La tragedia nell’antica Roma

Dopo aver parlato della commedia nell’Antica Roma, oggi parliamo di tragedia.
Il caro Cicerone era un appassionato frequentatore di teatri e nei suoi (lunghi) scritti documenta l’evolversi del pubblico romano, da semplice spettatore che vuol fare vita sociale a una sorta di “critico” osservatore (tanto da fischiare agli attori che sbagliavano la metrica!).
E così la popolazione latina frequentatrice di teatri inizia ad appassionarsi anche alle tragedie, ovviamente più impegnate rispetto alle commedie.

Ovviamente quale miglior fonte d’ispirazione se non la perfetta tragedia greca?

Possiamo differenziare la tragedia latina in due sottogeneri:
– la fabula cothurnata, che generalmente ha ambientazione e argomento greco, e deve il proprio nome agli stivali a suola alta indossati dagli attori tragici greci, detti cothurni. La cothurnata si distingue per alcune caratteristiche peculiari come un certo gusto per l’orrido e la violenza, con abbondanza di scene macabre, cruente e violente in particolare nella produzione di Accio, Pacuvio e di Ennio, dei quali purtroppo non ci restano che frammenti;
– la fabula praetexta che è invece la tragedia di argomento romano, e che spesso era un adattamento dalle opere di tragediografi greci quali Eschilo, Sofocle, Euripide.

Sempre secondo la testimonianza del buon vecchio Cicerone, la prima rappresentazione di una cothurnata risalirebbe al 240 a.C., e sarebbe ad opera di Livio Andronico, ma la datazione è ancora in gran parte discussa.

Lucio Anneo Seneca
Il buon vecchio Seneca si è stoicamente dedicato anche al teatro, componendo (almeno per quanto ci risulta ad oggi) nove opere del genere della cothuranta e un’unica superstite di praetexta, Octavia (ma anche su questa ci son dei dubbi).

Un’ipotesi probabile è che le tragedie di Seneca fossero destinate soprattutto alla lettura, ma ciò non toglie che potessero comunque essere rappresentate in scena, anche considerando la macchinosità e la spettacolarità di alcune scene. Le vicende narrate si configurano come scontri di forze contrastanti e un conflitto fra la ragione e la passione in una realtà dai toni cupi e atroci.
C’è una figura in particolare delle tragedie senechiane che va messa in risalto, che è quella del del tiranno sanguinario e bramoso di potere, chiuso alla moderazione e alla clemenza, tormentato dalla paura e dall’angoscia, un despota che offre spunto al dibattito etico sul potere, che sappiamo essere importantissimo nella riflessione di Seneca.

Fra le tragedie senechiane ricordiamo Medea, ispirata all’omonima tragedia di Euripide e narra la cupa vicenda della principessa della Colchide; Oedipus, dall’Edipo re sofocleo; Troades probabilmente ispirata da due drammi euripidei, Le troiane e l’Ecuba.

Vi è inoltre anche un dramma satiresco attribuito a Seneca dal titolo Apokolokyntosis o anche Ludus de morte Claudii.

Noemi Spasari

Il teatro nell’antica Roma: la commedia

Come ben sappiamo fra Romani e Greci le differenze furono molte. I greci contribuirono grandemente allo sviluppo della creatività, in particolare con arte, architettura e soprattutto filosofia, i romani erano maestri nelle arti pratiche come ingegneria e conquiste militari. Anche in ambito teatrale le differenze fra le due civiltà furono differenti. Per un ripasso sul teatro greco leggi questo articolo per la tragedia, questo per la commedia e questo proprio per la struttura fisica del teatro greco.

I romani erano più interessati a spettacoli di massa, paragonabili a un moderno concerto. Il teatro era infatti una forma di intrattenimento, occasione di svago, non più riflessione esistenziale, ma divertimento.

La civiltà romana era solita assorbire usi e tradizioni di altre civiltà, come quella etrusca, i cui riti comprendevano varie forme spettacolari e performance di danzatori, giocolieri e musicisti. I romani rielaborarono alcune di queste attività spettacolari. La stessa commedia romana ebbe origine dalle improvvisazioni comiche degli etruschi e i primi attori professionisti che giunsero a Roma provenivano proprio dall’Etruria.

Nel 364 a.C. furono istituiti i ludi scenici per far cessare una terribile pestilenza! In seguito a questo fiorirono una sere di generi teatrali popolari, come ad esempio le atellane, rappresentazioni comiche in gran parte improvvisate, dal carattere volgare, che avevano dei personaggi ricorrenti come il Pappus (il vecchio rimbambito). Un altro genere, di derivazione etrusca, è il fescennino ossia un componimento comico molto scurrile, invettivo, solito nelle feste rurali. Altra forma drammatica è la satura, una miscellanea di elementi comici e seri, musica e canti.

Fondamentale per lo sviluppo del teatro romano fu il contatto con il mondo greco, sia con la tradizione delle tragedie, ma soprattutto quella delle commedie, in particolar modo quella di Menandro.

In cosa la commedia romana si distingue da quella greca? Viene eliminato il coro, aggiungendo invece un accompagnamento musicale ai dialoghi, unendo parti cantate (cantica) a parti recitate (diverbia). Elemento fondamentale e di differenza è anche una tendenza a prediligere gli intrecci ricchi di equivoci e fraintendimenti.

Tito Maccio Plauto fu il commediografo romano più popolare, le cui opere sono apprezzate tutt’ora. Plauto è un po’ il comico dei giorni nostri, che gioca su argomenti di politica e cronaca quotidiana e studia molto i giochi di parole e il linguaggio. Le sue commedie sono fondate su un’accentuata caratterizzazione comica dei personaggi, come il Miles gloriosus, il soldato codardo che vanta però grandi prodezze, o il vecchio avaro dell’Aulularia che sarà ispirazione per l‘Avaro di Molière.

Di Plauto sono sopravvissute circa una ventina di opere, fra queste vi cito l’Anfitrione di cui avevo parlato in un articolo e i Menaechmi basata sullo scambio d’identità fra gemelli.

L’altro grande autore di commedie nell’antica Roma è Terenzio, che di differenzia molto da Plauto che è solito usare una comicità popolare e volgare. La commedia di Terenzio è invece caratterizzata da una maggiore caratterizzazione psicologica dei personaggi e una eleganza d’espressione.
Il commediografo nelle sue opere una costruzione di intreccio più riuscita rispetto a quella di Plauto, i suoi personaggi sono meno caricaturali e più corrispondenti alla realtà.

Era uno stile più sofisticato e colto, rispetto a quelle più popolari e popolane di Plauto, così che la sua opera La suocera vide il pubblico abbandonare il teatro ben due volte durante la rappresentazione della commedia. Lo stile più elegante di Terenzio sarà utile per insegnare latino ai giovani.

Noemi Spasari

CALIGOLA. UNDERDOG/UPSET l’ultima produzione del Teatro Del Carretto

prima regia di Jonathan Bertolai in scena sabato 10 e domenica 11 luglio (alle ore 21) al Teatro del Giglio per il cartellone di “Piazza del Giglio”

Lucca, martedì 6 luglio 2021 – Jonathan Bertolai, attore negli spettacoli di repertorio del Teatro Del Carretto dal 2006 e assistente alla regia di Maria Grazia Cipriani in Ultimo Chisciotte, firma la regia di CALIGOLA. UNDERDOG/UPSET, ultima produzione della Compagnia, in scena sabato 10 e domenica 11 luglio (alle ore 21.00) al Teatro del Giglio. «È uno spettacolo – afferma Bertolai – che parla di questo tempo incerto che stiamo vivendo, un tempo che incede più velocemente della natura dell’uomo, costretto a rincorrere sé stesso, in una distanza ormai siderale. Caligola come noi fluttua smarrito nei meandri della sua mente cercando l’impossibile

Il desiderio che ha guidato lo studio di questo spettacolo è nato nella primavera 2019 – ben prima della pandemia che ci ha colpiti – e ha trovato negli ultimi mesi nuovi motivi di urgenza.  La scelta di questo personaggio e dei suoi drammi interiori trae origine dalla necessità di indagare il mondo giovanile con la sua fragilità e il disagio esistenziale nei confronti del futuro: temi, in particolare quest’ultimo, che ora si rivelano di ancora più scottante attualità, innestandosi in un panorama caratterizzato da un’incertezza globale in termini economici, politici e culturali, oltre che sanitari. Così come Caligola voleva “semplicemente” la luna, anche al giorno d’oggi le nuove generazioni si scontrano con un mondo assurdo, nel quale devono conquistare il loro diritto di esistere e di emergere, a partire da un contesto a loro completamente sfavorevole. Devono combattere come se fossero su un ring, e, per continuare in questa metafora, come un pugile dato per sfavorito (underdog) a volte riescono con determinazione e follia a ribaltare i pronostici (upset).

Tenendo a mente la giovane età di Caligola, quando divenne imperatore e quando visse il lutto per l’amata sorella Drusilla, non è allora casuale il fascino esercitato da quest’opera sia sul giovane attore protagonista dello spettacolo – diplomato nel 2018 alla Scuola Teatro Arsenale di Milano -, sia su Jonathan Bertolai, al suo debutto da regista.  È proprio dal desiderio di Ian Gualdani di confrontarsi con un Caligola lontano dall’essere “solo” l’imperatore folle che nasce questa messa in scena e, nello sguardo di Jonathan Bertolai, assume i contorni di uno spazio mentale amplificato nel quale fluttua questo Caligola: sulla scena il pubblico assiste ad una rapsodia di dialoghi interiori, un dipanarsi dei pensieri del protagonista che trovano la loro trasposizione visiva nella gestualità dell’attore. Jonathan Bertolai ci racconta tutta l’assurdità che la vita può riservare, attraverso un dramma psicologico calato in un’atmosfera post industriale. Su una scena trapuntata di monitor e luci a neon, su cui si staglia un piedistallo e si schierano delle statuette, passano video e inserti sonori che richiamano gli anni ’80 (ricordano ad esempio i video musicali dei Talking Heads) e scenografie che si ispirano alle opere multimediali di Bill Viola, creando una curiosa alternanza tra la tragicità dei temi trattati e il pop di questa estetica. 

La molteplicità di suoni che si rincorrono nella sala e i contributi video che circondano il corpo dell’attore sono le mille voci del dissidio interiore di Caligola raccontati dalla notevole versatilità interpretativa di Ian Gualdani.  La ricerca sonora di Hubert Westkemper, già sound designer di numerosi artisti internazionali di fama e del Teatro Del Carretto, e premio Ubu 2005 e 2019, in sinergia con le luci di Orlando Bolognesi rafforzano l’alternanza fra il dissidio interiore e la freschezza dell’essere giovani.

CALIGOLA. UNDERDOG/UPSET
produzione Teatro Del Carretto
regia Jonathan Bertolai
sound design Hubert Westkemper
light design Orlando Bolognesi
con Ian Gualdani
fonico Luca Contini
tecnico luci Mattia Bagnoli
elementi scenici Rosanna Monti
scenotecnica Giacomo Pecchia
realizzazione video Diego Granzetti, Giovanni Adorni
foto e grafica Manuela Giusto

Il cartellone di Piazza del Giglio prosegue con Astor Querido – 100 anni con Piazzolla (16 luglio), omaggio a Piazzolla (evento realizzato in collaborazione con Associazione Culturale Tango Querido Lucca). Il 23 luglio sarà la volta di Grandi Discorsi di Renata Palminiello, dedicato alle voci che hanno fatto la Storia (una produzione dell’Associazione Teatrale Pistoiese Centro di Produzione Teatrale); il 24 luglio in Poetica, concerto dedicato a Robert Schumann, si esibiranno Claudio Bohórquez al violoncello e Péter Nagy al pianoforte, insieme ad alcuni dei migliori allievi dell’edizione 2021 del Virtuoso & Belcanto Festival 2021. Il 30 luglio farà tappa a Lucca, per Piazza del Giglio, Ascanio Celestini con il suo Barzellette (produzione Mismaonda creazioni live). Ultimo appuntamento della rassegna venerdì 6 agosto con La serva padrona, un intermezzo buffo in due parti di Giovan Battista Pergolesi, per la regia di Nicola Fanucchi e la direzione di Stefano Teani, realizzato in collaborazione con Animando – Centro di Produzione Musicale.

L’offerta estiva del Teatro del Giglio si compone anche di GiglioLab Estate, laboratori per bambini e bambine, ragazzi e ragazze dai 4 ai 12 anni (all’Agorà, per tutto il mese di luglio) dedicati ai libri e a Puccini, e delle Cartoline Pucciniane (fino a settembre).

Prezzi: biglietto per posto unico 12 euro, ridotto per soci UniCoop FI 10 euro.

Informazioni e acquisti online sul sito www.teatrodelgiglio.it e su www.TicketOne.it

A Lucca il recital lirico “Donne all’opera”

Torna la musica in piazza del Giglio venerdì 9 luglio alle ore 21.30 con il recital lirico “Donne all’opera” che vede protagoniste Antonella Biondo, Lara Leonardi e Arianna Tarantino

Dopo il successo dello scorso anno, torna per “Piazza del Giglio” (venerdì 9 luglio, ore 21.30) il trio al femminile composto da Antonella Biondo (soprano), Lara Leonardi (soprano) e Arianna Tarantino (pianoforte): tre giovani e carismatiche interpreti dimostrano quanto il linguaggio dell’opera possa unire le generazioni, e si apprestano con eleganza e passione a interpretare un’antologia di celebri pagine liriche da Bellini a Verdi, passando da Donizetti e immancabilmente Puccini, nella forma intima, ma di grande forza emotiva, del recital al pianoforte.

Il Teatro del Giglio è teatro di tradizione e da sempre fa della lirica un punto di forza, restituendola alla città di Lucca come patrimonio artistico e culturale condiviso, alla base dell’immaginario collettivo e del gusto artistico. Su queste basi è stato costruito il programma della serata: Intermezzo da Suor Angelica di Giacomo Puccini; Casta Diva da Norma di Vincenzo Bellini; Qui la voce sua soave da I Puritani di Vincenzo Bellini; Vissi d’arte da Tosca di GiacomoPuccini; È strano… Sempre libera da La traviata di Giuseppe Verdi; Io son l’umile ancella da Adriana Lecovreur di Francesco Cilea; Se come voi piccina da Le Villi di Giacomo Puccini; Preludio e Vals Poético n. 1 di Enrique Granados; A mezzanotte di Gaetano Donizetti; Stornello di Giuseppe Verdi; Granada di Agustín Lara; Sole e amore di Giacomo Puccini; Luna d’estate di Francesco Paolo Tosti; Me voglio fa ‘na casa di Gaetano Donizetti.

Il cartellone di Piazza del Giglio prosegue: sabato 10 e domenica 11 luglio la scena si sposta all’interno del teatro con Caligola. Underdog/Upset, nuova produzione del Teatro Del Carretto per regia e drammaturgia di Jonathan Bertolai, protagonista Ian Gualdani. Astor Querido – 100 anni con Piazzolla (16 luglio) omaggia Piazzolla (evento realizzato in collaborazione con Associazione Culturale Tango Querido Lucca); il 23 luglio sarà la volta di Grandi Discorsi, dedicato alle voci che hanno fatto la Storia (una produzione dell’Associazione Teatrale Pistoiese Centro di Produzione Teatrale), mentre il 24 luglio, con Poetica, concerto dedicato a Robert Schumann, si esibiranno Claudio Bohórquez al violoncello e Péter Nagy al pianoforte, insieme ad alcuni dei migliori allievi dell’edizione 2021 del Virtuoso & Belcanto Festival 2021. Il 30 luglio farà tappa a Lucca, per Piazza del Giglio, Ascanio Celestinicon il suo Barzellette (produzione Mismaonda creazioni live). Ultimo appuntamento della rassegna venerdì 6 agosto con La serva padrona, un intermezzo buffo in due parti di Giovan Battista Pergolesi, per la regia di Nicola Fanucchi e la direzione di Stefano Teani, realizzato in collaborazione con Animando – Centro di Produzione Musicale.

L’offerta estiva del Teatro del Giglio si compone anche degli appuntamenti dei laboratori di GiglioLab Estate (all’Agorà, per tutto il mese di luglio) dedicati ai libri e a Puccini per bambini e bambine, ragazzi e ragazze dai 4 ai 12 anni e delle Cartoline Pucciniane (fino a settembre),l’appuntamento serale con i recital per canto e pianoforte.

Prezzi: biglietto per posto unico 12 euro, ridotto per soci UniCoop FI 10 euro.

Informazioni e acquisti online sul sito www.teatrodelgiglio.it e su www.TicketOne.it

Il dramma satiresco e la commedia greca

Dopo aver parlato della tragedia e della struttura del teatro nell’Antica Grecia, arriviamo al dramma satiresco e alla commedia.

Durante le feste in cui venivano rappresentate le tragedie, ogni poeta presentava una tetralogia, ovvero tre tragedie e un dramma satiresco.

Di cosa si tratta? Di un componimento comico-grottesco caratterizzato dalla presenza sia di eroi sia di satiri, ovvero creature mitologiche semiferine (metà animali).

Era una parodia della tragedia e dei temi eroici elevanti, bello denso di volgarità e riferimenti sessuali espliciti. Aveva un fine ben preciso, infatti, quello di allentare la tensione dopo la visione delle tre tragedie.

È fondamentale nel dramma satiresco la connessione fra la realtà bestiale e la sfera ideale e perfetta degli dèi: i satiri del mito erano uomini-capri seguaci di Dioniso, con coda, orecchie e corna ferine.

Quello che possiamo supporre è che le danze dei satiri fossero eseguite con movimenti scomposti, rapidi e a scatti, tutto incluso in una cornice grottesca.

La commedia era l’altra tipologia drammatica rappresentata ai festival teatrali in Grecia. Quella che viene definita “commedia antica” è generalmente caratterizzata da intrecci originali, ambientazioni fantastiche e un intento satirico e, purtroppo, ad oggi ci sono pervenute solo quelle di Aristofane.

Era ispirata da fatti politici e culturali contemporanei, non aveva un numero fisso o limitato di personaggi e si potevano anche riscontrare riferimenti a personaggi della società del tempo.

Ad esempio, nelle Nuvole troviamo Socrate che vive in un cesto sospeso in aria e nella Lisistrata vengono condannate le guerre del Peloponneso.

Aristofane nelle sue commedie usa un linguaggio ricco di allusioni e senza mezzi termini, specchio di una società un po’ in decadenza.

Nel IV secolo a.c. la commedia subirà un mutamento, si svilupperà infatti una “commedia nuova” ed esponente di questa novità sarà Menandro (almeno solo di lui abbiamo testimonianza).

La differenza sta nella ricerca di temi più quotidiani abbandonando lo stile fantastico e immaginativo, molto più realistico. Le commedie di Menandro concentrano l’attenzione dello spettatore su un intreccio più elaborato, con fraintendimenti ed equivoci, abbiamo anche una nota romantica del sentimento amoroso, non più legato unicamente alla sfera sessuale.

Viene così abbandonata l’oscenità e la scurrilità, lasciando spazio a una satira più soft e mai lesiva della dignità dei personaggi.

Che forma aveva il teatro nell’antica Grecia?

Mentre pochi giorni fa sui nostri canali social veniva pubblicata una serie di video sulla storia del teatro, abbiamo pensato di scrivere di com’era fatto il teatro antico. Oggi abbiamo l’opportunità di fare un vero e proprio tuffo nel passato grazie alle iniziative che si svolgono soprattutto in Sicilia, il caso più famoso è sicuramente Siracusa[1].

Assistere a una rappresentazione di un’opera antica all’interno del suo scenario originario ci fa sicuramente capire come funzionava la macchina teatrale ma per chi non avesse questa possibilità, cerchiamo di ricostruirlo insieme, ovviamente attraverso l’archeologia!

Innanzi tutto il teatro, nel mondo antico di cultura “occidentale”, era un edificio all’aperto, con coperture mobili studiate per riparare gli spettatori dal sole o dalle intemperie, ma che erano fatte di legno e di stoffe e quindi purtroppo non sono giunte fino ai giorni nostri… questi sono i limiti dell’archeologia!

La canonizzazione della sua forma semicircolare è avvenuta circa nel V secolo a. C.[2], così come da subito sono state definite le sue strutture principali, che sono tre:

  • La cavea, in greco koilon, è il settore semicircolare su cui sono disposte le gradinate con i sedili per gli spettatori. Dato che i greci erano degli architetti non solo capacissimi ma anche furbi, spesso sfruttavano la pendenza di una collina su cui appoggiavano questa struttura. Questo espediente permetteva anche di sfruttare un effetto sonoro naturale che amplificava la voce degli attori. Ricordiamoci che non esistevano i microfoni!
  • La scena, in greco skené, è lo scenario, appunto, che gli spettatori si trovano di fronte, osservando dal loro sedile. Ha la forma che ricorda la facciata di un edificio, decorata con colonne, statue e nicchie, diventando da semplice costruzione in legno, una struttura sempre più complessa. Ma aveva anche una funziona pratica: serviva infatti agli attori come “camerino”, per cambiarsi senza essere visti.
  • L’orchestra, dal verbo orkeomai, che significa ballare, era il luogo in cui il coro si esibiva in canti e danze in onore delle divinità, posto tra la cavea e la scena, di forma circolare.

Nel corso del tempo, cambiano però le usanze e i modi di esibirsi, e quando il coro diventa meno importante dell’esibizione dei singoli attori, ecco che si sviluppa il proskenion, cioè il palco dove appunto si collocavano gli attori. Alla skené e alla cavea si accedeva attraverso due corridoi laterali, chiamati parodoi.

Nel mondo antico la religione era fortemente connessa con la vita quotidiana e le feste religiose erano celebrate non solo da tutta la cittadinanza ma anche a livello del governo della città-stato. Naturalmente centro propulsore di cultura nel mondo greco antico è Atene, che per prima abbina gli spettacoli al culto in queste particolari occasioni. Per un ateniese andare a teatro era un atto sentito, appassionato, faceva parte del suo senso di comunità… cosa che oggi, ahimè, si ritrova solo allo stadio di calcio!

Ovviamente non si tratta solo di Atene ma in generale di tutto il mondo greco, magnogreco e poi romano. Non serve specificare quanto i romani amassero lo spettacolo dal vivo e l’intrattenimento, anche se “a modo loro”, dedicandosi più alle venationes, gli spettacoli di lotte, che al teatro primigenio, come dimostra la famosa locuzione del poeta Giovenale, Panem et Circenses.

Ma siamo qui a parlarne perché l’archeologia ci ha permesso di vedere alcune bellissime testimonianze del passato, come il già citato Teatro greco di Siracusa, quello di Dioniso ad Atene o i molti magnifici edifici sparsi nelle colonie dell’Asia, come Efeso, Mileto, Ierapoli, ecc.

Chiaramente in questa sede ne prenderemo solo alcuni, per dare un’occhiata insieme a quanto rimane.

Partiamo dalle origini, Atene. Il Teatro di Dioniso, posto in prossimità dell’acropoli, fu il più famoso del mondo greco di V e IV secolo a.C. Qui avvennero le rappresentazioni dei grandi tragediografi e commediografi, quali Euripide, Sofocle, Eschilo, Aristofane, e molti altri. Era un edificio veramente imponente, costruito sfruttando le pendici della stessa acropoli, probabilmente con molte parti in legno come i sedili e la skené originaria. Sulla base di quanto rimane oggi si può ipotizzare che contenesse circa 15.000 spettatori! In seguito fu arricchito con il palcoscenico, gradinate suddivise a seconda del prestigio degli spettatori e strutture in marmo; fu aggiunto anche un sontuoso sedile decorato per il Sacerdote di Dioniso (indizio del potere sociale e politico che queste figure sacerdotali rivestivano).

Avete mai sentito l’”espressione deus ex machina”? Il significato è quello di un’apparizione che serve a risolvere un qualche problema e deriva proprio dal teatro greco. Infatti, esisteva una “macchina” per “far apparire gli dei”, formata da una specie di gru che sollevava l’attore che impersonava il dio su un pedana rialzata, con un effetto speciale molto d’impatto: il dio in questione interveniva solitamente per risolvere il conflitto centrale della trama o in aiuto dell’eroe. In questo teatro doveva essere posta probabilmente ai margini dell’orchestra.

Non posso non parlare del teatro siciliano per eccellenza, quindi delle colonie greche d’Occidente: Siracusa.

Devo precisare che l’archeologia spesso fatica a farci vedere gli impianti più antichi delle strutture, perché se sono oggetto di interventi di ristrutturazione che si collocano al di sopra di parti di edificio precedenti, non possiamo certo smontare tutto per vedere se e cosa rimane sotto! Come nel caso dei nostri due teatri, molto di quello che vediamo oggi è il risultato dei rimaneggiamenti romani. Ma ci accontentiamo! Abbiamo notizie dalle fonti scritte di un teatro a Siracusa già nel V secolo a.C. Quella che vediamo oggi è però la forma ellenistica, vale a dire il risultato delle ristrutturazioni avvenute nel III secolo a.C. Anche in questo caso è costruito sfruttando la pendenza naturale del colle Temenide, che crea un’acustica veramente impressionante.

Caratteristiche specifiche del teatro siracusano sono sicuramente la grandezza: la cavea era tra le più grandi del mondo greco, con 138,60 metri di diametro e ben 67 file di sedili a gradinata. Sulla recinsione dell’orchestra sono state ritrovate incisioni con nomi di divinità e della famiglia regnante, quella di Gerone II, uno dei più famosi tiranni[3] della Sicilia antica. La skené è purtroppo andata completamente distrutta nel corso dei secoli ma possiamo farci un’idea della sua bellezza da alcuni reperti conservati nel museo archeologico della città, intitolato a Paolo Orsi, un grande archeologo del Sud Italia.

Tutti i teatri antichi cercavano anche di sfruttare una scenografia naturale, il paesaggio circostante: immaginate il teatro di Dioniso, circondato dai magnifici edifici dell’Acropoli di Atene o a Siracusa, la vista del porto e dell’Isola di Ortigia.

È notevole notare che al livello superiore del teatro sono state rinvenute tracce di una struttura scavata nella roccia e connessa con l’acquedotto e un sistema di deflusso delle acque. Edifici di questo tipo con nicchie per statue e tracce di decorazioni architettoniche sono diffusi nel mondo antico come sedi del culto delle Muse. E si sa che le Muse sono tutelari delle arti e quindi la loro collocazione nei pressi del teatro calza a pennello!

Vi invito a fare un esercizio di immaginazione: la prossima volta che visitate un sito archeologico che conserva un teatro antico provate a pensare a come doveva essere in un giorno di festa, pieno di gente che non vedeva l’ora di assistere all’Antigone, al Prometeo, ai Sette contro Tebe, con i personaggi illustri che prendono posto sui sedili principali e gli attori che entrano in scena.


[1] Il programma è sul sito dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico – Fondazione Onlus https://www.indafondazione.org/

[2] Per chi non fosse pratico con il conteggio degli anni “a ritroso”, è doveroso specificare che i secoli prima della nascita di Cristo si contano “al contrario”, proprio a partire dallo 0, quindi il I secolo a.C. sarà l’intervallo di anni che va dall’anno 1 al 100 e così via, quindi per V sec. a.C. si intende l’arco di tempo compreso tra il 401 e il 500.

[3] Il termine Tiranno nell’antichità non aveva il concetto negativo che gli si attribuisce oggi. Era praticamente un re con pieni poteri militari. Il termine non indica necessariamente che fosse crudele con i suoi cittadini.

MDLSX, uno spettacolo con Silvia Calderoni

Approfitto di oggi, Giornata Internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, per parlarvi di uno degli spettacoli teatrali che più mi sono rimasti impressi: “MDLSX” (2015) della compagnia Motus, interpretato dalla meravigliosa Silvia Calderoni, ispirato al romanzo “Middlesex” di Jeffrey Eugenides.

Ho visto quest’opera nel marzo del 2016 al Teatro Era di Pontedera.

Lo spettacolo è una complessa riflessione sull’androginia, sul bisogno di identificazione e la necessità di una classificazione (maschio o femmina), ma anche una lotta continua fra l’universo femminile e quello maschile. La riflessione è strutturata in un monologo giocato come un vj-set, guidato dalla stessa Calderoni, con l’uso di diversi linguaggi e mezzi, come una webcam, diversi microfoni, filmati di famiglia (della stessa attrice), video vari, luci, laser, la lacca che viene usata quasi ossessivamente.

Vi è inoltre una colonna sonora talmente ben scelta e strutturata da costituire lo scheletro della storia e dell’animo della protagonista, passando dai Rem, agli Yeah Yeah Yeahs (con la struggente Despair), per finire con gli Smiths con “Please, please, please, let me get what i want”, che ingloba perfettamente il sentimento espresso nell’opera.

MDLSX è la ricerca di un’identità, inizialmente impossibile da definire per Calliope, se non con disumanizzanti termini medico-patologici come «ipospadia», «ermafroditismo», o ancora «mostro». Il suo dolore si esprime nell’uso crudele del corpo, ripetutamente denudato, esplorato esasperatamente, e mostrato senza riserva alcuna.

Un inno all’amore, senza etichette.

Grazie a questo spettacolo ho scoperto Silvia Calderoni, un’artista unica, con la quale ho avuto l’onore di frequentare un workshop.

La foto in evidenza è di @Alessandro Sala ed è presa dal sito di Motus

con Silvia Calderoni
regia Enrico Casagrande e Daniela Nicolò
drammaturgia Daniela Nicolò e Silvia Calderoni
suoni Enrico Casagrande
in collaborazione con Paolo Panella e Damiano Bagli
luce e video Alessio Spirli e Simone Palma
produzione Elisa Bartolucci e Valentina Zangari
distribuzione estera Lisa Gilardino produzione Motus 2015
in collaborazione con La Villette – Résidence d’artistes 2015 Parigi, Create to Connect (EU project) Bunker/ Mladi Levi Festival Lubiana, Santarcangelo 2015 Festival Internazionale del Teatro in Piazza, L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino, MARCHE TEATRO
con il sostegno di MiBACT, Regione Emilia Romagna

Eleonora Duse, la Divina

In occasione della Giornata Mondiale del Teatro (che si celebra il 27 marzo dal 1962) e del mese dedicato alle donne, vi parlo della divina, una delle più grandi attrici teatrali di tutti i tempi: Eleonora Duse.

I primi passi sul palcoscenico

Nata da due attori, Eleonora Giulia Amalia Duse (Vigevano, 3 ottobre 1858 – Pittsburgh, 21 aprile 1924), cresce sul palcoscenico: a quattro anni recita nella parte di Cosetta dei Miserabili di Victor Hugo, mentre a dodici sostituisce la madre ammalata nella parte di Francesca da Rimini di Silvio Pellico, e a quattordici è Giulietta. A vent’anni entra a far parte della Compagnia Ciotti-Belli Blanes e successivamente, ventenne fu a capo di una compagnia con Giacinta Pezzana, facendo parte successivamente della Compagnia Semistabile di Torino.

Adorata dal pubblico e apprezzata dalla critica, inizia a lasciare il segno si da giovane età. Nel 1881 sposa il collega Tebaldo Cecchi, non un attore eccellente, ma un ottimo manager della moglie: a lui si deve la costruzione della leggendaria figura della Duse.

Fondamentale per la Duse sarà l’incontro con Sarah Bernhardt, ritenuta allora la più grande attrice vivente. Continuando ad affermarsi sempre di più sul palcoscenico, Eleonora Duse porta in scena personaggi nati da grandi nomi come Zola, Dumas o Ibsen.

circa 1875: Studio portrait of Italian actor Eleonora Duse (1859 – 1924) standing in profile, holding her hands to her lips and looking down. Duse is wearing a gown with layers of ruffles and a flower print fabric and elbow-length gloves. (Photo by Hulton Archive/Getty Images)

L’incontro con D’Annunzio

Fondamentale sarà la sua relazione con Gabriele D’Annunzio: il loro legame artistico e sentimentale fu tempestoso e dominato da alti e bassi, durando circa una decina d’anni, contribuendo in modo determinante alla fama di D’Annunzio. Difatti, la Duse era già celebre e amata in Europa e portò sulle scene molti drammi dannunziani, come Il sogno di un mattino di primavera, La Gioconda, Francesca da Rimini, La figlia di Iorio, spesso finanziando lei stessa le produzioni e assicurando loro il successo e l’attenzione della critica anche fuori dall’Italia.

In ogni caso, la Duse ispirò una parte molto importante dell’opera dannunziana, tale da essere la musa ispiratrice della raccolta poetica Alcyone, la più celebre delle raccolte poetiche dannunziane.

Abbandono e ritorno al teatro

La loro storia d’amore finisce nel 1904, per la conflittualità dei caratteri ma anche per i debiti che Eleonora accumula per aiutarlo. Il 25 gennaio 1909 a Berlino, dopo la rappresentazione di La donna del mare, la Duse decide di lasciare il teatro, ma vi ritornò nel 1921, spinta dalle necessità economiche.

Nel frattempo, nel 1916, interpretò il suo unico film, Cenere, tratto dall’omonimo romanzo di Grazia Deledda. Morì di polmonite nel corso dell’ultima tournée statunitense, a Pittsburgh, il 21 aprile 1924.

Eleonora Duse nel corso della sua vita instaura intensi rapporti di amicizia e di stima con molte altre donne artiste, scrittrici, intellettuali del suo tempo: Matilde Serao, Laura Orvieto, Ada Negri, Sibilla Aleramo, Yvette Guilbert, Isadora Duncan, Camille Claudel.

Il metodo recitativo

Perché tutt’oggi Eleonora Duse è considerata una colonna fondamentale della storia del teatro?

L’attrice fu decisiva per il teatro moderno in quanto ruppe totalmente gli schemi del teatro ottocentesco, divenuto ormai incombente su una società del tutto nuova e diversa.

Il teatro dell’epoca era infatti caratterizzato da battute enfatizzate e innaturali, con trucchi scenici pesanti e parrucche che facevano diventare il viso dell’attore una maschera.

La Duse abbandona questi usi e basa il suo metodo recitativo sull’istinto: recitare era infatti un avvenimento naturale e spesso improvvisava, a volte camminava lungo il palcoscenico e gesticolava, poi si sedeva e cominciava a parlare. La Duse non era solita truccarsi né a teatro, né nella sua vita privata, ed era molto fiera dei suoi lineamenti marcati, non affatto in linea con i canoni estetici dell’epoca.

Eleonora scelse di usare pochissime decorazioni di scena lasciando il palco quasi vuoto e di affidarsi alle espressioni del volto e all’uso sapiente del ritmo fra parole e silenzi. È per questo che può essere considerata una proto-regista.

Recitò sempre in italiano, ma fu compresa e amata dal pubblico per questo suo nuovo modo di recitare.

Fu chiamata Divina da D’Annunzio e con questo nome passò alla storia.

Le due Franca, Rame e Valeri: due vite per l’arte

Melius abundare quam deficere, così oggi ho deciso di dedicare questo spazio non a una sola donna, ma a due: le due Franca del mondo del teatro.
Sto ovviamente parlando di Franca Rame e Franca Valeri, attrice teatrale, drammaturga e politica una, attrice, sceneggiatrice e drammaturga sia di teatro sia di cinema l’altra.

Sono due donne che hanno lasciato il segno non solo nel teatro, ma anche nella storia del nostro Paese, due artiste dall’istrionica e coinvolgente personalità, uniche nel loro genere. Riuscire a riassumere in poche righe il loro essere è un lavoro quanto mai arduo, quindi cercherò di darvi almeno un’idea di chi sono state queste due donne.

Franca Rame (Parabiago, 18 luglio 1929 – Milano, 29 maggio 2013)
Era figlia d’arte, il padre Domenico era un attore e la madre Emilia Baldini fu prima maestra, poi attrice. Impara a gattonare nel mondo dell’arte: sin da neonata interpreta i ruoli da infante nelle commedie portate in scena dalla compagnia di famiglia.

C’è una sua frase che mi è rimasta impressa e che secondo me mostra proprio come fosse nata per fare teatro: «C’è un momento della mia infanzia che spesso mi ritorna in mente. Sto giocando con delle compagne di scuola sul balcone e sento mio padre che parla con la mamma: “È ora che Franca incominci a recitare, ormai è grande”. Avevo tre anni».

A 25 anni sposa l’attore Dario Fo, con cui avrà un figlio, Jacopo. Insieme al marito fonda la Compagnia Dario Fo-Franca Rame, di cui Fo è il regista e il drammaturgo del gruppo e lei la prima attrice, collaboratrice all’allestimento dei testi e l’amministratrice.

con il marito Dario Fo

La storia d’amore e d’arte Fo-Rame durerà per oltre cinquant’anni contando centinaia di spettacoli di generi sempre diversi: dalla farsa e la commedia dell’arte al teatro politico, ma anche teatro civile e sociale.

Fra questi ultimi cito un’opera difficile da descrivere, cruda e terribile: Lo stupro, la drammatica rappresentazione teatrale di un’esperienza vissuta direttamente dall’attrice anni prima, quando fu violentata e torturata da un gruppo di neofascisti. Vi lascio il link al video, ma vi avverto prima di guardarlo, non è di facile digestione.

da Lo stupro

Per quanto riguarda la sua attività politica, Franca Rame abbraccia l’utopia sessantottina al fianco di Dario Fo; fondano il collettivo “Nuova Scena”, ma dopo aver assunto la direzione di uno dei tre gruppi in cui era diviso il collettivo, a causa di divergenze politiche si separa – assieme al marito – facendo nascere un altro gruppo di lavoro, detto “La Comune”.

Con la sua “Comune” porta in scena testi di satira e di controinformazione politica, che si presentano spesso con un carattere molto feroce, come per esempio Morte accidentale di un anarchico e Non si paga! Non si paga.
Alla fine degli anni Settanta si unisce al movimento femminista, portando a teatro queste ideologie in testi come Tutta casa, letto e chiesa, Grasso è bello! e La madre.

Per non farsi mancare nulla nel 2006 si candida in politica e diventa senatrice, ma lascerà la posizione dopo un paio d’anni.

Nel corso della sua vita in scena, la sua conoscenza del mondo teatrale le ha permesso di trattare in modo ironico e provocatorio anche temi scottanti, trasformando la commedia dell’arte in un focolaio culturale attuale.
Lei e Dario scrivono un’autobiografia intitolata Una vita all’improvvisa nel 2009.

Franca Rame muore il 29 maggio 2013 all’età di 84 anni.

La sua storia d’amore e d’arte con Dario Fo è fra le più belle di cui abbia mai sentito parlare, sono sempre ritratti sorridenti, ovviamente non si son fatti mancare lunghe crisi, tradimenti, incomprensioni, ma com’erano belli insieme, innamorati fino all’ultimo giorno.

http://www.archivio.francarame.it/

Franca Valeri (Milano, 31 luglio1920 – Roma, 9 agosto 2020)
Nasce come Franca Maria Norsa, ma lo cambierà in Valeri negli anni Cinquanta, dopo aver maturato una passione per lo scrittore e poeta francese Paul Valery.
Si appassiona sin da piccola al teatro di prosa, segue un percorso di studi umanistici. È vittima delle leggi razziali del periodo fascista, che hanno portato suo padre e suo fratello a rifugiarsi in Svizzera, riuscendo lei ad evitare la deportazione grazie a un documento falso.

Debutta a teatro dopo la Seconda guerra mondiale, ottenendo grandi successi, mostrandosi sin da subito come una fenomenale attrice: la signorina snob è forse il suo personaggio più celebre, nato quando Franca era ancora adolescente, un personaggio che durerà per lunghi anni e diventerà specchio di un’Italia borghese.

La signorina snob – da connessiallopera.it

Insieme ad Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli forma la Compagnia del Teatro dei Gobbi, che si trasferisce a Parigi portando una serie di sketch satirici sulla società contemporanea senza ausilio di scene e costumi: filosofia della compagnia era proprio quella di non fare indossare costumi agli attori per caratterizzare uno o l’altro personaggio, ma mostrandoli al naturale così che venisse premiata l’improvvisazione.

La “vulcanica Franca” esordisce al cinema con Federico Fellini, prendendo poi parte alle migliori commedie della tradizione italiana: la vediamo in Totò a colori, Piccola posta, Il segno di Venere, Il vedovo, etc. 

Franca Valeri era una personalità dalle molteplici doti, sempre pronta a sperimentare nuovi mondi. Difatti, insieme a cinema e teatro si occupa anche di doppiaggio, sceneggiatura, regia, e soprattutto, di televisione spopolando con il noto personaggio della Signora Cecioni che apparirà in differenti programmi televisivi.

La signora Cecioni – da Wikipedia

Nel corso degli anni Sessanta pubblica una serie di dischi nei quali vengono registrati i suoi personaggi femminili: nascono così gli album Le donne di Franca Valeri (1962), Una serata con Franca Valeri (1965) e La signora Cecioni e le altre (1968). Negli album ogni traccia racchiude un breve monologo dei personaggi più celebri e conosciuti di Franca Valeri, attraverso la radio e la televisione.

Franca Valeri è stata sposata con Vittorio Caprioli, attore e regista con il quale ha lavorato assieme in teatro e al cinema, i due si conoscono negli anni Quaranta, mentre la Valeri recita i suoi monologhi caratteristici a Parigi.  Successivamente si legherà per altri dieci anni al direttore d’orchestra Maurizio Rinaldi, scomparso nel 1995.

Legata al Teatro alla Scala di Milano, dove ha maturato la sua passione per l’opera lirica, Franca Valeri si è anche cimentata come regista di melodrammi (per non farsi mancare niente). Per tutta la vita continua a cimentarsi in ruoli e arti, dal teatro al cinema, alle fiction RAI.

Peculiare dello stile di Franca Valeri è sicuramente l’uso intelligente e raffinato dell’ironia, unito alla sua capacità di riuscire a far riflettere su quelli che sono i vizi e le virtù della società.

https://www.open.online/2020/08/09/100-anni-franca-valeri-video/

Attrice di teatro e cinema, sceneggiatrice, regista, cantante, cosa manca all’appello? Scrittrice, perché sì, la Valeri ha anche pubblicato tantissimi libri: per citarne alcuni Il diario della signorina snob del 1951, oppure più recente Animali e altri attori e il suo lavoro autobiografico intitolato Bugiarda no, reticente.

Come se non bastasse fondò anche l’Associazione Franca Valeri – Onlus per l’assistenza agli animali abbandonati, per contrastare il randagismo.

Muore all’alba del 9 agosto 2020 nella sua casa di Roma, pochi giorni dopo aver festeggiato il suo 100º compleanno.

Due donne diverse, che hanno vissuto una vita piena di arte e hanno lasciato il segno nella società e nel mondo.

@Noemi Spasari, 2021

Pina Bausch, la grande Maestra che ha cambiato la danza

Ci sono delle personalità nel mondo dell’arte che a parer mio andrebbero studiate a scuola, per il ruolo fondamentale che hanno ricoperto, per ciò che hanno fatto e per l’eredità che hanno lasciato: fra questi un posto di rilievo lo occupa Pina Bausch, coreografa, ballerina e insegnante tedesca, una delle più grandi artiste della storia recente.

da http://www.riccioneteatro.it/

Di chi stiamo parlando?
Philippine Bausch, meglio nota semplicemente come Pina Bausch, nasce a Solingen, nella Renania tedesca, il 27 luglio del 1940.

Il suo nome è legato a un termine che potrà sembrarvi un po’ strano, “Tanztheater”, che in italiano traduciamo con teatrodanza, adottato negli anni ’70 da alcuni coreografi tedeschi, di cui vi parlerò dopo.

Inizia la sua carriera artistica sin da adolescente, studia inizialmente alla “Folkwang Hochschule” di Essen, diretta da Kurt Jooss, per poi ottenere una borsa di studio per un corso di perfezionamento e di scambio negli USA. Qui studierà alla famosa “Julliard School of Music” di New York. Successivamente viene scritturata, come ballerina, dal New American Ballet e dal Metropolitan Opera House.

da https://vitaminevaganti.com/2019/06/29/pina-bausch-quando-avere-i-piedi-troppo-lunghi-fa-la-differenza/

Poi rientra in Germania, sono gli anni ’60, gli anni delle sperimentazioni dei cambiamenti, gli anni di Kennedy, dei Beatles e dei Pink Floyd, gli anni d’oro del cinema italiano, gli anni delle rivoluzioni, degli Hippie: Pina inizia a comporre le prime coreografie per il corpo di ballo della sua prima scuola, la Folkwang Hochschule di Essen fondata da Kurt Jooss, che dirigerà dall’anno successivo. Iniziano a vedersi le basi della sua rivoluzione.

Arrivano gli anni Settanta, anche il mondo della danza è nel pieno delle rivoluzioni: vengono rivalutate le potenzialità del corpo come mezzo espressivo, ma anche il rapporto con lo spazio e con la musica, viene sperimentata un’esplorazione più libera del movimento, insieme a nuovi codici gestuali.

da New York Times

È il 1973 quando Pina Bausch fonda il Tanztheater Wuppertal Pina Bausch. È un successo sin dal principio per i suoi spettacoli, che prendono ispirazioni da capolavori artistici, letterari e teatrali, come ad esempio Le sacre du printemps del 1975; Pina Bausch accumula successi in tutto il mondo.

Sarà con Café Müller (1978), uno dei suoi spettacoli più celebri, nel quale si possono intuire anche gli echi del suo passato di giovane lavoratrice nel ristorante paterno, che si assisterà alla svolta decisiva nello stile e nello studio del componimento in tutti i suoi elementi, andando ad approfondire sia il contrasto uomo-società, sia la visione intima della coreografa e dei suoi danzatori, che sono chiamati direttamente ad esprimere le proprie personali interpretazioni dei sentimenti.

Pina Bausch muore di cancro ai polmoni il 30 giugno 2009 all’età di 68 anni.

Il Tanztheater
Cosa si nasconde dietro questa parola? Il teatro danza è un progetto artistico che unisce alcuni elementi del teatro inteso in senso classico con la corporeità e la potenza espressiva della danza, usati per precisi scopi drammaturgici.

In cosa consiste la rivoluzione di Pina Bausch? La grande artista coinvolgeva in prima persona i suoi danzatori, chiamati anche danzattori, e partendo da un elemento base, chiedeva loro di proporre una rilettura personale e quindi a contribuire attivamente alla creazione dell’opera, rendendo così ogni gesto carico di un potente significato.

Il lavoro di Pina si basa sul rapporto fra forza e fragilità, che rinnova facendolo vivere in modo sentito e riempito del vissuto di ciascun interprete.

da https://www.kampnagel.de/en/program/viktor/

L’eredità
Riassumere in poche parole cosa tutt’oggi l’importanza che ricopre la figura di Pina Bausch sarebbe riduttivo. La memoria di questa donna, maestra, artista continua a influenzare ed essere presente nella vita di grandi artisti a noi contemporanei, dal teatro alla danza, ma anche al cinema, alla pubblicità e anche alla moda e il circo. La sua compagnia continua ad essere attiva e a rimettere in scena il repertorio della Bausch, considerato ormai un classico della danza contemporanea.

In particolare, mi soffermo sulla moda. Pina è una ballerina senza tutù, nelle sue opere indossa e fa indossare abiti che mostrano le forme del corpo, quasi sottovesti intime. Questo ha ispirato molti artisti nel campo della moda.

Il regista Wim Wenders le dedica un documentario, dal semplice titolo “Pina”, perché non serve altro, e che ci mostra come creatività, emozione e comunicazione si fondano nel lavoro straordinario di Pina, una donna che ha dedicato tutta la vita alla propria arte, e che è stata un punto di riferimento per il mondo della danza, ispirando ballerini di tutto il mondo.

Pina, Wim Wenders

Mi emoziona molto parlare di personaggi come Pina Bausch che considero una sorta di divinità nel campo artistico.

 

Immagine in evidenza da wsimag.com

@Noemi Spasari, 2021