come ormai apprezzata consuetudine, sarà presente il sovrintendente Nicola Colabianchi.

L’esecuzione del concerto che si attiene alle ormai note norme di sicurezza dettate dall’emergenza sanitaria da COVID-19, prevede il ritorno sul podio del Teatro Lirico di Cagliari di Yves Abel, bacchetta canadese già applaudita a Cagliari (Carmen, 2005 e numerosi concerti) che dirige Orchestra e Coro del Teatro Lirico. Solisti d’eccezione: il tenore sassarese Matteo Desole e il baritono Daniele Terenzi. Il maestro del coro è Giovanni Andreoli.

Lo spettacolo ha una durata complessiva di 60 minuti circa e prevede il commento dallo studio di Teresa Piredda e la regia televisiva di Angelo Palla.

La replica dello spettacolo è prevista, sempre sull’emittente Videolina, per domenica 27 dicembre alle 18. Inoltre la registrazione della diretta è disponibile on demand sul sito www.videolina.it.

Per informazioni: Biglietteria del Teatro Lirico, via Sant’Alenixedda, 09128 Cagliari, telefono 0704082230 – 0704082249, biglietteria@teatroliricodicagliari.it, www.teatroliricodicagliari.it. Il Teatro Lirico di Cagliari si può seguire anche su Facebook, Twitter, YouTube, Instagram, Linkedin.

Fonte e maggiori info: Teatro Lirico di Cagliari